DCCCVI

DCCCVIAnno diCristoDCCCVI. IndizioneXIV.Leone IIIpapa 12.Carlo Magnoimperadore 7.Pippinore d'Italia 26.Gli anni intanto dell'Augusto Carloerano cresciuti di molto, e ne cominciava egli a sentire anche il peso; però come principe saggio volle provvedere all'avvenire, con dividere fra i tre suoi figliuoli la vasta sua monarchia. Rapporta il cardinal Baronio la divisione da lui fattane[Baron., Annal. Eccl.], che si legge anche presso il Baluzio[Baluz., Capitular., tom. 1, p. 439.]e in altri libri. Trovavasi allora l'imperadore nella villa di Teodone: e quivi a tale effetto tenne una dieta numerosa de' baroni de' suoi regni. Concedette adunque aLodovico, il minore dei figliuoli, la Linguadoca, la Guascogna, la Provenza, la Savoia, il Lionese e la valle di Susa, cioè tutto il tratto di paese meridionale posto fra i confini di Italia e di Spagna. APippinolasciòItaliam, quae et Langobardia dicitur, et Bajovariam, sicut Tassilo tenuit, excepto duabus villis,etc., et de Alamania partem, quae in australi ripa Danubii fluminis est, et de ipso flumine Danubii currente limite usque ad Rhenum fluvium,etc., et inde per Rhenum fluvium, sursum versum usque ad Alpes quidquid inter hos terminos fuerit, et ad meridiem vel orientem respicit, una cum ducatu curiensi et pago Durgouve.Sicchè al re Pippino toccò in sua parte il regno d'Italiacon quasi tutta laBaviera, provincia allora di grande estensione, e una porzione dell'Alemagna. In questa parte, siccome conghietturò Giovanni Lucio[Johann. Lucius, de Regno Dalmat. lib. 1.]si può credere compresa l'Istria e la Dalmazia, e una porzione della Pannonia e Schiavonia già conquistate da esso Carlo Magno, ciò argomentandosi dalle parole:et quidquid inter hos terminos fuerit, et ad meridiem vel ad orientem respicit. ACarlosuoprimogenito lasciò tutto il rimanente della Francia espresso coi nomi d'Austria e di Neustria, paese vasto, che scorreva di là dal Reno, quasi tutta la Borgogna colla valle d'Aosta, la Turingia, la Sassonia, la Frisia, e quasi tutta l'Alemagna, oggidì la Svevia. Poscia, in caso che uno d'essi fratelli venisse a mancar di vita, dispose come si avesse a dividere fra chi sopravviveva la porzione del defunto, e fra l'altre cose si dice:Si vero Karolo et Ludovico viventibus, Pippinus debitum humanae sortis compleverit, Karolus et Ludovicus divident inter se regnum, quod ille habuit. Et haec divisio tali modo fiat, ut ab ingressa Italiae per augustam civitatem accipiat Karolus Eboreiam, Vercellas, Papiam et inde per Padum fluvium termino currente usque ad fines Regiensium, et Civitatem Novam, atque Mutinam usque ad terminos sancti Petri. Has civitates cum suburbanis et territoriis suis, atque comitatibus, quae ad ipsas pertinent; et quidquid inde Romam pergenti ad laevam respicit de regno, quod Pippinus habuit, una cum ducatu spoletano hanc portionem, sicut praedicimus, accipiat Karolus. Quidquid autem a praedictis civitatibus vel comitatibus Romam eunti ad dexteram jacet de predicto regno, idest portionem, quae remansit de regione transpadana una cum ducatu tuscano usque ad mare Australe, et usque ad Provinciam, Ludovicus ad augmentum sui regni sortiatur.Se dunque fosse premorto ai fratelli il re Pippino, in sua porzione al principe Carlo avea da toccare l'Oltrepò, e di qua dal Po anche la città diReggio, Cittanuova(allora riguardevole luogo posto sulla via Claudia, quattro miglia lungi da Modena all'Occidente, siccome ho provato altrove), eModenacol suo territoriosino ai confini di s. Pietro[Antiquit. Ital., Dissert. XXI.]