DCCXXIIAnno diCristoDCCXXII. IndizioneV.GregorioII papa 8.LeoneIsauro imperadore 6.CostantinoCopronimo Augusto 3.Liutprandore 11.In quest'anno ancora il reLiutprandofece un accrescimento di ventiquattro nuove leggi al corpo delle longobardiche[Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Ital.]. Chiaramente si conosce cheil pontefice doveva aver comunicati ad esso re i decreti fatti nel concilio romano dell'anno antecedente intorno ai matrimonii illeciti; perciocchè nella prima di esse è vietato alle fanciulle, o donne che han preso l'abito monastico o religioso, il tornare al secolo e maritarsi; e, quel che potrebbe parere strano, ancorchè non fossero state consacrate dal sacerdote; il che noi appelliamo far la professione. Può essere che nel prendere l'abito monastico seguisse allora qualche voto di castità, altrimenti ai dì nostri sembrerebbe dura una tal legge. Sono quivi intimate varie pene contra le donne suddette mancanti in questo, e contro chi le avesse sposate, e ai mundoaldi o tutori di esse donne, che avessero consentito a tali nozze. Leggi parimente furono fatte contro chi sposasse delle parenti, o rapisse le altrui donne. Fu anche provveduto ai servi fuggitivi, affinchè fossero presi, con decretar pene ai ministri della giustizia negligenti a farli prendere, ed avvisarne i padroni. Durò presso i Longobardi, come ancora presso l'altre nazioni di questi tempi, l'uso de' servi, che noi ora chiamiamo schiavi, tal quale era stato in addietro presso i Greci e Romani. Se ne servivano essi per far lavorare le loro terre, e per i servigii delle lor case e negozi. Restavano sotto il loro dominio tutti i figliuoli e discendenti da essi servi, e a misura poi del buon servigio prestato da essi a' padroni, davano questi ad essi la libertà, e specialmente ciò si praticava verso i meritevoli, allorchè i padroni discreti e pii venivano a morte. Certo era di un gran comodo ed utile l'aver sotto il suo comando gente sì obbligata, che non poteva staccarsi dal servigio sotto rigorosissime pene, e il far suo tutto il guadagno de' servi, con dar loro solamente il vitto e vestito, e lasciare un ragionevol peculio. Ma un grande imbroglio era il dover correr dietro a costoro, se maltrattati dai padroni scappavano, e il dover rendere conto allagiustizia dei loro eccessi, e pagar per loro se commettevano dei misfatti. Se crediamo ad Ermanno Contratto[Hermannus Contractus, in Chron.], in quest'anno succedette la traslazione del sacro corpo di s. Agostino, fatta dalla Sardegna a Pavia per cura del re Liutprando. Sigeberto[Sigebertus, in Chron.]la mette all'anno 721; Mariano Scoto[Marian. Scotus, in Chron.]all'anno 724; il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.]all'anno 725. La verità si è, che l'anno è incerto ma certissima la traslazione. Ne parla anche Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 48.], ne scrive parimente Beda[Beda, lib. 6, de Sex Ætat.], che fioriva in questi medesimi tempi. Avevano i Saraceni occupata la Sardegna al romano imperio, senza apparir ben chiaro se la possedessero gran tempo dipoi. Mettevano a sacco tutto il paese, spogliavano e sporcavano tutte le chiese dei cristiani. In quell'isola era stato trasportato il corpo del suddetto celebratissimo santo vescovo e dottore Agostino. Però venuta la nuova a Pavia di queste calamità del Cristianesimo, il piissimo re Liutprando inviò gente colà con ordine di ricuperare a forza di regali da quegl'infedeli un sì prezioso deposito. Così fu fatto, e portate le sacre ossa a Pavia, furono coll'onore dovuto a sì gran santo collocate nella basilica di s. Pietro