DCCCXAnno diCristoDCCCX. IndizioneIII.Leone IIIpapa 16.Carlo Magnoimperadore 11.Tra l'ardente brama che nudrivaPippino re d'Italiad'aggiugnere al suo dominio anche la città, ossia le città di Venezia, e il trovarsi egli mal soddisfatto dei dogi di quella città per le cagioni accennate di sopra, in quest'anno prese la risoluzione di portar la guerra fin dentro quella città. Formata perciò una potente flotta di navi (se prestiam fede ad Eginardo[Eginhardus, in Annal. Franc.]), andò per mare a quella volta; prese la città; se gli arrenderono i dogi di Venezia; e di là passò in Dalmazia con pensiero di sottomettere del pari quelle città marittime. Ma udito Paolo governatore della Cefalonia (quel medesimo, secondo tutte le apparenze, di cui s'è parlato nel precedente anno) veniva in soccorso de' Dalmatini colla flotta de' Greci, giudicò miglior consiglio il tornarsene indietro. Con questa relazione non s'accordano le storie venete, le quali, sebben lontane da que' tempi per poterci dare un'accertata notizia di quel fatto, non sono però da sprezzare. Andrea Dandolo ne parla[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.]come di cosa accaduta nell'anno ottavo di Carlo Magno, quando è certo che correva allora l'anno decimodel suo imperio. Secondo lui, in potere di Pippino vennero Brondolo, Chiozza, Palestrina e Malamocco. Ritiraronsi i Veneziani nell'isola di Rialto, e quivi fecero fronte; nè Pippino aveva maniera di penetrar colà; perchè pare, secondo il supposto di quello storico, che i Franchi andassero ai luoghi suddettiper litora, cioè per la diga che separa la laguna di Venezia dal mare. Ma se Pippino,come raccontano gli antichi Annalisti, assalìVenetiam bello terra marique, bisogna che avesse delle navi; ed è poi chiaro che non gli mancavano, perchè egliclassem ad Dalmatiae litora vaslanda misit. Ma forse era sprovveduto di quelle barche, delle quali si può far buon uso nella laguna. Comunque sia, narra lo storico Dandolo, aver Pippino fatto fabbricare un ponte di molte barchette, su cui mise una buona brigata d'armati per assalire Rialto; ma ossia che i Veneziani accorsi colle lor barche, oppure che i venti furiosi improvvisamente insorti scompigliassero quel ponte, rimasero sconfitti i Franchi, ed astretti ad andarsene, dopo aver devastati, o dati alle fiamme quei luoghi, dove aveano potuto arrivare, cioè sino alla chiesa di san Michele. Non è a noi possibile il chiarir oggidì questi fatti, i quali potrebbe anche darsi che fossero stati esaltati più del dovere dagli scrittori francesi, per dar più risalto alla gloria della loro nazione. Tornato da questa spedizione il re Pippino a Ravenna, passò dipoi a Milano, dove sorpreso da una mortale infermità cessò di vivere agli otto di luglio in età di soli trentaquattr'anni: principe di gran valore e di non minore ambizione, e sotto il cui governo l'Italia godè pace, e provò gli effetti d'una ben regolata giustizia. Il suo corpo fu portato a Verona, e seppellito nella basilica di san Zenone, ch'egli stesso avea fatta magnificamente riedificare insieme con quell'insigne monistero. Dal Ritmo pubblicato dal padre Mabillone e da me ristampato[Rer. Italic., Part. II, tom. 2.], che contien la descrizione di Verona, fatta circa que' tempi, impariamo che dilettavasi molto esso re Pippino del soggiorno di quella nobile ed allegra città.Magnus habitat in te rex Pippinus piissimus, non oblitus pietatem, aut rectum judicium.Lo stesso abbiamo dall'antica leggenda della traslazione del corpo di san Zeno, ossia Zenone, pubblicatadal marchese Maffei[Maffei, Istor. Diplomat., facc. 330.]