. Che ai tempi di Clemente VII papa ci fossero persone che si figurassero comprese nell'esarcato di Ravenna, donato alla santa Sede, le città diModena, Reggio, ParmaePiacenza,si può perdonare alla scarsa erudizione d'allora. Ma è bene una vergogna che ne' tempi nostri, tempi di tanta luce per l'erudizione, persona abbia osato di voler sostenere questa pretensione con impugnare la verità conosciuta. Chiaro apparisce di qui che erano comprese nel regno d'Italia le città suddette, e che il territorio di s. Pietro cominciava sul bolognese. Non è già nella stessa guisa manifesto che voglia dire l'Augusto Carlo con quelle parole:Et quidquid inde Romam pergenti ad laevam respicit de regno, quod Pippinus habuit. Ma non si può già controvertere che almeno ilducato di Spoletinon fosse anch'esso incastrato nel regno d'Italia. Similmente apprendiamo che al re Lodovico sarebbe toccato in sua parte il di qua dal Po (a riserva di Reggio, Cittanuova e Modena) col Genovesato e colducato della Toscana: notizia che ci conduce ad intendere che sopra tutta quella provincia era già stato costituito con titolo diduca, oppure, siccome vedremo, dimarchese, un governator generale e perpetuo. Resta poi scuro ciò che veramente significhiusque ad mare Australe, et usque ad Provinciam. Il confine d'Italia al ponente era la Provenza. Pare che l'altro confine al levante fosse ilmare Australe, e che questo si stendesse di là dalla Toscana, ma di ciò lascerò disputare ad altri. Della sovranità di Roma e del suo ducato, siccome non pertinente al regno d'Italia, nulla si parla in questa divisione. Era essa riservata a chi fosse dipoi dichiarato imperador de' Romani: sopra di che nulla determinò per allora l'Augusto Carlo. Fu mandata a papa Leone la carta di questa divisione, acciocchè la sottoscrivesse: tanta era anche in que' tempi la venerazione al sommo pontefice. Eginardo, autore degli Annali e della vita di Carlo Magno, quegli fu che la portò a Roma.Ora giacchè abbiam fatta menzione del ducato diSpoleti, si dee qui avvertire che nel catalogo posto innanzi alla Cronicadi Farfa[Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], sotto quest'anno, vien riferitoRomanus dux, come duca di Spoleti. Ma perciocchè era tuttavia vivo e comandava in quel ducatoGuinigiso, e nel medesimo catalogo all'anno 814 vien ripetutoGuinichus dux; perciò non si capisce come qui entri Romano duca. Il conte Campelli[Campelli, Storia di Spoleti, lib. 15.]ha senza bilanciare tolta ogni difficoltà con dire francamente chenell'anno 806 il duca Vinigiso prese per compagno nel ducato un suo figliuolo, che natogli in Italia, e perciò chiamato Romano, era appunto in quei giorni pervenuto ad età capace di alcun maneggio. Ma questo scrittore, avvezzo a spacciar le sue immaginazioni per le cose certe, sarebbe restato ben imbrogliato, se gli fosse stata chiesta la pruova di tale asserzione. Tutto quel che sappiamo di questo Romano duca, l'abbiam dalla Cronica farfense, dove vien fatto menzione di una lite agitatain placito ante praesentiam Romani ducis castri viterbiensis, et omnium judicum ejus. Dalle memorie dell'archivio farfense, da me prodotte nelle Antichità italiane[Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.], si raccogliejudicatum Romani gloriosi ducis in castro viterbiensi. Actum temporibus Karoli domni nostri piissimi perpetui Augusti, a Deo coronati, magnifici imperatoris, anno Deo propitio, imperii ejus VI, atque domni nostri Leonis summi pontificis et universalis papae in sacratissima sede beati Petri Apostoli anno XI, in mense majo, per Indictionem XIV,cioè nell'anno presente. Ben considerate le