DCCLXXIV

DCCLXXIVAnno diCristoDCCLXXIV. Indiz.XII.Adriano Ipapa 3.CostantinoCopronimo imperadore 55 e 34.Leone IVimperadore 24.Carlo Magnore de' Franchi e Longobardi 1.Continuava con vigore l'assedio ossia blocco di Pavia nel marzo ancora dell'anno presente, ed erano già passati sei mesi dacchè v'era sotto il reCarloquando egli volle profittar di quell'occasione con portarsi a Roma, parte per divozione e parte per visitare il ponteficeAdriano. Si fece fretta affin di giugnere colà nel sabbato santo, che in quest'annocadde nel dì 2 d'aprile[Anastas. Bibliothec., in Hadriano I Papae.]. Presentita la di lui venuta, il pontefice tutto pieno di gaudio gli mandò incontro i senatori e magnati sino a Novi, trenta miglia lungi da Roma, colle bandiere spiegate. Un miglio poi presso alla città si trovarono ad incontrarlo tutte le brigate della milizia e i fanciulli delle scuole che portavano rami di palme e d'ulivo, e fecero con canto ed acclamazioni un festoso accoglimento ad esso re dei Franchi. Fuori ancora della città uscirono ad incontrarlo tutte le croci ed insegne, come era in uso di farsi per onore ne' tempi addietro, allorchè l'esarco o il patrizio si trasferiva a Roma, dove certo è che essi esarchi e patrizii signoreggiavano con autorità delegata dagl'imperadori. All'aspetto delle suddette croci, smontò da cavallo il re Carlo, e a piedi, col corteggio de' suoi principi e nobili uffiziali, si incamminò verso la basilica vaticana, nel cui atrio papa Adriano con tutto il clero e popolo romano lo aspettava. Nell'ascendere colà baciò ad uno ad uno tutti i gradini, e non sì tosto giunse dove era il pontefice, che cordialmente si abbracciarono. Poscia amendue, stando Carlo alla destra, entrarono in san Pietro, dove con canti ed orazioni restò onorato l'arrivo di sì grande ospite. Fecero appresso il loro ingresso nella città, con essere preceduti vicendevoli giuramenti per la lor sicurezza; e nel giorno santo di Pasqua e ne' due dì seguenti si attese alle divozioni. Venuto poi il mercordì, fece istanza il papa al re Carlo, perchè confermasse le donazioni fatte dal re Pippino suo padre alla Chiesa romana; al che puntualmente condiscese, e il diploma di questa conferma fu posto sopra l'altare di san Pietro. Qui è che Anastasio specifica i confini e gli stati allora donati, oppur confermati nella guisa che di sopra all'anno 757 abbiam veduto colle parole di Leone Ostiense. Ma qualch'errore si può sospettare corso in quel testo, perciocchè non è mai credibileuna sì larga donazione in chi voleva essere re de' Longobardi. Togliendosi da questo regno l'esarcato, le provincie della Venezia e dell'Istria, e tutto il ducato di Spoleti e di Benevento, Parma, Reggio, Mantova, Monselice e la Corsica, paesi e città tutti espressi, secondochè si pretende, nella donazione suddetta, cosa mai veniva a restare del regno dei Longobardi in potere di Carlo nuovo re dei Longobardi? La disgrazia ha portato che non sieno giunti ai dì nostri gli autentici diplomi di quelle donazioni per poterne ricavare la verità de' fatti. Ma intanto è certo che la donazione fu fatta e confermata; e andremo anche accennando alcuni di quegli stati o donati o promessi; ma insieme è fuor di dubbio che, a riserva dell'esarcato, gli altri stati seguitarono ad essere parte del regno longobardico e di giurisdizione dei re d'Italia. Nè si dee dissimulare che veramente sul ducato di Spoleti acquistò allora il romano pontefice qualche diritto. Abbiamo da Anastasio che prima ancora dell'andata di Desiderio a difendere le frontiere del regno alle Chiuse dell'Alpi, alcune persone di Spoleti e Rieti andarono a suggettarsi a papa Adriano: in segno di che si fecero tosare alla maniera de' Romani. Ma da che fu posto