DCCCLXXVIII

DCCCLXXVIIIAnno diCristoDCCCLXXVIII. Indiz.XI.Giovanni VIIIpapa 7.Carlomannore d'Italia 2.Non si può negare:papa Giovannipoco genio avea per gli figliuoli diLodovico Ire di Germania; era egli tutto portato verso la casa dei re della Gallia, ossia de' Franzesi. Non potè astenersi il cardinal Baronio dal disapprovare la facilità, con cui egli corse a dar la corona dell'imperio aCarlo Calvo. Ma chi non sa qual forza abbiano i regali, e massimamente se grandi? Fors'anche non altronde procedette la persecuzione da lui fatta aFormoso vescovodi Porto, uomo lodatissimo de' suoi tempi, se non dallo averlo scoperto aderente ai Tedeschi, contrario ai Franzesi. Andava ben egli barcheggiando, e coprendo questi suoi genii e contraggenii; ma i fatti contra suo volere levavano la maschera al cuore. Si venne pertanto a scoprire, per quanto si può conghietturare, qualche intenzione o maneggio suo per levare al re Carlomanno il regno d'Italia, o almeno per non volerlo imperadore. Non potea esso Carlomanno accudire in persona a questi affari, perchè sequestrato dalla malattia in Baviera; e però diede commessione aLambertoduca di Spoleti e adAdalberto duca di Toscanadi far mutare pensiero ad esso pontefice. Ciò che operassero, udiamlo dagli Annali di Fulda[Annales Franc. Fuldenses.]:Lantbertus Witonis filius, et Albertus(lo stesso è che Adalbertus)Bonifacii filius, Romam cum manu valida ingressi sunt, et Johanne pontifice, sub custodia retento, optimates Romanorum, fidelitatem Karlomanno sacramento firmare coegerunt. Non si sa intendere il pretesto di una tale violenza, stante il non essere Carlomanno stato giammai imperador dei Romani, e il non essere tenuti i Romani a giurar fedeltà al re d'Italia;perchè senza dubbio Roma col suo ducato non era compresa nell'italico regno. Seguita a dir quello storico, che dappoichè furono usciti di Roma que' due principi, il papa fece portare dalla basilica di san Pietro tutte le cose preziose alla lateranense, vestì di cilicio l'altare di san Pietro, fece chiudere tutte le porte d'essa chiesa, e a chiunque veniva dalle varie parti della Cristianità per far quivi orazione, non era permesso l'entrarvi: risoluzione che fu riprovata dai buoni fedeli. Ciò fatto, salito in nave, pel Mediterraneo passò in Francia, e vi si trattenne quasi tutto quest'anno. Abbiamo varie lettere[Epist. 84, 85, etc. Johannis Papae VIII.]scritte da lui aGiovanni arcivescovodi Ravenna, il quale pare che in questi tempi fosse molto in grazia di questo pontefice; aBerengario conte, cioè al duca ossia marchese del Friuli, ch'egli chiamanato da regal prosapia, perchè figliuolo di Gisla, figliuola di Lodovico Pio Augusto, come fu detto di sopra; adAngilbergaAugusta; aLodovico Balbo, figliuolo di Carlo Calvo e re di Francia; aLodovico IIre di Germania; e finalmente allo stesso reCarlomanno, con rappresentare loro i gravissimi insulti fatti daLambertoeAdalbertoalla sua persona. Fra le altre cose dice all'arcivescovo di Ravenna e a Berengario, essere venuto Lamberto a Roma; aver preso una porta, ed occupata in tal maniera la città,ut nobis apud beatum Petrum consistentibus(erasi ritirato il papa nella città Leonina)nullam urbis Romae potestatem a piis imperatoribus beato Petro, ejusque vicario traditam, haberemus: parole che ci fanno intendere il sistema di Roma in questi tempi, cioè che i pontefici signoreggiavano in Roma, ma con podestà loro conceduta dagl'imperadori. Aggiugne aver esso Lamberto a forza di bastonate disturbata una processione fatta dai vescovi e dal clero a san Pietro: negato ai vescovi, sacerdoti e familiari del papa l'andarlo a trovare; introdotti in