DCCCXVII

DCCCXVIIAnno diCristoDCCCXVII. IndizioneX.Pasqualepapa 1.Lodovico Pioimperadore 4.Bernardore d'Italia 6.Abbiamo nella Cronica farfense una bolla diStefano IVpapa, che conferma adIngealdo, abbatedell'insigne monastero di Farfa, tutti i beni spettanti a quel sacro luogo. Fu essa scrittaper manus Christophori scriniarii in mense januario. Datum X kalendas februarii per manus Theodori Nomenclatoris sanctae sedis apostolicae, imperante domno Hludowico Augusto a Deo coronato, magno pacifico imperatore anno III, et patriciatus ejus anno III, Indictione X.In vece dipatriciatuscrede il p. Pagi[Pagius, ad Ann. Baron.]che fosse scrittoP. C. ejus, cioèpost consulatum ejus. Impose esso papa ai monaci di Farfa una pensione annua di dieci soldi d'oro. Ma godendo Farfa il privilegio dei monisteri imperiali, se crediamo al Cronografo, per cura diLottario imperadoresotto Pasquale successore nel pontificato, fu levato l'obbligo di tal pensione. Poco stette dipoi a dar fine ai suoi giorni il suddetto buon papaStefano, essendoegli stato rapito dalla morte il dì 24 di esso mese di gennaio. Appena fu egli passato a miglior vita, che di piena concordia restò eletto da tutto il clero e popolo romano il sommo ponteficePasqualeromano, rettore del monistero di santo Stefano, situato presso la basilica vaticana, alle cui virtù Anastasio bibliotecario[Anastas., in Vit. Paschalis.], o qualunque sia l'autore della sua vita, tesse un illustre elogio. Riferisce il suddetto autore della Cronica farfense una bolla conceduta da lui in favore di quel monistero, e datakal. februarii per manus Nomenclatoris sanctae sedis apostolicae, imperante domno Hludowico piissimo perpetuo Augusto a Deo coronato magno pacifico imperatore anno III, Indictione X,cioè nell'anno presente. Non si truova in questa bolla menzione alcuna della pensione suddetta, e vedremo poscia che ne' diplomi susseguenti di Lottario I Augusto essa viene abolita. Ma ciò che potrebbe far sospettare della legittimità di tal documento, si è, ch'esso è scritto nel primo giorno difebbraio da Teodoro nomenclatore della santa Sede apostolica, quando l'Astronomo[Astronomus, in Vit. Ludov. Pii.], scrittore di quei tempi, ci fa sapere che papa Pasqualepost expletam consecrationem solemnem(nel dì 25 di gennaio)legatos, ec. imperatori misit. Hujus legationis bajulus fuit Theodorus nomenclator,ec. Se terminata che fu la consecrazione del nuovo papa,Teodorofu spedito in Francia, come potè egli stendere quella bolla? Ma dagli Annali lauresamensi si ha[Annales Francor. Laureshamenses.]che il papa dopo la consecrazione spedì solamente lettera di scusa, e dipoi inviò Teodoro. Però può egli aver tardato fin dopo il primo di febbraio a mettersi in viaggio. Una particolarità poi si ricava dalle parole del medesimo Astronomo, che così scrive del suddetto papa:Legatos cum epistola apologetica, et maximis muneribus imperatori misit, insinuans, non se ambitione, nec voluntate,sed electione et populi acclamatione, huic succubuisse potius quam insiluisse dignitati.Odansi ancora gli Annali lauresamensi:Stephanus papa, postquam Romam venerat, mense, sed nondum expleto, circiter VIII kalendas februarii diem obiit. Cui Paschalis successor electus, post completam solemniter ordinationem suam, et munera, et excusatoriam imperialem misit epistolam in qua sibi non solum nolenti, sed etiam plurimum renitenti, pontificatus honorem veluti impactum asseverat.Questa lettera di scusa d'essere stato consecrato papa Pasquale contra sua voglia, fa abbastanza intendere che ne' patti della signoria di Roma conferita da Carlo imperadore e da Lodovico suo figliuolo a Leone III e a Stefano IV sommi pontefici, vi doveva essere, che per consecrare il nuovo papa eletto si dovesse aspettare l'approvazione e il consenso dell'imperadorepro tempore. Abbiam veduto che esso Stefano IV, il primo che dopo fatta la rinnovazion dell'imperio romano nella persona di Carlo Magno, fu eletto papa e consecrato immantenente, per attestato del medesimo autore della vita di Lodovico,praemisit legationem, quae super ordinatione ejus imperatori satisfaceret. Fin dai tempi dei re goti fu introdotto il costume, continuato poi per più secoli dai greci imperadori (chiamisi anche abuso, che non importa), di non venire alla consecrazione del papa eletto, se prima non era giunto l'assenso dell'imperadore, padrone allora e sovrano di Roma, o almeno dell'esarcato de' Ravennati. Carlo Magno e Lodovico Pio, succeduti nel dominio di Roma, non volendo essere da meno dei precedenti Augusti, imposero questa medesima obbligazione ed aggravio al clero e popolo romano. Ma ai Romani