. Fu essa fatta,quum Rotaldus, vir altributis personae praestantissimus, pastoralem curam Veronae gerebat, et Pippinus rex Caroli Magni filius regnum italicum regebat. Rex vero Veronam regali situ praeditam plus ceteris urbibus diligebat, et cum episcopo sibi dilecto frequens colloquium habebat.Nel corpo delle leggi longobardiche da me ristampato[Rer. Italic., Part. II, tom. 1.]se ne leggono quarantanove spettanti al medesimo re Pippino, e pubblicate da lui, come costa dalla prefazione,quum adessent nobiscum singuli episcopi, abbates et comites seu reliqui fideles nostri Franci et Longobardi. Buona parte nondimeno d'esse si possono credere costituzioni ossia capitolari, mandati daCarlo Magnosuo padre, acciocchè si pubblicassero in Italia. Leggesi parimente una lettera scritta[Ibid., pag. 112.]dall'imperador Carlodilectissimo filio suo Pippino glorioso regi, in cui dice d'avere inteso che alcuni duchi d'Italia, e i lor cortigiani, i gastaldi, i vicarii, i centenarii ed altri pubblici ministri, siccome ancora i falconieri e cacciatori della corte, recavano degl'indebiti aggravii al popolo e agli ecclesiastici, prendendo stanza nelle lor case, e valendosi de' loro cavalli e delle lor carra, con obbligar per forza gli uomini a lavorar ne' campi loro, ed esiger anche contribuzioni di carne e di vino, e commettere altre avanie. Però gli raccomanda, se ciò è vero, di mettervi rimedio in tutte le forme. Lettera degna di quel sempre glorioso e memorando monarca. Chi fosse moglie di Pippino, non è giunto a nostra notizia, ma pare indubitato ch'egli l'avesse. Abbiamo da Eginardo[Eginhardus, in Vita Caroli Magni.]ch'egli lasciò dopo di sè un figliuolo appellatoBernardo, (a lui nato da una concubina), per attestato di Tegano, e cinque figliuole, cioèAdelaide, Atala, Gundrada, Bertraide,eTedrada.Ora il buon Carlo Magno accolsecon amore paterno la tenera prole lasciata dal figliuolo; esaltò Bernardo, siccome vedremo, con farlo re d'Italia; e le sue sorelle fece allevare in corte fra le sue stesse figliuole. Era pure mancata di vita in quest'anno nel dì 6 di gennaioRotrudefigliuola del medesimo imperadore, quella che già contrasse gli sponsali coll'imperador de' GreciCostantinofigliuolo d'Irene. Lasciò anch'ella, per testimonianza degli Annali bertiniani, un figliuolo per nomeLodovico, ma illecitamente da lei messo alla luce, non potendosi già negare che la felicità, compagna in tante imprese di Carlo Magno, non l'abbandonasse per conto delle sue figliuole. E non senza colpa di lui, per confessione del millesimo Eginardo, che parlando d'esse, così scrive:Quae quum pulcherrimae essent, et ab eo plurimum diligerentur, mirum, quod nullam earum cuiquam aut suorum aut exterorum nuptum dare voluit. Sed omnes secum usque ad obitum suum in domo sua retinuit, dicens, se earum contubernio carere non posse.Però seco le conducea, ovunque andava, ed anche alla guerra, senza por mente che non gli mancavano in casa e seco cavalcavano degli altri, ma dolci, nemici, contra de' quali non sapeano combattere esse figliuole. Diede ciò motivo di molte dicerie al popolo; e Carlo con disinvoltura dissimulava tutto, come se mai non fosse nato, o non avesse forza il sospetto della lor imprudente condotta. Seguitano gli Annali de' Franchi a dire che in quest'anno i Mori della Spagna, avendo da tutto il lor paese raunata una potente flotta di navi, passarono prima in Sardegna e poscia in Corsica. Può essere che nella prima non trovassero i lor conti; ma nella seconda, giacchè non v'era presidio di milizie atto alla difesa, riuscì loro d'impadronirsene per la maggior parte, con danno e vergogna del Cristianesimo. IntantoNiceforoimperadore dei Greci, che, per testimonianza di Teofane[Theoph., in Chronogr.], ogni dì più andava imperversandocontra de' suoi popoli, udita la guerra mossa dal rePippinoai Veneziani, e che la città di Venezia era stata dall'armi franzesi occupata, spedì Arsacio spatario, suo ambasciatore al medesimo re[Annales Francor. Metenses. Annal. Francor. Bertiniani. Eginhardus, in Annal. Francor.]