Roma senza licenza sua inemici ed infedeli suoi già scomunicati; dato il sacco a molti luoghi del territorio di san Pietro: per le quali iniquità ha fulminato contra di lui e diAdelbertomarchese o duca di Toscana la scomunica. Scrivendo poi aLodovico Balbore di Francia, adopera colori e titoli non certo convenienti alla gravità e mansuetudine pontificia, contra del duca Lamberto; ed aggiugne essersi egli portato a Roma con Rotilde sua sorella, da lui caricata con uno indecente nome,cum moecha sorore Rotilde, cumque complice suo infido Adelberto marchione, immo patriae praedone, per farsi imperadore, come correa la voce: voce nondimeno smentita dai fatti. Si scorge poi da un'altra lettera di esso papa[Epist. 164 Johannis Papae VIII.]cheAdelberto marcheseavea per moglieRotilde, e questa si vien ad intendere che era sorella di Lamberto duca di Spoleti, onorata con quel bel titolo da papa Giovanni. PregaBerengariodi far sapere tali eccessi al re Carlomanno, perchè Lambertoejus se voluntate jactat talia agere. Scrive poi una particolarità rilevante ad esso Carlomanno: cioè ch'egli era stato necessitato prima delle suddette violenze fattegli da' Cristiani ad accordarsi coi Saraceni, con pagar loro annualmente una pensione diventicinquemila mancusi, ossienomancosi, in argento, moneta di questi tempi, trovandosimancosi in oroemancosi in argento.Queste tribolazioni ed angustie, accompagnate ancora da minacce d'altre violenze, fecero risolvere papa Giovanni a passare in Francia, giacchè nudriva anche prima questa voglia, per implorare l'aiuto del re Lodovico Balbo. Andò per mare fino ad Arles, conducendo seco prigioneFormoso vescovodi Porto, già da lui scomunicato, non fidandosi di lasciarlo in Roma.Bosone duca[Annales Francor. Bertiniani.], che comandava le feste in Provenza, gli fece tutte le maggiori finezze, e l'accompagnò per tutta la Francia, siccome uomo di mire altissimesuggerite a lui dall'ambizione non men sua che della moglieErmengarda, figliuola di Lodovico II Augusto. Perchè Lodovico Balbo era infermo, gli convenne di andare a trovarlo a Troia, città della Sciampagna, dove tenne nel mese d'agosto un gran concilio, e fece confermar la scomunica contra de' duchi, cioè di Lamberto ed Adalberto, e contra di Formoso vescovo e di Gregorio nomenclatore. Coronò re di Francia il suddetto Lodovico, ma non già sua moglie per varii riguardi. Veggendo poi il poco capitale che potea farsi del medesimo re a cagion della sua poca sanità e del cattivo stato, in cui si trovava allora quel regno per le prepotenze e divisioni de' baroni e per le scorrerie de' Normanni, si attaccò il papa al suddetto Bosone duca di Provenza, che in compagnia della moglie Ermengarda per la Morienna e pel monte Cenisio il condusse sano e salvo a Torino, e di là a Pavia. Cosa manipolassero insieme esso papa Giovanni e Bosone, si raccoglie dagli Annali di Fulda, dove son queste parole:[Annal. Francor. Fuldenses.]Pontifex, assumto Bosone comite, cum magna ambitione in Italiam rediit, et cum eo machinari studuit, quomodo regnum italicum de potestate Carlomanni auferre, et ei tuendum committere potuisset. E che tale fosse il disegno di papa Giovanni, e ch'egli pensasse a farlo re d'Italia, ed anche imperadore, non servirà poco a farcelo credere una lettera da lui scritta alre Carlo, cioè a Carlo il Grosso, in cui gli fa sapere che per consiglio ed esortazione del re Lodovico Balbo[Epist. 