circostanze di quest'atto, altro non so io conchiudere, se non che questoRomanofosseduca, non già di Spoleti, ma bensì diViterbo, cioè governatore di quel castello, divenuto poi col tempo città illustre, sapendo noi che i papi davano il titolo diducaai governatori delle loro città; e Viterbo senza fallo era anche in que' tempi sotto la loro giurisdizione, come inchiuso nel ducato romano.Noi troveremo da qui innanzi tuttavia duca di Spoleti il suddettoGuinigiso, senza che più s'incontri memorie del predettoRomano. Se il padre Mabillone[Mabill., Annal. Benedictin. ad ann. 806.]avesse fatta riflessione che Viterbo, in cui Romano duca d'autorità ordinaria fece quel giudicato, nulla avea che fare col ducato spoletano, non avrebbe anch'egli scritto che nell'anno presenteRomanosuccedette aGuinigisoduca di Spoleti.Per quanto lasciarono scritto varii annali dei Franchi, sul fine dell'anno precedente, o sul principio del presente,Obelerio, chiamato in essi AnnaliWilerio, eBeatosuo fratello, dogi di Venezia, insieme conPaoloduca di Jadra, eDonatovescovo di quella città, legati della Dalmazia, giunsero alla villa di Teodone, e si presentarono con assai regali all'imperador Carlo Magno. Ciò che trattassero e quel che conchiudessero non è ben pervenuto a nostra notizia. Solamente s'ha da quegli storici che l'imperadore fece alcuni ordinamenti sì per gli dogi che pel popolo non men della città di Venezia che della Dalmazia: parole che danno adito ad un giusto sospetto che i dogi di Venezia e le città marittime della Dalmazia fossero minacciate dal bellicoso re Pippino, e cercassero pace, oppure che credessero meglio l'amicizia o lega, oppure l'alto dominio di Carlo Magno, e si ritirassero dalla suggezione o lega che aveano coi Greci. Ma troppo è difficile di chiarir bene il sistema de' Veneziani d'allora, e tanto più perchè Andrea Dandolo[Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.], il più antico ed accurato degli storici veneziani, ci rappresenta questi dogi con un differente aspetto, siccome vedremo all'anno seguente. Intanto coll'autorità del medesimo Dandolo dirò cheFortunato patriarca di Grado, già fuggito in Francia, ritornò in Istria insieme conCristoforo d'Olivola, e non attentandosi di andare a Venezia, si fermò in Torcello.Giovanni, usurpatore dal vescovato di Olivola, incautamente capitò colà, e fu messo in prigione, ma trovata poi la maniera di fuggirsene, tornò a Venezia, e con rappresentare ai dogi il trattamento a lui fatto, maggiormente gli attizzò contra del patriarca. Ma qualora Torcello in questi anni fosse stato dipendente dal ducato di Venezia, non sarebbe già probabile la dimora colà di Fortunato patriarca. Noi abbiamo la lettera undecima[Labbe, Concilior., tom. 7.]di papa Leone III scritta a Carlo Magno, dove si parla d'esso Fortunato, che stava in esilio in Franciaproter persecutionem Graecorum seu Veneticorum. Fece egli istanza ad esso Carlo di poter venir ad abitare nella città di Pola e governar quella Chiesa vacante. Ne scrisse Carlo al papa, il quale rispose d'esserne contento, purchè il patriarca, quando mai riuscisse ad esso imperadore di rimetterlo nella sua sedia di Grado, lasciasse intatti e liberi tutti i beni e diritti della Chiesa di Pola, in favore del vescovo che quivi potesse essere eletto. Per altro soggiugne d'aver poco buone informazioni d'esso patriarca, come di persona mal provveduta di costumi ecclesiastici; e che se i cortigiani gliel lodavano, era perchè i regali li faceano parlare.In quest'anno poi l'imperador Carlo spedì il figliuoloCarlocon un'armata[Annal. Francor. Metenses. Eginhard., in