in fuga l'esercito longobardo alle suddette Chiuse, e le milizie di Spoleti tornarono a casa, l'università di quel ducato ricorse a Roma, pregando il papa di prenderli al servigio di san Pietro, e di farli tosare alla romana. Ebbe esecuzione la lor domanda, ed avendo essi eletto per loro ducaIldebrandosignor nobilissimo, venne questi confermato dal papa. Diersi parimente a san Pietro gli abitanti del ducato di Fermo, Osimo, Ancona, e del castello di Felicità. Se durasse poi questo dominio pontificio sopra il ducato di Spoleti, comparirà tra poco.Proseguiva intanto l'assedio di Pavia, nè potendo più reggere alla difesa il reDesiderio, capitolò in fine la resa, con restar prigioniere. Fu egli dipoi colla reginaAnsatrasportato in Francia, dove ebbe tempo per qualche anno ancora di far penitenza de' suoi peccati. Scrivono gli antichi storici ch'egli fu relegato a Liegi sotto la cura diAgilfredovescovo di quella città. Ma Epidanno monaco di san Gallo[Epidannus, Histor. apud Goldast., tom. 1. Rer. Alamann.]racconta ch'egli fu mandato colla moglie in esilio al monistero di Corbeia, dovein vigilis et orationibus et jejuniis et multis bonis operibus permansit usque ad diem obitus sui. Jacopo Malvezzi[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.], vecchio storico di Brescia, nota anch'egli di avere trovato presso gli scrittori de' fatti di questo re, che condotto a Parigi, attese quivi alle opere della pietà; anzi salì così avanti nella santità, che andando alla notte a visitar le chiese, miracolosamente se gli aprivano le porte delle medesime. Avrà egli letto questi miracoli ne' romanzi, e non già in accreditati scrittori. L'autore antico della Cronica della Novalesa[Chronic. Novalic., P. II, tom. 2 Rer. Italic.], che fa parimente menzione di tal prodigio, ha del romanziere anch'egli in molti altri suoi racconti. Per altro nel re Desiderio, anche ne' tempi suoi felici, non mancò la pietà e la religione. Giovanni monaco autore della Cronica del monistero di Volturno[Chronic. Vulturnens. lib. 3, P. II, tom. II, Rer. Ital.]ne parla così:Hic licet bello fuerit austerus, tamen plurimis locis ecclesias construxit, ornavit, atque dilavit rebus ac possessionibus multis. Deniqus ex iussione principis Apostolorum Petri, monisterium aedificavit in honorem et vocabulum ejusdem nominis in Valle Tritana, ec. E già osservammo altrove gl'insigni monisteri da lui fabbricati in Brescia. Abbiamo anche osservato che egli, allorchè il papa gl'intimò la scomunica, se non desisteva dall'andare coll'esercito a Roma, se ne tornò indietrocon gran riverenza. Diede mano alla Chiesa romana per liberarla dall'usurpatorCostantino falso papa. Ma in fine per la soverchia sua ambizione e poca prudenza precipitò dal trono, e andò a finire in esilio i suoi giorni.Adelgisosuo figliuolo, che s'era ricoverato o difeso in Verona, probabilmente caduta che fu Pavia, anch'egli quella città abbandonò alla discrezion dei Franchi, e si mise in salvo. Veramente abbiamo da Anastasio[Anastas. Bibliothec., in Hadriani I Papae Vita.]che il re Carlo nell'anno precedente si mosse dall'assedio di Pavia, ed in persona andò con parte della sua armata sotto Verona, e quivi stando, vennero a mettersi nelle sue mani i nipoti, cioè i figliuoli del fu re Carlomanno suo fratello, colla lor madre, e con Auteario personaggio illustre ed aio di que' principini, che s'erano rifugiati colà con Adelgiso. Cosa poi divenisse di questi principi, lo tace la storia, verisimilmente per non rivelare un fatto che tornava in discredito d'esso Carlo, cioè la sua poca umanità verso gl'innocenti nipoti. Potrebbe talun dedurre dal racconto di Anastasio che in mano di Carlo Magno venisse nell'anno precedente anche la città di Verona. Ma