119 Johannis Papae VIII.]Bosonem gloriosum principem per adoptionis gratiam filium meum effeci, ut ille in mundanis discursibus, nos libere in his, quae ad Deum pertinent vacare valeamus. Quapropter contenti termino regni vestri, pacem et quietem habere studete: quia modo et deinceps excommunicamus omnes, qui contra praedictum filium nostrum insurgere tentaverint. Un atto di questa fatta, e parole tali dicono molto. Parimenteallorchè egli arrivò ad Arles, avea scritto[Epist. 92 Johannis Papae VIII.]alla vedova imperadriceAngilbergadi aver quivi trovato:Bosonem principem generum vestrum, et filiam domnam Hermengardam, quos permissu Dei ad majores excelsioresque gradus modis omnibus, salvo nostro honore, promovere nihilominus desideramus. Giunto che fu papa Giovanni in Pavia, disegnò di quivi raunare nel dicembre un concilio col pretesto di trattar degli affari delle chiese, ma, secondo tutte le apparenze, per far broglio e procurar la deposizione del reCarlomanno, e nello stesso tempo l'assunzion diBosoneal regno d'Italia. A questo fine scrisse più lettere[Epis. 126, 127, etc. ejusdem.]adAnsperto arcivescovodi Milano, chiamandolo a Pavia co' suoi suffraganei; lo stesso fece aBerengario ducadel Friuli, aWibodo vescovodi Parma,Paolovescovo di Piacenza,Paolovescovo di Reggio eLeodinovescovo di Modena, e ad altri vescovi e conti. La disgrazia volle che niuno v'andò, perchè niuno si attentò di comparire ad un concilio tale senza licenza del re Carlomanno, nel cui regno si volea far questa sacra adunanza, e forse contra di lui. Neppure vi andòSupponeillustre conte, forse allora duca e marchese di Milano e della Lombardia. Gli scrive il papa di essere maravigliato[Epistola 130 ejusdem.],cur, ut audisti nos in tuos honores(così erano chiamati i governi dei conti, marchesi e duchi)venisse, obviam non concurreris. Aggiugne:Unde cernimus quoniam istud non ex corde, sed pro fidelitate tui senioris(cioè perchè era fedele a Carlomanno suo signore)taliter feceris: quod ideo pepercimus. Contuttociò il prega ed esorta di lasciar ogni altro affare, di venire a trovarlo,incitans etiam alios, quibus apostolicas literas misimus, ut et ipsi similiter faciant. Accortosi dunque papa Giovanni che niuna buona piega prendevano le sue politiche idee, se ne tornò (probabilmente per la via di Genova e del mare) a Roma,dove è degno di osservazione che fu scritto uno strumento con gli anni di Carlomanno, accennato dal Fiorentini[Niceta, in Vit. S. Ingnatii Constantinop.], cioè colle seguenti note:Regnante Carolomanno rex, anno regni in Italia secundo, XV kalendas novembris, Indictione XIII. Actum civitate Leoniana Urbis Romae, beati Petri Apostoli. Bosone anch'egli si restituì in Provenza, e giacchè non gli era venuto fatto il colpo in Lombardia, cominciò altre macchine per l'ingrandimento suo, delle quali parleremo all'anno seguente. Perciocchè venne in quest'anno a morteGiovanni arcivescovodi Ravenna, in cui luogo fu immediatamente elettoRomano, il sommo pontefice, siccome padrone di quella città, scrisse[Baron., Annales Eccl.]al popolo di Ravenna di avere inteso che Lamberto duca di Spoleti macchinava di entrare in quella città. E però ordina ad essi, sotto pena di mille pisanti, di non permettere ch'egli, nè alcuno de' suoi uomini, sia ammesso entro la città. Che in questi tempi il reCarlomannodimorasse in Baviera, lo abbiamo da varii documenti, e spezialmente in uno[Pagius, ad Annal. Baron.]scritto nel dìsesto d'ottobre, in cui concedè alla vedova imperadriceAngilbergaalcuni beni. Era passato a miglior vita nell'ottobre dell'anno precedentesant'Ignazio patriarcadi Costantinopoli: accidente che aprì l'adito al già depostoFoziodi rimettersi su quel trono patriarcale[Fiorent., Vita di Matilde, lib. 3. p. 24.], non senza biasimo diBasilio imperadordei Greci, che rialzò un uomo tale, dianzi sì solennemente riprovato in un general concilio della Chiesa tutta. Furono perciò attribuite dai buoni Cattolici a gastigo di Dio le disgrazie che ad esso Augusto accaddero di poi, con avergli la morte rapitoCostantinosuo primogenito, già creato imperadore, quel medesimo, a cuiLodovico IIimperador d'Occidente avea promessa in isposa l'unica sua figliuolaErmengarda. Il cardinalBaronio[Epistola 133, Johann. Papae VIII.]e il padre Pagi[Antiquit. Ital., Dissert. 