DCCLXIXAnno diCristoDCCLXIX. IndizioneVII.StefanoIII papa 2.CostantinoCopronimo imperadore 50 e 29.LeoneIV imperadore 19.Desideriore 13.Adelgisore 11.Giunti che furono a Roma dodici vescovi di Francia, fra' quali specialmente si contaronoLulloarcivescovo di Magonza eTilpinoarcivescovo di Rems, quel medesimo che sotto nome di Turpino acquistò tanta fama dalle favole dei romanzi italiani, papaStefano IIIcelebrò[Anastas., in Stephani III.]nell'aprile un concilio nella chiesa patriarcale del Laterano, al quale intervennero ancora molti vescovi della Toscana e Campania, e di altre città di Italia. Ancorchè sieno periti gli atti di quella sacra adunanza, pure si sa che furono stabiliti canoni contro coloro che, essendo laici, fossero eletti al grado episcopale, o colla violenza dell'armi fossero promossi al vescovato. Fu parimente condannato il falso concilio tenuto negli anni addietro in Costantinopoli contro le sacre immagini, e profferita scomunica contro chiunque disprezzasse o credesse indegne di venerazione le medesime immagini. Fu provveduto a coloro che erano stati ordinati daCostantinofalso papa, decretando che seguisse di nuovo la loro elezione e consecrazione. Introdotto lo stesso Costantino, benchè cieco, alla presenza dei Padri, ed interrogato, come essendo laico, avesse osato di passare al papato, perchè allegò insua scusa l'esempio diSergioarcivescovo di Ravenna e diStefanovescovo di Napoli, i preti gli diedero molte guanciate, e il cacciarono fuori da quella sacra assemblea. Dal trattato di papa Adriano a Carlo Magno si raccoglie cheSergioarcivescovo di Ravenna non intervenne a questo concilio, ma vi mandò Giovanni Diacono, che sostenne il culto delle sacre immagini, provandolo con un'antica pittura esistente in Ravenna. Significò poscia il papa con sue lettere all'imperadoreCostantinoCopronimo il risultato di questo concilio; ma altro ci voleva a ritirare da' suoi errori ed eccessi quel traviato Augusto. Era toccata a Carlo re di Francia in sua parte, come dicemmo, l'Aquitania conquistata da Pippino; maUnaldo, già duca di quella provincia, che tanti anni prima aveva abbracciata la vita monastica, dappoichè intese la morte del ducaGuaifariosuo figliuolo, invogliatosi delle cose mondane, deposto il cappuccio, se ne tornò al secolo, e trovò partigiani che il riconobbero per duca d'essa Aquitania[Eginhardus, in Annalib.]. Gli fu ben tosto addosso colle sue armi al re Carlo, e il costrinse a ritirarsi in Guascogna pressoLupoduca di quella contrada, da cui poscia, a forza di minacce, lo ebbe vivo nelle mani. PoichèCarlomannosuo fratello non volle in tal congiuntura dargli aiuto, cominciarono i dissapori fra loro, che andarono poi a finire in male. Nè è da tacere che in quest'anno l'imperador Costantino diede per moglie aLeone IVAugusto suo figliuolo,Irenefanciulla greca, di cui avremo da parlare andando più innanzi.Apparisce poi dalle lettere scritte in questi tempi da papa Stefano e Carlo Magno, e da quanto ancora ha Anastasio, che erano fatte istanze al reDesiderioda esso papa per la restituzione delle giustizie di s. Pietro, cioè di allodiali, rendite e diritti che appartenevano alla Chiesa romana nel regno longobardico. Notizie tali hanno servito al Cointe, al Mabillonee al Pagi, per credere che il re Desiderio non le avesse interamente restituite finchè visse papa Paolo, con rapportare per tal cagione alcune lettere di esso pontefice Paolo, dove si tratta delle giustizie suddette agli anni 766 e 767, le quali sono sembrate a me scritte alcuni anni prima. Seguito nondimeno io a credere che Desiderio avesse, vivente papa Paolo, soddisfatto al suo dovere, perchè da varie lettere del medesimo