DCCIXAnno diCristoDCCIX. IndizioneVII.Costantinopapa 2.GiustinianoII imperadore di nuovo regnante 5.AribertoII re 9.Pensava ogni dì a qualche nuova vendetta l'imperadorGiustiniano, e gli vennero in mente i Ravennati, caduti in sua disgrazia, non so se perchè ricordevole che si fossero nell'anno 692 opposti al suo uffiziale Zacheria mandato a Roma per imprigionareSergiopapa, oppure perchè nella sua precedente caduta avessero dati segni d'allegrezza, o certamente non gli fossero stati fedeli. Racconta Anastasio[Anast., in Constant.]ch'egli mandòTeodoropatrizio e generale dell'esercito di Sicilia con una flotta di navi a Ravenna, il quale prese la città, e tutti i ribelli che ivi trovò mise ne' ceppi e mandolli a Costantinopoli con tutte le loro ricchezze, messe in quella congiuntura a sacco. Aggiugne ch'essi cittadini, per giudizio di Dio e per sentenza del principe degli Apostoli, riportarono il gastigo della loro disubbidienza alla Sede apostolica, essendo stati fatti tutti perire d'amara morte, e, fra gli altri, privato degli occhi il loro arcivescovoFelice, che di poi fu relegato nelle coste del mare Eusino, ossia del Ponto, probabilmente a Chersona, stanza solita degli esiliati. Bisogna ora ascoltare Agnello ravennate[Agnell., in Vit. Episcopor. Ravennat., tom. 2. Rer. Italic.], che poco più di cento anni dopo descrisse questa tragedia della sua città. Narra egli, nella vita di Felice arcivescovo, che l'uffiziale spedito da Giustiniano fermossi fuor di Ravenna colle navi ancorate al lido. Nel primo dì fece un bellissimo accoglimento ai primarii cittadini, ed invitolli pel dì seguente. Poi fatto addobbar di cortinaggi il tratto di uno stadio sino al mare, e colà concorsa tutta la nobilità diRavenna, cominciò ad ammettergli a due a due all'udienza. Ma non sì tosto erano dentro, che venivano presi, e con gli sbadacchi in bocca condotti in fondo di una nave. Con tal frode restarono colti tutti i nobili della terra, fra gli altriFelicearcivescovo eGiovanniccio, quel valente ravennate che avea servito nella segretaria del medesimo imperadore. Ciò fatto, i Greci entrarono in Ravenna, diedero il sacco, attaccarono il fuoco in assaissimi luoghi della città, che si riempiè di urli e di pianti, e rimase in un mar di miserie. Poscia diedero le vele al vento, e condussero a Costantinopoli i prigioni. Ed ecco come trattavano i Greci il misero popolo italiano che restava suddito al loro dominio. Quei Longobardi, che non si sogliono senza orrore nominar da taluno, un pacifico e buon governo intanto faceano godere al resto dell'Italia. In quest'anno i Saraceni assediarono Tiana città della Cappadocia. Giustiniano per farli sloggiare vi mandò molte brigate d'armati sotto due generali, che, oltre al non andare d'accordo, attaccarono senz'ordine il nemico, e furono rotti colla perdita di tutto l'equipaggio, e così restò la città preda dei Barbari.
Pensava ogni dì a qualche nuova vendetta l'imperadorGiustiniano, e gli vennero in mente i Ravennati, caduti in sua disgrazia, non so se perchè ricordevole che si fossero nell'anno 692 opposti al suo uffiziale Zacheria mandato a Roma per imprigionareSergiopapa, oppure perchè nella sua precedente caduta avessero dati segni d'allegrezza, o certamente non gli fossero stati fedeli. Racconta Anastasio[Anast., in Constant.]ch'egli mandòTeodoropatrizio e generale dell'esercito di Sicilia con una flotta di navi a Ravenna, il quale prese la città, e tutti i ribelli che ivi trovò mise ne' ceppi e mandolli a Costantinopoli con tutte le loro ricchezze, messe in quella congiuntura a sacco. Aggiugne ch'essi cittadini, per giudizio di Dio e per sentenza del principe degli Apostoli, riportarono il gastigo della loro disubbidienza alla Sede apostolica, essendo stati fatti tutti perire d'amara morte, e, fra gli altri, privato degli occhi il loro arcivescovoFelice, che di poi fu relegato nelle coste del mare Eusino, ossia del Ponto, probabilmente a Chersona, stanza solita degli esiliati. Bisogna ora ascoltare Agnello ravennate[Agnell., in Vit. Episcopor. Ravennat., tom. 2. Rer. Italic.], che poco più di cento anni dopo descrisse questa tragedia della sua città. Narra egli, nella vita di Felice arcivescovo, che l'uffiziale spedito da Giustiniano fermossi fuor di Ravenna colle navi ancorate al lido. Nel primo dì fece un bellissimo accoglimento ai primarii cittadini, ed invitolli pel dì seguente. Poi fatto addobbar di cortinaggi il tratto di uno stadio sino al mare, e colà concorsa tutta la nobilità diRavenna, cominciò ad ammettergli a due a due all'udienza. Ma non sì tosto erano dentro, che venivano presi, e con gli sbadacchi in bocca condotti in fondo di una nave. Con tal frode restarono colti tutti i nobili della terra, fra gli altriFelicearcivescovo eGiovanniccio, quel valente ravennate che avea servito nella segretaria del medesimo imperadore. Ciò fatto, i Greci entrarono in Ravenna, diedero il sacco, attaccarono il fuoco in assaissimi luoghi della città, che si riempiè di urli e di pianti, e rimase in un mar di miserie. Poscia diedero le vele al vento, e condussero a Costantinopoli i prigioni. Ed ecco come trattavano i Greci il misero popolo italiano che restava suddito al loro dominio. Quei Longobardi, che non si sogliono senza orrore nominar da taluno, un pacifico e buon governo intanto faceano godere al resto dell'Italia. In quest'anno i Saraceni assediarono Tiana città della Cappadocia. Giustiniano per farli sloggiare vi mandò molte brigate d'armati sotto due generali, che, oltre al non andare d'accordo, attaccarono senz'ordine il nemico, e furono rotti colla perdita di tutto l'equipaggio, e così restò la città preda dei Barbari.