DCCLXXXVIIAnno diCristoDCCLXXXVII. Indiz.X.Adriano Ipapa 16.Costantinoimperad. 12 e 8IreneAugusta 8.Carlo Magnore de' Franchi e Longobardi 14.Pippinore d'Italia 7.Celebre fu quest'anno pel settimo concilio generale tenuto nella città di Nicea in Bitinia. Gli si diede principio nel mese di settembre coll'intervento diPietroarciprete della santa romana Chiesa, e diPietroprete ed abbate, legati delsommo ponteficeAdriano I, diTarasiopatriarca di Costantinopoli, dei legati dei patriarchi d'Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, e di più di trecento cinquanta vescovi. Il culto delle sacre immagini, come conforme allo dottrina cattolica, venne ivi stabilito, e scomunicati gli sprezzatori e persecutori delle medesime. Di più non dico, appartenendo agli annali ecclesiastici questo racconto. Da Firenze passò a RomaCarlo Magno, dove con solenne apparato e sommo giubilo fu accolto da papa Adriano. Si spesero alcuni giorni per ismaltir varii negozii, uno de' quali spezialmente riguardava il ducato di Benevento. Già osservammo di sopra cheArichisossiaArigiso, duca di quella contrada, aveva assunto il nome diprincipe, nè finora avea voluto sottomettersi al dominio di Carlo Magno, tuttochè il ducato di Benevento fosse una porzione del regno longobardico, la quale abbracciava allora quasi tutto il regno di Napoli. Nulla pareva al re de' Franchi d'aver fatto, se non si stendeva la sua signoria sopra così bella ed ampia parte d'Italia. È da credere che anche il pontefice Adriano, pieno sempre di sospetti per cagione dell'imperador greco, e diAdelgisofigliuolo di Desiderio, ricoverato a Costantinopoli, e dello stesso duca Arigiso, tutti pretendenti nel dominio dell'Italia, aggiugnesse calore e stimolo ai disegni e desiderii di Carlo, che seco avea condotta un'armata capace di farsi temere. Però informato di questo vicino temporale Arigiso, siccome abbiamo dagli Annali de' Franchi[Annal. Francor. Metens. et Bertiniani.], spedì a RomaRomoaldosuo figliuolo con suntuosi regali per placare il re e per esibirsi pronto a fare ogni suo volere. Ma il papa, che meglio conosceva il sistema delle cose, consigliò il re di non appagarsi di queste parole e di portar l'armi nelle viscere del ducato di Benevento. Arrivò Carlo Magno coll'esercito suo fino a Capua, e l'armata cominciò a stendersi per quellecontrade, mettendo tutto a sacco. Era in questi tempi Arigiso (per attestato di Erchemperto[Erchempertus, Hist. P. I, tom. 2 Rer. Ital.]scrittore del secolo susseguente) in rotta coi Napoletani, popolo che sempre si salvò dal dominio de' Longobardi, e fu solito ad avere i propri duchi e a stare unito co' Greci, talvolta con lega, e per lo più con suggezione e dipendenza. Conchiuse tosto pace con essi Napoletani Arigiso, per non averli contrarii in quel frangente, con accordar loro alcuni beni nella Liguria. Quindi si diede alla difesa, e se crediamo ad esso Erchemperto, per un tempo ancora fece gagliarda resistenza, benchè gli Annali dei Franchi nulla dicano di battaglie nè di assedii. Ma scorgendo le sue forze inferiori al bisogno, dopo aver lasciato ben guernita di gente e di viveri la città di Benevento, allora capitale del ducato, molto popolata e ricchissima, si ritirò a Salerno, città marittima e forte, per potere, in caso di necessità, mettersi in salvo per mare, e maggiormente la fortificò con torri ed altri ripari. Inviò poscia a Capua l'altro suo figliuolo, chiamatoGrimoaldo, a chieder pace, offerendo sommessione, danari e molti ostaggi, fra i quali gli stessi suoi figliuoli. L'anonimo salernitano[Anonym. Salernitan., P. I, tom. 2 Rer. Ital.]mischiando una mano di favole, ch'io tralascio, in questi avvenimenti, scrive, aver egli spedito anche molti vescovi al re Carlo, per implorar misericordia: il che non è inverisimile. Allora Carlo Magno, considerando che