17, p. 929.]differiscono la sua morte all'anno 879, non so ben dire, se con infallibil racconto.E fin qui s'era mantenuta forte contro tutti gli sforzi de' Mori e de' Saraceni la città di Siracusa, capitale allora della Sicilia, per la valorosa difesa dei Greci che n'erano padroni. Ma in quest'anno assediata da que' Barbari, e con varie sorte di macchine battuta, quantunque i cittadini e la guarnigion greca facessero di gran prodezze nella difesa[Constantinus Porphyrogenn., in Vit. Basilii Imper.], fu miseramente presa, messa a fil di spada la maggior parte di que' Cristiani, e dopo un general sacco con incredibil bottino, perchè era città ricchissima, tutta data alle fiamme. Trovasi descritta questa miserabil tragedia da Teodosio monaco contemporaneo in una lettera già data alla luce da Rocco Pirro, e da me ristampata[Rer. Ital. P. I. tom. 2.]. Pretese l'abbate Carusi, uomo dotto, che la presa di Siracusa accadesse non già in quest'anno, ma bensì nell'anno 880. Tuttavia non paiono convincenti le ragioni che egli reca, e si vuol confrontarle con altre addotte dal padre Pagi, per provar succeduta questa perdita de' Cristiani nell'anno presente. Aggiungasi ora la testimonianza della Cronica saracenica, pubblicata dallo stesso Carusi, che parimente si legge in essa mia Raccolta, dove all'anno 878 sono le seguenti parole:Captae sunt Syracusae vicesimo primo maii, feria quarta. Cadde appunto il dì 21 di maggio del presente anno in mercordì. La perdita di Siracusa si tirò dietro quella di tutti gli altri luoghi fin allora conservati dai Greci in Sicilia, e tutti poi, per attestato di Cedreno[Cedren. in Annal. de Niceph. Phoca.], furono smantellati dai vittoriosi Mori, fuorchè Palermo, città che, scelta per loro fortezza, crebbe da lì innanzi in popolazione e grandezza, e divenne poi capo di quella sì riguardevolisola; del che gran doglia provarono i Cristiani non men dell'Occidente che dell'Oriente.

Non si può negare:papa Giovannipoco genio avea per gli figliuoli diLodovico Ire di Germania; era egli tutto portato verso la casa dei re della Gallia, ossia de' Franzesi. Non potè astenersi il cardinal Baronio dal disapprovare la facilità, con cui egli corse a dar la corona dell'imperio aCarlo Calvo. Ma chi non sa qual forza abbiano i regali, e massimamente se grandi? Fors'anche non altronde procedette la persecuzione da lui fatta aFormoso vescovodi Porto, uomo lodatissimo de' suoi tempi, se non dallo averlo scoperto aderente ai Tedeschi, contrario ai Franzesi. Andava ben egli barcheggiando, e coprendo questi suoi genii e contraggenii; ma i fatti contra suo volere levavano la maschera al cuore. Si venne pertanto a scoprire, per quanto si può conghietturare, qualche intenzione o maneggio suo per levare al re Carlomanno il regno d'Italia, o almeno per non volerlo imperadore. Non potea esso Carlomanno accudire in persona a questi affari, perchè sequestrato dalla malattia in Baviera; e però diede commessione aLambertoduca di Spoleti e adAdalberto duca di Toscanadi far mutare pensiero ad esso pontefice. Ciò che operassero, udiamlo dagli Annali di Fulda[Annales Franc. Fuldenses.]:Lantbertus Witonis filius, et Albertus(lo stesso è che