il chiarissimo marchese Scipione Maffei[Maffei, Verona illustrata, lib. 11.]nella sua Verona illustrata osservò in un'antica pergamena, che anche nell'aprile dell'anno corrente si segnavano gli atti pubblici di quella città coi nomi diDesiderioe diAdelchi, tuttavia regnanti. Però resta evidente che sino a questi tempi si sostenne Verona. Ma al vedere disperati gli affari, Adelgiso se ne fuggì al mare col suo meglio, ed imbarcatosi aPorto Pisano, come lasciò scritto Paolo Diacono[Paulus Diaconus, de Episc. Melitens.], passò a Costantinopoli ad implorare l'aiuto di quegli Augusti, che gli diedero bensì un buon pascolo di parole, ma non mai grandi forze per rimetterlo sul soglio. Con che Carlo Magno non avendo più contrasto, felicemente divenne re di Italia, e conquistò, a riserva del ducatodi Benevento, tutte le altre città e terre di questo regno. Diede egli, per conseguente, principio ad un'epoca nuova. Pensa il padre Pagi, aver egli usate due epoche diverse del regno longobardico; l'una cominciata nel mese d'aprile e l'altra dopo la presa di Pavia; e ch'egli prima ancora di essa conquista venisse riconosciuto per re dei Longobardi. Nel Monistero di san Zenone di Verona una carta scrittaregnante domno nostro Carolo, ec.excellentissimo rege in Italia anno septimo mensis magii per Indictione tertia, cioè l'anno 780, quando nulla vi manchi, indica la prima epoca, verisimilmente principiata dappoichè fu divenuto padrone di Verona. Ma le notizie, che ordinariamente si ricavano dalle carte italiane, portano un'epoca il cui principio cadde negli ultimi giorni di maggio, o piuttosto nei primi di giugno dell'anno presente[Antiquit. Ital., Dissert. I.], ne' quali egli trionfante entrò nella superata reggia de' Longobardi.Tanta facilità e felicità di Carlo Magno in conquistare il regno d'Italia senza battaglia alcuna, senza che gli facesse opposizione città o fortezza veruna, a riserva di Pavia che tenne saldo per più di otto mesi, e di Verona che men tempo resistè, potrebbe dar motivo a taluno di maraviglia. Non avvenne così a torla di mano ai Goti. Ma è da por mente che le forze di Carlo Magno, padrone di tutta la Gallia e di non poca parte della Germania, tali erano, che i popoli giudicarono più sano consiglio il cedere che il resistere. Ma si aggiunsero a questa potenza alcune ruote segrete, che agevolarono non poco la rovina del re Desiderio. Non si farà torto veruno alla memoria del pontefice Adriano I in credere che egli, autore della venuta in Italia del re dei Franchi, impiegasse l'autorità e destrezza sua in quanti occulti maneggi egli potè, affinchè la nazione longobarda, e massimamente gli antichi abitatori della Italia concorressero ad accettare un re nuovo senza contrasto. Ho io inoltreconghietturato altrove[Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.]cheAnselmo, abbate dell'insegne monistero di Nonantola nel territorio di Modena, porgesse non poco influsso alla depressione del re Desiderio, e all'esaltazione del re di Francia, giacchè resta una carta informe, atta nondimeno a dar notizia di questi affari, che contiene una sterminata donazion di beni fatta da Carlo Magno ad esso abbate, verisimilmente in ricompensa de' buoni servigii a lui prestati in questa impresa. Abbiamo un antico Catalogo di quegli abbati, pubblicato dall'Ughelli[Ughell., Ital. Sacr. tom. V, in Episc. Tarvis.], da cui apparisce che Anselmo governò quel monistero per anni cinquanta:et ex his septem passus est exsilium a Desiderio apud Casinum, sicut multorum seniorum relatione didicimus. Era stato Anselmo duca del Friuli e cognato dei re Astolfo e Rachis. Già vedemmo che Rachis, tuttochè divenuto monaco, contrariò a spada tratta Desiderio, allorchè questi volle