DCCCLXXAnno diCristoDCCCLXX. IndizioneIII.Adriano IIpapa 4.Lodovico IIimp. 22, 21 e 16.Se nulla giovarono all'imperador Lodovicole sue ragioni e querele, benchè sì giuste, e benchè avvalorate da quelle del sommo pontefice, per succedere nell'eredità del re Lottario suo fratello; e se se ne fece beffe il reCarlo Calvosuo zio, perchè non temeva di lui, troppo lontano ed intricato nella guerra coi Saraceni[Annales Franc. Bertinian. et Fuldenses.], ebbero ben polso quelle diLodovico redella Germania, fratello del medesimo re Carlo. Coi medesimi pretesi diritti che a sè attribuiva Carlo, anche Lodovico pretendeva la sua porzione del regno di Lottario, e alle sue pretensioni unì ancora l'intimazion della guerra, se il re Carlo non s'induceva ad un'amichevol concordia. E non mancavano assaissimi nobili di quel regno che segretamente o palesemente teneano per Lodovico, e non pochi erano anche iti a trovarlo ed invitarlo. Ebbero gran faccende i corrieri e messi che andavano innanzi e indietro per questo affare. Finalmente nel mese d'agosto s'accordarono i due fratelli, e senza far parola del nipote Augusto, come se non fosse vivo, o niuna ragione avesse sopra quegli stati, li divisero fra loro. Toccò aLodovicore della Germania in sua parte l'Alsazia con Argentina, Basilea, Colonia, Treveri, Utrecht, Aquisgrana, parte della Borgogna moderna e della Frisia, Metz, e moltissimi altri luoghi e monisteri. Si può dire che il re Lodovico quegli fu che piantò veramente il regno germanico con quella grande estensione che fin quasi ai nostri giorni è durata; regno che maggiormente restò poi nobilitato con passare in esso l'imperio romano. Pervennero in sua parte al reCarlo CalvoLione, Besanzone, Vienna del Delfinato, Tongres, Tullo, Verdun, Cambray, Malines, il Brabante, l'Hannonia,Liegi, Bar, e una gran quantità d'altri luoghi e monisteri: con che restò moltissimo accresciuta la di lui potenza. Da tali memorie si scorgerà quanto ampiamente si stendesse il regno allora appellato dalla Lottaringia, ossia della Lorena. Dopo questa divisione e concordia arrivarono al re Lodovico quattro altri legati, cioèVibodo vescovodi Parma, due Giovanni e Pietro, anch'essi spediti dal papa, e con esso loro Bernardo conte inviato dall'imperador Lodovico, incaricati di sostenere e promuovere gl'interessi del medesimo Augusto. Allorchèpapa Adrianofece questa spedizione, non gli era giunta per anche notizia che i due re fratelli avessero divisa la preda. E perchè il re Lodovico gli avea dato dianzi di belle parole, nella lettera che esso papa gli scrive[Labbe, Concilior., tom. 8.], il loda perchè non ha imitato il re Carlo, cioè un usurpatore del regno del fu re Lottario imperadore, dovuto, secondo le leggi divine ed umane, al piissimo imperador suo figliuolo. Gli dice ancora che se il re Carlo non restituirà il mal tolto, esso papa è risoluto di portarsi in persona in Francia, e di procedere alle censure contra di un tale sprezzatore di Dio e delle apostoliche ammonizioni. Andarono questi legati a trovare anche il re Carlo, ma senza alcun frutto per conto di Lodovico imperadore; e per quello che riguarda il papa, ad altro tale spedizione non servì che a fargli intendere delle insolenti risposte date da esso re Carlo e dai vescovi del suo regno, capo dei quali eraIncmaro arcivescovodi Rems, uomo per dottrina e per petto famoso in questi tempi, che dovette trovar nel suo cervello qualche bella ragione per giustificare l'iniquità del re Carlo. L'anno fu questo, in cui riuscì all'imperador Lodovico di ridurre alle strette i Saraceni nella città di Bari. Grandi fatiche, gran dispendio di gente e di danaro era già costato a lui