DCCCLXXXIXAnno diCristoDCCCLXXXIX. Indiz.VII.StefanoV papa 5.Berengariore d'Italia 2.Guidore d'Italia 1.O non seguì il congresso di cui si era convenuto fra ilre Berengarioe ilduca Guido; o se seguì, non ne risultò accordo veruno, e fu perciò rimessa alladecision dell'armi la contesa del regno. Accudirono dunque amendue questi competitori nel verno e nella primavera a rinforzar le loro armate: al che fu necessario gran tempo, perchè Guido fece venir di Francia non poche brigate di combattenti. Veggonsi descritte dal panegirista suddetto[Anonym., Panegyr. Berengar. P. I, tom. 2 Rerum Italic.]le di lui schiere. Cinquecento fanti, calati dalla Francia, erano comandati daAscarioossiaAnscariofratello di Guido. Menava trecento cavalliGaussino; altrettantiUberto. Seguitavano le milizie della Toscana, se pure col nome dityrrhena juventusnon vuole il poeta disegnareSpoleti. Venivano appresso mille soldati diCamerino. PosciaAlbericocon cento pedoni, sperando di acquistarsi tal merito, che ne avesse poi in ricompensa il ducato di Camerino. Concorse eziandioRiniericon altre soldatesche, eGuglielmoche menava trecento corazze. Condottier di altrettante eraUbaldo, che fu padre di quelBonifazioche noi vedremo a suo tempo duca potentissimo di Spoleti e di Camerino. Succederono in fine alcune migliaia di gente avvezza non alle spade, ma solo agli aratri. Tale era l'armata di Guido. Ragunò anche Berengario quante genti potè.Gualfredo, che era, oppure che fu poi creato marchese del Friuli, marciava alla testa di tremila Furlani. Veniva poiUnrococon due altri fratelli, tutti figliuoli diSupponegià duca di Spoleti, e dipoi, secondo le apparenze, duca di Lombardia, e suocero probabilmente del re Berengario, conducendo mille e cinquecento corazze. MarciavanoLeutoneeBernardosuo fratello con mille dugento cavalli tedeschi. Poscia unAlbericocon cinquecento altri cavalli, forse anch'essi tratti dalla Germania. Succedevano poi altre soldatesche sotto il comando di unBonifazio, di unBerardo, di unAzzoferoce e di unOlrico, che era o fu poi marchese, e signoreggiava presso all'Adriatico, oltre ad una granfolla di rustiche milizie. Non è a noi possibile oggidì lo scifrare di quali città o luoghi fossero tutti questi condottieri d'armi. Attesta il suddetto poeta che in quelle armate alcuni vescovi ancora si trovarono maneggianti, in vece di pastorali, spade e lance; ma per la riputazione del sacro lor ministero non li vuol nominare. Regnava tuttavia in questo secolo un tale abuso, del quale s'è parlato altrove. Si venne finalmente alla seconda giornata campale, ma non già sul bresciano, come pensò Liutprando, ma, per quanto si può conghietturare, alla Trebbia sul piacentino. Ho io dato alla luce un diploma del medesimo Guido[Antiq. Ital., Dissert. XXXIV.], scrittoIX kal. maii anno Incarnationis Domini DCCCLXXXVIIII, Indictione VIII, Actum Placentiae. Potrebbe questo documento comprovar ch'egli appunto si trovasse in Piacenza nel dì 23 di aprile di quest'anno, cioè prima o dopo il sopraddetto conflitto, se non che abbiam qui laIndictione VIIIche non s'accorda coll'anno 889, ed appartiene all'anno susseguente, convenendo per altro tutto il resto ad un autentico diploma. E si osservi che quivi Guido conta già l'anno II del regno: segno ch'egli, per non essere da meno di Berengario, avesse cominciato a dedurre il principio del suo regno dalla morte di Carlo il Grosso; ma forse fu dato quel diploma solamente nell'anno appresso. Abbiamo poeticamente descritto questo fatto d'arme, che costò la vita a parecchie migliaia di persone, dal panegirista di Berengario. Ma chi ne bramasse una più minuta ed esatta descrizione, non ha che a