Annal. Francor. Annal. Francor., Moissiacens.]contra degli Sclavi Sorabi, dimoranti di là dal fiume Elba. In questa spedizioneMiliduco, capitano e duca di quella nazione, restò morto, e un gran guasto si fece di campagne e città: laonde si trattò di pace, e que' popoli si sottomisero. Fu anche inviato in quest'anno ai danni della Boemia un esercito composto di Bavaresi, Alamanni e Borgognoni, che dato un nuovo guasto a gran tratto di quel paese, se ne tornarono poi a casa senza aver provato incontro o danno alcuno. Ilre Lodovicoanch'egli fece una spedizion militare contra de' Mori spagnuoliin Catalogna, che mise a ferro e fuoco quel paese fino a Tortosa. Una gran perdita fece in quest'anno il ducato di Benevento, perchè venne a morteGrimoaldoprincipe, ossia duca di quelle contrade, dotato di rara accortezza e senno, e di non minor valore, a cui nè la forza de' Greci, nè la potenza maggiore di Carlo Magno e di Pippino re d'Italia giunsero con tutti i loro sforzi e maneggi al vanto di averlo potuto spogliare della sovranità e indipendenza negli ampii suoi stati. L'Annalista lambeciano mette la di lui morte sotto quest'anno; e Camillo Pellegrino[Peregrinus, Hist. Princ. Langobard. P. I, tom. 2 Rer. Ital.]anch'egli consente; e però l'Annalista sassone, che la riferisce allo anno susseguente, verisimilmente non è qui da ascoltare. Riscosse Grimoaldo in morendo un universal tributo di lagrime dai suoi popoli, e le lodi sue si leggono nell'epitaffio a lui posto in Salerno, dove ebbe sepoltura, a noi conservato dallo Anonimo salernitano[Anonymus Salernit. Paralipomen. P. II, tom. 2 Rer. Ital.]. Ivi si dice che egli era della stirpe de'Longobardi, e riportò vittoria de' Greci. Si aggiugne dipoi:PERTVLIT ADVERSAS FRANCORVM SAEPE PHALANGASSALVAVIT PATRIAM SED BENEVENTE TVAM.SED QVID PLVRA FERAM? GALLORVM FORTIA REGNANON VALVERE HVJVS SVBDERE COLLA SIBI.Perchè questo principe mancò di vita[Erchempertus, Hist. Princip. Langobard.]senza lasciar dopo di sè prole maschile, fu eletto per suo successore un altroGrimoaldogià suo tesoriere, cognominatoStoresaiz. L'Anonimo salernitano ci spiega questa parola, con dire al cap. 29:Defuncto itaque Grimoald, Ildrici filius Grimoald (qui lingua theodisca, qua olim Langobardi utebantur, Storeseyz fuit appellatus; et nos in nostro eloquio: Qui ante obtutum principum et regum milites hinc inde sedendo praeordinat, possumus vocilare) in principali dignitate est elevatus.Di costui dice gran bene Erchemperto, all'incontro gran male l'Anonimo salernitano, siccome vedremo andando innanzi. Si vuol anche avvertire che fra i regolamenti fatti da Carlo Magno per l'Italia, vi fu ancora quello della zecca, cioè il privilegio e diritto di battere moneta. Di questo godeva ab antiquo la città diRoma, e i romani pontefici cominciarono a battere soldi e denari d'oro, d'argento e di rame col nome proprio e con quello dell'imperadore sovrano. Altrettanto faceanoPaviaeMilano, eLuccanella Toscana. Ho io ultimamente scoperto che la città diTrivigiavea anch'essa la zecca pel ducato del Friuli. Verisimilmente ancheSpoletigodea la stessa prerogativa, ma senza che fin qui moneta si sia trovata spettante a quel ducato. Non vollero essere da meno i principi diBenevento, siccome quelli che si sforzarono di ritenere la sovranità: però si truovano anche le loro monete. In questo secolo ancora, oppure nel susseguente, anche i dogi diVeneziacominciarono a battere moneta, siccome parimente i duchi diNapoli. Di tutto ciò ho io recate le pruove nelle mie Antichità italiane[Antiquit. Ital., Dissert. XXVII.].