pontefice si raccoglie che era stabilita buona amicizia fra lui e il re suddetto, e il pontefice Paolo ricercava aiuto da Desiderio contra le minacce de' Greci. E perciocchè Pippino re di Francia nella lettera trigesima aveva esortato il medesimo re a mantenere una buona pace ed amicizia col re Desiderio, rispose papa Paolo d'essere pronto a farlo, purchè ancora Desiderioin vera dilectione et fide, quem vestrae excellentiae, et sanctae Dei romanae Ecclesiae spopondit, permanserit; e più non disse di voler conservare questa armonia, se il re farà restituzione dei beni spettanti a s. Pietro. Anzi, siccome s'è veduto di sopra, lo stesso papa Paolo nella lettera vigesima sesta confessa di avere ricevuto le giustiziede partibus beneventanis atque tuscanensibus. Nam et de ducatu spoletino, nostris vel Longobardorum missis illic adhuc existentibus, ex parte justitias fecimus, ac recepimus. Sed et reliquas, quae remanserunt, modis omnibus plenissime inter partes facere student.Il perchè se sotto papa Stefano III s'odono risvegliate pretensioni di giustizie usurpate alla Chiesa romana, pare ben più probabile che sì fatte usurpazioni sieno non già le antiche, ma bensì nuove e diverse dalle antecedenti, cioè succedute mentre la cattedra di s. Pietro si trovava occupata dal falso pontefice Costantino, e Roma involta in molti sconcerti. Fors'anche non v'ebbe parte Desiderio, ma solamente i duchi di Benevento e Spoleti. Intanto neppure in quest'anno potè godere Roma della sua quiete. Se vogliamcredere ad Anastasio[Anastas., in Stephano III Papa.]bibliotecario, o chiunque sia l'autore della vita di Stefano III papa, perchè Cristoforo primicerio e Sergio secondicerio suo figliuolo andarono al re Desiderio a fare istanza per le giustizie di s. Pietro, il re se la prese fieramente contra di loro, e macchinò la lor rovina. Pertanto guadagnò Paolo Afiarta, ossia Asiarta, cameriere del papa, per mettere costoro in diffidenza presso il santo padre. Penetratosi da Cristoforo che Desiderio meditava di portarsi a Roma, fece gran massa di gente, presa dalla Toscana e Campania e dal ducato di Perugia, e chiuse le porte di Roma, con quegli armati si mise alla difesa della città. Arrivò in questo punto il re Desiderio col suo esercito a s. Pietro in Vaticano, che era allora fuori di Roma, ed invitò colà il papa, che v'andò, e che dopo avere parlato con lui, se ne tornò nella città. Intanto Paolo Afiarta col re trattò di sollevare il popolo romano contra di Cristoforo e di Sergio; ma essi avutane contezza, armati entrarono nel Laterano, dove era il pontefice, per cercare i loro insidiatori, e furono sgridati forte per cotale insolenza. Nel dì seguente s'abboccò di nuovo il papa col re Desiderio, che gli rappresentò le trame di Cristoforo e Sergio, e poi fece serrar le porte della basilica vaticana. Allora il papa inviòAndreavescovo di Palestrina, eGiordanovescovo di Segna, per far sapere a Cristoforo e a Sergio che eleggessero l'una delle due, cioè o di farsi monaci, o di venire a san Pietro. Risaputa l'intenzion del pontefice, cominciarono i lor partigiani ad abbandonarli, di maniera che stimarono meglio amendue di portarsi al Vaticano, e di mettersi in mano del papa, il quale ritiratosi poi in Roma, li lasciò in quelle de' Longobardi, pensando di farli poscia venire la notte entro la città e di salvarli. Ma Paolo Afiarta ito a trovare il re con una gran moltitudine di popolo romano, trattò con lui direttamente. Infatti messe le mani addosso a Cristoforo e Sergio, li condussero alla porta della città, e quivi loro cavarono gli occhi. Cristoforo da lì a tre dì morì di spasimo. Sergio, portato in una camera del Laterano, restò