leggere la storia di Spoleti di Bernardino de' conti di Campello[Campelli, Istor. di Spoleti, lib. 9.], il quale, benchè vivesse e scrivesse nell'anno 1672, pure dovette aver la fortuna di trovarsi presente, e di mirar tutte le circostanze di quel sanguinoso conflitto, ch'egli credette fatto sul bresciano, e ch'io più verisimilmente tengo succeduto sul piacentino.Quantunque il poeta anonimo nel panegirico di Berengario asserisca, aver la notte fatto ritirare ai lor campi le infuriate armate di Berengario e di Guido; pure il suo silenzio e gli effetti succeduti danno abbastanza ad intendere che ne riportò la peggio Berengario. Scrive Reginone[Regino, in Chronico.], che dopo insorta la gara fra questi due principi,tanta strages ex utraque parte postmodum facta est, tantusque humanus sanguis effusus, ut juxta dominicam vocem, regnum in se ipsum divisum, desolationis miseriam paene incurrerit. Ad postremum Wido victor existens, Berengarium regno expulit. Ma non sussiste che riuscisse a Guido di cacciar Berengario fuori del regno. Questi tenne sempre saldo il ducato del Friuli, e fece sua residenza in Verona. Soggiornava egli in questa medesima città nel dì 10 di settembre del presente anno, come costa da un suo diploma ch'io ho pubblicato[Antiquit. Ital., Dissert. XVII.], le cui note sono:Data IV idus septembris anno Incarnationis Domini DCCCLXXXVIII, anno vero regni domni Berengarii gloriosissimi regis II, Indictione VIII. Actum Veronae. Il truovo io anche in Cremona, e padrone tuttavia di Brescia nel dì 18 d'agosto, ciò apparendo da un suo diploma pubblicato dal Margarino, e datoXV kalendas septembris anno Incarnationis Domini DCCCLXXXIX, anno vero regni domni Berengarii II. Indictione VII. Liutprando[Liutprandus, Hist. lib. 1, cap. 6.]attesta che nella seconda battaglia,quum maxima strages fieret, fuga se se Berengarius liberavit. Ragionevolmente dunque si può credere che dopo rimasto in questa campal giornata depresso Berengario, venisse in mano di Guido Pavia e Milano con altre città della Lombardia.Non ho io saputo intendere perchè il padre Pagi[Pagius, in Annales Baron.]parli delle due suddette battaglie solamente all'anno 892. Senzaqualche fatto d'arme non sarebbe entrato Guido in possesso di Pavia e della Lombardia. Ora noi abbiamo, che stando esso Guido nella città di Pavia, avendo fatta raunare in quella città una gran dieta di vescovi delle città a lui suggette, si fece solennemente eleggere re d'Italia. L'atto di questa elezione si truova dato alla luce nella mia RaccoltaRerum italicarum[Rerum Ital., P. I, tom. 2.], e di nuovo nelle mie Antichità italiche[Antiquit. Ital., Dissert. III.]. Ricordano que' vescovi in esso decretobella horribilia,cladesque nefandissimasfino allora succedute, e tanti mali, che sarebbe impossibile il contarli o scriverli. Aggiungono aver eglino consentito di accettare per re Berengario (senza nondimeno nominarlo)volentes nolentesque minis diversis et suasionibus inretiti furtive ac fraudulenter. Dicono di più che i nemici,superveniente perspicuo principe Widone bis jam fuga lapsi, ut fumus, evanuerunt; il che è da temere che fosse dettato dall'adulazione. Pertanto di comun parere eleggonopraefatum magnanimum principem Widonem ad protegendum et regaliter gubernandum nos in regem et seniorem, ec., giacchè egli si è obbligato di amare e di esaltar la santa Chiesa romana, e di conservare i diritti dell'altre chiese, e le leggi de' popoli, e di non permettere le rapine, e di volere la pace. Non si sa che ilre Guidofacesse altra impresa in quest'anno, avendo egli probabilmente atteso ad assicurarsi dei voti favorevoli dei suddetti vescovi, e a ridurre in suo potere