quest'obbligo e peso parve sempre grave ed ingiusto; e giacchè era passato qualche tempo, dappoichè essi Romani si erano staccati dall'ubbidienza de' greci imperadori, che liberamente aveano consecrati i papi, non sapevanoaccomodarsi sotto Lodovico Pio a questo giogo. Però senz'altro riguardo vennero all'ordinazione di Stefano IV e di Pasquale, confidati nella pietà e bontà di Lodovico Pio, che accetterebbe le scuse del loro operato: nel che non s'ingannarono. Ma andando innanzi, vedremo sostenuto con forza questo, chiamato dagl'imperadori diritto della corona, e dai Romani abuso.Aggiugne il suddetto Astronomo chehujus legationis(di papa Pasquale)bajulus fuit Theodorus nomenclator, qui negotio peracto, et petitis impetratis, super confirmatione scilicet pacti et amicitiae more praedecessorum suorum, reversus est. Altrettanto abbiamo dagli Annali lauresamensi, ne' qualimissa alia legatione, pactum, quod cum praedecessoribus suis factum fuerat, et secum fieri et firmari rogavit. Hanc legationem Theodorus nomenclator et detulit, et ea quae petierat, impetravit.E qui non si può di meno di non rammentare la famosa costituzioneEgo Ludovicus, accennata da Leone Ostiense, riferita da Graziano[Gratian., Dec.Ego Ludovicus, Dist. LVIII.], e rapportata più ampiamente negli Annali ecclesiastici[Baron., in Annal. Eccl.]. Vien questa creduta un'impostura dal padre Pagi[Pagius, in Crit. Baron.]e da altri che ne recano le pruove; laonde a me pure non dee essere disdetto l'esporre onoratamente il sentimento mio intorno ad essa, non mosso da veruna passione, ma guidato dal solo amore della verità, la quale, chiunque ancora ha sommo rispetto per la santa Sede, dee preferir sempre alla bugia. Col voler sostenere opinioni inverisimili uno scrittore non giova ad altrui; fors'anche gli nuoce e solamente può guadagnare a sè stesso lo svantaggioso titolo di adulatore oppur quello di sciocco. Ora io dico non potersi mai sostenere per documento legittimo e veramente uscito dalla cancelleria di Lodovico Pio quella costituzione. Vi manca la data: segno che neresta una sola copia informe, e non autentica, la quale non può far pruova sicura. Contiene essa veramente molti stati che erano in dominio della Chiesa romana e de' sommi pontefici. Ivi è confermata al papa la città di Roma col suo ducato, ma colla giunta di queste parole:Sicut a praedecessoribus vestris(dovrebbe dire nostris)usque nunc in vestra potestate et ditione tenuistis et disposuistis. S'è veduto in addietro, se con sovranità, oppure con dipendenza i papi governassero Roma e il suo ducato, e continueremo anche a vederlo. Ma non può stare che Lodovico Pio confermasse o donasse a papa PasqualeSiciliam sub integritate cum omnibus adjacentibus, et territoriis maritimis,ec. LaSiciliaera allora dell'imperator greco, con cui durava la pace e concordia, confermata anche nell'anno presente, come si ha dagli Annali bertiniani. Non si può mai credere che il papa chiedesse e l'imperador d'Occidente donasse la roba altrui. Gli conferma ancora LodovicoPatrimonia ad potestatem et ditionem nostram pertinentia, sicut est patrimonium Calabriae inferioris et superioris, et patrimonium neapolitanum.Ma evidente cosa è che l'imperadore non istendeva allora la sua podestà e dominio sopra laCalabria, nè sopraNapoli, che erano allora sotto la giurisdizione dell'imperador d'Oriente, e ciò senza contrasto alcuno. Almeno non toccava a Lodovico Pio di confermare al papa degli allodiali situati sotto il dominio altrui. Più sotto si lascia ai Romani la libertà di consecrare il nuovo papa eletto, senza obbligo di attendere l'approvazion dell'imperadore. E i fatti precedenti e i susseguenti, siccome vedremo, convincono d'insussistenza una tal concessione. Lascio andare altre riflessioni, bastando queste per conchiudere che non merita d'essere attribuita quella costituzione, almeno tal quale essa è oggidì, a Lodovico Pio; e potersi con tutto fondamento sospettare che nascesse quella carta, oppur fosse alterato edinterpolato il vero documento, nel secolo undecimo, dappoichè i pontefici cominciarono a muovere delle pretensioni sopra la Sicilia, e a non voler sofferire che gli imperadori avessero mano nella creazion de' papi: tempo appunto in cui Leone Ostiense cominciò a farne menzione. Una costituzione diversa da questa viene accennata dal Dandolo nella sua Cronica[Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.].Bollivano intanto delle controversie di confini nella Dalmazia tra i due imperadori d'Occidente e d'Oriente, perchè la Dalmazia mediterranea apparteneva al primo, la marittima al secolo. Forse ancora verso il Levante non erano per anche bene stabiliti i confini[Astronom., in Vit. Ludovici Pii. Eginhard., in Anual. Francor.]