in vita sino alla morte di papa Stefano, ed allora, per quanto vedremo, fu strangolato. Tutti questi malanni, dice Anastasio, occorsero per segrete trame di Desiderio re de' Longobardi.Ma a poter ben giudicare degli avvenimenti suddetti, e se veramente se ne debba rigettar la cagione e la colpa sulla malizia del Longobardo, bisognerebbono altri lumi. L'odio de' Romani contra della nazion longobarda era troppo gagliardo, e la loro passion trabocchevole ad altro non pensava che a screditarli; e però il voler formare il processo sull'unica relazion di essi, non è via sicura alla verità, quantunque prudentemente si possa credere che Desiderio fosse uomo di raggiri e di non molta lealtà. A buon conto abbiam veduto andar qui d'accordo il papa e il re Desiderio. Abbiamo inoltre una lettera del medesimo papa Stefano scritta a Carlo Magno e alla regina Berta sua madre, cioè l'epistola quadragesima sesta del Codice Carolino, in cui assai differentemente parla di questo fatto. In essa gli notifica che il nefandissimo Cristoforo, e il più che malvagio suo figliuolo Sergio, unitisi con Dodone messo del re Carlomanno, aveano congiurata la morte dello stesso pontefice. A questo fine erano entrati violentemente coll'armi nella basilica lateranense, ove egli sedeva, tentando di levarlo di vita; ma che Dio l'avea salvato dalle loro mani, mercè l'aiuto ancora del re Desiderio, capitato a Roma in questi tempi per trattare di diversegiustiziedi s. Pietro. Che chiamati i due suddetti al Vaticano, non solamente aveano ricusato d'andarvi, ma eziandio in compagnia di Dodone e dei Franchi del loro seguito s'erano afforzati nella città, con chiudere le porte, minacciare il papa, eimpedirgli l'entrata in Roma. Che veggendosi eglino finalmente abbandonati dal popolo, per necessità erano venuti a s. Pietro, dove il papa con fatica gli avea difesi dalla moltitudine che voleva ucciderli. Ma che mentre pensava di farli introdurre nella città per salvarli, erano loro stati cavati gli occhi, ma senza saputa e consentimento dello stesso papa, che chiamava Dio in testimonio della verità. Però assicurava il re Carlo, che se non era l'assistenza del re Desiderio, esso pontefice correva pericolo di perdere la vita, con dolersi acremente di Dodone, che invece di essere in aiuto suo, come ne avea l'ordine dal suo re, gli avea tramata la morte, e con persuadersi che Carlomanno disapproverebbe il di lui operato. Soggiugne in fine essere seguito accordo fra esso papa e il re Desiderio, e di avere interamente ricevuto le giustizie appartenenti a s. Pietro: del che ancora gl'inviati del medesimo re Carlo gli darebbono buona contezza. Così in quella lettera. Ma il p. Cointe negli Annali sacri della Francia, seguitato in ciò dal padre Pagi, fu di parere che questa fosse scritta per forza dal papa, mentre egli era quivi detenuto dal re Desiderio, e che, per conseguente, non le si debba prestar fede, ma bensì alla relazion di Anastasio. Intorno a che hanno da osservare i lettori, non sussistere primieramente il supposto del Cointe circa il tempo in cui fu scritta quella lettera. Certo è che il papa la scrisse dopo terminata quella scena, e dappoichè si trovava in tutta sicurezza, ed erano stati accecati Cristoforo e Sergio: il che, per attestato del medesimo Anastasio, accadde, essendo già tornato il papa in Roma, e senza più abboccarsi col re Desiderio. Però indebitamente si pretende forzato il papa a scrivere quella lettera, allorchè Anastasio il rappresenta detenuto dal re nel Vaticano. Secondariamente son degne di osservazione le parole dello stesso Anastasio, o, per dir meglio, dell'autore della vita di papaAdriano primo[Anastas., in