DCLXXIXAnno diCristoDCLXXIX. IndizioneVII.Agatonepapa 2.CostantinoPogonato imp. 12.Bertaridore 9.Cunibertore 2.Essendo già stabilito che si tenesse un concilio generale in Oriente per mettere fine alla discordia originata dagli errori dei monoteliti, i vescovi occidentali, che per la troppa lontananza non vi poteano intervenire in persona senza lor grave incomodo, si studiarono d'intervenirvi coi loro voti. Perciò daMansuetoarcivescovo santo di Milano fu celebrato un concilio provinciale, dove intervennero i suoi suffraganei, e quivi fu dichiarata la sentenza della Chiesa cattolica intorno alle due volontà in Cristo. Leggesituttavia negli atti del concilio sesto generale[Labbe, Concilior., tom. 6.]la lettera scritta da esso santo arcivescovo all'imperador Costantino a nome del sinodo,quae in hac magna regia urbe convenit, cioè in Milano, e quivi meritano attenzione le seguenti parole:Nos autem omnes, qui sub felicissimis, et christianissimis, et a Deo custodiendis principibus nostri dominis Pertharit, et Cunibert, praecellentissimis regibus, christianae religionis amatoribus(vivimus)una cum eorum sancta devotione, ec. Di qui intendiamo che giàCunibertoera stato proclamato re, e che egli, non meno cheBertaridosuo padre, professava la religion cattolica, ed anche zelo per la custodia della medesima. Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 4.], facendo menzione nel concilio sesto ecumenico, scrive cheDamiano vescovo di Paviasotto nome diMansueto arcivescovo di Milanoscrisse una lettera molto utile, di cui fu fatto gran conto dal suddetto concilio. Osservò il cardinal Baronio[Baron., in Martyrologio.], che essendo intervenutoAnastasio vescovo di Paviain quest'anno al concilio romano, di cui parleremo, non potè per conseguente esser alloraDamianovescovo di Pavia. Saggiamente rispose a questa difficoltà il Pagi, che quella lettera dovette essere scritta da Damiano tuttavia prete. Ma perciocchè egli da lì a non molto succedette ad Anastasio nella cattedra di Pavia, però con un lecito anacronismo potè Paolo appellarlo vescovo di Pavia. Furono anche celebrati dei concilii in Francia e in Inghilterra per questa medesima cagione. Ma il più celebre e numeroso fu il tenuto in Roma da papaAgatonenel martedì di Pasqua a dì 5 di aprile dell'anno corrente, in cui furono destinati i legati della santa Sede al concilio sesto ecumenico, che s'avea da tenere in Costantinopoli. Esiste negli atti del medesimo concilio generale la prolissa lettera del papa aCostantino maggioreimperadore, e ad Eraclio e Tiberio Augustidi lui fratelli, in cui è sposta la credenza della Sede apostolica e di tutte le Chiese dell'Occidente intorno alle due nature unite, ma non confuse, in Cristo, e alle due volontà distinte, ma non discordi. Ed è specialmente da notare che il papa fa scusa per aver mandato dei legati, quali, secondo ildifetto di questi tempi e la qualità di una provincia servile, s'erano potuti trovare, cioèAbondanzio vescovo di Paterno,Giovanni vescovo di Porto,e Giovanni vescovo di Reggioin Calabria,legatidel concilio romano, eTeodoroeGiorgiopreti, eGiovannidiacono, legati del medesimo papa.Imperocchè(dice esso pontefice)qual piena scienza delle divine Scritture si può ritrovar in persone poste inmedio gentium,e che colla fatica delle lor mani sono astrette a procacciarsi il pane giornaliero?Il che ci fa intendere l'ignoranza e la depression delle buone lettere, già introdotta in Italia per l'occupazione fattane dai Longobardi. Ma non segue per questo che mancasse nelle Chiese di Italia, e massimamente nella romana, maestra delle altre, la scienza della vera dottrina di Cristo. Perciocchè, siccome soggiugne il santo pontefice, la Sede apostolica e le altre Chiese sapevano e tenevano salda la tradizione; e se non erano gran dottori per disputare e parlar con eloquenza e pura latinità, pure studiavano ed imparavano ciò che già i santi Padri aveano scritto intorno ai dogmi della fede; il che solo è sempre bastato e basterà per impedir le nascenti eresie e per atterrar le già nate: benchè sia