quell'assedio. Oltre a quanto si è detto di sopra, raccontanogli Annali di Metz[Annal. Francor. Metenses, tom. 3 Du-Chesne.]che l'esercito inviato in uno degli anni precedenti dal re Lottario in aiuto dell'Augusto suo fratello, per non essere assuefatto al soverchio caldo del ducato beneventano, oppresso anche dall'intemperie dell'aria, venne men quasi tutto.Plurimi etiam aranearum morsibus extinti sunt: cioè dalle tarantole, velenosi animaletti, anche oggidì sussistenti e famosi pel danno che recano in quelle contrade. Ma sì gloriosa fu l'ostinazione dell'Augusto Lodovico, che sul fine dell'anno presente ridusse quegl'infedeli a perdere la speranza di soccorso, e in tale stato, che furono in fine obbligati alla resa. Se vogliam seguitare il padre Pagi[Pagius, in Crit. Baron.], egli se ne impadronì nell'anno presente; tuttavia è da preferir Camillo Pellegrino[Peregrinus, Hist. Princip. Langob., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], che differì all'anno seguente la presa di quella città; tal opinione coll'autorità di uno scrittore contemporaneo verrà da noi dimostrata non solo più verisimile, ma certa.Mi fo io a credere che nell'anno presente succedesse ciò che l'Anonimo salernitano[Anonymus Salernitan., Paralipom., cap. 102 et 103.]scrisse, e vien confermato da una lettera dell'imperador Lodovico di cui parleremo all'anno seguente: cioè che riuscì alle armi cristiane d'esso Augusto di sconfiggere tre ammirati, e vogliam dire tre generali de' Saraceni, che guidando brigate di lor gente in gran numero, mettevano a sacco tutta la Calabria: il che diede non picciolo crollo alla lor potenza in quelle parti, e servì inoltre ad affamar Bari ed a facilitarne la conquista. Appartiene appunto a questo anno ciò che narra Andrea prete italiano[Andreas Presbyter, Chron. tom. I Rer. Germ. Menchenii.], ed autore di questi tempi, nella sua breve Cronica, pubblicata dal Menchenio. Ricorsero all'imperador Lodovico i popoli che restavano nella Calabriasotto il dominio de' Greci, pregandolo di aiuto, perchè i Saraceni avean ridotte in desolazione le lor città e chiese, e con esibirsi di darsi a lui, e di pagargli da lì innanzi tributo. Lodovico mossone a compassione, senza però accettar la loro offerta, inviò in soccorso loroOttone conte di Bergamo, ed Oschisio e Gariardo vescovi, i quali adunato un esercito, diedero addosso a que' Barbari, mentre placidamente se ne stavano mietendo i raccolti in certa valle, e fattane una grande strage, liberarono i prigioni cristiani. Portata questa nuova a Cincimo generale de' Saraceni abitante nella città di Amantea, si mosse con molte forze contra de' cristiani; ma anch'egli fu sbaragliato ed inseguito dai vincitori fino alle porte di quella città. Penetrò dipoi l'imperadore per mezzo delle spie che il suddetto Cincimo con un poderoso rinforzo a lui venuto per soccorrere Bari, avea risoluto di assalire i cristiani nel giorno del santo Natale, lusingandosi di trovarli sprovveduti e attenti solo alle divozioni. Pertanto ordinò che i suoi prima del giorno ascoltassero messa e si comunicassero, e poi prese l'armi uscissero contro alle masnade di quegli infedeli. Così fecero, e pieni di coraggio attaccarono con loro la zuffa sì vigorosamente, che li ruppero e ne fecero un copioso macello. Queste perdite quanto costernarono gli animi del soldano e dei suoi, altrettanto rallegrarono il popolo fedele di Gesù Cristo e del loro imperadore. Ci chiama ora a sè l'illustre città di Napoli. Era mancato di vitaSergio ducadi quella città, in qual anno precisamente nol so, con lasciar suo successore in quel ducatoGregorioil maggiore de' suoi figliuoli, dichiarato molto primamaestro de' militi, ed è lo stesso che direduca. Lasciò anche dopo di sè altri figliuoli, fra' qualiAtanasiogià creato vescovo di Napoli, uomo di santa vita, eStefanovescovo di Sorrento[Johann. Diaconus, in Vit. S. Athanasii Episcopi Neapol. P. II, tom. 2 Rer. Italic.]