Gli anni intanto dell'Augusto Carloerano cresciuti di molto, e ne cominciava egli a sentire anche il peso; però come principe saggio volle provvedere all'avvenire, con dividere fra i tre suoi figliuoli la vasta sua monarchia. Rapporta il cardinal Baronio la divisione da lui fattane[Baron., Annal. Eccl.], che si legge anche presso il Baluzio[Baluz., Capitular., tom. 1, p. 439.]e in altri libri. Trovavasi allora l'imperadore nella villa di Teodone: e quivi a tale effetto tenne una dieta numerosa de' baroni de' suoi regni. Concedette adunque aLodovico, il minore dei figliuoli, la Linguadoca, la Guascogna, la Provenza, la Savoia, il Lionese e la valle di Susa, cioè tutto il tratto di paese meridionale posto fra i confini di Italia e di Spagna. APippinolasciòItaliam, quae et Langobardia dicitur, et Bajovariam, sicut Tassilo tenuit, excepto duabus villis,etc., et de Alamania partem, quae in australi ripa Danubii fluminis est, et de ipso flumine Danubii currente limite usque ad Rhenum fluvium,etc., et inde per Rhenum fluvium, sursum versum usque ad Alpes quidquid inter hos terminos fuerit, et ad meridiem vel orientem respicit, una cum ducatu curiensi et pago Durgouve.Sicchè al re Pippino toccò in sua parte il regno d'Italiacon quasi tutta laBaviera, provincia allora di grande estensione, e una porzione dell'Alemagna. In questa parte, siccome conghietturò Giovanni Lucio[Johann. Lucius, de Regno Dalmat. lib. 1.]si può credere compresa l'Istria e la Dalmazia, e una porzione della Pannonia e Schiavonia già conquistate da esso Carlo Magno, ciò argomentandosi dalle parole:et quidquid inter hos terminos fuerit, et ad meridiem vel ad orientem respicit. ACarlosuoprimogenito lasciò tutto il rimanente della Francia espresso coi nomi d'Austria e di Neustria, paese vasto, che scorreva di là dal Reno, quasi tutta la Borgogna colla valle d'Aosta, la Turingia, la Sassonia, la Frisia, e quasi tutta l'Alemagna, oggidì la Svevia. Poscia, in caso che uno d'essi fratelli venisse a mancar di vita, dispose come si avesse a dividere fra chi sopravviveva la porzione del defunto, e fra l'altre cose si dice:Si vero Karolo et Ludovico viventibus, Pippinus debitum humanae sortis compleverit, Karolus et Ludovicus divident inter se regnum, quod ille habuit. Et haec divisio tali modo fiat, ut ab ingressa Italiae per augustam civitatem accipiat Karolus Eboreiam, Vercellas, Papiam et inde per Padum fluvium termino currente usque ad fines Regiensium, et Civitatem Novam, atque Mutinam usque ad terminos sancti Petri. Has civitates cum suburbanis et territoriis suis, atque comitatibus, quae ad ipsas pertinent; et quidquid inde Romam pergenti ad laevam respicit de regno, quod Pippinus habuit, una cum ducatu spoletano hanc portionem, sicut praedicimus, accipiat Karolus. Quidquid autem a praedictis civitatibus vel comitatibus Romam eunti ad dexteram jacet de predicto regno, idest portionem, quae remansit de regione transpadana una cum ducatu tuscano usque ad mare Australe, et usque ad Provinciam, Ludovicus ad augmentum sui regni sortiatur.Se dunque fosse premorto ai fratelli il re Pippino, in sua porzione al principe Carlo avea da toccare l'Oltrepò, e di qua dal Po anche la città diReggio, Cittanuova(allora riguardevole luogo posto sulla via Claudia, quattro miglia lungi da Modena all'Occidente, siccome ho provato altrove), eModenacol suo territoriosino ai confini di s. Pietro[Antiquit. Ital., Dissert. XXI.]