. Niceforo ambasciatore di Leone imperador dei Greci spedito ad Aquisgrana nell'anno presente, trattò di questo affare; ma perchè non si trovava allora alla corteCadaloo, ossiaCadolaco, a cui spettava la cura di que' confini, bisognò aspettare. E da ciò possiam dedurre che Cadaloo fosse in questi tempi duca o marchese della marca del Friuli, ed avere unita al suo governo la Dalmazia franzese. Venuto poi Cadaloo ad Aquisgrana, e conoscendosi necessaria l'ispezione de' siti, fu egli col greco ambasciatore inviato in Dalmazia, e datogli per aggiunta Albigario nipote d'Unroco, uno probabilmente degli antenati della famiglia di Berengario, che fu poi re d'Italia sul fine di questo secolo. In quest'anno ancora, quantunque i Danesi dessero a credere di voler pace, Lodovico Augusto fece lor guerra in aiuto diErioldo rescacciato da essi. Ma la più solenne azione fatta nel presente anno dall'imperadore Lodovico fu l'aver egli in tempo di state adunata in Aquisgrana la general dieta de' suoi stati[Annales Franc. Laureshamens. Annal. Franc. Moissiacens.], dove propose di dichiarar imperadore e suo collega nell'imperioLottariosuo primogenito.Tunc omni populo placuit, ut ipse se vivente, constitueret unum de suis filiis imperare, sicut pater ejus fecerat ipsum. Restò in fatti proclamato e coronato imperador dei Romani ed Augusto esso Lottario, con gran giubilo e festa del popolo; e dal giorno di questa sua esaltazione alcuni cominciarono a contar l'epoca del di lui imperio. I due suoi fratelli, cioèPippinoeLodovico, amendue, o prima o allora dichiarati re, furono mandati dal padre l'uno in Aquitania, l'altro in Baviera, cioè ne' regni destinati per loro porzione. Confessa Tegano[Theganus, de Reb. Gest. Ludovici Pii, num. 21.]cheob hoc, cioè per la dignità imperiale conferita a Lottarioceteri filii indignati sunt; perchè l'essere d'imperadore portava superiorità non solo d'onore, ma di comando e di giurisdizione sopra dei re, e sopra tutta la monarchia franzese.Più nondimeno di que' due fratelli se l'ebbe a maleBernardore d'Italia. Non gli mancarono dei cattivi consiglieri che gli persuasero di non sofferir la risoluzione presa dall'Augusto suo zio, rappresentandogli, come si può credere, che a lui, siccome figliuolo diPippinogià re d'Italia, maggiore d'età che Lodovico Pio di lui fratello, competeva maggior diritto all'imperio, e tanto più, perchè chi era re d'Italia, parea più conveniente che fosse anche imperadore. Pertanto lo sconsigliato giovinetto principe, senza considerare che la sua nascita pativa delle eccezioni, e che le forze sue non poteano competere col monarca delle Gallie e della Germania, e che massimamente per l'interposizione di Lodovico Pio, Carlo Magno l'avea fatto re d'Italia: si diede a far gente e a meditar ribellione[Eginhardus, in Annal. Franc. Annales Franc. Bertiniani. Astronomus, in Vita Ludovici Pii.]. Fu inviata all'imperador Lodovico, nel mentre che tornavava in Aquisgrana, questa nuova da più d'uno, ma principalmente daRataldovescovo diVerona (chiamato da altriRotaldo) e daSupponeconte di Brescia, con supporgli che Bernardo avesse già preso tutti i passi alle Chiuse dell'Italia, e messe ivi delle guarnigioni, e che tutte le città d'Italia avessero mano in questa congiura: il che in parte era vero e in parte falso. Però l'Augusto Lodovico con somma prestezza raccolto un potente esercito da tutta la Gallia e Germania, s'inviò senza dimora alla volta d'Italia. Non ci volle di più per far rientrar in sè stesso il mal accorto Bernardo, che scorto oramai di non aver possanza da contrastare coll'Augusto zio, perchè di dì in dì s'andavano ritirando da lui e desertando le truppe italiane, prese finalmente il partito di ricorrere alla clemenza dell'irritato imperadore. Deposte dunque l'armi, andò fino alla città di Sciallon in Borgogna a gittarsi ai di lui piedi. Gli tennero dietro altri che avevano avuta parte nella congiura, fra' quali specialmente sono menzionatiEggideo, uno dei più confidenti d'esso re Bernardo,Rinaldocameriere d'esso re, eReginariogià conte del palazzo dell'imperadore e figliuolo di Meginario conte. Trovaronsi inoltre mischiati in questo trattatoAnselmoarcivescovo di Milano,Wolfoldovescovo di Cremona, e, quel che è più da stupire,Teodolfovescovo d'Orleans in Francia, sedotti forse dall'amore verso l'Italia sua patria. Questi personaggi, non solamente dopo la deposizion dell'armi spontaneamente si misero nelle forze dell'imperadore, ma anche ai primi interrogatorii scoprirono tutta