. Finchèvisse e regnò Gregorio, per esser egli uomo valoroso e savio, e peritissimo della lingua greca e latina, camminarono bene gli affari di quella città: e benchè l'imperadore Lodovico, allorchè nell'anno 866 venne coll'armi in quelle parti, si professasse mal soddisfatto di quel popolo, e forse anche del loro duca, pure il santo vescovo Atanasio, spedito incontro a lui, con sì buona maniera s'introdusse nella grazia di esso imperadore e dell'Augusta sua consorte, che non fece violenza alcuna a Napoli, e neppure vi entrò dentro. Da lì a non molto cadde malato Gregorio, e consultati i suoi fratelli, e massimamente Atanasio vescovo, dichiarò duca e collega suoSergio IIsuo figliuolo, al quale prima di morire raccomandò vivamente d'essere ubbidiente al prelato suo zio, e di regolarsi affatto col di lui parere; perchè così operando, bene sarebbe per lui, male, facendo il contrario. Di questi documenti si dimenticò ben presto lo sconsigliato giovane. La moglie sua, donna superba, non potea sofferire ch'egli si suggettasse ai consigli ed alle ammonizioni del santo prelato, e gli andava intonando all'orecchio, che se pur intendeva di comparire e di essere veramente principe, dovea non solo astenersi dall'averlo per consigliere, ma anche tenerlo lungi da sè, anzi sbrigarsi da quell'intoppo. Dalla lettera, che citeremo all'anno seguente, dell'imperador Lodovico, si ricava che fra l'altre ammonizioni del buon vescovo che amareggiavano il duca suo nipote e la moglie di lui, quella vi entrava di troncar l'amicizia coi Saraceni, o, per dir meglio, una specie di lega contratta con loro, e vergognosa troppo per un principe cristiano. De' Napoletani scrive così quell'imperadore[Epist. Ludov. II apud Anonym. Salern. cap. 106.]:Infidelibus arma et alimenta et cetera subsidia tribuentes, per totius imperii nostri litora eos ducunt; ut cum ipsis toties Petri Apostolorum principisfines furtim depraedari conantur, ita ut facta videatur Neapolis Panormum vel Africa. Quumque nostri quique Saracenos insequuntur, ipsi ut possint evadere, Neapolim fugiunt, quibus non est necessarium, Panormum repetere, sed Neapolim fugientes, ibidem quousque perviderint latitantes, rursus improviso ad exterminia redeunt.Ora tanto picchiarono in capo al duca Sergio la moglie ed altri perversi consiglieri, che il trassero a mettere in prigione il vescovo Atanasio e gli altri zii. Non si può dire che commozione eccitasse in tutta la città questo barbaro avvenimento. Altro non s'udiva che gemiti, urli e mormorazioni contra dell'iniquo principe. Però congregato tutto il clero sì greco che latino di quella città coi monaci, si portò al palazzo, chiedendo con grido la liberazione dell'amato loro prelato. Andò nelle furie Sergio, prese tempo a rispondere, e finalmente dopo sette dì, avendo inteso che i sacerdoti erano risoluti di scomunicarlo, di desistere dai sacri uffizii e di spogliar gli altari, rimise in libertà il buon vescovo. Incredibile per questo fu il giubilo e la festa di tutto il clero e popolo, in guisa che si pentì il duca d'averlo liberato, e cominciò a tenergli delle spie intorno, per sapere chi andava e veniva da lui; e da lì innanzi perseguitò a man salva gli ecclesiastici, oppresse le vedove e i poveri, perchè niuno più v'era che in lor favore aprisse la bocca. In questo anno, secondo la Cronica saracenica[Chron. Saracin., P. II tom. 2 Rer. Italic.], s'impadronirono i Mori dell'isola di Malta nel dì 20 d'agosto.
