DCCCLXI

DCCCLXIAnno diCristoDCCCLXI. IndizioneIX.Niccolòpapa 4.Lodovico IIimp. 13, 12 e 7.Reggeva in questi tempi la chiesa di RavennaGiovanniarcivescovo, uomo, in cui non si sa se maggior fosse l'ambizione o pur l'interesse. Portaronsi a Roma varii cittadini ravennati a farne doglianza al sommo pontefice, e ad implorare rimedio alle continue ed intollerabili vessazioni che da lui ricevevano. Anastasio bibliotecario[Anastas., in Vit. Nicolai I.]ne tesse il catalogo, con dire che questo arcivescovo scomunicava la gente a suo capriccio. Non permetteva ai vescovi della sua diocesi e ad altri di andare a Roma. Aveva occupato non pochi beni della Chiesa romana e di varii particolari. Sprezzava i messi della Sede apostolica, stracciava gli strumenti degli affitti o livelli della Chiesa romana, e gli appropriava a quella di Ravenna. Quei preti e diaconi che non solo in Ravenna, ma in altre città dell'Emilia erano immediatamente sottoposti alla santa Sede, li deponeva senza giudizio canonico, e li faceva mettere in prigione, o in fetenti ergastoli; senza sapersi ben capire come, se comandavano in quella città gli uffiziali del papa, si potessero dall'arcivescovo commettere tante oppressioni, e tener birri e prigioni. Fu pertanto esso arcivescovo più volte ammonito con lettere e messi dal papa a desistere da sì fatte violenze e novità; ma egli faceva il sordo. Citato a comparire in Roma alconcilio, si vantava di non essere tenuto ad andarvi. In fine fu scomunicato nel concilio romano. Ci è stata conservata parte d'un concilio tenuto appunto in Roma per questo affare in un antichissimo codice della cattedrale di Modena; e questa fu poi pubblicata dal padre Bacchini nelle giunte ad Agnello[Agnell., Vit. Episc. Ravenn., P. I, tom. 2 Rer. Italic.]. Dicesi quivi celebrato esso concilio,pontificatus domni Nicolai summi pontificis, et universalis papae anno IIII imperii piissimi augusti Lodovici anno XI, die octavodecimo mensis novembris, Indictione decima: note che non so se sieno corrette, o se riguardino l'anno presente. Ivi l'epoca dell'imperadore è presa dalla sua coronazione dall'anno 850. Ascoltiamo ora di nuovo il suddetto Anastasio. Racconta egli che quell'arcivescovo, udito ch'ebbe l'anatema contro di lui fulminato, corse ad implorar l'aiuto dell'imperador Lodovico, e da lui ottenne due legati che per lui parlassero al papa. Con questi se ne andò egli a Roma pien d'alterigia, persuadendosi di far col loro braccio tremare il papa. Ma il papa, perchè assistito dalla ragione, si trovò più forte d'una torre. Con buon garbo il santo padre fece dei rimproveri ai legati, perchè comunicassero con uno scomunicato, e da lui altro non poterono essi capire, se non che Giovanni si presentasse al concilio che si dovea tenere in Roma nel primo dì di novembre, per dar le dovute soddisfazioni dei suoi eccessi. Senza volerne far altro, egli se ne tornò indietro. Allora i senatori di Ravenna, ed altra gente dell'Emilia, gittatisi ai piedi del pontefice, lo scongiurarono di venire in persona a Ravenna per dar sesto a tanti disordini. V'andò egli infatti, e restituì il suo ad ognuno, e tornossene di poi a Roma.Intanto l'arcivescovo ricorse di bel nuovo a Pavia per ottenere il patrocinio dell'imperadore. Ma quivi trovò che il vescovo della cittàLiutardoe i cittadini non volevano commercio con lui, neppurelo stesso Augusto, che solamente gli fece dire che, deposta la sua alterigia, si umiliasse al papa, a cui gli stessi imperadori e tutta la Chiesa prestano sommessione ed ubbidienza, altrimenti non intendeva assisterlo, nè di favorirlo. Tanto nondimeno si adoperò, che ottenne di essere accompagnato a Roma da due ambasciatori dell'imperadore; ma questi giunti colà, si accorsero di non aver parole bastevoli a muovere la fermezza dello zelantissimo papa. Perciò l'arcivescovo si gittò alla misericordia, promise quanto gli fu prescritto, e fu assoluto. Nel dì seguente avendo i vescovi suoi suffraganei dato un libello contra di lui, fu risoluto: ch'egli non potesse consecrar vescovo alcuno, se non precedeva l'elezione fattane