sarebbe costato non lieve fatica e tempo il pretendere di più, e che dal continuar la guerra ne seguirebbe la distruzion delle chiese e dei monisteri, e forse che i Greci confinanti al ducato beneventano con alcune città marittime della Calabria e colla Sicilia avrebbono potuto entrare in ballo, e prendere la protezion di Arigiso: si piegò ad accettar la pace. Le condizioni furono, che Arigiso continuasse ad essere duca, ma con subordinazione al re di Italia suo sovrano, siccomefu usato in addietro sotto i re longobardi, e con obbligarsi al pagamento di una annua pensione, che fu di sette mila soldi d'oro, per attestato di Eginardo[Eginhardus, Annal. ad ann. 814.]. Per sicurezza della promessa diede egli dodici ostaggi al re Carlo, e, quel che più importa, gli diede ancoraGrimoaldoeRomoaldo suoi figliuoli. Tante poi preghiere si frapposero, che Romoaldo fu rilasciato in libertà; ma per conto di Grimoaldo, gli convenne andare fino ad Aquisgrana, dove dopo questa impresa, e dopo aver celebrato la Pasqua in Roma, si trasferì quel monarca. Attesta inoltre Erchemperto che Arigiso fu costretto a comperar questa pace collo sborso di un gran tesoro, per rifare il re Carlo delle spese della guerra. Di una altra condizione parleremo fra poco.Dappoichè fu fuori d'Italia il re Carlo, e cessato il timor delle sue armi, credo che succedesse quanto narra papa Adriano nell'epistola sessantesima quarta del Codice Carolino. Cioè, che inefandissimi Napoletani e gli odiati da Dio Greci, per maligno consiglio d'Arigiso duca di Benevento, aveano occupata la piccola città diTerracina, la quale egli avea prima sottomessa al dominio di san Pietro e del re Carlo, con averla probabilmente tolta ai Greci. Prega per ciò esso re di spedire nel primo dì d'agosto Vulfrino con ordine d'unire un'armata di tutti iToscanieSpoletini, e degli stessinefandissimi Beneventani, per passare a ricuperar Terracina e ad espugnar ancheGaetaeNapoli, città dei Greci, acciocchè la Chiesa romana rientri in possesso del suopatrimonio, cioè degli allodiali, a lei spettanti nel distretto di Napoli, ed affinchè que' popoli, se si può mai, vengano a sottomettersisub vestra atque nostra dictione. Aveva poi esso papa trattato coi Napoletani di ceder loroTerracina, purchè essi gli restituissero il suddettopatrimonio; ma nulla voleva eseguire senza il parere di Carlo Magno. Aggiugne ch'essi Napoletani trattavanocoll'infedelissimo Arigiso duca di Benevento, il quale tutto dì riceveva ambasciate dalnefandissimo patrizio di Sicilia. Questi era lo stesso Adelgiso figliuolo del re Desiderio. E lo spiega lo stesso papa, con dire che Arigiso duca imbrogliava il trattato cominciato coi Napoletani, perchè tutto dì era in espettazione di veder venirefilium nefandissimi Desiderii dudum nec dicendi regis Langobardorum, ut una cum ipso pro vobis nos espugnent. Prega in fine Carlo Magno di operare in maniera che non resti nè derisa nè danneggiata la Chiesa romana. Ma è da maravigliarsi come dei saggi pontefici usassero allora contra dei popoli cattolici, solamente per discordie e sospetti politici, termini sì ingiuriosi. Perchè mai nefandissimi i Napoletani, odiati da Dio i Greci, per avere ricuperato un picciolo paese già di loro ragione? Nè badava il papa che anch'egli meditava, se avesse potuto, di far peggio, cioè di occupare ai Greci due nobilissime città e ducati, Napoli e Gaeta, sulle quali egli non avea diritto alcuno. Dalla lettera settuagesima terza del Codice Carolino pare che possa ricavarsi cheTerracinaera di giurisdizion de' Greci, al pari di Gaeta. I padri Cointe e Pagi, che rapportano la suddetta lettera settantesimaquarta all'anno 780, non badarono assai che allora il duca Arigiso non s'era punto assoggettato a Carlo Magno: cosa che avvenne solamente nell'anno presente; e che in questi tempi appunto Adelgiso