quelle città della Lombardia che tardavano ad umiliarsi alla fortuna delle armi di lui. All'incontroBerengarioè da credere che si applicasse tutto a fortificarsi in Verona, e a cercar soccorsi dalla Germania, siccome in fatti vedremo all'anno susseguente. Nel presente la vedova imperadriceAngilbergapresentendo o temendo cheArnolfo redi Germania meditasse d'impadronirsi del regno d'Italia, ricorse a lui affinchè le confermasse i beni da lei godutiin esso regno; e a tal fine spedì in GermaniaErmengardasua figliuola, regina di Provenza, vedova del re Bosone. Vien rapportato dal Campi[Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.]quel diploma, datoII idus junii anno dominicae Incarnationis DCCCLXXXIX, Indictione VII, anno secundo piissimi regis Arnulfi. Actum Forachen. Ma Ermengarda per altri più importanti affari s'era portata in Germania, siccome vedremo. Abbiamo accennato di sopra che circa questi tempi si cominciarono a conoscere in Germania e in Italia gliUngri, o vogliamo dire gliUngheri. Ora si vuol aggiugnere la terribile descrizione di questa fiera nazione, che poi divenne il flagello dell'Italia, a noi lasciata descritta da Reginone[Rhegino, in Chronico.]sotto quest'anno.La ferocissima gente, dice egli,degli Ungheri, più crudel d'ogni fiera, non mai udita nè nominata in Occidente ne' secoli addietro, uscì dai regni della Scitia, cioè della Tartaria, e dalle paludi del fiume Tanai. Costoro non coltivano se non di rado la terra, non hanno casa o tetto, non luogo stabile; ma(a guisa degli Arabi)coi loro armenti e colle loro gregge vanno qua e là vagando, conducendo seco le mogli e i figliuoli sopra le carrette coperte di cuoio, delle quali in tempo di pioggia e di verno si servono in vece di case. Gran delitto è presso di loro il furto. Non appetiscono l'oro e l'argento, come fan gli altri uomini. Il loro piacere è nella caccia e nella pesca. Si cibano di latte e miele. Non usano vesti di lana, supplendo al bisogno con pelli di fiere per guardarsi dai freddi continui nelle loro contrade. Spinti costoro fuori del proprio paese da altri Tartari chiamati Pezinanti, perchè non bastava alla cresciuta lor popolazione quella terra, vennero nella Pannonia; e scacciati o sottomessi gli Unni, appellati anche Avari(benchè Tartari anch'essi di nazione),s'impadronirono di quel regno: di là cominciarono a far delle scorrerie nella Bulgaria, nella Moravia e nella Carintia, uccidendopochi colle spade, ma molte migliaia di persone colle saette, scagliate da loro con tal maestria, che difficilmente se ne possono schivare i colpi. Non sanno combattere da vicino in forma di battaglia. Combattono a tutta corsa coi cavalli, fingendo di quando in quando di fuggire, e bene spesso quando talun si crede di averli vinti, si truova più che mai in pericolo di esser vinto.Negli Usseri moderni, discendenti da essi, dura anche oggidì parte di questi loro costumi. Seguita a dire:Vivono a guisa di fiere, e non d'uomini; e fama è che mangino carne cruda, e bevano sangue. Inumani al maggior segno, in quei cuori non entra compassione o misericordia alcuna. Si radono il crine sino alla cute. Con gran cura insegnano ai loro figliuoli e servi l'arte del cavalcare e saettare. Gente superba, sediziosa, fraudolenta; e truovasi la medesima ferocia nelle femmine che nei maschi: gente di poche parole, ma di molti fatti.Tali erano gli Ungri, da' quali prese la Pannonia il nuovo nome d'Ungheria, popolo nefando, la cui crudeltà in breve si vedrà venir a desolare il meglio dell'infelice Italia. Cedreno[Cedren., in Annal.]dà a questa barbarica nazione anche il nome diTurchi, nome che si stendeva a non poche popolazioni della Tartaria, e si è udito già più volte ne' secoli antecedenti.