Adalbertus)Bonifacii filius, Romam cum manu valida ingressi sunt, et Johanne pontifice, sub custodia retento, optimates Romanorum, fidelitatem Karlomanno sacramento firmare coegerunt. Non si sa intendere il pretesto di una tale violenza, stante il non essere Carlomanno stato giammai imperador dei Romani, e il non essere tenuti i Romani a giurar fedeltà al re d'Italia;perchè senza dubbio Roma col suo ducato non era compresa nell'italico regno. Seguita a dir quello storico, che dappoichè furono usciti di Roma que' due principi, il papa fece portare dalla basilica di san Pietro tutte le cose preziose alla lateranense, vestì di cilicio l'altare di san Pietro, fece chiudere tutte le porte d'essa chiesa, e a chiunque veniva dalle varie parti della Cristianità per far quivi orazione, non era permesso l'entrarvi: risoluzione che fu riprovata dai buoni fedeli. Ciò fatto, salito in nave, pel Mediterraneo passò in Francia, e vi si trattenne quasi tutto quest'anno. Abbiamo varie lettere[Epist. 84, 85, etc. Johannis Papae VIII.]scritte da lui aGiovanni arcivescovodi Ravenna, il quale pare che in questi tempi fosse molto in grazia di questo pontefice; aBerengario conte, cioè al duca ossia marchese del Friuli, ch'egli chiamanato da regal prosapia, perchè figliuolo di Gisla, figliuola di Lodovico Pio Augusto, come fu detto di sopra; adAngilbergaAugusta; aLodovico Balbo, figliuolo di Carlo Calvo e re di Francia; aLodovico IIre di Germania; e finalmente allo stesso reCarlomanno, con rappresentare loro i gravissimi insulti fatti daLambertoeAdalbertoalla sua persona. Fra le altre cose dice all'arcivescovo di Ravenna e a Berengario, essere venuto Lamberto a Roma; aver preso una porta, ed occupata in tal maniera la città,ut nobis apud beatum Petrum consistentibus(erasi ritirato il papa nella città Leonina)nullam urbis Romae potestatem a piis imperatoribus beato Petro, ejusque vicario traditam, haberemus: parole che ci fanno intendere il sistema di Roma in questi tempi, cioè che i pontefici signoreggiavano in Roma, ma con podestà loro conceduta dagl'imperadori. Aggiugne aver esso Lamberto a forza di bastonate disturbata una processione fatta dai vescovi e dal clero a san Pietro: negato ai vescovi, sacerdoti e familiari del papa l'andarlo a trovare; introdotti in Roma senza licenza sua inemici ed infedeli suoi già scomunicati; dato il sacco a molti luoghi del territorio di san Pietro: per le quali iniquità ha fulminato contra di lui e diAdelbertomarchese o duca di Toscana la scomunica. Scrivendo poi aLodovico Balbore di Francia, adopera colori e titoli non certo convenienti alla gravità e mansuetudine pontificia, contra del duca Lamberto; ed aggiugne essersi egli portato a Roma con Rotilde sua sorella, da lui caricata con uno indecente nome,cum moecha sorore Rotilde, cumque complice suo infido Adelberto marchione, immo patriae praedone, per farsi imperadore, come correa la voce: voce nondimeno smentita dai fatti. Si scorge poi da un'altra lettera di esso papa[Epist. 164 Johannis Papae VIII.]cheAdelberto marcheseavea per moglieRotilde, e questa si vien ad intendere che era sorella di Lamberto duca di Spoleti, onorata con quel bel titolo da papa Giovanni. PregaBerengariodi far sapere tali eccessi al re Carlomanno, perchè Lambertoejus se voluntate jactat talia agere. Scrive poi una particolarità rilevante ad esso Carlomanno: cioè ch'egli era stato necessitato prima delle suddette violenze fattegli da' Cristiani ad accordarsi coi Saraceni, con pagar loro annualmente una pensione diventicinquemila mancusi, ossienomancosi, in argento, moneta di questi tempi, trovandosimancosi in oroemancosi in argento.