inCoelo aureo, dove tuttavia riposano. Quella basilica non dice Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 58.]che fosse edificata da esso Liutprando. Scrive solamente ch'egli fabbricò ilMonisterodel beato Pietro posto fuori di Pavia, ed appellatoCoelum aureum. Era stato d'avviso il padre, Mabillone[Mabill., Mus. Ital. pag. 221.], fondato in un diploma del re Liutprando che si conserva in Pavia, che questa traslazione seguisse avanti il giornoIV non. aprilis, regni Liutprandi anno primo, Indictione X, cioè nell'anno 712, perchè il diploma dato in quel giornoparla del corpo di s. Agostino già introdotto in quella basilica. Ma dipoi avvedutosi che non poteva sussistere una tale asserzione, si ritrattò negli Annali Benedettini[Mabill., Annal. Benedict., lib. 19, cap. 78.], ed ebbero ben ragione il Tillemont e il padre Pagi di sospettare della legittimità di quel diploma. Aggiungo io che neppur nell'aprile dell'anno 712 Liutprando era stato dichiarato re. Fu poi trovato nell'anno 1695, nello scuruolo di essa basilica il corpo d'un Santo, e dopo molte dispute deciso che quello fosse il sacro corpo dell'insigne dottor della Chiesa Agostino. Il che se sussista, può vedersi in una mia dissertazione stampata che ha per titolo:Motivi di credere tuttavia ascoso, e non discoperto in Pavia il sacro corpo di s. Agostino. Neppur sussiste una lettera attribuita a Pietro Oldrado arcivescovo di Milano, quasi scritta da lui a Carlo Magno imperadore, colla relazion della traslazione suddetta. I padri Papebrochio[Papebrochius, Act. Sanctor. Maj. tom. 7.]e Pagi[Pagius, ad Annal. Baron.]ne han chiaramente dimostrata la finzione. Oltre all'altre ragioni, basta osservare che questo arcivescovo intitola sè stesso della casa Oldrada. Neppure oggidì sogliono i vescovi sottoscriversi col cognome; e allora poi neppur v'erano i cognomi distintivi delle case.
In quest'anno ancora il reLiutprandofece un accrescimento di ventiquattro nuove leggi al corpo delle longobardiche[Leges Langobard., P. II, tom. 1 Rer. Ital.]. Chiaramente si conosce cheil pontefice doveva aver comunicati ad esso re i decreti fatti nel concilio romano dell'anno antecedente intorno ai matrimonii illeciti; perciocchè nella prima di esse è vietato alle fanciulle, o donne che han preso l'abito monastico o religioso, il tornare al secolo e maritarsi; e, quel che potrebbe parere strano, ancorchè non fossero state consacrate dal sacerdote; il che noi appelliamo far la professione. Può essere che nel prendere l'abito monastico seguisse allora qualche voto di castità, altrimenti ai dì nostri sembrerebbe dura una tal legge. Sono quivi intimate varie pene contra le donne suddette mancanti in questo, e contro chi le avesse sposate, e ai mundoaldi o tutori di esse donne, che avessero consentito a tali nozze. Leggi parimente furono fatte contro chi sposasse delle parenti, o rapisse le altrui donne. Fu anche provveduto ai servi fuggitivi, affinchè fossero presi, con decretar pene ai ministri della giustizia negligenti a farli prendere, ed avvisarne i padroni. Durò presso i Longobardi, come ancora presso l'altre nazioni di questi tempi, l'uso de' servi, che noi ora chiamiamo schiavi, tal quale era stato in addietro presso i Greci e Romani. Se ne servivano essi per far lavorare le loro terre, e per i servigii delle lor case e negozi. Restavano sotto il loro dominio tutti i figliuoli e discendenti da essi servi, e a misura poi del buon servigio prestato da essi a' padroni, davano questi ad essi la libertà, e specialmente ciò si praticava verso i meritevoli, allorchè i padroni discreti e pii venivano