DCCXXXIIAnno diCristoDCCXXXII. IndizioneXV.Gregorio IIIpapa 2.LeoneIsauro imperad. 16.CostantinoCopronimo Augusto 13.Liutprandore 21.Chiarito oramai il sommo ponteficeGregorio IIIche a nulla giovavano presso dell'imperadore Leone le preghiere ed esortazioni perchè desistesse dalla guerra mossa contro le sacre immagini, nell'anno presente raunò nella basilica vaticana un concilio di novantatrè vescovi d'Italia[Anastas. Bibliothec., in Greg. III.], fra' quali furono i principaliAntoniopatriarca di Grado eGiovanniarcivescovo di Ravenna, e vi intervenne ancora tutto il clero romano coi nobili e col popolo d'essa città. Quivi fulminò la scomunica contra chiunque deponesse, distruggesse, profanasse o bestemmiasse le sacre immagini; ed egli il primo, e poi tutti gli altri prelati ne sottoscrissero il decreto. Ciò fatto, ingegnossi di far sapere la risoluzion del concilio agl'imperadori, con far loro premura perchè si rimettessero ne' sacri templi le immagini, e spedì le lettere per Costantino difensore. Questi ancora fu arrestato in Sicilia, e quivi detenuto prigione quasi per un anno intero, e le lettere gli furono tolte, con rimandarlo in fine caricato d'ingiurie e di minacce. Tutti poscia i popoli dell'Italia formarono varie suppliche ai predetti Augusti in favor delle sacre immagini, e le inviarono forse nell'anno seguente alla corte; ma questi scritti incorsero nella medesima disavventura, perchè furono intercetti daSergiopatrizio e generale dell'armi in Sicilia, i portatori cacciati in prigione, e rilasciati solamente dopo otto mesi col regalo di molte ingiurie. Non lasciò per questo lo zelante papa di scrivere altre lettere vigorose tanto adAnastasiousurpatore del patriarcato costantinopolitano, quanto aLeoneeCostantinoAugusti intorno al medesimo affare, e le mandò alla corte per Pietro difensore, verisimilmente per altra via che per quella di Sicilia; e contuttochè Anastasio bibliotecario non ne dica l'esito, pure si sa che tanto gl'imperadori quanto Anastasio stettero fermi nella lor condannata determinazione. Già è deciso presso gli eruditi, che continuando i Saraceni di Spagna le loro scorrerie nella Gallia con incendiare e saccheggiar dovunque giugnevano, sicchè molte città restarono desolate dalla loro barbarie,Eudeduca d'Aquitania, al cui paese specialmente toccò questo flagello, veggendosi a mal partito, o prima, ovvero allora pacificossi conCarlo Martello, e implorò il suo aiuto contradi quegl'infedeli. Unitisi dunque i due valorosi principi con una poderosa armata, furono ad affrontare i nemici presso della città di Poitiers, diedero loro battaglia, e poscia una memorabile sconfitta per valore specialmente delle truppe che Carlo avea seco condotte dall'Austrasia, cioè della Germania. Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 46.]fa menzione anche egli di questa insigne vittoria, con dire che vi restarono morti trecento settantacinquemila Saraceni, e solamente mille e cinquecento Cristiani. Forse in tutta la Spagna e Linguadoca non v'era sì gran numero di combattenti Saraceni; e certo il buon Paolo spacciò qui la nuova di quel conflitto, quale correva fra il rozzo popolo, cioè stranamente ingrandita dall'odio che meritamente si portava da' Cristiani a quell'empia e finor trionfante nazione. Anche Anastasio bibliotecario fa menzione di essa vittoria, con riferire lo stesso numero di uccisi, ed attribuirlo al solo duca Eude. Ma sì egli che Paolo, dicendola accaduta nel pontificato di papa Gregorio II, e circa l'anno 725, confondono insieme due diverse vittorie, essendo certo che quella del presente anno fu veramente la più riguardevole contro quei Barbari, e che la gloria ne è principalmente dovuta al valore e alle milizie di Carlo Martello. E di qui ancora pare che risulti non essere stata scritta da autore alcuno contemporaneo la vita d'esso papa Gregorio II, e che chi la scrisse, dovette copiar da Paolo Diacono cotali avvenimenti.