figliuolo di Desiderio era in Sicilia, e manipolava un'invasione in Italia, siccome vedremo. A quest'anno per conseguente, e non a quello, si dee riferir la lettera suddetta. Ma questi segreti maneggi del duca Arigiso abortirono fra poco; perciocchè in questo medesimo anno nel dì 21 di luglio la morte gli rapì il giovaneRomoaldosuo figliuolo, per la cui perdita, per la lontananza dell'altro, e per gli affanni sofferti, anch'egli infermatosi terminò il corso de' suoi giorni a dì 26 d'agosto, con lasciar belle memorie della sua giustizia,magnificenza e pietà in Benevento, e massimamente, oltre a due superbi palagi, un magnifico tempio e monistero di sacre vergini, appellato di santa Sofia, che egli sottopose a quello di Monte Casino, e un altro monistero parimente di vergini a persuasione diAlfanovescovo di Benevento, che fu posto sotto la direzione del monistero di san Vincenzo di Volturno[Rer. Ital. P. I, tom. 2.]. Leggonsi le altre lodi di questo principe nel suo epitaffio composto da Paolo Diacono, e pubblicato da Camillo Pellegrino. Restarono, per la morte di Arigiso, i popoli di Benevento senza principe, senza governo: e però i principali baroni spedirono tosto al re Carlo in Francia, supplicandolo di volere rimettere in libertàGrimoaldofigliuolo del defunto principe, e di permettergli d'assumere il reggimento di quel ducato. S'incontrarono molte difficoltà in questo maneggio, siccome nell'anno seguente accenneremo. Fra l'altre cose trattate in Roma fra papa Adriano e il re Carlo vi fu ancora di ridur colle buone il duca di BavieraTassilonea riconoscere per suo sovrano esso re[Annales Franc. Metens. et Nazar.]. A questo effetto il pontefice, dianzi pregato dal medesimo duca d'interporsi per la pace, fece tutti i buoni uffizii presso di Carlo; ma scoperto in fine che gl'inviati di Tassilone altro non davano che parole, mosso da giusta collera il pontefice, gli spedì una ambasceria, per intimargli la scomunica se dopo le promesse fatte non si sottometteva, rifondendo sopra di lui il reato, qualora l'ostinazione sua si tirasse dietro lo spargimento del sangue cristiano. A nulla giovarono le paterne esortazioni del papa; laonde il re Carlo, giunto che fu a Vormazia, s'accinse ad ottener coll'armi ciò che non avea potuto conseguir col mezzo de' trattati pacifici. Un esercito da lui condotto arrivò fino alla città d'Augusta; un altro guidato dal giovane rePippinosuo figliuolo, che già avea preso a governare il suo regno diItalia, s'inoltrò fino alla città di Trento. Allora fu che Tassilone tornato in sè abbassò il capo, e portatosi alla presenza di Carlo, tutto umiliato, gli giurò nel dì 5 di ottobre sommessione e vassallaggio, con dargli in ostaggioTeodonesuo figliuolo, e dodici altri principali signori della Baviera: con che soddisfatto il re Carlo se ne tornò indietro alla villa d'Ingeleim. Lasciò anche scritto il Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]che venne a morte in questo annoMauriziodoge di Venezia. Giovanni suo figliuolo, già dichiarato suo collega nella dignità ducale, continuò a regger solo que' popoli, stando in Malamocco, ma con riuscita ben diversa, sì nelle parole che nelle opere, da quella del padre. Nè si dee tacere che Carlo Magno nell'occasione della sua venuta in questo anno a Roma, siccome principe che a tutte le cose belle e lodevoli correva con ansietà impareggiabile, condusse via da Roma de' cantori valenti che insegnassero alle chiese di Francia il puro canto fermo, quale fu a noi lasciato da san Gregorio Magno, o pure da Gregorio II papa, come ha creduto taluno. Così attesta il monaco Engolismense[Monachus Engolismensis, in Vita Caroli Magni.], il quale inoltre aggiugne ch'egli menò anche seco da Roma de' maestri di grammatica e d'abbaco, che dilatarono poi per la Francia lo studio delle lettere.Ante ipsum enim dominum regem Carolum in Gallia nullum studium fuerat liberalium artium.