Hadriani I Vita.], successore di Stefano III. Faceva istanza esso pontefice Stefano al re Desiderio per la restituzion dei beni di s. Pietro, e Desiderio rispondeva:Sufficit apostolico Stephano, quia tuli Christophorum et Sergium de medio, qui illi dominabantur, et non illi sit necesse justitias requirendi. Nam certe si ego ipsum apostolicum non adjuvero, magna perditio super eum eveniet. Quoniam Carlomannus rex Francorum amicus existens praedictorum Christophori et Sergii, paratus est cum suis exercitibus ad vendicandum eorum mortem, Romam properandum, ipsumque capiendum pontificem.Dalla bocca del medesimo papa Stefano avea Adriano intese queste parole, con avergli anche esso Stefano confessato di aver fatto cavar gli occhi a Cristoforo e Sergio per suggestione di Desiderio; laddove nella suddetta lettera quadragesima sesta esso protesta con giuramento di non aver avuta parte nell'accecamento d'essi. Sicchè veniamo in chiaro che papa Stefano andò d'accordo con esso re in quella occasione per liberarsi da Cristoforo e Sergio, che voleano fargli da padroni addosso; e siccome coll'assistenza dei Longobardi fu cacciato dalla sedia di s. Pietro l'iniquo Costantino, e sostituito il legittimo papa Stefano, così dell'aiuto degli stessi si servì egli in quest'altra occasione. All'incontro, Dodone e i Franchi si dichiararono in tal congiuntura contra del papa, perchè il re Carlomanno sosteneva il partito di Cristoforo e di Sergio; e conseguentemente si viene ad intendere che non fu ben informato di quel fatto Anastasio, o vogliam dire l'autor della vita di Stefano III, oppure che il mal animo verso de' Longobardi gli fece scrivere in maniera differente dal vero quel deforme successo. Ed io l'ho rapportato all'anno presente, ma senza certa cognizione del tempo; perciocchè Sigeberto[Sigebertus, in Chronico.], che parla sotto quest'anno,non ne sapeva più di noi per conto di quegli affari.
Giunti che furono a Roma dodici vescovi di Francia, fra' quali specialmente si contaronoLulloarcivescovo di Magonza eTilpinoarcivescovo di Rems, quel medesimo che sotto nome di Turpino acquistò tanta fama dalle favole dei romanzi italiani, papaStefano IIIcelebrò[Anastas., in Stephani III.]nell'aprile un concilio nella chiesa patriarcale del Laterano, al quale intervennero ancora molti vescovi della Toscana e Campania, e di altre città di Italia. Ancorchè sieno periti gli atti di quella sacra adunanza, pure si sa che furono stabiliti canoni contro coloro che, essendo laici, fossero eletti al grado episcopale, o colla violenza dell'armi fossero promossi al vescovato. Fu parimente condannato il falso concilio tenuto negli anni addietro in Costantinopoli contro le sacre immagini, e profferita scomunica contro chiunque disprezzasse o credesse indegne di venerazione le medesime immagini. Fu provveduto a coloro che erano stati ordinati daCostantinofalso papa, decretando che seguisse di nuovo la loro elezione e consecrazione. Introdotto lo stesso Costantino, benchè cieco, alla presenza dei Padri, ed interrogato, come essendo laico, avesse osato di passare al papato, perchè allegò insua scusa l'esempio diSergioarcivescovo di Ravenna e diStefanovescovo di Napoli, i preti gli diedero molte guanciate, e il cacciarono fuori da quella sacra assemblea. Dal trattato di papa Adriano a Carlo Magno si raccoglie cheSergioarcivescovo di Ravenna non intervenne a questo concilio, ma vi mandò Giovanni Diacono, che sostenne il culto delle sacre immagini, provandolo con un'antica pittura esistente in Ravenna. Significò poscia il papa con sue lettere all'imperadoreCostantinoCopronimo il risultato di questo concilio; ma altro ci voleva a ritirare da' suoi errori ed eccessi quel traviato Augusto. Era toccata a Carlo re di Francia in sua parte, come dicemmo, l'Aquitania conquistata da Pippino; maUnaldo, già duca di quella provincia, che tanti anni prima aveva abbracciata la vita monastica, dappoichè intese la morte del ducaGuaifariosuo figliuolo, invogliatosi delle cose mondane, deposto il cappuccio, se ne tornò al secolo, e trovò partigiani che il riconobbero per duca d'essa Aquitania[Eginhardus, in Annalib.]