. Ma avendo questi trovato che Pippino era passato al paese dei più, andò oltre per trattare coll'Augusto Carlo. Gli diede egli udienza in Aquisgrana nel mese d'ottobre; e perchè all'Italia era mancato il suo forte scudo colla morte del figliuolo, volentieri ascoltò i discorsi di pace col greco imperadore, al quale dipoi, per consentimento di tutti gli storici, nell'anno 812Venetiam reddidit: parole che bastantemente ci fanno intendere lo stato e stima di Venezia in questi tempi. Come intendano queste parole i veneziani scrittori, si può leggere nel Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.]e ne' Giornali de' letterati d'Italia[Giornale de' Letterati d'Italia, tom. 16, pag. 475.]. Il Porfirogeneta, tuttochè storico greco[Porphyrogenneta, lib. de Administr. Imp., cap. 28.], confessa che in quella pace si obbligarono i Veneziani di pagare al re d'Italia da lì innanzi annualmente una somma di danaro.Fece anche pace l'imperador Carlo in quest'anno conAlbaca, ossia conAbulazre de' Saraceni, ossia de' Mori di Spagna, che da Cordova gli spedì i suoi ambasciatori. Prima ancora di questi fatti ebbe esso Augusto delle strepitose brighe conGotifredo re di Danimarca, il quale spedita un'armata di ducento vele nella Frisia, devastò l'isole adiacenti; e sbarcato l'esercito in terra ferma, dopo avere sconfitti quei popoli, avea loro imposto tributi e gabelle. Carlo Magno, all'avviso di questi disordini negli stati suoi, s'affrettò per quando potè per adunar da ogni parte un poderoso esercito; e in persona cavalcò sino a Verda, per mettersi a fronte del re danese, che millantava di voler venire ad un fatto d'armicon lui, anzi di voler arrivare fino ad Aquisgrana coll'armi sue. Quand'eccoti giugnere nuova che la flotta nemica si era ritirata dalla Frisia, e che il re Gotifredo era stato ucciso da una delle sue guardie. Per questo se ne tornò l'imperadore, senza far altro, ad Aquisgrana. Accadde nondimeno in quella spedizione una funesta disgrazia, cioè che insorta la peste ne' buoi dell'armata, quasi tutti vi perirono. Nè solamente si provò questo terribil flagello nell'oste di Carlo Magno, ma anche per tutte le provincie della Francia e Germania a lui soggette; perchè la buona gente d'allora non s'avvisava che a sì fatti malori d'epidemie attaccaticcie d'uomini o di bestie si può mettere riparo colle guardie e coll'impedirne la comunicazione. Agobardo vivente allora arcivescovo di Lione[Agobardus, I, de Grandine et Tonitr. c. 16.]racconta una pazzia di questi tempi, che dee servir d'istruzione ai posteri in somiglianti casi: cioè che si sparse voce essere originata quella mortalità de' buoi da polve avvelenata, cheGrimoaldoStoresaiz duca di Benevento avea fatta spargere per le campagne della Francia:Ante hos paucos annos, dice egli, disseminata est quaedam stultitia, quum esset mortalitas boum, ut dicerent Grimoaldum ducem Beneventanorum transmisisse homines cum pulveribus, quos spargerent per campos et montes, prata et fontes, eo quod esset inimicus christianissimo imperatori Carolo, et de ipso sparso pulvere mori boves. Propter quam causam multos comprehensos audivimus, et vidimus, et aliquos occisos, plerosque autem affixos tabulis in flumen projectos atque necatos. Et quod mirum valde est, comprehensi ipsi adversum se dicebant testimonium, habere se talem pulverem et spargere. Guai, se in casi di pestilenza o d'uomini, o d'animali si caccia una di sì fatte immaginazioni in capo al matto popolo. Non c'è maniera di farlo discredere, e facilmente si va a sognar dei delinquenti e a levar loro la vita, come allora avvenne in Francia,senza pensare (lo avvertì lo stesso Agobardo) come mai quella pretesa velenosa polve nocesse ai soli buoi, e non anche agli altri animali. E che succedessero molti omicidii di persone innocenti per questa diabolica apprensione, lo ricaviamo anche da un capitolare di Carlo Magno, pubblicato nel presente anno, e rapportato dal Baluzio[Baluz., Capitular. Reg. Franc., tom. 1.]:De homicidiis factis anno praesenti inter vulgares homines, quasi propter pulverem mortalem.