O non seguì il congresso di cui si era convenuto fra ilre Berengarioe ilduca Guido; o se seguì, non ne risultò accordo veruno, e fu perciò rimessa alladecision dell'armi la contesa del regno. Accudirono dunque amendue questi competitori nel verno e nella primavera a rinforzar le loro armate: al che fu necessario gran tempo, perchè Guido fece venir di Francia non poche brigate di combattenti. Veggonsi descritte dal panegirista suddetto[Anonym., Panegyr. Berengar. P. I, tom. 2 Rerum Italic.]le di lui schiere. Cinquecento fanti, calati dalla Francia, erano comandati daAscarioossiaAnscariofratello di Guido. Menava trecento cavalliGaussino; altrettantiUberto. Seguitavano le milizie della Toscana, se pure col nome dityrrhena juventusnon vuole il poeta disegnareSpoleti. Venivano appresso mille soldati diCamerino. PosciaAlbericocon cento pedoni, sperando di acquistarsi tal merito, che ne avesse poi in ricompensa il ducato di Camerino. Concorse eziandioRiniericon altre soldatesche, eGuglielmoche menava trecento corazze. Condottier di altrettante eraUbaldo, che fu padre di quelBonifazioche noi vedremo a suo tempo duca potentissimo di Spoleti e di Camerino. Succederono in fine alcune migliaia di gente avvezza non alle spade, ma solo agli aratri. Tale era l'armata di Guido. Ragunò anche Berengario quante genti potè.Gualfredo, che era, oppure che fu poi creato marchese del Friuli, marciava alla testa di tremila Furlani. Veniva poiUnrococon due altri fratelli, tutti figliuoli diSupponegià duca di Spoleti, e dipoi, secondo le apparenze, duca di Lombardia, e suocero probabilmente del re Berengario, conducendo mille e cinquecento corazze. MarciavanoLeutoneeBernardosuo fratello con mille dugento cavalli tedeschi. Poscia unAlbericocon cinquecento altri cavalli, forse anch'essi tratti dalla Germania. Succedevano poi altre soldatesche sotto il comando di unBonifazio, di unBerardo, di unAzzoferoce e di unOlrico, che era o fu poi marchese, e signoreggiava presso all'Adriatico, oltre ad una granfolla di rustiche milizie. Non è a noi possibile oggidì lo scifrare di quali città o luoghi fossero tutti questi condottieri d'armi. Attesta il suddetto poeta che in quelle armate alcuni vescovi ancora si trovarono maneggianti, in vece di pastorali, spade e lance; ma per la riputazione del sacro lor ministero non li vuol nominare. Regnava tuttavia in questo secolo un tale abuso, del quale s'è parlato altrove. Si venne finalmente alla seconda giornata campale, ma non già sul bresciano, come pensò Liutprando, ma, per quanto si può conghietturare, alla Trebbia sul piacentino. Ho io dato alla luce un diploma del medesimo Guido[Antiq. Ital., Dissert. XXXIV.], scrittoIX kal. maii anno Incarnationis Domini DCCCLXXXVIIII, Indictione VIII, Actum Placentiae. Potrebbe questo documento comprovar ch'egli appunto si trovasse in Piacenza nel dì 23 di aprile di quest'anno, cioè prima o dopo il sopraddetto conflitto, se non che abbiam qui laIndictione VIIIche non s'accorda coll'anno 889, ed appartiene all'anno susseguente, convenendo per altro tutto il resto ad un autentico diploma. E si osservi che quivi Guido conta già l'anno II del regno: segno ch'egli, per non essere da meno di Berengario, avesse cominciato a dedurre il principio del suo regno dalla morte di Carlo il Grosso; ma forse fu dato quel diploma solamente nell'anno appresso. Abbiamo poeticamente descritto questo fatto d'arme, che costò la vita a parecchie migliaia di persone, dal panegirista di Berengario. Ma chi ne bramasse una più minuta ed esatta descrizione, non ha che a leggere la storia di Spoleti di Bernardino de' conti di