salire sul trono. Perciò Anselmo, qual persona o nimica o sospetta, non fu più veduto di buon occhio da esso Desiderio, e non finì la faccenda che il cacciò in esilio. Tali notizie ci fanno intendere qual cosa troppo probabile che l'abbate Anselmo, unitosi col papa, si servisse del credito e delle parentele sue, e della fazione dei re precedenti, contraria a Desiderio, per ben servire in questa congiuntura a Carlo Magno, con guadagnarli l'animo di molti Longobardi. In fatti, siccome asserisce l'antico Anonimo salernitano[Anonym. Salernitan. P. II. tom. 2 Rer. Ital.]ne' Paralipomeni da me dati alla luce, non pochi dei Longobardi insorsero contra del re loro in favor dei Franzesi.Dum iniqua cupiditate(così scrive egli)Langobardi inter se consurgerent, quidam ex proceribus langobardis talem legationem mittunt Carolo Francorum regi, quatenus veniret cum valido exercitu, et regnum sub sua ditione obtineret, asserentes, quia istum Desiderium tyrannum sub potestate ejus traderentvinctum, et opes multas cum variis indumentis, auro, argentoque intextis, in suum committerent dominium. Quod ille praedictus rex Carolus cognoscens, cum Francis, Alemannis, Burgundionibus, nec non et Saxonibus, cum ingenti multitudine Italiam properavit. Postquam in Italiam rex Carolus venit, rex Italiae Desiderius, a suis quippe, ut diximus, fidelibus callide est ei traditus: quem ille vinctum suis militibus tradidit; et ferunt alii, ut lumine eum privasset.Che così passasse l'affare, possiamo anche argomentarlo dalla fuga che l'esercito longobardo prese al solo comparir del re Carlo alle Chiuse delle Alpi, senza aspettar di venir alle mani. Finirono dunque i re di nazion longobarda, ma non fini il regno dei Longobardi, di cui assunse il titolo di re il vincitor Carlo Magno. Cambio che tornò anche in sommo vantaggio dell'Italia; perchè, quantunque i sudditi dei re longobardi godessero interna quiete e felicità, e fossero governati con buone leggi ed esatta giustizia, pure provarono dipoi anche miglior trattamento sotto di Carlo Magno, monarca che in altezza di mente, possanza e dirittura di giudizio superò tutti i re franchi e longobardi. E tanto più perchè, siccome vedremo, da lì a pochi anni esso diede all'Italia il suo re particolare, cioèPippinosuo figliolo, venendo con ciò a continuare in Italia la corte regale, con soddisfazione di tutti i sudditi. Ma si dee notare per tempo che cadde bensì il re Desiderio, e il regno di Italia pervenne a Carlo Magno; ma non venne già per allora, siccome dissi, in suo potere il ducato di Benevento, che abbracciava la maggior parte di quello che ora è regno di Napoli.ArichiossiaArigisoera in questi tempi duca di Benevento, ed avea per moglieAdelbergafigliuola del re Desiderio. Udito che ebbe egli abissata la fortuna del suocero, pretese tosto di succedere nelle ragioni di lui, con alzare perciò bandiera di sovranità; e laddove fin qui avea portato il titolo diduca, da lì innanzi cominciò adintitolarsiprincipe, nome allora più cospicuo dell'altro di duca, e significante chi non riconosce superiore sopra di sè. Si fece inoltre incoronare dai vescovi, cominciò ad usare nei suoi diplomi la formolaIn sacratissimo nostro palatio, e tutto poscia si applicò alla difesa dei proprii stati. Carlo, che aveva allora sulle spalle la guerra coi Sassoni, i quali, profittando della di lui lontananza, aveano fatte non poche scorrerie ne' di lui stati, non potendo applicare alla guerra dei Longobardi beneventani, tornossene in Francia, lasciando che Arigiso continuasse in quelle parti la dispotica sua signoria. Notizie tali sono state conservate da Erchemperto[Erchempertus, P. I, tom. 2 Rer. Ital.], dall'Anonimo salernitano, e da Leone Marsicano vescovo ostiense.