l'orditura della lor tela. Noi non abbiamo se non gli autori franzesi che parlano di questo affare. Per buona ventura, pochi anni sono, Gian Burcardo Menchenio diede alla luce una Cronichetta longobarda, composta da Andrea prete italiano[Andreas Chron. apud Menchenium, tom. 1.]in questo medesimo secolo, e da me ristampata[Antiquit. Ital., Dissert. II.], che scrive essere stato fraudolentemente chiamato in Francia l'infelice Bernardodall'imperadrice Ermengarda, e ch'egli dopo aver ricavato dagli ambasciatori che doveano averne sufficiente mandato, un giuramento di sicurezza o salvocondotto per la sua persona, v'andò: e male per lui.Conjux ejusdem Ludovici, Hermengarda nomine, inimicitiam contra Bernardum Langobardorum regem gerens, mandavit ei, quasi pacis gratia, ad se veniret. Ille ab his nobilibus legatis sacromenta fidei suscepit, in Franciam ivit. Comparirà molto probabile un tal racconto. Fu intanto messo in prigione il misero re, e tutti i complici di quella congiura.In quest'anno ancora attese il pio imperador Lodovico alla riforma dei monisteri, valendosi specialmente dell'opera di Benedetto abbate già di Aniana, e allora d'Inda[Astronomus, in Vita Ludovici Pii.], uomo di santa vita, e tale, per sentimento d'alcuni, che potea gareggiare nelle virtù con san Benedetto patriarca dei monaci in Occidente. Ordinò ancora l'uniformità del rito benedettino per tutti i monisteri. Fino a quest'annoGrimoaldo Storesaiz, principe, ossia duca di Benevento, tenne le redini del governo di quegli stati. Avea fatto ricorso a luiSicone, uomo nobile e riguardevole di Spoleti, prima dell'anno 810, perchè era incorso nella disgrazia diPippino re d'Italia. L'Anonimo salernitano lo racconta nella storia da me data alla luce[Rer. Ital. P. II, tom. 2, pag. 198.]. Grimoaldo l'accolse umanamente, e il fece conte di Agerenza. Per cagione di caccia sorse da lì a molto tempo amarezza e discordia fra i due figliuoli del suddetto Sicone, cioèSicardoeSiconolfodall'una parte, eRadelchiossiaRadelgisoconte di Conza. Fecene querela Radelchi al duca Grimoaldo, che, per placarlo, spedì subito ordine a Sicone di comparirgli innanzi senza dimora. Da questa citazione, ben conoscendo d'onde veniva il vento, spaventato Sicone, già pensava a fuggirsene per mare a Costantinopoli; ma penetrato dal popolo di Agerenza questo suo disegno, tanto eral'amore che gli portavano, che il confortarono a non abbandonarli, esibendosi tutti pronti di dar la vita per lui. Perciò egli rispose a Grimoaldo di non poter venire per trovarsi infermo. Da questa risposta, ma più dalle frange che vi fece Radelgiso, irritato il principe, raunato lo esercito, si portò all'assedio di Agerenza. Sostenne quel popolo vigorosamente la difesa di quella città, e riuscì anche un dì ai figliuoli di Sicone di dare una fiera spelazzata a quei di Conza, in maniera che stentò il loro conte Radelgiso a mettersi in salvo. Ma perchè scappò detto un giorno a Grimoaldo che gl'incresceva di far quella guerra ad un nobile straniero, ricevuto da lui sotto la sua fede, Radelgiso uomo accorto, mutata massima, si esibì di condur Sicone alla di lui presenza. Entrato in fatti in Agerenza, e pacificatosi con Sicone, anzi formata lega con lui, il menò davanti a Grimoaldo, che gli perdonò. Da lì innanzi il gran pensiero di Radelgiso altro non fu che la rovina del duca, con desiderio e speranza d'occupar egli il principato: al quale fine andò guadagnando al suo partito molti del popolo. Ma Dauferio, uomo nobilissimo, co' suoi due figliuoli Roffrido e Potelfrido si dichiarò per invidia in favor di Sicone. Pretendendosi poscia un giorno esso Dauferio ingiuriato dalduca Grimoaldo, talmente mise alla punta i suoi figliuoli, che preso seco un sicario per nome Agelmondo, il misero a morte. Se vogliam prestar fede al suddetto Anonimo salernitano, Grimoaldo era odiato per la sua avarizia, per gli affronti e per le minacce che faceva ai grandi, e per le oppressioni che inferiva al minuto popolo. Ma Erchemperto, scrittore di maggiore antichità e credito, cel rappresenta per uomo mansueto e di dolci costumi; e scrive che Radelchi conte di Conza e Sicone gastaldo di Agerenza, ingrati agli onori ricevuti da Grimoaldo, cospirarono contra di lui; e che trovandosi egli ridotto agli ultimi respiri per qualche malattia, gli affrettarono con delleferite la partenza dal mondo. Non essendo restata prole di Grimoaldo, si venne dal popolo all'elezione d'un nuovo principe di Benevento; e son d'accordo Erchemperto e l'Anonimo salernitano, che specialmente per opera e persuasione di Radelgiso (che se n'ebbe poscia a pentire) fu alzato al tronoSicone.