Tra l'ardente brama che nudrivaPippino re d'Italiad'aggiugnere al suo dominio anche la città, ossia le città di Venezia, e il trovarsi egli mal soddisfatto dei dogi di quella città per le cagioni accennate di sopra, in quest'anno prese la risoluzione di portar la guerra fin dentro quella città. Formata perciò una potente flotta di navi (se prestiam fede ad Eginardo[Eginhardus, in Annal. Franc.]), andò per mare a quella volta; prese la città; se gli arrenderono i dogi di Venezia; e di là passò in Dalmazia con pensiero di sottomettere del pari quelle città marittime. Ma udito Paolo governatore della Cefalonia (quel medesimo, secondo tutte le apparenze, di cui s'è parlato nel precedente anno) veniva in soccorso de' Dalmatini colla flotta de' Greci, giudicò miglior consiglio il tornarsene indietro. Con questa relazione non s'accordano le storie venete, le quali, sebben lontane da que' tempi per poterci dare un'accertata notizia di quel fatto, non sono però da sprezzare. Andrea Dandolo ne parla[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.]come di cosa accaduta nell'anno ottavo di Carlo Magno, quando è certo che correva allora l'anno decimodel suo imperio. Secondo lui, in potere di Pippino vennero Brondolo, Chiozza, Palestrina e Malamocco. Ritiraronsi i Veneziani nell'isola di Rialto, e quivi fecero fronte; nè Pippino aveva maniera di penetrar colà; perchè pare, secondo il supposto di quello storico, che i Franchi andassero ai luoghi suddettiper litora, cioè per la diga che separa la laguna di Venezia dal mare. Ma se Pippino,come raccontano gli antichi Annalisti, assalìVenetiam bello terra marique, bisogna che avesse delle navi; ed è poi chiaro che non gli mancavano, perchè egliclassem ad Dalmatiae litora vaslanda misit. Ma forse era sprovveduto di quelle barche, delle quali si può far buon uso nella laguna. Comunque sia, narra lo storico Dandolo, aver Pippino fatto fabbricare un ponte di molte barchette, su cui mise una buona brigata d'armati per assalire Rialto; ma ossia che i Veneziani accorsi colle lor barche, oppure che i venti furiosi improvvisamente insorti scompigliassero quel ponte, rimasero sconfitti i Franchi, ed astretti ad andarsene, dopo aver devastati, o dati alle fiamme quei luoghi, dove aveano potuto arrivare, cioè sino alla chiesa di san Michele. Non è a noi possibile il chiarir oggidì questi fatti, i quali potrebbe anche darsi che fossero stati esaltati più del dovere dagli scrittori francesi, per dar più risalto alla gloria della loro nazione. Tornato da questa spedizione il re Pippino a Ravenna, passò dipoi a Milano, dove sorpreso da una mortale infermità cessò di vivere agli otto di luglio in età di soli trentaquattr'anni: principe di gran valore e di non minore ambizione, e sotto il cui governo l'Italia godè pace, e provò gli effetti d'una ben regolata giustizia. Il suo corpo fu portato a Verona, e seppellito nella basilica di san Zenone, ch'egli stesso avea fatta magnificamente riedificare insieme con quell'insigne monistero. Dal Ritmo pubblicato dal padre Mabillone e da me ristampato[Rer. Italic., Part. II, tom. 2.], che contien la descrizione di Verona, fatta circa que' tempi, impariamo che dilettavasi molto esso re Pippino del soggiorno di quella nobile ed allegra città.Magnus habitat in te rex Pippinus piissimus, non oblitus pietatem, aut rectum judicium.Lo stesso abbiamo dall'antica leggenda della traslazione del corpo di san Zeno, ossia Zenone, pubblicatadal marchese Maffei[Maffei, Istor. Diplomat., facc. 330.]