Chiarito oramai il sommo ponteficeGregorio IIIche a nulla giovavano presso dell'imperadore Leone le preghiere ed esortazioni perchè desistesse dalla guerra mossa contro le sacre immagini, nell'anno presente raunò nella basilica vaticana un concilio di novantatrè vescovi d'Italia[Anastas. Bibliothec., in Greg. III.], fra' quali furono i principaliAntoniopatriarca di Grado eGiovanniarcivescovo di Ravenna, e vi intervenne ancora tutto il clero romano coi nobili e col popolo d'essa città. Quivi fulminò la scomunica contra chiunque deponesse, distruggesse, profanasse o bestemmiasse le sacre immagini; ed egli il primo, e poi tutti gli altri prelati ne sottoscrissero il decreto. Ciò fatto, ingegnossi di far sapere la risoluzion del concilio agl'imperadori, con far loro premura perchè si rimettessero ne' sacri templi le immagini, e spedì le lettere per Costantino difensore. Questi ancora fu arrestato in Sicilia, e quivi detenuto prigione quasi per un anno intero, e le lettere gli furono tolte, con rimandarlo in fine caricato d'ingiurie e di minacce. Tutti poscia i popoli dell'Italia formarono varie suppliche ai predetti Augusti in favor delle sacre immagini, e le inviarono forse nell'anno seguente alla corte; ma questi scritti incorsero nella medesima disavventura, perchè furono intercetti daSergiopatrizio e generale dell'armi in Sicilia, i portatori cacciati in prigione, e rilasciati solamente dopo otto mesi col regalo di molte ingiurie. Non lasciò per questo lo zelante papa di scrivere altre lettere vigorose tanto adAnastasiousurpatore del patriarcato costantinopolitano, quanto aLeoneeCostantinoAugusti intorno al medesimo affare, e le mandò alla corte per Pietro difensore, verisimilmente per altra via che per quella di Sicilia; e contuttochè Anastasio bibliotecario non ne dica l'esito, pure si sa che tanto gl'imperadori quanto Anastasio stettero fermi nella lor condannata determinazione. Già è deciso presso gli eruditi, che continuando i Saraceni di Spagna le loro scorrerie nella Gallia con incendiare e saccheggiar dovunque giugnevano, sicchè molte città restarono desolate dalla loro barbarie,Eudeduca d'Aquitania, al cui paese specialmente toccò questo flagello, veggendosi a mal partito, o prima, ovvero allora pacificossi conCarlo Martello, e implorò il suo aiuto contradi quegl'infedeli. Unitisi dunque i due valorosi principi con una poderosa armata, furono ad affrontare i nemici presso della città di Poitiers, diedero loro battaglia, e poscia una memorabile sconfitta per valore specialmente delle truppe che Carlo avea seco condotte dall'Austrasia, cioè della Germania. Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 46.]fa menzione anche egli di questa insigne vittoria, con dire che vi restarono morti trecento settantacinquemila Saraceni, e solamente mille e cinquecento Cristiani. Forse in tutta la Spagna e Linguadoca non v'era sì gran numero di combattenti Saraceni; e certo il buon Paolo spacciò qui la nuova di quel conflitto, quale correva fra il rozzo popolo, cioè stranamente ingrandita dall'odio che meritamente si portava da' Cristiani a quell'empia e finor trionfante nazione. Anche Anastasio bibliotecario fa menzione di essa vittoria, con riferire lo stesso numero di uccisi, ed attribuirlo al solo duca Eude. Ma sì egli che Paolo, dicendola accaduta nel pontificato di papa Gregorio II, e circa l'anno 725, confondono insieme due diverse vittorie, essendo certo che quella del presente anno fu veramente la più riguardevole contro quei Barbari, e che la gloria ne è principalmente dovuta al valore e alle milizie di Carlo Martello. E di qui ancora pare che risulti non essere stata scritta da autore alcuno contemporaneo la vita d'esso papa Gregorio II, e che chi la scrisse, dovette copiar da Paolo Diacono cotali avvenimenti.