. Che ai tempi di Clemente VII papa ci fossero persone che si figurassero comprese nell'esarcato di Ravenna, donato alla santa Sede, le città diModena, Reggio, ParmaePiacenza,si può perdonare alla scarsa erudizione d'allora. Ma è bene una vergogna che ne' tempi nostri, tempi di tanta luce per l'erudizione, persona abbia osato di voler sostenere questa pretensione con impugnare la verità conosciuta. Chiaro apparisce di qui che erano comprese nel regno d'Italia le città suddette, e che il territorio di s. Pietro cominciava sul bolognese. Non è già nella stessa guisa manifesto che voglia dire l'Augusto Carlo con quelle parole:Et quidquid inde Romam pergenti ad laevam respicit de regno, quod Pippinus habuit. Ma non si può già controvertere che almeno ilducato di Spoletinon fosse anch'esso incastrato nel regno d'Italia. Similmente apprendiamo che al re Lodovico sarebbe toccato in sua parte il di qua dal Po (a riserva di Reggio, Cittanuova e Modena) col Genovesato e colducato della Toscana: notizia che ci conduce ad intendere che sopra tutta quella provincia era già stato costituito con titolo diduca, oppure, siccome vedremo, dimarchese, un governator generale e perpetuo. Resta poi scuro ciò che veramente significhiusque ad mare Australe, et usque ad Provinciam. Il confine d'Italia al ponente era la Provenza. Pare che l'altro confine al levante fosse ilmare Australe, e che questo si stendesse di là dalla Toscana, ma di ciò lascerò disputare ad altri. Della sovranità di Roma e del suo ducato, siccome non pertinente al regno d'Italia, nulla si parla in questa divisione. Era essa riservata a chi fosse dipoi dichiarato imperador de' Romani: sopra di che nulla determinò per allora l'Augusto Carlo. Fu mandata a papa Leone la carta di questa divisione, acciocchè la sottoscrivesse: tanta era anche in que' tempi la venerazione al sommo pontefice. Eginardo, autore degli Annali e della vita di Carlo Magno, quegli fu che la portò a Roma.

Ora giacchè abbiam fatta menzione del ducato diSpoleti, si dee qui avvertire che nel catalogo posto innanzi alla Cronicadi Farfa[Chron. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.], sotto quest'anno, vien riferitoRomanus dux, come duca di Spoleti. Ma perciocchè era tuttavia vivo e comandava in quel ducatoGuinigiso, e nel medesimo catalogo all'anno 814 vien ripetutoGuinichus dux; perciò non si capisce come qui entri Romano duca. Il conte Campelli[Campelli, Storia di Spoleti, lib. 15.]ha senza bilanciare tolta ogni difficoltà con dire francamente chenell'anno 806 il duca Vinigiso prese per compagno nel ducato un suo figliuolo, che natogli in Italia, e perciò chiamato Romano, era appunto in quei giorni pervenuto ad età capace di alcun maneggio. Ma questo scrittore, avvezzo a spacciar le sue immaginazioni per le cose certe, sarebbe restato ben imbrogliato, se gli fosse stata chiesta la pruova di tale asserzione. Tutto quel che sappiamo di questo Romano duca, l'abbiam dalla Cronica farfense, dove vien fatto menzione di una lite agitatain placito ante praesentiam Romani ducis castri viterbiensis, et omnium judicum ejus. Dalle memorie dell'archivio farfense, da me prodotte nelle Antichità italiane[Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.], si raccogliejudicatum Romani gloriosi ducis in castro viterbiensi. Actum temporibus Karoli domni nostri piissimi perpetui Augusti, a Deo coronati, magnifici imperatoris, anno Deo propitio, imperii ejus VI, atque domni nostri Leonis summi pontificis et universalis papae in sacratissima sede beati Petri Apostoli anno XI, in mense majo, per Indictionem XIV,cioè nell'anno presente. Ben considerate le circostanze di quest'atto, altro non so io conchiudere, se non che questoRomanofosseduca, non già di Spoleti, ma bensì diViterbo, cioè governatore di quel castello, divenuto poi col tempo città illustre, sapendo noi che i papi davano il titolo diducaai governatori delle loro città; e Viterbo senza fallo era anche in que' tempi sotto la loro giurisdizione, come inchiuso nel ducato romano.Noi troveremo da qui innanzi tuttavia duca di Spoleti il suddettoGuinigiso, senza che più s'incontri memorie del predettoRomano. Se il padre Mabillone[Mabill., Annal. Benedictin. ad ann. 806.]avesse fatta riflessione che Viterbo, in cui Romano duca d'autorità ordinaria fece quel giudicato, nulla avea che fare col ducato spoletano, non avrebbe anch'egli scritto che nell'anno presenteRomanosuccedette aGuinigisoduca di Spoleti.