. Fu essa fatta,quum Rotaldus, vir altributis personae praestantissimus, pastoralem curam Veronae gerebat, et Pippinus rex Caroli Magni filius regnum italicum regebat. Rex vero Veronam regali situ praeditam plus ceteris urbibus diligebat, et cum episcopo sibi dilecto frequens colloquium habebat.Nel corpo delle leggi longobardiche da me ristampato[Rer. Italic., Part. II, tom. 1.]se ne leggono quarantanove spettanti al medesimo re Pippino, e pubblicate da lui, come costa dalla prefazione,quum adessent nobiscum singuli episcopi, abbates et comites seu reliqui fideles nostri Franci et Longobardi. Buona parte nondimeno d'esse si possono credere costituzioni ossia capitolari, mandati daCarlo Magnosuo padre, acciocchè si pubblicassero in Italia. Leggesi parimente una lettera scritta[Ibid., pag. 112.]dall'imperador Carlodilectissimo filio suo Pippino glorioso regi, in cui dice d'avere inteso che alcuni duchi d'Italia, e i lor cortigiani, i gastaldi, i vicarii, i centenarii ed altri pubblici ministri, siccome ancora i falconieri e cacciatori della corte, recavano degl'indebiti aggravii al popolo e agli ecclesiastici, prendendo stanza nelle lor case, e valendosi de' loro cavalli e delle lor carra, con obbligar per forza gli uomini a lavorar ne' campi loro, ed esiger anche contribuzioni di carne e di vino, e commettere altre avanie. Però gli raccomanda, se ciò è vero, di mettervi rimedio in tutte le forme. Lettera degna di quel sempre glorioso e memorando monarca. Chi fosse moglie di Pippino, non è giunto a nostra notizia, ma pare indubitato ch'egli l'avesse. Abbiamo da Eginardo[Eginhardus, in Vita Caroli Magni.]ch'egli lasciò dopo di sè un figliuolo appellatoBernardo, (a lui nato da una concubina), per attestato di Tegano, e cinque figliuole, cioèAdelaide, Atala, Gundrada, Bertraide,eTedrada.
Ora il buon Carlo Magno accolsecon amore paterno la tenera prole lasciata dal figliuolo; esaltò Bernardo, siccome vedremo, con farlo re d'Italia; e le sue sorelle fece allevare in corte fra le sue stesse figliuole. Era pure mancata di vita in quest'anno nel dì 6 di gennaioRotrudefigliuola del medesimo imperadore, quella che già contrasse gli sponsali coll'imperador de' GreciCostantinofigliuolo d'Irene. Lasciò anch'ella, per testimonianza degli Annali bertiniani, un figliuolo per nomeLodovico, ma illecitamente da lei messo alla luce, non potendosi già negare che la felicità, compagna in tante imprese di Carlo Magno, non l'abbandonasse per conto delle sue figliuole. E non senza colpa di lui, per confessione del millesimo Eginardo, che parlando d'esse, così scrive:Quae quum pulcherrimae essent, et ab eo plurimum diligerentur, mirum, quod nullam earum cuiquam aut suorum aut exterorum nuptum dare voluit. Sed omnes secum usque ad obitum suum in domo sua retinuit, dicens, se earum contubernio carere non posse.Però seco le conducea, ovunque andava, ed anche alla guerra, senza por mente che non gli mancavano in casa e seco cavalcavano degli altri, ma dolci, nemici, contra de' quali non sapeano combattere esse figliuole. Diede ciò motivo di molte dicerie al popolo; e Carlo con disinvoltura dissimulava tutto, come se mai non fosse nato, o non avesse forza il sospetto della lor imprudente condotta. Seguitano gli Annali de' Franchi a dire che in quest'anno i Mori della Spagna, avendo da tutto il lor paese raunata una potente flotta di navi, passarono prima in Sardegna e poscia in Corsica. Può essere che nella prima non trovassero i lor conti; ma nella seconda, giacchè non v'era presidio di milizie atto alla difesa, riuscì loro d'impadronirsene per la maggior parte, con danno e vergogna del Cristianesimo. IntantoNiceforoimperadore dei Greci, che, per testimonianza di Teofane[Theoph., in Chronogr.], ogni dì più andava imperversandocontra de' suoi popoli, udita la guerra mossa dal rePippinoai Veneziani, e che la città di Venezia era stata dall'armi franzesi occupata, spedì Arsacio spatario, suo ambasciatore al medesimo re[Annales Francor. Metenses. Annal. Francor. Bertiniani. Eginhardus, in Annal. Francor.]