Celebre fu quest'anno pel settimo concilio generale tenuto nella città di Nicea in Bitinia. Gli si diede principio nel mese di settembre coll'intervento diPietroarciprete della santa romana Chiesa, e diPietroprete ed abbate, legati delsommo ponteficeAdriano I, diTarasiopatriarca di Costantinopoli, dei legati dei patriarchi d'Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, e di più di trecento cinquanta vescovi. Il culto delle sacre immagini, come conforme allo dottrina cattolica, venne ivi stabilito, e scomunicati gli sprezzatori e persecutori delle medesime. Di più non dico, appartenendo agli annali ecclesiastici questo racconto. Da Firenze passò a RomaCarlo Magno, dove con solenne apparato e sommo giubilo fu accolto da papa Adriano. Si spesero alcuni giorni per ismaltir varii negozii, uno de' quali spezialmente riguardava il ducato di Benevento. Già osservammo di sopra cheArichisossiaArigiso, duca di quella contrada, aveva assunto il nome diprincipe, nè finora avea voluto sottomettersi al dominio di Carlo Magno, tuttochè il ducato di Benevento fosse una porzione del regno longobardico, la quale abbracciava allora quasi tutto il regno di Napoli. Nulla pareva al re de' Franchi d'aver fatto, se non si stendeva la sua signoria sopra così bella ed ampia parte d'Italia. È da credere che anche il pontefice Adriano, pieno sempre di sospetti per cagione dell'imperador greco, e diAdelgisofigliuolo di Desiderio, ricoverato a Costantinopoli, e dello stesso duca Arigiso, tutti pretendenti nel dominio dell'Italia, aggiugnesse calore e stimolo ai disegni e desiderii di Carlo, che seco avea condotta un'armata capace di farsi temere. Però informato di questo vicino temporale Arigiso, siccome abbiamo dagli Annali de' Franchi[Annal. Francor. Metens. et Bertiniani.], spedì a RomaRomoaldosuo figliuolo con suntuosi regali per placare il re e per esibirsi pronto a fare ogni suo volere. Ma il papa, che meglio conosceva il sistema delle cose, consigliò il re di non appagarsi di queste parole e di portar l'armi nelle viscere del ducato di Benevento. Arrivò Carlo Magno coll'esercito suo fino a Capua, e l'armata cominciò a stendersi per quellecontrade, mettendo tutto a sacco. Era in questi tempi Arigiso (per attestato di Erchemperto[Erchempertus, Hist. P. I, tom. 2 Rer. Ital.]scrittore del secolo susseguente) in rotta coi Napoletani, popolo che sempre si salvò dal dominio de' Longobardi, e fu solito ad avere i propri duchi e a stare unito co' Greci, talvolta con lega, e per lo più con suggezione e dipendenza. Conchiuse tosto pace con essi Napoletani Arigiso, per non averli contrarii in quel frangente, con accordar loro alcuni beni nella Liguria. Quindi si diede alla difesa, e se crediamo ad esso Erchemperto, per un tempo ancora fece gagliarda resistenza, benchè gli Annali dei Franchi nulla dicano di battaglie nè di assedii. Ma scorgendo le sue forze inferiori al bisogno, dopo aver lasciato ben guernita di gente e di viveri la città di Benevento, allora capitale del ducato, molto popolata e ricchissima, si ritirò a Salerno, città marittima e forte, per potere, in caso di necessità, mettersi in salvo per mare, e maggiormente la fortificò con torri ed altri ripari. Inviò poscia a Capua l'altro suo figliuolo, chiamatoGrimoaldo, a chieder pace, offerendo sommessione, danari e molti ostaggi, fra i quali gli stessi suoi figliuoli. L'anonimo salernitano[Anonym. Salernitan., P. I, tom. 2 Rer. Ital.]mischiando una mano di favole, ch'io tralascio, in questi avvenimenti, scrive, aver egli spedito anche molti vescovi al re Carlo, per implorar misericordia: il che non è inverisimile. Allora Carlo Magno, considerando che sarebbe costato non lieve fatica e tempo il pretendere di più, e che dal continuar la