Abbiamo nella Cronica farfense una bolla diStefano IVpapa, che conferma adIngealdo, abbatedell'insigne monastero di Farfa, tutti i beni spettanti a quel sacro luogo. Fu essa scrittaper manus Christophori scriniarii in mense januario. Datum X kalendas februarii per manus Theodori Nomenclatoris sanctae sedis apostolicae, imperante domno Hludowico Augusto a Deo coronato, magno pacifico imperatore anno III, et patriciatus ejus anno III, Indictione X.In vece dipatriciatuscrede il p. Pagi[Pagius, ad Ann. Baron.]che fosse scrittoP. C. ejus, cioèpost consulatum ejus. Impose esso papa ai monaci di Farfa una pensione annua di dieci soldi d'oro. Ma godendo Farfa il privilegio dei monisteri imperiali, se crediamo al Cronografo, per cura diLottario imperadoresotto Pasquale successore nel pontificato, fu levato l'obbligo di tal pensione. Poco stette dipoi a dar fine ai suoi giorni il suddetto buon papaStefano, essendoegli stato rapito dalla morte il dì 24 di esso mese di gennaio. Appena fu egli passato a miglior vita, che di piena concordia restò eletto da tutto il clero e popolo romano il sommo ponteficePasqualeromano, rettore del monistero di santo Stefano, situato presso la basilica vaticana, alle cui virtù Anastasio bibliotecario[Anastas., in Vit. Paschalis.], o qualunque sia l'autore della sua vita, tesse un illustre elogio. Riferisce il suddetto autore della Cronica farfense una bolla conceduta da lui in favore di quel monistero, e datakal. februarii per manus Nomenclatoris sanctae sedis apostolicae, imperante domno Hludowico piissimo perpetuo Augusto a Deo coronato magno pacifico imperatore anno III, Indictione X,cioè nell'anno presente. Non si truova in questa bolla menzione alcuna della pensione suddetta, e vedremo poscia che ne' diplomi susseguenti di Lottario I Augusto essa viene abolita. Ma ciò che potrebbe far sospettare della legittimità di tal documento, si è, ch'esso è scritto nel primo giorno difebbraio da Teodoro nomenclatore della santa Sede apostolica, quando l'Astronomo[Astronomus, in Vit. Ludov. Pii.], scrittore di quei tempi, ci fa sapere che papa Pasqualepost expletam consecrationem solemnem(nel dì 25 di gennaio)legatos, ec. imperatori misit. Hujus legationis bajulus fuit Theodorus nomenclator,ec. Se terminata che fu la consecrazione del nuovo papa,Teodorofu spedito in Francia, come potè egli stendere quella bolla? Ma dagli Annali lauresamensi si ha[Annales Francor. Laureshamenses.]che il papa dopo la consecrazione spedì solamente lettera di scusa, e dipoi inviò Teodoro. Però può egli aver tardato fin dopo il primo di febbraio a mettersi in viaggio. Una particolarità poi si ricava dalle parole del medesimo Astronomo, che così scrive del suddetto papa:Legatos cum epistola apologetica, et maximis muneribus imperatori misit, insinuans, non se ambitione, nec voluntate,sed electione et populi acclamatione, huic succubuisse potius quam insiluisse dignitati.Odansi ancora gli Annali lauresamensi:Stephanus papa, postquam Romam venerat, mense, sed nondum expleto, circiter VIII kalendas februarii diem obiit. Cui Paschalis successor electus, post completam solemniter ordinationem suam, et munera, et excusatoriam imperialem misit epistolam in qua sibi non solum nolenti, sed etiam plurimum renitenti, pontificatus honorem veluti impactum asseverat.Questa lettera di scusa d'essere stato consecrato papa Pasquale contra sua voglia, fa abbastanza intendere che ne' patti della signoria di Roma conferita da Carlo imperadore e da Lodovico suo figliuolo a Leone III e a Stefano IV sommi pontefici, vi doveva essere, che per consecrare il nuovo papa eletto si dovesse aspettare l'approvazione e il consenso dell'imperadorepro tempore. Abbiam veduto che esso Stefano IV, il primo che dopo fatta la rinnovazion dell'imperio romano nella persona di Carlo Magno, fu eletto papa e consecrato immantenente, per attestato del medesimo autore della vita di Lodovico,praemisit legationem, quae super ordinatione ejus imperatori satisfaceret. Fin dai tempi dei re goti fu introdotto il costume, continuato poi per più secoli dai greci imperadori (chiamisi anche abuso, che non importa), di non venire alla consecrazione del papa eletto, se prima non era giunto l'assenso dell'imperadore, padrone allora e sovrano di Roma, o almeno dell'esarcato de' Ravennati. Carlo Magno e Lodovico Pio, succeduti nel dominio di Roma, non volendo essere da meno dei precedenti Augusti, imposero questa medesima obbligazione ed aggravio al clero e popolo romano. Ma ai Romani quest'obbligo e peso parve sempre grave ed ingiusto; e giacchè era passato qualche tempo, dappoichè essi Romani si erano staccati dall'ubbidienza de' greci imperadori, che liberamente aveano consecrati i papi, non sapevanoaccomodarsi sotto Lodovico Pio a questo giogo. Però senz'altro riguardo vennero all'ordinazione di Stefano IV e di Pasquale, confidati nella pietà e bontà di Lodovico Pio, che accetterebbe le scuse del loro operato: nel che non s'ingannarono. Ma andando innanzi, vedremo sostenuto con forza questo, chiamato dagl'imperadori diritto della corona, e dai Romani abuso.