Continuava con vigore l'assedio ossia blocco di Pavia nel marzo ancora dell'anno presente, ed erano già passati sei mesi dacchè v'era sotto il reCarloquando egli volle profittar di quell'occasione con portarsi a Roma, parte per divozione e parte per visitare il ponteficeAdriano. Si fece fretta affin di giugnere colà nel sabbato santo, che in quest'annocadde nel dì 2 d'aprile[Anastas. Bibliothec., in Hadriano I Papae.]. Presentita la di lui venuta, il pontefice tutto pieno di gaudio gli mandò incontro i senatori e magnati sino a Novi, trenta miglia lungi da Roma, colle bandiere spiegate. Un miglio poi presso alla città si trovarono ad incontrarlo tutte le brigate della milizia e i fanciulli delle scuole che portavano rami di palme e d'ulivo, e fecero con canto ed acclamazioni un festoso accoglimento ad esso re dei Franchi. Fuori ancora della città uscirono ad incontrarlo tutte le croci ed insegne, come era in uso di farsi per onore ne' tempi addietro, allorchè l'esarco o il patrizio si trasferiva a Roma, dove certo è che essi esarchi e patrizii signoreggiavano con autorità delegata dagl'imperadori. All'aspetto delle suddette croci, smontò da cavallo il re Carlo, e a piedi, col corteggio de' suoi principi e nobili uffiziali, si incamminò verso la basilica vaticana, nel cui atrio papa Adriano con tutto il clero e popolo romano lo aspettava. Nell'ascendere colà baciò ad uno ad uno tutti i gradini, e non sì tosto giunse dove era il pontefice, che cordialmente si abbracciarono. Poscia amendue, stando Carlo alla destra, entrarono in san Pietro, dove con canti ed orazioni restò onorato l'arrivo di sì grande ospite. Fecero appresso il loro ingresso nella città, con essere preceduti vicendevoli giuramenti per la lor sicurezza; e nel giorno santo di Pasqua e ne' due dì seguenti si attese alle divozioni. Venuto poi il mercordì, fece istanza il papa al re Carlo, perchè confermasse le donazioni fatte dal re Pippino suo padre alla Chiesa romana; al che puntualmente condiscese, e il diploma di questa conferma fu posto sopra l'altare di san Pietro. Qui è che Anastasio specifica i confini e gli stati allora donati, oppur confermati nella guisa che di sopra all'anno 757 abbiam veduto colle parole di Leone Ostiense. Ma qualch'errore si può sospettare corso in quel testo, perciocchè non è mai credibileuna sì larga donazione in chi voleva essere re de' Longobardi. Togliendosi da questo regno l'esarcato, le provincie della Venezia e dell'Istria, e tutto il ducato di Spoleti e di Benevento, Parma, Reggio, Mantova, Monselice e la Corsica, paesi e città tutti espressi, secondochè si pretende, nella donazione suddetta, cosa mai veniva a restare del regno dei Longobardi in potere di Carlo nuovo re dei Longobardi? La disgrazia ha portato che non sieno giunti ai dì nostri gli autentici diplomi di quelle donazioni per poterne ricavare la verità de' fatti. Ma intanto è certo che la donazione fu fatta e confermata; e andremo anche accennando alcuni di quegli stati o donati o promessi; ma insieme è fuor di dubbio che, a riserva dell'esarcato, gli altri stati seguitarono ad essere parte del regno longobardico e di giurisdizione dei re d'Italia. Nè si dee dissimulare che veramente sul ducato di Spoleti acquistò allora il romano pontefice qualche diritto. Abbiamo da Anastasio che prima ancora dell'andata di Desiderio a difendere le frontiere del regno alle Chiuse dell'Alpi, alcune persone di Spoleti e Rieti andarono a suggettarsi a papa Adriano: in segno di che si fecero tosare alla maniera de' Romani. Ma da che fu posto in fuga l'esercito longobardo alle suddette Chiuse, e le milizie di Spoleti tornarono a casa, l'università di quel ducato ricorse a Roma, pregando il papa di prenderli al servigio di san Pietro, e di farli tosare alla romana. Ebbe esecuzione la lor domanda, ed avendo essi eletto per loro ducaIldebrandosignor nobilissimo, venne questi confermato dal papa. Diersi parimente a san Pietro gli abitanti del ducato di Fermo, Osimo, Ancona, e del castello di Felicità. Se durasse poi questo dominio pontificio sopra il ducato di Spoleti, comparirà tra poco.