guerra ne seguirebbe la distruzion delle chiese e dei monisteri, e forse che i Greci confinanti al ducato beneventano con alcune città marittime della Calabria e colla Sicilia avrebbono potuto entrare in ballo, e prendere la protezion di Arigiso: si piegò ad accettar la pace. Le condizioni furono, che Arigiso continuasse ad essere duca, ma con subordinazione al re di Italia suo sovrano, siccomefu usato in addietro sotto i re longobardi, e con obbligarsi al pagamento di una annua pensione, che fu di sette mila soldi d'oro, per attestato di Eginardo[Eginhardus, Annal. ad ann. 814.]. Per sicurezza della promessa diede egli dodici ostaggi al re Carlo, e, quel che più importa, gli diede ancoraGrimoaldoeRomoaldo suoi figliuoli. Tante poi preghiere si frapposero, che Romoaldo fu rilasciato in libertà; ma per conto di Grimoaldo, gli convenne andare fino ad Aquisgrana, dove dopo questa impresa, e dopo aver celebrato la Pasqua in Roma, si trasferì quel monarca. Attesta inoltre Erchemperto che Arigiso fu costretto a comperar questa pace collo sborso di un gran tesoro, per rifare il re Carlo delle spese della guerra. Di una altra condizione parleremo fra poco.
Dappoichè fu fuori d'Italia il re Carlo, e cessato il timor delle sue armi, credo che succedesse quanto narra papa Adriano nell'epistola sessantesima quarta del Codice Carolino. Cioè, che inefandissimi Napoletani e gli odiati da Dio Greci, per maligno consiglio d'Arigiso duca di Benevento, aveano occupata la piccola città diTerracina, la quale egli avea prima sottomessa al dominio di san Pietro e del re Carlo, con averla probabilmente tolta ai Greci. Prega per ciò esso re di spedire nel primo dì d'agosto Vulfrino con ordine d'unire un'armata di tutti iToscanieSpoletini, e degli stessinefandissimi Beneventani, per passare a ricuperar Terracina e ad espugnar ancheGaetaeNapoli, città dei Greci, acciocchè la Chiesa romana rientri in possesso del suopatrimonio, cioè degli allodiali, a lei spettanti nel distretto di Napoli, ed affinchè que' popoli, se si può mai, vengano a sottomettersisub vestra atque nostra dictione. Aveva poi esso papa trattato coi Napoletani di ceder loroTerracina, purchè essi gli restituissero il suddettopatrimonio; ma nulla voleva eseguire senza il parere di Carlo Magno. Aggiugne ch'essi Napoletani trattavanocoll'infedelissimo Arigiso duca di Benevento, il quale tutto dì riceveva ambasciate dalnefandissimo patrizio di Sicilia. Questi era lo stesso Adelgiso figliuolo del re Desiderio. E lo spiega lo stesso papa, con dire che Arigiso duca imbrogliava il trattato cominciato coi Napoletani, perchè tutto dì era in espettazione di veder venirefilium nefandissimi Desiderii dudum nec dicendi regis Langobardorum, ut una cum ipso pro vobis nos espugnent. Prega in fine Carlo Magno di operare in maniera che non resti nè derisa nè danneggiata la Chiesa romana. Ma è da maravigliarsi come dei saggi pontefici usassero allora contra dei popoli cattolici, solamente per discordie e sospetti politici, termini sì ingiuriosi. Perchè mai nefandissimi i Napoletani, odiati da Dio i Greci, per avere ricuperato un picciolo paese già di loro ragione? Nè badava il papa che anch'egli meditava, se avesse potuto, di far peggio, cioè di occupare ai Greci due nobilissime città e ducati, Napoli e Gaeta, sulle quali egli non avea diritto alcuno. Dalla lettera settuagesima terza del Codice Carolino pare che possa ricavarsi cheTerracinaera di giurisdizion de' Greci, al pari di Gaeta. I padri Cointe e Pagi, che rapportano la suddetta lettera settantesimaquarta all'anno 780, non badarono assai che allora il duca Arigiso non s'era punto assoggettato a Carlo Magno: cosa che avvenne solamente nell'anno presente; e che in questi tempi appunto Adelgiso figliuolo di Desiderio era in Sicilia, e manipolava un'invasione in Italia, siccome