a morte. Certo era di un gran comodo ed utile l'aver sotto il suo comando gente sì obbligata, che non poteva staccarsi dal servigio sotto rigorosissime pene, e il far suo tutto il guadagno de' servi, con dar loro solamente il vitto e vestito, e lasciare un ragionevol peculio. Ma un grande imbroglio era il dover correr dietro a costoro, se maltrattati dai padroni scappavano, e il dover rendere conto allagiustizia dei loro eccessi, e pagar per loro se commettevano dei misfatti. Se crediamo ad Ermanno Contratto[Hermannus Contractus, in Chron.], in quest'anno succedette la traslazione del sacro corpo di s. Agostino, fatta dalla Sardegna a Pavia per cura del re Liutprando. Sigeberto[Sigebertus, in Chron.]la mette all'anno 721; Mariano Scoto[Marian. Scotus, in Chron.]all'anno 724; il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.]all'anno 725. La verità si è, che l'anno è incerto ma certissima la traslazione. Ne parla anche Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 48.], ne scrive parimente Beda[Beda, lib. 6, de Sex Ætat.], che fioriva in questi medesimi tempi. Avevano i Saraceni occupata la Sardegna al romano imperio, senza apparir ben chiaro se la possedessero gran tempo dipoi. Mettevano a sacco tutto il paese, spogliavano e sporcavano tutte le chiese dei cristiani. In quell'isola era stato trasportato il corpo del suddetto celebratissimo santo vescovo e dottore Agostino. Però venuta la nuova a Pavia di queste calamità del Cristianesimo, il piissimo re Liutprando inviò gente colà con ordine di ricuperare a forza di regali da quegl'infedeli un sì prezioso deposito. Così fu fatto, e portate le sacre ossa a Pavia, furono coll'onore dovuto a sì gran santo collocate nella basilica di s. Pietro inCoelo aureo, dove tuttavia riposano. Quella basilica non dice Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 58.]che fosse edificata da esso Liutprando. Scrive solamente ch'egli fabbricò ilMonisterodel beato Pietro posto fuori di Pavia, ed appellatoCoelum aureum. Era stato d'avviso il padre, Mabillone[Mabill., Mus. Ital. pag. 221.], fondato in un diploma del re Liutprando che si conserva in Pavia, che questa traslazione seguisse avanti il giornoIV non. aprilis, regni Liutprandi anno primo, Indictione X, cioè nell'anno 712, perchè il diploma dato in quel giornoparla del corpo di s. Agostino già introdotto in quella basilica. Ma dipoi avvedutosi che non poteva sussistere una tale asserzione, si ritrattò negli Annali Benedettini[Mabill., Annal. Benedict., lib. 19, cap. 78.], ed ebbero ben ragione il Tillemont e il padre Pagi di sospettare della legittimità di quel diploma. Aggiungo io che neppur nell'aprile dell'anno 712 Liutprando era stato dichiarato re. Fu poi trovato nell'anno 1695, nello scuruolo di essa basilica il corpo d'un Santo, e dopo molte dispute deciso che quello fosse il sacro corpo dell'insigne dottor della Chiesa Agostino. Il che se sussista, può vedersi in una mia dissertazione stampata che ha per titolo:Motivi di credere tuttavia ascoso, e non discoperto in Pavia il sacro corpo di s. Agostino. Neppur sussiste una lettera attribuita a Pietro Oldrado arcivescovo di Milano, quasi scritta da lui a Carlo Magno imperadore, colla relazion della traslazione suddetta. I padri Papebrochio[Papebrochius, Act. Sanctor. Maj. tom. 7.]e Pagi[Pagius, ad Annal. Baron.]ne han chiaramente dimostrata la finzione. Oltre all'altre ragioni, basta osservare che questo arcivescovo intitola sè stesso della casa Oldrada. Neppure oggidì sogliono i vescovi sottoscriversi col cognome; e allora poi neppur v'erano i cognomi distintivi delle case.