Aggiugne il suddetto Astronomo chehujus legationis(di papa Pasquale)bajulus fuit Theodorus nomenclator, qui negotio peracto, et petitis impetratis, super confirmatione scilicet pacti et amicitiae more praedecessorum suorum, reversus est. Altrettanto abbiamo dagli Annali lauresamensi, ne' qualimissa alia legatione, pactum, quod cum praedecessoribus suis factum fuerat, et secum fieri et firmari rogavit. Hanc legationem Theodorus nomenclator et detulit, et ea quae petierat, impetravit.E qui non si può di meno di non rammentare la famosa costituzioneEgo Ludovicus, accennata da Leone Ostiense, riferita da Graziano[Gratian., Dec.Ego Ludovicus, Dist. LVIII.], e rapportata più ampiamente negli Annali ecclesiastici[Baron., in Annal. Eccl.]. Vien questa creduta un'impostura dal padre Pagi[Pagius, in Crit. Baron.]e da altri che ne recano le pruove; laonde a me pure non dee essere disdetto l'esporre onoratamente il sentimento mio intorno ad essa, non mosso da veruna passione, ma guidato dal solo amore della verità, la quale, chiunque ancora ha sommo rispetto per la santa Sede, dee preferir sempre alla bugia. Col voler sostenere opinioni inverisimili uno scrittore non giova ad altrui; fors'anche gli nuoce e solamente può guadagnare a sè stesso lo svantaggioso titolo di adulatore oppur quello di sciocco. Ora io dico non potersi mai sostenere per documento legittimo e veramente uscito dalla cancelleria di Lodovico Pio quella costituzione. Vi manca la data: segno che neresta una sola copia informe, e non autentica, la quale non può far pruova sicura. Contiene essa veramente molti stati che erano in dominio della Chiesa romana e de' sommi pontefici. Ivi è confermata al papa la città di Roma col suo ducato, ma colla giunta di queste parole:Sicut a praedecessoribus vestris(dovrebbe dire nostris)usque nunc in vestra potestate et ditione tenuistis et disposuistis. S'è veduto in addietro, se con sovranità, oppure con dipendenza i papi governassero Roma e il suo ducato, e continueremo anche a vederlo. Ma non può stare che Lodovico Pio confermasse o donasse a papa PasqualeSiciliam sub integritate cum omnibus adjacentibus, et territoriis maritimis,ec. LaSiciliaera allora dell'imperator greco, con cui durava la pace e concordia, confermata anche nell'anno presente, come si ha dagli Annali bertiniani. Non si può mai credere che il papa chiedesse e l'imperador d'Occidente donasse la roba altrui. Gli conferma ancora LodovicoPatrimonia ad potestatem et ditionem nostram pertinentia, sicut est patrimonium Calabriae inferioris et superioris, et patrimonium neapolitanum.Ma evidente cosa è che l'imperadore non istendeva allora la sua podestà e dominio sopra laCalabria, nè sopraNapoli, che erano allora sotto la giurisdizione dell'imperador d'Oriente, e ciò senza contrasto alcuno. Almeno non toccava a Lodovico Pio di confermare al papa degli allodiali situati sotto il dominio altrui. Più sotto si lascia ai Romani la libertà di consecrare il nuovo papa eletto, senza obbligo di attendere l'approvazion dell'imperadore. E i fatti precedenti e i susseguenti, siccome vedremo, convincono d'insussistenza una tal concessione. Lascio andare altre riflessioni, bastando queste per conchiudere che non merita d'essere attribuita quella costituzione, almeno tal quale essa è oggidì, a Lodovico Pio; e potersi con tutto fondamento sospettare che nascesse quella carta, oppur fosse alterato edinterpolato il vero documento, nel secolo undecimo, dappoichè i pontefici cominciarono a muovere delle pretensioni sopra la Sicilia, e a non voler sofferire che gli imperadori avessero mano nella creazion de' papi: tempo appunto in cui Leone Ostiense cominciò a farne menzione. Una costituzione diversa da questa viene accennata dal Dandolo nella sua Cronica[Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Italic.].