Se nulla giovarono all'imperador Lodovicole sue ragioni e querele, benchè sì giuste, e benchè avvalorate da quelle del sommo pontefice, per succedere nell'eredità del re Lottario suo fratello; e se se ne fece beffe il reCarlo Calvosuo zio, perchè non temeva di lui, troppo lontano ed intricato nella guerra coi Saraceni[Annales Franc. Bertinian. et Fuldenses.], ebbero ben polso quelle diLodovico redella Germania, fratello del medesimo re Carlo. Coi medesimi pretesi diritti che a sè attribuiva Carlo, anche Lodovico pretendeva la sua porzione del regno di Lottario, e alle sue pretensioni unì ancora l'intimazion della guerra, se il re Carlo non s'induceva ad un'amichevol concordia. E non mancavano assaissimi nobili di quel regno che segretamente o palesemente teneano per Lodovico, e non pochi erano anche iti a trovarlo ed invitarlo. Ebbero gran faccende i corrieri e messi che andavano innanzi e indietro per questo affare. Finalmente nel mese d'agosto s'accordarono i due fratelli, e senza far parola del nipote Augusto, come se non fosse vivo, o niuna ragione avesse sopra quegli stati, li divisero fra loro. Toccò aLodovicore della Germania in sua parte l'Alsazia con Argentina, Basilea, Colonia, Treveri, Utrecht, Aquisgrana, parte della Borgogna moderna e della Frisia, Metz, e moltissimi altri luoghi e monisteri. Si può dire che il re Lodovico quegli fu che piantò veramente il regno germanico con quella grande estensione che fin quasi ai nostri giorni è durata; regno che maggiormente restò poi nobilitato con passare in esso l'imperio romano. Pervennero in sua parte al reCarlo CalvoLione, Besanzone, Vienna del Delfinato, Tongres, Tullo, Verdun, Cambray, Malines, il Brabante, l'Hannonia,Liegi, Bar, e una gran quantità d'altri luoghi e monisteri: con che restò moltissimo accresciuta la di lui potenza. Da tali memorie si scorgerà quanto ampiamente si stendesse il regno allora appellato dalla Lottaringia, ossia della Lorena. Dopo questa divisione e concordia arrivarono al re Lodovico quattro altri legati, cioèVibodo vescovodi Parma, due Giovanni e Pietro, anch'essi spediti dal papa, e con esso loro Bernardo conte inviato dall'imperador Lodovico, incaricati di sostenere e promuovere gl'interessi del medesimo Augusto. Allorchèpapa Adrianofece questa spedizione, non gli era giunta per anche notizia che i due re fratelli avessero divisa la preda. E perchè il re Lodovico gli avea dato dianzi di belle parole, nella lettera che esso papa gli scrive[Labbe, Concilior., tom. 8.], il loda perchè non ha imitato il re Carlo, cioè un usurpatore del regno del fu re Lottario imperadore, dovuto, secondo le leggi divine ed umane, al piissimo imperador suo figliuolo. Gli dice ancora che se il re Carlo non restituirà il mal tolto, esso papa è risoluto di portarsi in persona in Francia, e di procedere alle censure contra di un tale sprezzatore di Dio e delle apostoliche ammonizioni. Andarono questi legati a trovare anche il re Carlo, ma senza alcun frutto per conto di Lodovico imperadore; e per quello che riguarda il papa, ad altro tale spedizione non servì che a fargli intendere delle insolenti risposte date da esso re Carlo e dai vescovi del suo regno, capo dei quali eraIncmaro arcivescovodi Rems, uomo per dottrina e per petto famoso in questi tempi, che dovette trovar nel suo cervello qualche bella ragione per giustificare l'iniquità del re Carlo. L'anno fu questo, in cui riuscì all'imperador Lodovico di ridurre alle strette i Saraceni nella città di Bari. Grandi fatiche, gran dispendio di gente e di danaro era già costato a lui quell'assedio. Oltre a quanto si è