. Ma avendo questi trovato che Pippino era passato al paese dei più, andò oltre per trattare coll'Augusto Carlo. Gli diede egli udienza in Aquisgrana nel mese d'ottobre; e perchè all'Italia era mancato il suo forte scudo colla morte del figliuolo, volentieri ascoltò i discorsi di pace col greco imperadore, al quale dipoi, per consentimento di tutti gli storici, nell'anno 812Venetiam reddidit: parole che bastantemente ci fanno intendere lo stato e stima di Venezia in questi tempi. Come intendano queste parole i veneziani scrittori, si può leggere nel Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.]e ne' Giornali de' letterati d'Italia[Giornale de' Letterati d'Italia, tom. 16, pag. 475.]. Il Porfirogeneta, tuttochè storico greco[Porphyrogenneta, lib. de Administr. Imp., cap. 28.], confessa che in quella pace si obbligarono i Veneziani di pagare al re d'Italia da lì innanzi annualmente una somma di danaro.
Fece anche pace l'imperador Carlo in quest'anno conAlbaca, ossia conAbulazre de' Saraceni, ossia de' Mori di Spagna, che da Cordova gli spedì i suoi ambasciatori. Prima ancora di questi fatti ebbe esso Augusto delle strepitose brighe conGotifredo re di Danimarca, il quale spedita un'armata di ducento vele nella Frisia, devastò l'isole adiacenti; e sbarcato l'esercito in terra ferma, dopo avere sconfitti quei popoli, avea loro imposto tributi e gabelle. Carlo Magno, all'avviso di questi disordini negli stati suoi, s'affrettò per quando potè per adunar da ogni parte un poderoso esercito; e in persona cavalcò sino a Verda, per mettersi a fronte del re danese, che millantava di voler venire ad un fatto d'armicon lui, anzi di voler arrivare fino ad Aquisgrana coll'armi sue. Quand'eccoti giugnere nuova che la flotta nemica si era ritirata dalla Frisia, e che il re Gotifredo era stato ucciso da una delle sue guardie. Per questo se ne tornò l'imperadore, senza far altro, ad Aquisgrana. Accadde nondimeno in quella spedizione una funesta disgrazia, cioè che insorta la peste ne' buoi dell'armata, quasi tutti vi perirono. Nè solamente si provò questo terribil flagello nell'oste di Carlo Magno, ma anche per tutte le provincie della Francia e Germania a lui soggette; perchè la buona gente d'allora non s'avvisava che a sì fatti malori d'epidemie attaccaticcie d'uomini o di bestie si può mettere riparo colle guardie e coll'impedirne la comunicazione. Agobardo vivente allora arcivescovo di Lione[Agobardus, I, de Grandine et Tonitr. c. 16.]racconta una pazzia di questi tempi, che dee servir d'istruzione ai posteri in somiglianti casi: cioè che si sparse voce essere originata quella mortalità de' buoi da polve avvelenata, cheGrimoaldoStoresaiz duca di Benevento avea fatta spargere per le campagne della Francia:Ante hos paucos annos, dice egli, disseminata est quaedam stultitia, quum esset mortalitas boum, ut dicerent Grimoaldum ducem Beneventanorum transmisisse homines cum pulveribus, quos spargerent per campos et montes, prata et fontes, eo quod esset inimicus christianissimo imperatori Carolo, et de ipso sparso pulvere mori boves. Propter quam causam multos comprehensos audivimus, et vidimus, et aliquos occisos, plerosque autem affixos tabulis in flumen projectos atque necatos. Et quod mirum valde est, comprehensi ipsi adversum se dicebant testimonium, habere se talem pulverem et spargere. Guai, se in casi di pestilenza o d'uomini, o d'animali si caccia una di sì fatte immaginazioni in capo al matto popolo. Non c'è maniera di farlo discredere, e facilmente si va a sognar dei delinquenti e a levar loro la vita, come allora avvenne in Francia,senza pensare (lo avvertì lo stesso Agobardo) come mai quella pretesa velenosa polve nocesse ai soli buoi, e non anche agli altri animali. E che succedessero molti omicidii di persone innocenti per questa diabolica apprensione, lo ricaviamo anche da un capitolare di Carlo Magno, pubblicato nel presente anno, e rapportato dal Baluzio[Baluz., Capitular. Reg. Franc., tom. 1.]:De homicidiis factis anno praesenti inter vulgares homines, quasi propter pulverem mortalem.