Proseguiva intanto l'assedio di Pavia, nè potendo più reggere alla difesa il reDesiderio, capitolò in fine la resa, con restar prigioniere. Fu egli dipoi colla reginaAnsatrasportato in Francia, dove ebbe tempo per qualche anno ancora di far penitenza de' suoi peccati. Scrivono gli antichi storici ch'egli fu relegato a Liegi sotto la cura diAgilfredovescovo di quella città. Ma Epidanno monaco di san Gallo[Epidannus, Histor. apud Goldast., tom. 1. Rer. Alamann.]racconta ch'egli fu mandato colla moglie in esilio al monistero di Corbeia, dovein vigilis et orationibus et jejuniis et multis bonis operibus permansit usque ad diem obitus sui. Jacopo Malvezzi[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.], vecchio storico di Brescia, nota anch'egli di avere trovato presso gli scrittori de' fatti di questo re, che condotto a Parigi, attese quivi alle opere della pietà; anzi salì così avanti nella santità, che andando alla notte a visitar le chiese, miracolosamente se gli aprivano le porte delle medesime. Avrà egli letto questi miracoli ne' romanzi, e non già in accreditati scrittori. L'autore antico della Cronica della Novalesa[Chronic. Novalic., P. II, tom. 2 Rer. Italic.], che fa parimente menzione di tal prodigio, ha del romanziere anch'egli in molti altri suoi racconti. Per altro nel re Desiderio, anche ne' tempi suoi felici, non mancò la pietà e la religione. Giovanni monaco autore della Cronica del monistero di Volturno[Chronic. Vulturnens. lib. 3, P. II, tom. II, Rer. Ital.]ne parla così:Hic licet bello fuerit austerus, tamen plurimis locis ecclesias construxit, ornavit, atque dilavit rebus ac possessionibus multis. Deniqus ex iussione principis Apostolorum Petri, monisterium aedificavit in honorem et vocabulum ejusdem nominis in Valle Tritana, ec. E già osservammo altrove gl'insigni monisteri da lui fabbricati in Brescia. Abbiamo anche osservato che egli, allorchè il papa gl'intimò la scomunica, se non desisteva dall'andare coll'esercito a Roma, se ne tornò indietrocon gran riverenza. Diede mano alla Chiesa romana per liberarla dall'usurpatorCostantino falso papa. Ma in fine per la soverchia sua ambizione e poca prudenza precipitò dal trono, e andò a finire in esilio i suoi giorni.Adelgisosuo figliuolo, che s'era ricoverato o difeso in Verona, probabilmente caduta che fu Pavia, anch'egli quella città abbandonò alla discrezion dei Franchi, e si mise in salvo. Veramente abbiamo da Anastasio[Anastas. Bibliothec., in Hadriani I Papae Vita.]che il re Carlo nell'anno precedente si mosse dall'assedio di Pavia, ed in persona andò con parte della sua armata sotto Verona, e quivi stando, vennero a mettersi nelle sue mani i nipoti, cioè i figliuoli del fu re Carlomanno suo fratello, colla lor madre, e con Auteario personaggio illustre ed aio di que' principini, che s'erano rifugiati colà con Adelgiso. Cosa poi divenisse di questi principi, lo tace la storia, verisimilmente per non rivelare un fatto che tornava in discredito d'esso Carlo, cioè la sua poca umanità verso gl'innocenti nipoti. Potrebbe talun dedurre dal racconto di Anastasio che in mano di Carlo Magno venisse nell'anno precedente anche la città di Verona. Ma il chiarissimo marchese Scipione Maffei[Maffei, Verona illustrata, lib. 11.]nella sua Verona illustrata osservò in un'antica pergamena, che anche nell'aprile dell'anno corrente si segnavano gli atti pubblici di quella città coi nomi diDesiderioe diAdelchi, tuttavia regnanti. Però resta evidente che sino a questi tempi si sostenne Verona. Ma al vedere disperati gli