detto di sopra, raccontanogli Annali di Metz[Annal. Francor. Metenses, tom. 3 Du-Chesne.]che l'esercito inviato in uno degli anni precedenti dal re Lottario in aiuto dell'Augusto suo fratello, per non essere assuefatto al soverchio caldo del ducato beneventano, oppresso anche dall'intemperie dell'aria, venne men quasi tutto.Plurimi etiam aranearum morsibus extinti sunt: cioè dalle tarantole, velenosi animaletti, anche oggidì sussistenti e famosi pel danno che recano in quelle contrade. Ma sì gloriosa fu l'ostinazione dell'Augusto Lodovico, che sul fine dell'anno presente ridusse quegl'infedeli a perdere la speranza di soccorso, e in tale stato, che furono in fine obbligati alla resa. Se vogliam seguitare il padre Pagi[Pagius, in Crit. Baron.], egli se ne impadronì nell'anno presente; tuttavia è da preferir Camillo Pellegrino[Peregrinus, Hist. Princip. Langob., P. II, tom. 2 Rer. Ital.], che differì all'anno seguente la presa di quella città; tal opinione coll'autorità di uno scrittore contemporaneo verrà da noi dimostrata non solo più verisimile, ma certa.
Mi fo io a credere che nell'anno presente succedesse ciò che l'Anonimo salernitano[Anonymus Salernitan., Paralipom., cap. 102 et 103.]scrisse, e vien confermato da una lettera dell'imperador Lodovico di cui parleremo all'anno seguente: cioè che riuscì alle armi cristiane d'esso Augusto di sconfiggere tre ammirati, e vogliam dire tre generali de' Saraceni, che guidando brigate di lor gente in gran numero, mettevano a sacco tutta la Calabria: il che diede non picciolo crollo alla lor potenza in quelle parti, e servì inoltre ad affamar Bari ed a facilitarne la conquista. Appartiene appunto a questo anno ciò che narra Andrea prete italiano[Andreas Presbyter, Chron. tom. I Rer. Germ. Menchenii.], ed autore di questi tempi, nella sua breve Cronica, pubblicata dal Menchenio. Ricorsero all'imperador Lodovico i popoli che restavano nella Calabriasotto il dominio de' Greci, pregandolo di aiuto, perchè i Saraceni avean ridotte in desolazione le lor città e chiese, e con esibirsi di darsi a lui, e di pagargli da lì innanzi tributo. Lodovico mossone a compassione, senza però accettar la loro offerta, inviò in soccorso loroOttone conte di Bergamo, ed Oschisio e Gariardo vescovi, i quali adunato un esercito, diedero addosso a que' Barbari, mentre placidamente se ne stavano mietendo i raccolti in certa valle, e fattane una grande strage, liberarono i prigioni cristiani. Portata questa nuova a Cincimo generale de' Saraceni abitante nella città di Amantea, si mosse con molte forze contra de' cristiani; ma anch'egli fu sbaragliato ed inseguito dai vincitori fino alle porte di quella città. Penetrò dipoi l'imperadore per mezzo delle spie che il suddetto Cincimo con un poderoso rinforzo a lui venuto per soccorrere Bari, avea risoluto di assalire i cristiani nel giorno del santo Natale, lusingandosi di trovarli sprovveduti e attenti solo alle divozioni. Pertanto ordinò che i suoi prima del giorno ascoltassero messa e si comunicassero, e poi prese l'armi uscissero contro alle masnade di quegli infedeli. Così fecero, e pieni di coraggio attaccarono con loro la zuffa sì vigorosamente, che li ruppero e ne fecero un copioso macello. Queste perdite quanto costernarono gli animi del soldano e dei suoi, altrettanto rallegrarono il popolo fedele di Gesù Cristo e del loro imperadore. Ci chiama ora a sè l'illustre città di Napoli. Era mancato di vitaSergio ducadi quella città, in qual anno precisamente nol so, con lasciar suo successore in quel ducatoGregorioil maggiore de' suoi figliuoli, dichiarato molto primamaestro de' militi, ed è lo stesso che direduca. Lasciò anche dopo di sè altri figliuoli, fra' qualiAtanasiogià creato vescovo di Napoli, uomo di santa vita, eStefanovescovo di Sorrento[Johann. Diaconus, in Vit. S. Athanasii Episcopi Neapol. P. II, tom. 2 Rer. Italic.]