. Gli fu ben tosto addosso colle sue armi al re Carlo, e il costrinse a ritirarsi in Guascogna pressoLupoduca di quella contrada, da cui poscia, a forza di minacce, lo ebbe vivo nelle mani. PoichèCarlomannosuo fratello non volle in tal congiuntura dargli aiuto, cominciarono i dissapori fra loro, che andarono poi a finire in male. Nè è da tacere che in quest'anno l'imperador Costantino diede per moglie aLeone IVAugusto suo figliuolo,Irenefanciulla greca, di cui avremo da parlare andando più innanzi.
Apparisce poi dalle lettere scritte in questi tempi da papa Stefano e Carlo Magno, e da quanto ancora ha Anastasio, che erano fatte istanze al reDesiderioda esso papa per la restituzione delle giustizie di s. Pietro, cioè di allodiali, rendite e diritti che appartenevano alla Chiesa romana nel regno longobardico. Notizie tali hanno servito al Cointe, al Mabillonee al Pagi, per credere che il re Desiderio non le avesse interamente restituite finchè visse papa Paolo, con rapportare per tal cagione alcune lettere di esso pontefice Paolo, dove si tratta delle giustizie suddette agli anni 766 e 767, le quali sono sembrate a me scritte alcuni anni prima. Seguito nondimeno io a credere che Desiderio avesse, vivente papa Paolo, soddisfatto al suo dovere, perchè da varie lettere del medesimo pontefice si raccoglie che era stabilita buona amicizia fra lui e il re suddetto, e il pontefice Paolo ricercava aiuto da Desiderio contra le minacce de' Greci. E perciocchè Pippino re di Francia nella lettera trigesima aveva esortato il medesimo re a mantenere una buona pace ed amicizia col re Desiderio, rispose papa Paolo d'essere pronto a farlo, purchè ancora Desiderioin vera dilectione et fide, quem vestrae excellentiae, et sanctae Dei romanae Ecclesiae spopondit, permanserit; e più non disse di voler conservare questa armonia, se il re farà restituzione dei beni spettanti a s. Pietro. Anzi, siccome s'è veduto di sopra, lo stesso papa Paolo nella lettera vigesima sesta confessa di avere ricevuto le giustiziede partibus beneventanis atque tuscanensibus. Nam et de ducatu spoletino, nostris vel Longobardorum missis illic adhuc existentibus, ex parte justitias fecimus, ac recepimus. Sed et reliquas, quae remanserunt, modis omnibus plenissime inter partes facere student.Il perchè se sotto papa Stefano III s'odono risvegliate pretensioni di giustizie usurpate alla Chiesa romana, pare ben più probabile che sì fatte usurpazioni sieno non già le antiche, ma bensì nuove e diverse dalle antecedenti, cioè succedute mentre la cattedra di s. Pietro si trovava occupata dal falso pontefice Costantino, e Roma involta in molti sconcerti. Fors'anche non v'ebbe parte Desiderio, ma solamente i duchi di Benevento e Spoleti. Intanto neppure in quest'anno potè godere Roma della sua quiete. Se vogliamcredere ad Anastasio[Anastas., in Stephano III Papa.]bibliotecario, o chiunque sia l'autore della vita di Stefano III papa, perchè Cristoforo primicerio e Sergio secondicerio suo figliuolo andarono al re Desiderio a fare istanza per le giustizie di s. Pietro, il re se la prese fieramente contra di loro, e macchinò la lor rovina. Pertanto guadagnò Paolo Afiarta, ossia Asiarta, cameriere del papa, per