affari, Adelgiso se ne fuggì al mare col suo meglio, ed imbarcatosi aPorto Pisano, come lasciò scritto Paolo Diacono[Paulus Diaconus, de Episc. Melitens.], passò a Costantinopoli ad implorare l'aiuto di quegli Augusti, che gli diedero bensì un buon pascolo di parole, ma non mai grandi forze per rimetterlo sul soglio. Con che Carlo Magno non avendo più contrasto, felicemente divenne re di Italia, e conquistò, a riserva del ducatodi Benevento, tutte le altre città e terre di questo regno. Diede egli, per conseguente, principio ad un'epoca nuova. Pensa il padre Pagi, aver egli usate due epoche diverse del regno longobardico; l'una cominciata nel mese d'aprile e l'altra dopo la presa di Pavia; e ch'egli prima ancora di essa conquista venisse riconosciuto per re dei Longobardi. Nel Monistero di san Zenone di Verona una carta scrittaregnante domno nostro Carolo, ec.excellentissimo rege in Italia anno septimo mensis magii per Indictione tertia, cioè l'anno 780, quando nulla vi manchi, indica la prima epoca, verisimilmente principiata dappoichè fu divenuto padrone di Verona. Ma le notizie, che ordinariamente si ricavano dalle carte italiane, portano un'epoca il cui principio cadde negli ultimi giorni di maggio, o piuttosto nei primi di giugno dell'anno presente[Antiquit. Ital., Dissert. I.], ne' quali egli trionfante entrò nella superata reggia de' Longobardi.

Tanta facilità e felicità di Carlo Magno in conquistare il regno d'Italia senza battaglia alcuna, senza che gli facesse opposizione città o fortezza veruna, a riserva di Pavia che tenne saldo per più di otto mesi, e di Verona che men tempo resistè, potrebbe dar motivo a taluno di maraviglia. Non avvenne così a torla di mano ai Goti. Ma è da por mente che le forze di Carlo Magno, padrone di tutta la Gallia e di non poca parte della Germania, tali erano, che i popoli giudicarono più sano consiglio il cedere che il resistere. Ma si aggiunsero a questa potenza alcune ruote segrete, che agevolarono non poco la rovina del re Desiderio. Non si farà torto veruno alla memoria del pontefice Adriano I in credere che egli, autore della venuta in Italia del re dei Franchi, impiegasse l'autorità e destrezza sua in quanti occulti maneggi egli potè, affinchè la nazione longobarda, e massimamente gli antichi abitatori della Italia concorressero ad accettare un re nuovo senza contrasto. Ho io inoltreconghietturato altrove[Antiquit. Ital., Dissert. LXVII.]cheAnselmo, abbate dell'insegne monistero di Nonantola nel territorio di Modena, porgesse non poco influsso alla depressione del re Desiderio, e all'esaltazione del re di Francia, giacchè resta una carta informe, atta nondimeno a dar notizia di questi affari, che contiene una sterminata donazion di beni fatta da Carlo Magno ad esso abbate, verisimilmente in ricompensa de' buoni servigii a lui prestati in questa impresa. Abbiamo un antico Catalogo di quegli abbati, pubblicato dall'Ughelli[Ughell., Ital. Sacr. tom. V, in Episc. Tarvis.], da cui apparisce che Anselmo governò quel monistero per anni cinquanta:et ex his septem passus est exsilium a Desiderio apud Casinum, sicut multorum seniorum relatione didicimus. Era stato Anselmo duca del Friuli e cognato dei re Astolfo e Rachis. Già vedemmo che Rachis, tuttochè divenuto monaco, contrariò a spada tratta Desiderio, allorchè questi volle salire sul trono. Perciò Anselmo, qual persona o nimica o sospetta, non fu più veduto di buon occhio da esso Desiderio, e non finì la faccenda che il cacciò in esilio. Tali notizie ci fanno intendere qual cosa troppo probabile