Bollivano intanto delle controversie di confini nella Dalmazia tra i due imperadori d'Occidente e d'Oriente, perchè la Dalmazia mediterranea apparteneva al primo, la marittima al secolo. Forse ancora verso il Levante non erano per anche bene stabiliti i confini[Astronom., in Vit. Ludovici Pii. Eginhard., in Anual. Francor.]. Niceforo ambasciatore di Leone imperador dei Greci spedito ad Aquisgrana nell'anno presente, trattò di questo affare; ma perchè non si trovava allora alla corteCadaloo, ossiaCadolaco, a cui spettava la cura di que' confini, bisognò aspettare. E da ciò possiam dedurre che Cadaloo fosse in questi tempi duca o marchese della marca del Friuli, ed avere unita al suo governo la Dalmazia franzese. Venuto poi Cadaloo ad Aquisgrana, e conoscendosi necessaria l'ispezione de' siti, fu egli col greco ambasciatore inviato in Dalmazia, e datogli per aggiunta Albigario nipote d'Unroco, uno probabilmente degli antenati della famiglia di Berengario, che fu poi re d'Italia sul fine di questo secolo. In quest'anno ancora, quantunque i Danesi dessero a credere di voler pace, Lodovico Augusto fece lor guerra in aiuto diErioldo rescacciato da essi. Ma la più solenne azione fatta nel presente anno dall'imperadore Lodovico fu l'aver egli in tempo di state adunata in Aquisgrana la general dieta de' suoi stati[Annales Franc. Laureshamens. Annal. Franc. Moissiacens.], dove propose di dichiarar imperadore e suo collega nell'imperioLottariosuo primogenito.Tunc omni populo placuit, ut ipse se vivente, constitueret unum de suis filiis imperare, sicut pater ejus fecerat ipsum. Restò in fatti proclamato e coronato imperador dei Romani ed Augusto esso Lottario, con gran giubilo e festa del popolo; e dal giorno di questa sua esaltazione alcuni cominciarono a contar l'epoca del di lui imperio. I due suoi fratelli, cioèPippinoeLodovico, amendue, o prima o allora dichiarati re, furono mandati dal padre l'uno in Aquitania, l'altro in Baviera, cioè ne' regni destinati per loro porzione. Confessa Tegano[Theganus, de Reb. Gest. Ludovici Pii, num. 21.]cheob hoc, cioè per la dignità imperiale conferita a Lottarioceteri filii indignati sunt; perchè l'essere d'imperadore portava superiorità non solo d'onore, ma di comando e di giurisdizione sopra dei re, e sopra tutta la monarchia franzese.

Più nondimeno di que' due fratelli se l'ebbe a maleBernardore d'Italia. Non gli mancarono dei cattivi consiglieri che gli persuasero di non sofferir la risoluzione presa dall'Augusto suo zio, rappresentandogli, come si può credere, che a lui, siccome figliuolo diPippinogià re d'Italia, maggiore d'età che Lodovico Pio di lui fratello, competeva maggior diritto all'imperio, e tanto più, perchè chi era re d'Italia, parea più conveniente che fosse anche imperadore. Pertanto lo sconsigliato giovinetto principe, senza considerare che la sua nascita pativa delle eccezioni, e che le forze sue non poteano competere col monarca delle Gallie e della Germania, e che massimamente per l'interposizione di Lodovico Pio, Carlo Magno l'avea fatto re d'Italia: si diede a far gente e a meditar ribellione[Eginhardus, in Annal. Franc. Annales Franc. Bertiniani. Astronomus, in Vita Ludovici Pii.]. Fu inviata all'imperador Lodovico, nel mentre che tornavava in Aquisgrana, questa nuova da più d'uno, ma principalmente daRataldovescovo diVerona (chiamato da altriRotaldo) e daSupponeconte di Brescia, con supporgli che Bernardo avesse già preso tutti i passi alle Chiuse dell'Italia, e messe ivi delle guarnigioni, e che tutte le città d'Italia avessero mano in questa congiura: il che in parte era vero e in parte falso. Però l'Augusto Lodovico con somma prestezza raccolto un potente esercito da tutta la Gallia e Germania, s'inviò senza dimora alla volta d'Italia. Non ci volle di più per far rientrar in sè stesso il mal accorto Bernardo, che scorto oramai di non aver possanza da contrastare coll'Augusto zio, perchè di dì in dì s'andavano ritirando da lui e desertando le truppe italiane, prese finalmente il partito di ricorrere alla clemenza dell'irritato imperadore. Deposte dunque l'armi, andò fino alla città di Sciallon in Borgogna a gittarsi ai di lui piedi. Gli tennero dietro altri che avevano avuta parte nella congiura, fra' quali specialmente sono menzionatiEggideo, uno dei più confidenti d'esso re Bernardo,Rinaldocameriere d'esso re, eReginariogià conte del palazzo dell'imperadore e figliuolo di Meginario conte. Trovaronsi inoltre mischiati in questo trattatoAnselmoarcivescovo di Milano,Wolfoldovescovo di Cremona, e, quel che è più da stupire,Teodolfovescovo d'Orleans in Francia, sedotti forse dall'amore verso l'Italia sua patria. Questi personaggi, non solamente dopo la deposizion dell'armi spontaneamente si misero nelle forze dell'imperadore, ma anche ai primi interrogatorii scoprirono tutta l'orditura della lor tela. Noi non abbiamo se non gli autori franzesi che parlano di questo affare. Per buona ventura, pochi anni sono, Gian Burcardo Menchenio diede alla luce una Cronichetta longobarda, composta da Andrea prete italiano[Andreas Chron. apud Menchenium, tom. 1.]in questo medesimo secolo, e da me ristampata[Antiquit. Ital., Dissert. II.], che scrive essere stato fraudolentemente chiamato in Francia l'infelice Bernardodall'imperadrice Ermengarda, e ch'egli dopo aver ricavato dagli ambasciatori che doveano averne sufficiente mandato, un giuramento di sicurezza o salvocondotto per la sua persona, v'andò: e male per lui.Conjux ejusdem Ludovici, Hermengarda nomine, inimicitiam contra Bernardum Langobardorum regem gerens, mandavit ei, quasi pacis gratia, ad se veniret. Ille ab his nobilibus legatis sacromenta fidei suscepit, in Franciam ivit. Comparirà molto probabile un tal racconto. Fu intanto messo in prigione il misero re, e tutti i complici di quella congiura.