dalduca, cioè dal governatore della città, dalcleroepopolo. Che non impedisse ai vescovi l'andata a Roma. Che non esigesse da loro alcuna sorta di danaro o di doni. Che si levasse via l'uso cattivo della trentesima. Questa probabilmente erano costretti i vescovi di pagarla agli arcivescovi di Ravenna delle rendite delle lor chiese. Soleva Giovanni ogni due anni far la visita dei vescovati a lui sottoposti, e tanto si fermava colla sua corte addosso ai vescovi, che divorava tutte le lor rendite. Gli obbligava ancora (aggravio non praticato in alcuna altra parte del mondo) a contribuire ogni anno alla mensa archiepiscopale, all'arciprete, all'arcidiacono, e ad altre dignità della chiesa di Ravenna, un determinato numero di castrati, di oblate, cioè dell'ostie, del vino, dei polli e dell'uva. Gli astringeva a dimorare or l'uno, ora l'altro in Ravenna, un mese sì e un mese no, per farsi servir da loro. A suo capriccio ancora toglieva loro quei cherici che sarebbero stati più utili alle loro chiese. Questi ed altri abusi, ch'io tralascio, abolì il saggio papa; e dal concilio suddetto apparisce che fu posto fine alle avanie di questo tiranno arcivescovo, con essere intervenuti settantadue vescovi a quella sacra raunanza.Abbiamo da Erchemperto[Erchempertus, Hist., cap. 26.]che in quest'anno (per quanto crede Camillo Pellegrino) il vecchioLandone contedi Capua, cedendo alla contratta paralisia, si sbrigò dai guai del mondo presente. Pria nondimeno di morire, caldamente raccomandò il giovinetto suo figliuoloLandoneaLandolfo vescovodi quella città, e aPandonesuoi fratelli e zii del giovane, senza prevedere che raccomandava l'agnello ai lupi. Era Landolfo uomo dimentico affatto del sacro suo carattere, e tutto dato alle cabale secolaresche. Quand'anche era in vita il suddetto Landone seniore (credesi in questo medesimo anno), egli segretamente istigòGuaiferio, figliuolo di Danferio Balbo, a formare una congiura contra diAdemarioprincipe di Salerno. Poco ben voleva ad esso Ademario il popolo, per testimonianza dell'Anonimo salernitano[Anonymus Salernitan., Paralipom., P. II, tom. 2 Rer. Italic.], a cagion dell'avarizia non men sua che diGuimeltrudasua moglie, donna che ad altro non attendeva se non ad accumular denari. Preso egli adunque dai congiurati, fu cacciato in una scura prigione, e il suddetto Guaiferio costituito principe di Salerno. Era stato eletto vescovo d'essa città di SalernoPietrofigliuolo del medesimo Ademario. Questi, udita la rovina del padre, se ne fuggì a Sant'Angelo; e spontaneamente poi datosi al nuovo principe, fu condotto a Salerno, nè si sa cosa ne divenisse. OraLandolfo vescovo di Capua, quantunque avesse giurata sopra tutte le cose più sacre fedeltà a Guaiferio, come a suo principe, pure stette poco ad alienarsi da lui e a fargli guerra. Barbaramente ancora cacciò di Capua Landone gli altri suoi nipoti, che si misero sotto la protezion di Guaiferio. Dopo di che usurpò il dominio di quella città, e vi restò solo signore, perchè suo fratello Pandone lasciò la vita in un combattimento contra de' Salernitani. In quest'anno ancora dai diplomi rapportatidal Margarino[Bull. Casin., tom. 2, Const. XXXVII et XXXVIII.]impariamo cheGislafigliuola dell'imperador Lodovicoera in educazione nel monistero appellato nuovo, ed ora di santa Giulia di Brescia; e che l'Augusto suo padre, secondo gli abusi di que' tempi, che tuttavia durano in qualche paese della Cristianità, le conferì quel sacro luogo da signoreggiare, usufruttare e governare per tutta la sua vita, secondo la regola di san Benedetto. Il diploma è dato in Brescia. Con un altro diploma, dato in Marengo confermò esso imperadore tutti i privilegii e beni del monistero di san Colombano di Bobbio adAmalarico vescovodi Como, chiamato iviabbas monasterii bobiensis; giacchè, siccome fu avvertito di sopra, s'era già introdotta la biasimevol usanza di conferir le badie ai vescovi, e talvolta fino ai secolari, i quali, lasciata una parte delle rendite pel magro sostentamento de' monaci, si divoravano, senza mettersi scrupolo, il resto.