sempre da desiderare che nella Chiesa di Dio abbondi insieme colla eloquenza e colla erudizione quella teologia, che può rendere ragione dei dogmi, di cui furono sì ben provveduti i santi Padri. In fatti la lettera sinodale, scritta dal papa e dal concilio, contiene un nobile e vasto apparato in quel che avevano dianzi scritto i santi Padri intorno alla quistione delle due volontà; e questa principalmenteservì a condannare nel general concilio il monotelismo.Al romano concilio intervennero cento e venticinque vescovi d'Italia e Sicilia, e fra questi i metropolitani di Milano, Ravenna e Grado. Era allora arcivescovo di RavennaTeodoro, di cui sparla forte nella di lui vita Agnello ravennate, con dire[Agnell. Vit. Episc. Ravenn. tom. 2 Rer. Italic.]ch'egli tolse al suo clero la quarta della Chiesa, cioè la quarta parte di tutte le rendite della Chiesa di Ravenna, destinate, secondo i canoni, al mantenimento dei sacri ministri, inducendoli a contentarsi d'un annuo regalo. Abolì ancora le consuetudini dell'arcivescovoEcclesio, e fraudolentemente abbruciò tutte le carte che ne parlavano. Irritato il clero da questo mal trattamento, nella vigilia del Natale segretamente passò tutto a Classe con pensiero di celebrar ivi i sacri uffizii, e di non voler più riconoscere per pastore chi da loro era creduto un lupo. La mattina per tempo mandò l'arcivescovo ad invitare il clero, perchè intervenisse alla cappella che si dovea tenere nella gran festa. Niuno se ne trovò. Udito che s'erano ritirati a Classe nella basilica di sant'Apollinare, spedì colà dei nobili per placarli e ricondurli. Proruppe il clero in lamenti e lagrime, e stette saldo nel suo proposito. Disperato l'arcivescovo per questo scabroso avvenimento, ricorse aTeodoropatrizio ed esarco, pregandolo d'interporsi per la pace. Mandò egli a Classe a tal effetto alcuni de' suoi uffiziali, ma inutilmente v'andarono. Il clero più risoluto che mai si lasciò intendere, che se fino a nona sant'Apollinare non provvedeva, voleano ricorrere a Roma. Portata questa nuova all'arcivescovo Teodoro, tanto più crebbe la sua paura, e quasi buttatosi a' piedi dell'esarco, lo scongiurò di voler egli in persona portarsi a Classe per ammansare il clero e ridurlo alla città. Fece tosto l'esarco insellare i cavalli, e ito a Classe, con sì buone parole e promessedi correggere gli abusi loro parlò, che gl'indusse a ritornare in Ravenna, dove si cantò la messa e il vespro. Nel giorno seguente poi tanto si adoperò, che convinto l'arcivescovo rilasciò al suo clero tutte le rendite, onori e dignità loro spettanti fin da' tempi antichi, e si stabilirono varii capitoli di concordia, che durarono sotto ancora gli arcivescovi susseguenti. Aggiugne il medesimo storico, che dopo l'arcivescovo Teodoro fu chiamato a Roma dal pontefice Agatone per assistere al concilio romano, e ch'egli rinunziò alla pretensione dell'Autocefalia, e che con papaLeonesuccessor d'Agatone fece un accordo, per cui restava dichiarato che gli arcivescovi di Ravenna non si fermassero più di otto giorni in Roma al tempo della loro consecrazione, nè avessero altra obbligazione d'andar altre volte a Roma, bastando che mandassero ogni anno colà ad inchinare il sommo pontefice, e a riconoscere la santa Sede, uno de' sacerdoti. Agnello storico, pieno di fiele contro la superiorità dei papi, va lacerando la memoria di questo arcivescovoTeodoro: ma forse egli non ebbe altro reato che quello d'aver adempiuto il suo dovere verso la Sede apostolica, e rinunciato alla matta pretensione dello scismaticoMaurosuo antecessore. Già abbiam veduto di sopra all'anno 666 cheGregorioesarco d'Italia era succeduto aTeodoro Calliopain quell'impiego. Girolamo Rossi[Hieronymus Rubeus, Histor. Ravenn. lib. 4.], che non avvertì nella serie degli esarchi il suddetto Gregorio, avendo poi trovato che nell'anno precedenteTeodoroesarco acquetò la sollevazion del clero di Ravenna contra del loro arcivescovo, s'immaginò ch'essoTeodoro Calliopacontinuasse nel governo fino a questi giorni. Ma questoTeodorofu diverso daCalliopa, e