mettere costoro in diffidenza presso il santo padre. Penetratosi da Cristoforo che Desiderio meditava di portarsi a Roma, fece gran massa di gente, presa dalla Toscana e Campania e dal ducato di Perugia, e chiuse le porte di Roma, con quegli armati si mise alla difesa della città. Arrivò in questo punto il re Desiderio col suo esercito a s. Pietro in Vaticano, che era allora fuori di Roma, ed invitò colà il papa, che v'andò, e che dopo avere parlato con lui, se ne tornò nella città. Intanto Paolo Afiarta col re trattò di sollevare il popolo romano contra di Cristoforo e di Sergio; ma essi avutane contezza, armati entrarono nel Laterano, dove era il pontefice, per cercare i loro insidiatori, e furono sgridati forte per cotale insolenza. Nel dì seguente s'abboccò di nuovo il papa col re Desiderio, che gli rappresentò le trame di Cristoforo e Sergio, e poi fece serrar le porte della basilica vaticana. Allora il papa inviòAndreavescovo di Palestrina, eGiordanovescovo di Segna, per far sapere a Cristoforo e a Sergio che eleggessero l'una delle due, cioè o di farsi monaci, o di venire a san Pietro. Risaputa l'intenzion del pontefice, cominciarono i lor partigiani ad abbandonarli, di maniera che stimarono meglio amendue di portarsi al Vaticano, e di mettersi in mano del papa, il quale ritiratosi poi in Roma, li lasciò in quelle de' Longobardi, pensando di farli poscia venire la notte entro la città e di salvarli. Ma Paolo Afiarta ito a trovare il re con una gran moltitudine di popolo romano, trattò con lui direttamente. Infatti messe le mani addosso a Cristoforo e Sergio, li condussero alla porta della città, e quivi loro cavarono gli occhi. Cristoforo da lì a tre dì morì di spasimo. Sergio, portato in una camera del Laterano, restò in vita sino alla morte di papa Stefano, ed allora, per quanto vedremo, fu strangolato. Tutti questi malanni, dice Anastasio, occorsero per segrete trame di Desiderio re de' Longobardi.
Ma a poter ben giudicare degli avvenimenti suddetti, e se veramente se ne debba rigettar la cagione e la colpa sulla malizia del Longobardo, bisognerebbono altri lumi. L'odio de' Romani contra della nazion longobarda era troppo gagliardo, e la loro passion trabocchevole ad altro non pensava che a screditarli; e però il voler formare il processo sull'unica relazion di essi, non è via sicura alla verità, quantunque prudentemente si possa credere che Desiderio fosse uomo di raggiri e di non molta lealtà. A buon conto abbiam veduto andar qui d'accordo il papa e il re Desiderio. Abbiamo inoltre una lettera del medesimo papa Stefano scritta a Carlo Magno e alla regina Berta sua madre, cioè l'epistola quadragesima sesta del Codice Carolino, in cui assai differentemente parla di questo fatto. In essa gli notifica che il nefandissimo Cristoforo, e il più che malvagio suo figliuolo Sergio, unitisi con Dodone messo del re Carlomanno, aveano congiurata la morte dello stesso pontefice. A questo fine erano entrati violentemente coll'armi nella basilica lateranense, ove egli sedeva, tentando di levarlo di vita; ma che Dio l'avea salvato dalle loro mani, mercè l'aiuto ancora del re Desiderio, capitato a Roma in questi tempi per trattare di diversegiustiziedi s. Pietro. Che chiamati i due suddetti al Vaticano, non solamente aveano ricusato d'andarvi, ma eziandio in compagnia di Dodone e dei Franchi del loro seguito s'erano afforzati nella città, con chiudere le porte, minacciare il papa, eimpedirgli l'entrata in Roma. Che veggendosi eglino finalmente abbandonati dal popolo, per necessità erano venuti a s. Pietro, dove il papa con fatica gli avea difesi dalla moltitudine che voleva ucciderli. Ma che mentre