Reggeva in questi tempi la chiesa di RavennaGiovanniarcivescovo, uomo, in cui non si sa se maggior fosse l'ambizione o pur l'interesse. Portaronsi a Roma varii cittadini ravennati a farne doglianza al sommo pontefice, e ad implorare rimedio alle continue ed intollerabili vessazioni che da lui ricevevano. Anastasio bibliotecario[Anastas., in Vit. Nicolai I.]ne tesse il catalogo, con dire che questo arcivescovo scomunicava la gente a suo capriccio. Non permetteva ai vescovi della sua diocesi e ad altri di andare a Roma. Aveva occupato non pochi beni della Chiesa romana e di varii particolari. Sprezzava i messi della Sede apostolica, stracciava gli strumenti degli affitti o livelli della Chiesa romana, e gli appropriava a quella di Ravenna. Quei preti e diaconi che non solo in Ravenna, ma in altre città dell'Emilia erano immediatamente sottoposti alla santa Sede, li deponeva senza giudizio canonico, e li faceva mettere in prigione, o in fetenti ergastoli; senza sapersi ben capire come, se comandavano in quella città gli uffiziali del papa, si potessero dall'arcivescovo commettere tante oppressioni, e tener birri e prigioni. Fu pertanto esso arcivescovo più volte ammonito con lettere e messi dal papa a desistere da sì fatte violenze e novità; ma egli faceva il sordo. Citato a comparire in Roma alconcilio, si vantava di non essere tenuto ad andarvi. In fine fu scomunicato nel concilio romano. Ci è stata conservata parte d'un concilio tenuto appunto in Roma per questo affare in un antichissimo codice della cattedrale di Modena; e questa fu poi pubblicata dal padre Bacchini nelle giunte ad Agnello[Agnell., Vit. Episc. Ravenn., P. I, tom. 2 Rer. Italic.]. Dicesi quivi celebrato esso concilio,pontificatus domni Nicolai summi pontificis, et universalis papae anno IIII imperii piissimi augusti Lodovici anno XI, die octavodecimo mensis novembris, Indictione decima: note che non so se sieno corrette, o se riguardino l'anno presente. Ivi l'epoca dell'imperadore è presa dalla sua coronazione dall'anno 850. Ascoltiamo ora di nuovo il suddetto Anastasio. Racconta egli che quell'arcivescovo, udito ch'ebbe l'anatema contro di lui fulminato, corse ad implorar l'aiuto dell'imperador Lodovico, e da lui ottenne due legati che per lui parlassero al papa. Con questi se ne andò egli a Roma pien d'alterigia, persuadendosi di far col loro braccio tremare il papa. Ma il papa, perchè assistito dalla ragione, si trovò più forte d'una torre. Con buon garbo il santo padre fece dei rimproveri ai legati, perchè comunicassero con uno scomunicato, e da lui altro non poterono essi capire, se non che Giovanni si presentasse al concilio che si dovea tenere in Roma nel primo dì di novembre, per dar le dovute soddisfazioni dei suoi eccessi. Senza volerne far altro, egli se ne tornò indietro. Allora i senatori di Ravenna, ed altra gente dell'Emilia, gittatisi ai piedi del pontefice, lo scongiurarono di venire in persona a Ravenna per dar sesto a tanti disordini. V'andò egli infatti, e restituì il suo ad ognuno, e tornossene di poi a Roma.