In quest'anno ancora attese il pio imperador Lodovico alla riforma dei monisteri, valendosi specialmente dell'opera di Benedetto abbate già di Aniana, e allora d'Inda[Astronomus, in Vita Ludovici Pii.], uomo di santa vita, e tale, per sentimento d'alcuni, che potea gareggiare nelle virtù con san Benedetto patriarca dei monaci in Occidente. Ordinò ancora l'uniformità del rito benedettino per tutti i monisteri. Fino a quest'annoGrimoaldo Storesaiz, principe, ossia duca di Benevento, tenne le redini del governo di quegli stati. Avea fatto ricorso a luiSicone, uomo nobile e riguardevole di Spoleti, prima dell'anno 810, perchè era incorso nella disgrazia diPippino re d'Italia. L'Anonimo salernitano lo racconta nella storia da me data alla luce[Rer. Ital. P. II, tom. 2, pag. 198.]. Grimoaldo l'accolse umanamente, e il fece conte di Agerenza. Per cagione di caccia sorse da lì a molto tempo amarezza e discordia fra i due figliuoli del suddetto Sicone, cioèSicardoeSiconolfodall'una parte, eRadelchiossiaRadelgisoconte di Conza. Fecene querela Radelchi al duca Grimoaldo, che, per placarlo, spedì subito ordine a Sicone di comparirgli innanzi senza dimora. Da questa citazione, ben conoscendo d'onde veniva il vento, spaventato Sicone, già pensava a fuggirsene per mare a Costantinopoli; ma penetrato dal popolo di Agerenza questo suo disegno, tanto eral'amore che gli portavano, che il confortarono a non abbandonarli, esibendosi tutti pronti di dar la vita per lui. Perciò egli rispose a Grimoaldo di non poter venire per trovarsi infermo. Da questa risposta, ma più dalle frange che vi fece Radelgiso, irritato il principe, raunato lo esercito, si portò all'assedio di Agerenza. Sostenne quel popolo vigorosamente la difesa di quella città, e riuscì anche un dì ai figliuoli di Sicone di dare una fiera spelazzata a quei di Conza, in maniera che stentò il loro conte Radelgiso a mettersi in salvo. Ma perchè scappò detto un giorno a Grimoaldo che gl'incresceva di far quella guerra ad un nobile straniero, ricevuto da lui sotto la sua fede, Radelgiso uomo accorto, mutata massima, si esibì di condur Sicone alla di lui presenza. Entrato in fatti in Agerenza, e pacificatosi con Sicone, anzi formata lega con lui, il menò davanti a Grimoaldo, che gli perdonò. Da lì innanzi il gran pensiero di Radelgiso altro non fu che la rovina del duca, con desiderio e speranza d'occupar egli il principato: al quale fine andò guadagnando al suo partito molti del popolo. Ma Dauferio, uomo nobilissimo, co' suoi due figliuoli Roffrido e Potelfrido si dichiarò per invidia in favor di Sicone. Pretendendosi poscia un giorno esso Dauferio ingiuriato dalduca Grimoaldo, talmente mise alla punta i suoi figliuoli, che preso seco un sicario per nome Agelmondo, il misero a morte. Se vogliam prestar fede al suddetto Anonimo salernitano, Grimoaldo era odiato per la sua avarizia, per gli affronti e per le minacce che faceva ai grandi, e per le oppressioni che inferiva al minuto popolo. Ma Erchemperto, scrittore di maggiore antichità e credito, cel rappresenta per uomo mansueto e di dolci costumi; e scrive che Radelchi conte di Conza e Sicone gastaldo di Agerenza, ingrati agli onori ricevuti da Grimoaldo, cospirarono contra di lui; e che trovandosi egli ridotto agli ultimi respiri per qualche malattia, gli affrettarono con delleferite la partenza dal mondo. Non essendo restata prole di Grimoaldo, si venne dal popolo all'elezione d'un nuovo principe di Benevento; e son d'accordo Erchemperto e l'Anonimo salernitano, che specialmente per opera e persuasione di Radelgiso (che se n'ebbe poscia a pentire) fu alzato al tronoSicone.


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