non già empio come il Calliopa. Confessa lo storico Agnello che egli edificò in Ravenna il monistero di san Teodoro vicino alla chiesa di san Martino confessore, chiamataCoelum aureum, e già fabbricata dalreTeoderico. Donò tre calici d'oro alla cattedrale. Alzò unitamente coll'arcivescovo Teodoro la chiesa di san Paolo, che era divenuta sinagoga de' Giudei. Pose sopra l'altare di santa Maria alle Blacherne un padiglione di porpora preziosissima, dove si mirava effigiata la creazione del mondo. Aveva egli in uso ogni dì di visitar questa chiesa, ed in essa fu dipoi seppellito insieme conAgatasua consorte. Sotto questo esarco, per attestato del medesimo Agnello, cominciò a farsi conoscere in RavennaGiovanniccio, così chiamato per la picciola sua statura. Morì all'esarco Teodoro il suo segretario, ed essendo egli perciò in affanno, perchè non sapeva dove trovar persona eguale atta a scrivere le lettere imperiali, gli fu da alcuni Ravennati indicato e sommamente lodato questo Giovanniccio, come uomo di gran sapere, di rara onoratezza e prudenza, nobile di nascita, e che aveva un bel carattere. Sel fece venir davanti; ma guatata la di lui picciolezza e la sparutezza del volto, se ne rise in cuore, e disse a que' nobili ravennati che lo avevano introdotto:È questi il suggetto che m'avete proposto per la carica di segretario? Ne ha pur la poca cera.Gli risposero che ne facesse la pruova. Fece portare una lettera a lui scritta in greco dall'imperadore; e Giovanniccio, fattagli una profonda riverenza, gli domandò se comandava che la leggesse in greco, o in latino, perchè egualmente possedeva l'una e l'altra lingua. Allora l'esarco si fece dare una scrittura latina, e gli disse che la leggesse in greco. Ed egli prontamente eseguì il comando. Fu dunque preso al suo servigio dall'esarco Teodoro. Dopo tre anni venne allo stesso esarco un ordine di inviar alla corte colui che gli scriveva le lettere; e l'esarco vi mandò Giovanniccio, il quale, dato saggio del suo ammirabil sapere, non tardò ad avere una delle prime dignità d'essa corte imperiale.
Essendo già stabilito che si tenesse un concilio generale in Oriente per mettere fine alla discordia originata dagli errori dei monoteliti, i vescovi occidentali, che per la troppa lontananza non vi poteano intervenire in persona senza lor grave incomodo, si studiarono d'intervenirvi coi loro voti. Perciò daMansuetoarcivescovo santo di Milano fu celebrato un concilio provinciale, dove intervennero i suoi suffraganei, e quivi fu dichiarata la sentenza della Chiesa cattolica intorno alle due volontà in Cristo. Leggesituttavia negli atti del concilio sesto generale[Labbe, Concilior., tom. 6.]la lettera scritta da esso santo arcivescovo all'imperador Costantino a nome del sinodo,quae in hac magna regia urbe convenit, cioè in Milano, e quivi meritano attenzione le seguenti parole:Nos autem omnes, qui sub felicissimis, et christianissimis, et a Deo custodiendis principibus nostri dominis Pertharit, et Cunibert, praecellentissimis regibus, christianae religionis amatoribus(vivimus)una cum eorum sancta devotione, ec. Di qui intendiamo che giàCunibertoera stato proclamato re, e che egli, non meno cheBertaridosuo padre, professava la religion cattolica, ed anche zelo per la custodia della medesima. Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 4.], facendo menzione nel concilio sesto ecumenico, scrive cheDamiano vescovo di Paviasotto nome diMansueto arcivescovo di Milanoscrisse una lettera molto utile, di cui fu fatto gran conto dal suddetto concilio. Osservò il cardinal Baronio[Baron., in Martyrologio.], che essendo intervenutoAnastasio vescovo di Paviain quest'anno al concilio romano, di cui parleremo, non potè per conseguente esser alloraDamianovescovo di Pavia. Saggiamente rispose a questa difficoltà il Pagi, che quella lettera dovette essere scritta da Damiano tuttavia prete. Ma perciocchè egli da lì a non molto succedette ad Anastasio nella cattedra di Pavia, però con un lecito anacronismo potè Paolo appellarlo vescovo di Pavia. Furono