DCCLIXAnno diCristoDCCLIX. IndizioneXII.Paolo Ipapa 3.CostantinoCopronimo imperadore 40 e 19.Leone IVimperadore 8.Desideriore 3.Adelgisore 1.Senza alcun ordine e senza data si veggono registrate nel Codice Carolino le lettere inviate in questi tempi dai romani pontefici ai re di Francia; e però solamente a tentone si può fissar l'anno, in cui furono scritte. Porto io opinione che al presente si debba riferire la quattordicesima, che cominciaQuas praeclara. Scrive in essa papaPaoloal rePippinod'aver inteso come il reDesiderioavea voluto fargli credere di non avere recato alcun danno agli stati della Chiesa; ma che non gli presti fede, essendo verissimi i saccheggi e danni inferiti dai Longobardi, e le minacce fatte dal re loro, siccomehoc praeteritoanno con sue lettere aveva esso papa significato a Pippino. Si riduce nondimeno a dire che l'ostilità de' Longobardi era seguitain civitate nostra senogalliensi, e in Campagna di Roma,Castro nostro, quod vocatur Valentis. Aggiunge, che essendo poi venuti i messi di Pippino, ed avendo riconosciuta la verità del fatto, avevano obbligato i Longobardi a rifare il danno. Medesimamente sembra a me credibile che sia scritta nell'anno presente da papa Paolo al re Pippino la lettera diciassettesima del Codice Carolino, in cui gli notifica, che, essendosi abboccati in presenza sua i messi longobardi coi messi spediti da esso Pippino e coi deputati delle città della Pentapoli, s'era chiarito il conto di alcune giustizie, cioè de' bestiamitolti dall'una parte e dall'altra, e che n'era seguita la restituzione. Ma, per conto dei confini delle città romane e de' beni patrimoniali di san Pietro occupati dagli stessi Longobardi, nulla fin allora era stato restituito; anzi ne aveano occupato degli altri. Però si era conchiuso, che i messi di Pippino coi deputati delle città si portassero a Pavia, per chiarire davanti al re Desiderio i diritti delle parti. Replica susseguentemente il papa le sue istanze che Pippino voglia operare in maniera da fargli ottenere interamente legiustizie, affinchè il beato Pietro principe degli Apostoli, per la restituzione della cui luminaria s'era impegnato esso Pippino, gliene dia una somma ricompensa. Quel che è strano, confessa il medesimo papa, in iscrivendo la lettera trentesimaquarta del Codice Carolino al suddetto re, che i Greci non per altro odiavano e perseguitavano il papa e la Chiesa romana, se non per cagione delle sacre immagini, da loro abborrite e difese da Roma.Non ob aliud (sono le sue parole) ipsi nefandissimi nos persequntur Graeci, nisi propter sanctam et orthodoxam fidem, et venerandorum patrum piam traditionem, quam cupiunt destruere atque conculcare.Qui son chiamatinefandissimii Greci per consolazione de' Longobardi, che si veggono anch'essi onorati col medesimo titolo, qualora prendevano l'armi contra dei Romani. Intanto, quando si voglia ammettere che oltre all'acquisto dell'esarcato, Stefano II papa, fratello e predecessore di papa Paolo, cominciasse ad esercitare un pieno dominio in Roma con escluderne affatto l'imperadore, non si sa intendere come esso Augusto per questa da lui creduta usurpazione non fosse forte in collera contra de' Romani pontefici. E pur dalle parole suddette non apparisce che Costantino facesse doglianza di ciò, con lasciar conseguentemente dubbio se allora il governo e dominio di Roma fosse quale ora viene supposto. Ammettendo poiquesto dominio, è ben da maravigliarsi, come il papa rifonda lo sdegno dell'imperadore nella sola discrepanza del culto delle immagini sacre, quando v'era ancora l'essersi ritirati i Romani dalla ubbidienza di lui. Sotto quest'anno riferisce Girolamo Rossi[Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.]una bolla di papa Paolo, in cui narra che fu conceduto dal suo predecessore papa Stefano adAnscausovescovo di Forlimpopoli il monistero di sant'Ilario della Galliata, ossia Calligata, situato nella diocesi di quel vescovo nell'Apennino, di cui vien fatta menzione anche nella lettera settantesimaquarta del Codice Carolino, scritta da papa Adriano I. Ora essendo poi venuto a morte esso vescovo, il pontefice Paolo restituisce alla Chiesa di Ravenna quel monistero, perchè conosciuto essere di ragione della medesima. La bolla è datanonis februarii imp. domno(forse D. N. cioèdominoodomno nostro) piissimo Augusto Costantino, a Deo coronato, magno imper. anno XL. et pacis ejus(ivi sarà scrittoP. C. ejus, cioèpost consulatum ejus) anno XX. Sed et Leone majore imp. ejus filio anno VII. Indictione XII.Se niuno errore fosse scorso negli anni diLeone Augustofigliuolo del Copronimo, avremmo qui da correggere il conto del padre Pagi, che di uno o due anni anticipò la di lui assunzione al trono. Ma forse in quella bolla sarà statoanno VIII, oppureVIIII. Pretende ancora esso Pagi, che invece dell'anno XLdi Costantino s'abbia a scrivereXXXIX. Ma quando si ammetta per legittimo quel documento, non si saprebbe intendere come il copista avesse posto un sì diverso numero per un altro. E notisi che tuttavia in Roma si segnavano i pubblici documenti col nome dell'imperadore: il che serve di qualche fondamento per dubitare se ivi fosse estinta la di lui autorità e signoria. Quindi ancora veniamo ad intendere cheSergioarcivescovo di Ravenna era ritornato alla sua Chiesa, e godeva della grazia del romano pontefice.