Per quanto lasciarono scritto varii annali dei Franchi, sul fine dell'anno precedente, o sul principio del presente,Obelerio, chiamato in essi AnnaliWilerio, eBeatosuo fratello, dogi di Venezia, insieme conPaoloduca di Jadra, eDonatovescovo di quella città, legati della Dalmazia, giunsero alla villa di Teodone, e si presentarono con assai regali all'imperador Carlo Magno. Ciò che trattassero e quel che conchiudessero non è ben pervenuto a nostra notizia. Solamente s'ha da quegli storici che l'imperadore fece alcuni ordinamenti sì per gli dogi che pel popolo non men della città di Venezia che della Dalmazia: parole che danno adito ad un giusto sospetto che i dogi di Venezia e le città marittime della Dalmazia fossero minacciate dal bellicoso re Pippino, e cercassero pace, oppure che credessero meglio l'amicizia o lega, oppure l'alto dominio di Carlo Magno, e si ritirassero dalla suggezione o lega che aveano coi Greci. Ma troppo è difficile di chiarir bene il sistema de' Veneziani d'allora, e tanto più perchè Andrea Dandolo[Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.], il più antico ed accurato degli storici veneziani, ci rappresenta questi dogi con un differente aspetto, siccome vedremo all'anno seguente. Intanto coll'autorità del medesimo Dandolo dirò cheFortunato patriarca di Grado, già fuggito in Francia, ritornò in Istria insieme conCristoforo d'Olivola, e non attentandosi di andare a Venezia, si fermò in Torcello.Giovanni, usurpatore dal vescovato di Olivola, incautamente capitò colà, e fu messo in prigione, ma trovata poi la maniera di fuggirsene, tornò a Venezia, e con rappresentare ai dogi il trattamento a lui fatto, maggiormente gli attizzò contra del patriarca. Ma qualora Torcello in questi anni fosse stato dipendente dal ducato di Venezia, non sarebbe già probabile la dimora colà di Fortunato patriarca. Noi abbiamo la lettera undecima[Labbe, Concilior., tom. 7.]di papa Leone III scritta a Carlo Magno, dove si parla d'esso Fortunato, che stava in esilio in Franciaproter persecutionem Graecorum seu Veneticorum. Fece egli istanza ad esso Carlo di poter venir ad abitare nella città di Pola e governar quella Chiesa vacante. Ne scrisse Carlo al papa, il quale rispose d'esserne contento, purchè il patriarca, quando mai riuscisse ad esso imperadore di rimetterlo nella sua sedia di Grado, lasciasse intatti e liberi tutti i beni e diritti della Chiesa di Pola, in favore del vescovo che quivi potesse essere eletto. Per altro soggiugne d'aver poco buone informazioni d'esso patriarca, come di persona mal provveduta di costumi ecclesiastici; e che se i cortigiani gliel lodavano, era perchè i regali li faceano parlare.