che l'abbate Anselmo, unitosi col papa, si servisse del credito e delle parentele sue, e della fazione dei re precedenti, contraria a Desiderio, per ben servire in questa congiuntura a Carlo Magno, con guadagnarli l'animo di molti Longobardi. In fatti, siccome asserisce l'antico Anonimo salernitano[Anonym. Salernitan. P. II. tom. 2 Rer. Ital.]ne' Paralipomeni da me dati alla luce, non pochi dei Longobardi insorsero contra del re loro in favor dei Franzesi.Dum iniqua cupiditate(così scrive egli)Langobardi inter se consurgerent, quidam ex proceribus langobardis talem legationem mittunt Carolo Francorum regi, quatenus veniret cum valido exercitu, et regnum sub sua ditione obtineret, asserentes, quia istum Desiderium tyrannum sub potestate ejus traderentvinctum, et opes multas cum variis indumentis, auro, argentoque intextis, in suum committerent dominium. Quod ille praedictus rex Carolus cognoscens, cum Francis, Alemannis, Burgundionibus, nec non et Saxonibus, cum ingenti multitudine Italiam properavit. Postquam in Italiam rex Carolus venit, rex Italiae Desiderius, a suis quippe, ut diximus, fidelibus callide est ei traditus: quem ille vinctum suis militibus tradidit; et ferunt alii, ut lumine eum privasset.Che così passasse l'affare, possiamo anche argomentarlo dalla fuga che l'esercito longobardo prese al solo comparir del re Carlo alle Chiuse delle Alpi, senza aspettar di venir alle mani. Finirono dunque i re di nazion longobarda, ma non fini il regno dei Longobardi, di cui assunse il titolo di re il vincitor Carlo Magno. Cambio che tornò anche in sommo vantaggio dell'Italia; perchè, quantunque i sudditi dei re longobardi godessero interna quiete e felicità, e fossero governati con buone leggi ed esatta giustizia, pure provarono dipoi anche miglior trattamento sotto di Carlo Magno, monarca che in altezza di mente, possanza e dirittura di giudizio superò tutti i re franchi e longobardi. E tanto più perchè, siccome vedremo, da lì a pochi anni esso diede all'Italia il suo re particolare, cioèPippinosuo figliolo, venendo con ciò a continuare in Italia la corte regale, con soddisfazione di tutti i sudditi. Ma si dee notare per tempo che cadde bensì il re Desiderio, e il regno di Italia pervenne a Carlo Magno; ma non venne già per allora, siccome dissi, in suo potere il ducato di Benevento, che abbracciava la maggior parte di quello che ora è regno di Napoli.ArichiossiaArigisoera in questi tempi duca di Benevento, ed avea per moglieAdelbergafigliuola del re Desiderio. Udito che ebbe egli abissata la fortuna del suocero, pretese tosto di succedere nelle ragioni di lui, con alzare perciò bandiera di sovranità; e laddove fin qui avea portato il titolo diduca, da lì innanzi cominciò adintitolarsiprincipe, nome allora più cospicuo dell'altro di duca, e significante chi non riconosce superiore sopra di sè. Si fece inoltre incoronare dai vescovi, cominciò ad usare nei suoi diplomi la formolaIn sacratissimo nostro palatio, e tutto poscia si applicò alla difesa dei proprii stati. Carlo, che aveva allora sulle spalle la guerra coi Sassoni, i quali, profittando della di lui lontananza, aveano fatte non poche scorrerie ne' di lui stati, non potendo applicare alla guerra dei Longobardi beneventani, tornossene in Francia, lasciando che Arigiso continuasse in quelle parti la dispotica sua signoria. Notizie tali sono state conservate da Erchemperto[Erchempertus, P. I, tom. 2 Rer. Ital.], dall'Anonimo salernitano, e da Leone Marsicano vescovo ostiense.


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