Senza alcun ordine e senza data si veggono registrate nel Codice Carolino le lettere inviate in questi tempi dai romani pontefici ai re di Francia; e però solamente a tentone si può fissar l'anno, in cui furono scritte. Porto io opinione che al presente si debba riferire la quattordicesima, che cominciaQuas praeclara. Scrive in essa papaPaoloal rePippinod'aver inteso come il reDesiderioavea voluto fargli credere di non avere recato alcun danno agli stati della Chiesa; ma che non gli presti fede, essendo verissimi i saccheggi e danni inferiti dai Longobardi, e le minacce fatte dal re loro, siccomehoc praeteritoanno con sue lettere aveva esso papa significato a Pippino. Si riduce nondimeno a dire che l'ostilità de' Longobardi era seguitain civitate nostra senogalliensi, e in Campagna di Roma,Castro nostro, quod vocatur Valentis. Aggiunge, che essendo poi venuti i messi di Pippino, ed avendo riconosciuta la verità del fatto, avevano obbligato i Longobardi a rifare il danno. Medesimamente sembra a me credibile che sia scritta nell'anno presente da papa Paolo al re Pippino la lettera diciassettesima del Codice Carolino, in cui gli notifica, che, essendosi abboccati in presenza sua i messi longobardi coi messi spediti da esso Pippino e coi deputati delle città della Pentapoli, s'era chiarito il conto di alcune giustizie, cioè de' bestiamitolti dall'una parte e dall'altra, e che n'era seguita la restituzione. Ma, per conto dei confini delle città romane e de' beni patrimoniali di san Pietro occupati dagli stessi Longobardi, nulla fin allora era stato restituito; anzi ne aveano occupato degli altri. Però si era conchiuso, che i messi di Pippino coi deputati delle città si portassero a Pavia, per chiarire davanti al re Desiderio i diritti delle parti. Replica susseguentemente il papa le sue istanze che Pippino voglia operare in maniera da fargli ottenere interamente legiustizie, affinchè il beato Pietro principe degli Apostoli, per la restituzione della cui luminaria s'era impegnato esso Pippino, gliene dia una somma ricompensa. Quel che è strano, confessa il medesimo papa, in iscrivendo la lettera trentesimaquarta del Codice Carolino al suddetto re, che i Greci non per altro odiavano e perseguitavano il papa e la Chiesa romana, se non per cagione delle sacre immagini, da loro abborrite e difese da Roma.Non ob aliud (sono le sue parole) ipsi nefandissimi nos persequntur Graeci, nisi propter sanctam et orthodoxam fidem, et venerandorum patrum piam traditionem, quam cupiunt destruere atque conculcare.Qui son chiamatinefandissimii Greci per consolazione de' Longobardi, che si veggono anch'essi onorati col medesimo titolo, qualora prendevano l'armi contra dei Romani. Intanto, quando si voglia ammettere che oltre all'acquisto dell'esarcato, Stefano II papa, fratello e predecessore di papa Paolo, cominciasse ad esercitare un pieno dominio in Roma con escluderne affatto l'imperadore, non si sa intendere come esso Augusto per questa da lui creduta usurpazione non fosse forte in collera contra de' Romani pontefici. E pur dalle parole suddette non apparisce che Costantino facesse doglianza di ciò, con lasciar conseguentemente dubbio se allora il governo e dominio di Roma fosse quale ora viene supposto. Ammettendo poiquesto dominio, è ben da maravigliarsi, come il papa rifonda lo sdegno dell'imperadore nella sola discrepanza del culto delle immagini sacre, quando v'era ancora l'essersi ritirati i Romani dalla ubbidienza di lui. Sotto quest'anno riferisce Girolamo Rossi[Rubeus, Histor. Ravenn., lib. 5.]una bolla di papa Paolo, in cui narra che fu conceduto dal suo predecessore papa Stefano adAnscausovescovo di Forlimpopoli il monistero di sant'Ilario della Galliata, ossia Calligata, situato nella diocesi di quel vescovo nell'Apennino, di cui vien fatta menzione anche nella lettera settantesimaquarta del Codice Carolino, scritta da papa Adriano I. Ora essendo poi venuto a morte esso vescovo, il pontefice Paolo restituisce alla Chiesa di Ravenna quel monistero, perchè conosciuto essere di ragione della medesima. La bolla è datanonis februarii imp. domno(forse D. N. cioèdominoodomno nostro) piissimo Augusto Costantino, a Deo coronato, magno imper. anno XL. et pacis ejus(ivi sarà scrittoP. C. ejus, cioèpost consulatum ejus) anno XX. Sed et Leone majore imp. ejus filio anno VII. Indictione XII.Se niuno errore fosse scorso negli anni diLeone Augustofigliuolo del Copronimo, avremmo qui da correggere il conto del padre Pagi, che di uno o due anni anticipò la di lui assunzione al trono. Ma forse in quella bolla sarà statoanno VIII, oppureVIIII. Pretende ancora esso Pagi, che invece dell'anno XLdi Costantino s'abbia a scrivereXXXIX. Ma quando si ammetta per legittimo quel documento, non si saprebbe intendere come il copista avesse posto un sì diverso numero per un altro. E notisi che tuttavia in Roma si segnavano i pubblici documenti col nome dell'imperadore: il che serve di qualche fondamento per dubitare se ivi fosse estinta la di lui autorità e signoria. Quindi ancora veniamo ad intendere cheSergioarcivescovo di Ravenna era ritornato alla sua Chiesa, e godeva della grazia del romano pontefice.