In quest'anno poi l'imperador Carlo spedì il figliuoloCarlocon un'armata[Annal. Francor. Metenses. Eginhard., in Annal. Francor. Annal. Francor., Moissiacens.]contra degli Sclavi Sorabi, dimoranti di là dal fiume Elba. In questa spedizioneMiliduco, capitano e duca di quella nazione, restò morto, e un gran guasto si fece di campagne e città: laonde si trattò di pace, e que' popoli si sottomisero. Fu anche inviato in quest'anno ai danni della Boemia un esercito composto di Bavaresi, Alamanni e Borgognoni, che dato un nuovo guasto a gran tratto di quel paese, se ne tornarono poi a casa senza aver provato incontro o danno alcuno. Ilre Lodovicoanch'egli fece una spedizion militare contra de' Mori spagnuoliin Catalogna, che mise a ferro e fuoco quel paese fino a Tortosa. Una gran perdita fece in quest'anno il ducato di Benevento, perchè venne a morteGrimoaldoprincipe, ossia duca di quelle contrade, dotato di rara accortezza e senno, e di non minor valore, a cui nè la forza de' Greci, nè la potenza maggiore di Carlo Magno e di Pippino re d'Italia giunsero con tutti i loro sforzi e maneggi al vanto di averlo potuto spogliare della sovranità e indipendenza negli ampii suoi stati. L'Annalista lambeciano mette la di lui morte sotto quest'anno; e Camillo Pellegrino[Peregrinus, Hist. Princ. Langobard. P. I, tom. 2 Rer. Ital.]anch'egli consente; e però l'Annalista sassone, che la riferisce allo anno susseguente, verisimilmente non è qui da ascoltare. Riscosse Grimoaldo in morendo un universal tributo di lagrime dai suoi popoli, e le lodi sue si leggono nell'epitaffio a lui posto in Salerno, dove ebbe sepoltura, a noi conservato dallo Anonimo salernitano[Anonymus Salernit. Paralipomen. P. II, tom. 2 Rer. Ital.]. Ivi si dice che egli era della stirpe de'Longobardi, e riportò vittoria de' Greci. Si aggiugne dipoi:

PERTVLIT ADVERSAS FRANCORVM SAEPE PHALANGASSALVAVIT PATRIAM SED BENEVENTE TVAM.SED QVID PLVRA FERAM? GALLORVM FORTIA REGNANON VALVERE HVJVS SVBDERE COLLA SIBI.

Perchè questo principe mancò di vita[Erchempertus, Hist. Princip. Langobard.]senza lasciar dopo di sè prole maschile, fu eletto per suo successore un altroGrimoaldogià suo tesoriere, cognominatoStoresaiz. L'Anonimo salernitano ci spiega questa parola, con dire al cap. 29:Defuncto itaque Grimoald, Ildrici filius Grimoald (qui lingua theodisca, qua olim Langobardi utebantur, Storeseyz fuit appellatus; et nos in nostro eloquio: Qui ante obtutum principum et regum milites hinc inde sedendo praeordinat, possumus vocilare) in principali dignitate est elevatus.Di costui dice gran bene Erchemperto, all'incontro gran male l'Anonimo salernitano, siccome vedremo andando innanzi. Si vuol anche avvertire che fra i regolamenti fatti da Carlo Magno per l'Italia, vi fu ancora quello della zecca, cioè il privilegio e diritto di battere moneta. Di questo godeva ab antiquo la città diRoma, e i romani pontefici cominciarono a battere soldi e denari d'oro, d'argento e di rame col nome proprio e con quello dell'imperadore sovrano. Altrettanto faceanoPaviaeMilano, eLuccanella Toscana. Ho io ultimamente scoperto che la città diTrivigiavea anch'essa la zecca pel ducato del Friuli. Verisimilmente ancheSpoletigodea la stessa prerogativa, ma senza che fin qui moneta si sia trovata spettante a quel ducato. Non vollero essere da meno i principi diBenevento, siccome quelli che si sforzarono di ritenere la sovranità: però si truovano anche le loro monete. In questo secolo ancora, oppure nel susseguente, anche i dogi diVeneziacominciarono a battere moneta, siccome parimente i duchi diNapoli. Di tutto ciò ho io recate le pruove nelle mie Antichità italiane[Antiquit. Ital., Dissert. XXVII.].


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