Campello[Campelli, Istor. di Spoleti, lib. 9.], il quale, benchè vivesse e scrivesse nell'anno 1672, pure dovette aver la fortuna di trovarsi presente, e di mirar tutte le circostanze di quel sanguinoso conflitto, ch'egli credette fatto sul bresciano, e ch'io più verisimilmente tengo succeduto sul piacentino.Quantunque il poeta anonimo nel panegirico di Berengario asserisca, aver la notte fatto ritirare ai lor campi le infuriate armate di Berengario e di Guido; pure il suo silenzio e gli effetti succeduti danno abbastanza ad intendere che ne riportò la peggio Berengario. Scrive Reginone[Regino, in Chronico.], che dopo insorta la gara fra questi due principi,tanta strages ex utraque parte postmodum facta est, tantusque humanus sanguis effusus, ut juxta dominicam vocem, regnum in se ipsum divisum, desolationis miseriam paene incurrerit. Ad postremum Wido victor existens, Berengarium regno expulit. Ma non sussiste che riuscisse a Guido di cacciar Berengario fuori del regno. Questi tenne sempre saldo il ducato del Friuli, e fece sua residenza in Verona. Soggiornava egli in questa medesima città nel dì 10 di settembre del presente anno, come costa da un suo diploma ch'io ho pubblicato[Antiquit. Ital., Dissert. XVII.], le cui note sono:Data IV idus septembris anno Incarnationis Domini DCCCLXXXVIII, anno vero regni domni Berengarii gloriosissimi regis II, Indictione VIII. Actum Veronae. Il truovo io anche in Cremona, e padrone tuttavia di Brescia nel dì 18 d'agosto, ciò apparendo da un suo diploma pubblicato dal Margarino, e datoXV kalendas septembris anno Incarnationis Domini DCCCLXXXIX, anno vero regni domni Berengarii II. Indictione VII. Liutprando[Liutprandus, Hist. lib. 1, cap. 6.]attesta che nella seconda battaglia,quum maxima strages fieret, fuga se se Berengarius liberavit. Ragionevolmente dunque si può credere che dopo rimasto in questa campal giornata depresso Berengario, venisse in mano di Guido Pavia e Milano con altre città della Lombardia.
Non ho io saputo intendere perchè il padre Pagi[Pagius, in Annales Baron.]parli delle due suddette battaglie solamente all'anno 892. Senzaqualche fatto d'arme non sarebbe entrato Guido in possesso di Pavia e della Lombardia. Ora noi abbiamo, che stando esso Guido nella città di Pavia, avendo fatta raunare in quella città una gran dieta di vescovi delle città a lui suggette, si fece solennemente eleggere re d'Italia. L'atto di questa elezione si truova dato alla luce nella mia RaccoltaRerum italicarum[Rerum Ital., P. I, tom. 2.], e di nuovo nelle mie Antichità italiche[Antiquit. Ital., Dissert. III.]. Ricordano que' vescovi in esso decretobella horribilia,cladesque nefandissimasfino allora succedute, e tanti mali, che sarebbe impossibile il contarli o scriverli. Aggiungono aver eglino consentito di accettare per re Berengario (senza nondimeno nominarlo)volentes nolentesque minis diversis et suasionibus inretiti furtive ac fraudulenter. Dicono di più che i nemici,superveniente perspicuo principe Widone bis jam fuga lapsi, ut fumus, evanuerunt; il che è da temere che fosse dettato dall'adulazione. Pertanto di comun parere eleggonopraefatum magnanimum principem Widonem ad protegendum et regaliter gubernandum nos in regem et seniorem, ec., giacchè egli si è obbligato di amare e di esaltar la santa Chiesa romana, e di conservare i diritti dell'altre chiese, e le leggi de' popoli, e di non permettere le rapine, e di volere la pace. Non si sa che ilre Guidofacesse altra impresa in quest'anno, avendo egli probabilmente atteso ad assicurarsi dei voti favorevoli dei suddetti vescovi, e a ridurre in suo potere quelle città della Lombardia che tardavano ad umiliarsi