pensava di farli introdurre nella città per salvarli, erano loro stati cavati gli occhi, ma senza saputa e consentimento dello stesso papa, che chiamava Dio in testimonio della verità. Però assicurava il re Carlo, che se non era l'assistenza del re Desiderio, esso pontefice correva pericolo di perdere la vita, con dolersi acremente di Dodone, che invece di essere in aiuto suo, come ne avea l'ordine dal suo re, gli avea tramata la morte, e con persuadersi che Carlomanno disapproverebbe il di lui operato. Soggiugne in fine essere seguito accordo fra esso papa e il re Desiderio, e di avere interamente ricevuto le giustizie appartenenti a s. Pietro: del che ancora gl'inviati del medesimo re Carlo gli darebbono buona contezza. Così in quella lettera. Ma il p. Cointe negli Annali sacri della Francia, seguitato in ciò dal padre Pagi, fu di parere che questa fosse scritta per forza dal papa, mentre egli era quivi detenuto dal re Desiderio, e che, per conseguente, non le si debba prestar fede, ma bensì alla relazion di Anastasio. Intorno a che hanno da osservare i lettori, non sussistere primieramente il supposto del Cointe circa il tempo in cui fu scritta quella lettera. Certo è che il papa la scrisse dopo terminata quella scena, e dappoichè si trovava in tutta sicurezza, ed erano stati accecati Cristoforo e Sergio: il che, per attestato del medesimo Anastasio, accadde, essendo già tornato il papa in Roma, e senza più abboccarsi col re Desiderio. Però indebitamente si pretende forzato il papa a scrivere quella lettera, allorchè Anastasio il rappresenta detenuto dal re nel Vaticano. Secondariamente son degne di osservazione le parole dello stesso Anastasio, o, per dir meglio, dell'autore della vita di papaAdriano primo[Anastas., in Hadriani I Vita.], successore di Stefano III. Faceva istanza esso pontefice Stefano al re Desiderio per la restituzion dei beni di s. Pietro, e Desiderio rispondeva:Sufficit apostolico Stephano, quia tuli Christophorum et Sergium de medio, qui illi dominabantur, et non illi sit necesse justitias requirendi. Nam certe si ego ipsum apostolicum non adjuvero, magna perditio super eum eveniet. Quoniam Carlomannus rex Francorum amicus existens praedictorum Christophori et Sergii, paratus est cum suis exercitibus ad vendicandum eorum mortem, Romam properandum, ipsumque capiendum pontificem.Dalla bocca del medesimo papa Stefano avea Adriano intese queste parole, con avergli anche esso Stefano confessato di aver fatto cavar gli occhi a Cristoforo e Sergio per suggestione di Desiderio; laddove nella suddetta lettera quadragesima sesta esso protesta con giuramento di non aver avuta parte nell'accecamento d'essi. Sicchè veniamo in chiaro che papa Stefano andò d'accordo con esso re in quella occasione per liberarsi da Cristoforo e Sergio, che voleano fargli da padroni addosso; e siccome coll'assistenza dei Longobardi fu cacciato dalla sedia di s. Pietro l'iniquo Costantino, e sostituito il legittimo papa Stefano, così dell'aiuto degli stessi si servì egli in quest'altra occasione. All'incontro, Dodone e i Franchi si dichiararono in tal congiuntura contra del papa, perchè il re Carlomanno sosteneva il partito di Cristoforo e di Sergio; e conseguentemente si viene ad intendere che non fu ben informato di quel fatto Anastasio, o vogliam dire l'autor della vita di Stefano III, oppure che il mal animo verso de' Longobardi gli fece scrivere in maniera differente dal vero quel deforme successo. Ed io l'ho rapportato all'anno presente, ma senza certa cognizione del tempo; perciocchè Sigeberto[Sigebertus, in Chronico.], che parla sotto quest'anno,non ne sapeva più di noi per conto di quegli affari.