Queste tribolazioni ed angustie, accompagnate ancora da minacce d'altre violenze, fecero risolvere papa Giovanni a passare in Francia, giacchè nudriva anche prima questa voglia, per implorare l'aiuto del re Lodovico Balbo. Andò per mare fino ad Arles, conducendo seco prigioneFormoso vescovodi Porto, già da lui scomunicato, non fidandosi di lasciarlo in Roma.Bosone duca[Annales Francor. Bertiniani.], che comandava le feste in Provenza, gli fece tutte le maggiori finezze, e l'accompagnò per tutta la Francia, siccome uomo di mire altissimesuggerite a lui dall'ambizione non men sua che della moglieErmengarda, figliuola di Lodovico II Augusto. Perchè Lodovico Balbo era infermo, gli convenne di andare a trovarlo a Troia, città della Sciampagna, dove tenne nel mese d'agosto un gran concilio, e fece confermar la scomunica contra de' duchi, cioè di Lamberto ed Adalberto, e contra di Formoso vescovo e di Gregorio nomenclatore. Coronò re di Francia il suddetto Lodovico, ma non già sua moglie per varii riguardi. Veggendo poi il poco capitale che potea farsi del medesimo re a cagion della sua poca sanità e del cattivo stato, in cui si trovava allora quel regno per le prepotenze e divisioni de' baroni e per le scorrerie de' Normanni, si attaccò il papa al suddetto Bosone duca di Provenza, che in compagnia della moglie Ermengarda per la Morienna e pel monte Cenisio il condusse sano e salvo a Torino, e di là a Pavia. Cosa manipolassero insieme esso papa Giovanni e Bosone, si raccoglie dagli Annali di Fulda, dove son queste parole:[Annal. Francor. Fuldenses.]Pontifex, assumto Bosone comite, cum magna ambitione in Italiam rediit, et cum eo machinari studuit, quomodo regnum italicum de potestate Carlomanni auferre, et ei tuendum committere potuisset. E che tale fosse il disegno di papa Giovanni, e ch'egli pensasse a farlo re d'Italia, ed anche imperadore, non servirà poco a farcelo credere una lettera da lui scritta alre Carlo, cioè a Carlo il Grosso, in cui gli fa sapere che per consiglio ed esortazione del re Lodovico Balbo[Epist. 119 Johannis Papae VIII.]Bosonem gloriosum principem per adoptionis gratiam filium meum effeci, ut ille in mundanis discursibus, nos libere in his, quae ad Deum pertinent vacare valeamus. Quapropter contenti termino regni vestri, pacem et quietem habere studete: quia modo et deinceps excommunicamus omnes, qui contra praedictum filium nostrum insurgere tentaverint. Un atto di questa fatta, e parole tali dicono molto. Parimenteallorchè egli arrivò ad Arles, avea scritto[Epist. 92 Johannis Papae VIII.]alla vedova imperadriceAngilbergadi aver quivi trovato:Bosonem principem generum vestrum, et filiam domnam Hermengardam, quos permissu Dei ad majores excelsioresque gradus modis omnibus, salvo nostro honore, promovere nihilominus desideramus. Giunto che fu papa Giovanni in Pavia, disegnò di quivi raunare nel dicembre un concilio col pretesto di trattar degli affari delle chiese, ma, secondo tutte le apparenze, per far broglio e procurar la deposizione del reCarlomanno, e nello stesso tempo l'assunzion diBosoneal regno d'Italia. A questo fine scrisse più lettere[Epis. 126, 127, etc. ejusdem.]adAnsperto arcivescovodi Milano, chiamandolo a Pavia co' suoi suffraganei; lo stesso fece aBerengario ducadel Friuli, aWibodo vescovodi Parma,Paolovescovo di Piacenza,Paolovescovo di Reggio eLeodinovescovo di Modena, e ad altri vescovi e conti. La disgrazia volle che niuno v'andò, perchè niuno si attentò di comparire ad un concilio tale senza licenza del re Carlomanno, nel cui regno si volea far questa sacra adunanza, e forse contra di lui. Neppure vi andòSupponeillustre conte, forse allora duca e marchese di Milano e della Lombardia. Gli scrive il papa di essere maravigliato[Epistola 130 ejusdem.],cur, ut audisti nos in tuos honores(così erano chiamati i governi dei conti, marchesi e duchi)venisse, obviam non concurreris. Aggiugne:Unde cernimus quoniam istud non ex corde, sed pro fidelitate tui senioris(cioè perchè era fedele a Carlomanno suo signore)taliter feceris: quod ideo pepercimus. Contuttociò il prega ed esorta di lasciar ogni altro affare, di venire a trovarlo,incitans etiam alios, quibus