alla fortuna delle armi di lui. All'incontroBerengarioè da credere che si applicasse tutto a fortificarsi in Verona, e a cercar soccorsi dalla Germania, siccome in fatti vedremo all'anno susseguente. Nel presente la vedova imperadriceAngilbergapresentendo o temendo cheArnolfo redi Germania meditasse d'impadronirsi del regno d'Italia, ricorse a lui affinchè le confermasse i beni da lei godutiin esso regno; e a tal fine spedì in GermaniaErmengardasua figliuola, regina di Provenza, vedova del re Bosone. Vien rapportato dal Campi[Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.]quel diploma, datoII idus junii anno dominicae Incarnationis DCCCLXXXIX, Indictione VII, anno secundo piissimi regis Arnulfi. Actum Forachen. Ma Ermengarda per altri più importanti affari s'era portata in Germania, siccome vedremo. Abbiamo accennato di sopra che circa questi tempi si cominciarono a conoscere in Germania e in Italia gliUngri, o vogliamo dire gliUngheri. Ora si vuol aggiugnere la terribile descrizione di questa fiera nazione, che poi divenne il flagello dell'Italia, a noi lasciata descritta da Reginone[Rhegino, in Chronico.]sotto quest'anno.La ferocissima gente, dice egli,degli Ungheri, più crudel d'ogni fiera, non mai udita nè nominata in Occidente ne' secoli addietro, uscì dai regni della Scitia, cioè della Tartaria, e dalle paludi del fiume Tanai. Costoro non coltivano se non di rado la terra, non hanno casa o tetto, non luogo stabile; ma(a guisa degli Arabi)coi loro armenti e colle loro gregge vanno qua e là vagando, conducendo seco le mogli e i figliuoli sopra le carrette coperte di cuoio, delle quali in tempo di pioggia e di verno si servono in vece di case. Gran delitto è presso di loro il furto. Non appetiscono l'oro e l'argento, come fan gli altri uomini. Il loro piacere è nella caccia e nella pesca. Si cibano di latte e miele. Non usano vesti di lana, supplendo al bisogno con pelli di fiere per guardarsi dai freddi continui nelle loro contrade. Spinti costoro fuori del proprio paese da altri Tartari chiamati Pezinanti, perchè non bastava alla cresciuta lor popolazione quella terra, vennero nella Pannonia; e scacciati o sottomessi gli Unni, appellati anche Avari(benchè Tartari anch'essi di nazione),s'impadronirono di quel regno: di là cominciarono a far delle scorrerie nella Bulgaria, nella Moravia e nella Carintia, uccidendopochi colle spade, ma molte migliaia di persone colle saette, scagliate da loro con tal maestria, che difficilmente se ne possono schivare i colpi. Non sanno combattere da vicino in forma di battaglia. Combattono a tutta corsa coi cavalli, fingendo di quando in quando di fuggire, e bene spesso quando talun si crede di averli vinti, si truova più che mai in pericolo di esser vinto.Negli Usseri moderni, discendenti da essi, dura anche oggidì parte di questi loro costumi. Seguita a dire:Vivono a guisa di fiere, e non d'uomini; e fama è che mangino carne cruda, e bevano sangue. Inumani al maggior segno, in quei cuori non entra compassione o misericordia alcuna. Si radono il crine sino alla cute. Con gran cura insegnano ai loro figliuoli e servi l'arte del cavalcare e saettare. Gente superba, sediziosa, fraudolenta; e truovasi la medesima ferocia nelle femmine che nei maschi: gente di poche parole, ma di molti fatti.Tali erano gli Ungri, da' quali prese la Pannonia il nuovo nome d'Ungheria, popolo nefando, la cui crudeltà in breve si vedrà venir a desolare il meglio dell'infelice Italia. Cedreno[Cedren., in Annal.]dà a questa barbarica nazione anche il nome diTurchi, nome che si stendeva a non poche popolazioni della Tartaria, e si è udito già più volte ne' secoli antecedenti.