vedremo. A quest'anno per conseguente, e non a quello, si dee riferir la lettera suddetta. Ma questi segreti maneggi del duca Arigiso abortirono fra poco; perciocchè in questo medesimo anno nel dì 21 di luglio la morte gli rapì il giovaneRomoaldosuo figliuolo, per la cui perdita, per la lontananza dell'altro, e per gli affanni sofferti, anch'egli infermatosi terminò il corso de' suoi giorni a dì 26 d'agosto, con lasciar belle memorie della sua giustizia,magnificenza e pietà in Benevento, e massimamente, oltre a due superbi palagi, un magnifico tempio e monistero di sacre vergini, appellato di santa Sofia, che egli sottopose a quello di Monte Casino, e un altro monistero parimente di vergini a persuasione diAlfanovescovo di Benevento, che fu posto sotto la direzione del monistero di san Vincenzo di Volturno[Rer. Ital. P. I, tom. 2.]. Leggonsi le altre lodi di questo principe nel suo epitaffio composto da Paolo Diacono, e pubblicato da Camillo Pellegrino. Restarono, per la morte di Arigiso, i popoli di Benevento senza principe, senza governo: e però i principali baroni spedirono tosto al re Carlo in Francia, supplicandolo di volere rimettere in libertàGrimoaldofigliuolo del defunto principe, e di permettergli d'assumere il reggimento di quel ducato. S'incontrarono molte difficoltà in questo maneggio, siccome nell'anno seguente accenneremo. Fra l'altre cose trattate in Roma fra papa Adriano e il re Carlo vi fu ancora di ridur colle buone il duca di BavieraTassilonea riconoscere per suo sovrano esso re[Annales Franc. Metens. et Nazar.]. A questo effetto il pontefice, dianzi pregato dal medesimo duca d'interporsi per la pace, fece tutti i buoni uffizii presso di Carlo; ma scoperto in fine che gl'inviati di Tassilone altro non davano che parole, mosso da giusta collera il pontefice, gli spedì una ambasceria, per intimargli la scomunica se dopo le promesse fatte non si sottometteva, rifondendo sopra di lui il reato, qualora l'ostinazione sua si tirasse dietro lo spargimento del sangue cristiano. A nulla giovarono le paterne esortazioni del papa; laonde il re Carlo, giunto che fu a Vormazia, s'accinse ad ottener coll'armi ciò che non avea potuto conseguir col mezzo de' trattati pacifici. Un esercito da lui condotto arrivò fino alla città d'Augusta; un altro guidato dal giovane rePippinosuo figliuolo, che già avea preso a governare il suo regno diItalia, s'inoltrò fino alla città di Trento. Allora fu che Tassilone tornato in sè abbassò il capo, e portatosi alla presenza di Carlo, tutto umiliato, gli giurò nel dì 5 di ottobre sommessione e vassallaggio, con dargli in ostaggioTeodonesuo figliuolo, e dodici altri principali signori della Baviera: con che soddisfatto il re Carlo se ne tornò indietro alla villa d'Ingeleim. Lasciò anche scritto il Dandolo[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]che venne a morte in questo annoMauriziodoge di Venezia. Giovanni suo figliuolo, già dichiarato suo collega nella dignità ducale, continuò a regger solo que' popoli, stando in Malamocco, ma con riuscita ben diversa, sì nelle parole che nelle opere, da quella del padre. Nè si dee tacere che Carlo Magno nell'occasione della sua venuta in questo anno a Roma, siccome principe che a tutte le cose belle e lodevoli correva con ansietà impareggiabile, condusse via da Roma de' cantori valenti che insegnassero alle chiese di Francia il puro canto fermo, quale fu a noi lasciato da san Gregorio Magno, o pure da Gregorio II papa, come ha creduto taluno. Così attesta il monaco Engolismense[Monachus Engolismensis, in Vita Caroli Magni.], il quale inoltre aggiugne ch'egli menò anche seco da Roma de' maestri di grammatica e d'abbaco, che dilatarono poi per la Francia lo studio delle lettere.Ante ipsum enim dominum regem Carolum in Gallia nullum studium fuerat liberalium artium.