apostolicas literas misimus, ut et ipsi similiter faciant. Accortosi dunque papa Giovanni che niuna buona piega prendevano le sue politiche idee, se ne tornò (probabilmente per la via di Genova e del mare) a Roma,dove è degno di osservazione che fu scritto uno strumento con gli anni di Carlomanno, accennato dal Fiorentini[Niceta, in Vit. S. Ingnatii Constantinop.], cioè colle seguenti note:Regnante Carolomanno rex, anno regni in Italia secundo, XV kalendas novembris, Indictione XIII. Actum civitate Leoniana Urbis Romae, beati Petri Apostoli. Bosone anch'egli si restituì in Provenza, e giacchè non gli era venuto fatto il colpo in Lombardia, cominciò altre macchine per l'ingrandimento suo, delle quali parleremo all'anno seguente. Perciocchè venne in quest'anno a morteGiovanni arcivescovodi Ravenna, in cui luogo fu immediatamente elettoRomano, il sommo pontefice, siccome padrone di quella città, scrisse[Baron., Annales Eccl.]al popolo di Ravenna di avere inteso che Lamberto duca di Spoleti macchinava di entrare in quella città. E però ordina ad essi, sotto pena di mille pisanti, di non permettere ch'egli, nè alcuno de' suoi uomini, sia ammesso entro la città. Che in questi tempi il reCarlomannodimorasse in Baviera, lo abbiamo da varii documenti, e spezialmente in uno[Pagius, ad Annal. Baron.]scritto nel dìsesto d'ottobre, in cui concedè alla vedova imperadriceAngilbergaalcuni beni. Era passato a miglior vita nell'ottobre dell'anno precedentesant'Ignazio patriarcadi Costantinopoli: accidente che aprì l'adito al già depostoFoziodi rimettersi su quel trono patriarcale[Fiorent., Vita di Matilde, lib. 3. p. 24.], non senza biasimo diBasilio imperadordei Greci, che rialzò un uomo tale, dianzi sì solennemente riprovato in un general concilio della Chiesa tutta. Furono perciò attribuite dai buoni Cattolici a gastigo di Dio le disgrazie che ad esso Augusto accaddero di poi, con avergli la morte rapitoCostantinosuo primogenito, già creato imperadore, quel medesimo, a cuiLodovico IIimperador d'Occidente avea promessa in isposa l'unica sua figliuolaErmengarda. Il cardinalBaronio[Epistola 133, Johann. Papae VIII.]e il padre Pagi[Antiquit. Ital., Dissert. 17, p. 929.]differiscono la sua morte all'anno 879, non so ben dire, se con infallibil racconto.

E fin qui s'era mantenuta forte contro tutti gli sforzi de' Mori e de' Saraceni la città di Siracusa, capitale allora della Sicilia, per la valorosa difesa dei Greci che n'erano padroni. Ma in quest'anno assediata da que' Barbari, e con varie sorte di macchine battuta, quantunque i cittadini e la guarnigion greca facessero di gran prodezze nella difesa[Constantinus Porphyrogenn., in Vit. Basilii Imper.], fu miseramente presa, messa a fil di spada la maggior parte di que' Cristiani, e dopo un general sacco con incredibil bottino, perchè era città ricchissima, tutta data alle fiamme. Trovasi descritta questa miserabil tragedia da Teodosio monaco contemporaneo in una lettera già data alla luce da Rocco Pirro, e da me ristampata[Rer. Ital. P. I. tom. 2.]. Pretese l'abbate Carusi, uomo dotto, che la presa di Siracusa accadesse non già in quest'anno, ma bensì nell'anno 880. Tuttavia non paiono convincenti le ragioni che egli reca, e si vuol confrontarle con altre addotte dal padre Pagi, per provar succeduta questa perdita de' Cristiani nell'anno presente. Aggiungasi ora la testimonianza della Cronica saracenica, pubblicata dallo stesso Carusi, che parimente si legge in essa mia Raccolta, dove all'anno 878 sono le seguenti parole:Captae sunt Syracusae vicesimo primo maii, feria quarta. Cadde appunto il dì 21 di maggio del presente anno in mercordì. La perdita di Siracusa si tirò dietro quella di tutti gli altri luoghi fin allora conservati dai Greci in Sicilia, e tutti poi, per attestato di Cedreno[Cedren. in Annal. de Niceph. Phoca.], furono smantellati dai vittoriosi Mori, fuorchè Palermo, città che, scelta per loro fortezza, crebbe da lì innanzi in popolazione e grandezza, e divenne poi capo di quella sì riguardevolisola; del che gran doglia provarono i Cristiani non men dell'Occidente che dell'Oriente.


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