Intanto l'arcivescovo ricorse di bel nuovo a Pavia per ottenere il patrocinio dell'imperadore. Ma quivi trovò che il vescovo della cittàLiutardoe i cittadini non volevano commercio con lui, neppurelo stesso Augusto, che solamente gli fece dire che, deposta la sua alterigia, si umiliasse al papa, a cui gli stessi imperadori e tutta la Chiesa prestano sommessione ed ubbidienza, altrimenti non intendeva assisterlo, nè di favorirlo. Tanto nondimeno si adoperò, che ottenne di essere accompagnato a Roma da due ambasciatori dell'imperadore; ma questi giunti colà, si accorsero di non aver parole bastevoli a muovere la fermezza dello zelantissimo papa. Perciò l'arcivescovo si gittò alla misericordia, promise quanto gli fu prescritto, e fu assoluto. Nel dì seguente avendo i vescovi suoi suffraganei dato un libello contra di lui, fu risoluto: ch'egli non potesse consecrar vescovo alcuno, se non precedeva l'elezione fattane dalduca, cioè dal governatore della città, dalcleroepopolo. Che non impedisse ai vescovi l'andata a Roma. Che non esigesse da loro alcuna sorta di danaro o di doni. Che si levasse via l'uso cattivo della trentesima. Questa probabilmente erano costretti i vescovi di pagarla agli arcivescovi di Ravenna delle rendite delle lor chiese. Soleva Giovanni ogni due anni far la visita dei vescovati a lui sottoposti, e tanto si fermava colla sua corte addosso ai vescovi, che divorava tutte le lor rendite. Gli obbligava ancora (aggravio non praticato in alcuna altra parte del mondo) a contribuire ogni anno alla mensa archiepiscopale, all'arciprete, all'arcidiacono, e ad altre dignità della chiesa di Ravenna, un determinato numero di castrati, di oblate, cioè dell'ostie, del vino, dei polli e dell'uva. Gli astringeva a dimorare or l'uno, ora l'altro in Ravenna, un mese sì e un mese no, per farsi servir da loro. A suo capriccio ancora toglieva loro quei cherici che sarebbero stati più utili alle loro chiese. Questi ed altri abusi, ch'io tralascio, abolì il saggio papa; e dal concilio suddetto apparisce che fu posto fine alle avanie di questo tiranno arcivescovo, con essere intervenuti settantadue vescovi a quella sacra raunanza.Abbiamo da Erchemperto[Erchempertus, Hist., cap. 26.]che in quest'anno (per quanto crede Camillo Pellegrino) il vecchioLandone contedi Capua, cedendo alla contratta paralisia, si sbrigò dai guai del mondo presente. Pria nondimeno di morire, caldamente raccomandò il giovinetto suo figliuoloLandoneaLandolfo vescovodi quella città, e aPandonesuoi fratelli e zii del giovane, senza prevedere che raccomandava l'agnello ai lupi. Era Landolfo uomo dimentico affatto del sacro suo carattere, e tutto dato alle cabale secolaresche. Quand'anche era in vita il suddetto Landone seniore (credesi in questo medesimo anno), egli segretamente istigòGuaiferio, figliuolo di Danferio Balbo, a formare una congiura contra diAdemarioprincipe di Salerno. Poco ben voleva ad esso Ademario il popolo, per testimonianza dell'Anonimo salernitano[Anonymus Salernitan., Paralipom., P. II, tom. 2 Rer. Italic.], a cagion dell'avarizia non men sua che diGuimeltrudasua moglie, donna che ad altro non attendeva se non ad accumular denari. Preso egli adunque dai congiurati, fu cacciato in una scura prigione, e il suddetto Guaiferio costituito principe di Salerno. Era stato eletto vescovo d'essa città di SalernoPietrofigliuolo del medesimo Ademario. Questi, udita la rovina del padre, se ne fuggì a Sant'Angelo; e spontaneamente poi datosi al nuovo principe, fu condotto a Salerno, nè si sa cosa ne divenisse. OraLandolfo vescovo di Capua, quantunque avesse giurata sopra tutte le cose più sacre fedeltà a Guaiferio, come a suo principe, pure stette poco ad alienarsi da lui e a fargli guerra. Barbaramente ancora cacciò di Capua Landone gli altri suoi nipoti, che si misero sotto la protezion di Guaiferio. Dopo di che usurpò il dominio di quella città, e vi restò solo signore, perchè suo fratello Pandone lasciò la vita in un combattimento contra de' Salernitani. In quest'anno ancora dai diplomi rapportatidal Margarino[Bull. Casin., tom. 2, Const. XXXVII et XXXVIII.]impariamo cheGislafigliuola dell'imperador Lodovicoera in educazione nel monistero appellato nuovo, ed ora di santa Giulia di Brescia; e che l'Augusto suo padre, secondo gli abusi di que' tempi, che tuttavia durano in qualche paese della Cristianità, le conferì quel sacro luogo da signoreggiare, usufruttare e governare per tutta la sua vita, secondo la regola di san Benedetto. Il diploma è dato in Brescia. Con un altro diploma, dato in Marengo confermò esso imperadore tutti i privilegii e beni del monistero di san Colombano di Bobbio adAmalarico vescovodi Como, chiamato iviabbas monasterii bobiensis; giacchè, siccome fu avvertito di sopra, s'era già introdotta la biasimevol usanza di conferir le badie ai vescovi, e talvolta fino ai secolari, i quali, lasciata una parte delle rendite pel magro sostentamento de' monaci, si divoravano, senza mettersi scrupolo, il resto.


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