. Finchèvisse e regnò Gregorio, per esser egli uomo valoroso e savio, e peritissimo della lingua greca e latina, camminarono bene gli affari di quella città: e benchè l'imperadore Lodovico, allorchè nell'anno 866 venne coll'armi in quelle parti, si professasse mal soddisfatto di quel popolo, e forse anche del loro duca, pure il santo vescovo Atanasio, spedito incontro a lui, con sì buona maniera s'introdusse nella grazia di esso imperadore e dell'Augusta sua consorte, che non fece violenza alcuna a Napoli, e neppure vi entrò dentro. Da lì a non molto cadde malato Gregorio, e consultati i suoi fratelli, e massimamente Atanasio vescovo, dichiarò duca e collega suoSergio IIsuo figliuolo, al quale prima di morire raccomandò vivamente d'essere ubbidiente al prelato suo zio, e di regolarsi affatto col di lui parere; perchè così operando, bene sarebbe per lui, male, facendo il contrario. Di questi documenti si dimenticò ben presto lo sconsigliato giovane. La moglie sua, donna superba, non potea sofferire ch'egli si suggettasse ai consigli ed alle ammonizioni del santo prelato, e gli andava intonando all'orecchio, che se pur intendeva di comparire e di essere veramente principe, dovea non solo astenersi dall'averlo per consigliere, ma anche tenerlo lungi da sè, anzi sbrigarsi da quell'intoppo. Dalla lettera, che citeremo all'anno seguente, dell'imperador Lodovico, si ricava che fra l'altre ammonizioni del buon vescovo che amareggiavano il duca suo nipote e la moglie di lui, quella vi entrava di troncar l'amicizia coi Saraceni, o, per dir meglio, una specie di lega contratta con loro, e vergognosa troppo per un principe cristiano. De' Napoletani scrive così quell'imperadore[Epist. Ludov. II apud Anonym. Salern. cap. 106.]:Infidelibus arma et alimenta et cetera subsidia tribuentes, per totius imperii nostri litora eos ducunt; ut cum ipsis toties Petri Apostolorum principisfines furtim depraedari conantur, ita ut facta videatur Neapolis Panormum vel Africa. Quumque nostri quique Saracenos insequuntur, ipsi ut possint evadere, Neapolim fugiunt, quibus non est necessarium, Panormum repetere, sed Neapolim fugientes, ibidem quousque perviderint latitantes, rursus improviso ad exterminia redeunt.Ora tanto picchiarono in capo al duca Sergio la moglie ed altri perversi consiglieri, che il trassero a mettere in prigione il vescovo Atanasio e gli altri zii. Non si può dire che commozione eccitasse in tutta la città questo barbaro avvenimento. Altro non s'udiva che gemiti, urli e mormorazioni contra dell'iniquo principe. Però congregato tutto il clero sì greco che latino di quella città coi monaci, si portò al palazzo, chiedendo con grido la liberazione dell'amato loro prelato. Andò nelle furie Sergio, prese tempo a rispondere, e finalmente dopo sette dì, avendo inteso che i sacerdoti erano risoluti di scomunicarlo, di desistere dai sacri uffizii e di spogliar gli altari, rimise in libertà il buon vescovo. Incredibile per questo fu il giubilo e la festa di tutto il clero e popolo, in guisa che si pentì il duca d'averlo liberato, e cominciò a tenergli delle spie intorno, per sapere chi andava e veniva da lui; e da lì innanzi perseguitò a man salva gli ecclesiastici, oppresse le vedove e i poveri, perchè niuno più v'era che in lor favore aprisse la bocca. In questo anno, secondo la Cronica saracenica[Chron. Saracin., P. II tom. 2 Rer. Italic.], s'impadronirono i Mori dell'isola di Malta nel dì 20 d'agosto.