anche celebrati dei concilii in Francia e in Inghilterra per questa medesima cagione. Ma il più celebre e numeroso fu il tenuto in Roma da papaAgatonenel martedì di Pasqua a dì 5 di aprile dell'anno corrente, in cui furono destinati i legati della santa Sede al concilio sesto ecumenico, che s'avea da tenere in Costantinopoli. Esiste negli atti del medesimo concilio generale la prolissa lettera del papa aCostantino maggioreimperadore, e ad Eraclio e Tiberio Augustidi lui fratelli, in cui è sposta la credenza della Sede apostolica e di tutte le Chiese dell'Occidente intorno alle due nature unite, ma non confuse, in Cristo, e alle due volontà distinte, ma non discordi. Ed è specialmente da notare che il papa fa scusa per aver mandato dei legati, quali, secondo ildifetto di questi tempi e la qualità di una provincia servile, s'erano potuti trovare, cioèAbondanzio vescovo di Paterno,Giovanni vescovo di Porto,e Giovanni vescovo di Reggioin Calabria,legatidel concilio romano, eTeodoroeGiorgiopreti, eGiovannidiacono, legati del medesimo papa.Imperocchè(dice esso pontefice)qual piena scienza delle divine Scritture si può ritrovar in persone poste inmedio gentium,e che colla fatica delle lor mani sono astrette a procacciarsi il pane giornaliero?Il che ci fa intendere l'ignoranza e la depression delle buone lettere, già introdotta in Italia per l'occupazione fattane dai Longobardi. Ma non segue per questo che mancasse nelle Chiese di Italia, e massimamente nella romana, maestra delle altre, la scienza della vera dottrina di Cristo. Perciocchè, siccome soggiugne il santo pontefice, la Sede apostolica e le altre Chiese sapevano e tenevano salda la tradizione; e se non erano gran dottori per disputare e parlar con eloquenza e pura latinità, pure studiavano ed imparavano ciò che già i santi Padri aveano scritto intorno ai dogmi della fede; il che solo è sempre bastato e basterà per impedir le nascenti eresie e per atterrar le già nate: benchè sia sempre da desiderare che nella Chiesa di Dio abbondi insieme colla eloquenza e colla erudizione quella teologia, che può rendere ragione dei dogmi, di cui furono sì ben provveduti i santi Padri. In fatti la lettera sinodale, scritta dal papa e dal concilio, contiene un nobile e vasto apparato in quel che avevano dianzi scritto i santi Padri intorno alla quistione delle due volontà; e questa principalmenteservì a condannare nel general concilio il monotelismo.
Al romano concilio intervennero cento e venticinque vescovi d'Italia e Sicilia, e fra questi i metropolitani di Milano, Ravenna e Grado. Era allora arcivescovo di RavennaTeodoro, di cui sparla forte nella di lui vita Agnello ravennate, con dire[Agnell. Vit. Episc. Ravenn. tom. 2 Rer. Italic.]ch'egli tolse al suo clero la quarta della Chiesa, cioè la quarta parte di tutte le rendite della Chiesa di Ravenna, destinate, secondo i canoni, al mantenimento dei sacri ministri, inducendoli a contentarsi d'un annuo regalo. Abolì ancora le consuetudini dell'arcivescovoEcclesio, e fraudolentemente abbruciò tutte le carte che ne parlavano. Irritato il clero da questo mal trattamento, nella vigilia del Natale segretamente passò tutto a Classe con pensiero di celebrar ivi i sacri uffizii, e di non voler più riconoscere per pastore chi da loro era creduto un lupo. La mattina per tempo mandò l'arcivescovo ad invitare il clero, perchè intervenisse alla cappella che si dovea tenere nella gran festa. Niuno se ne trovò. Udito che s'erano ritirati a Classe nella basilica di sant'Apollinare, spedì colà dei nobili per placarli e ricondurli. Proruppe il clero in lamenti e lagrime, e stette saldo nel suo proposito. Disperato l'arcivescovo per questo scabroso avvenimento, ricorse aTeodoropatrizio ed esarco, pregandolo d'interporsi per la pace. Mandò egli a Classe a tal effetto alcuni de' suoi uffiziali, ma inutilmente v'andarono. Il clero più risoluto che mai si lasciò intendere, che se fino a nona sant'Apollinare non provvedeva, voleano ricorrere a Roma. Portata questa nuova all'arcivescovo Teodoro, tanto più crebbe la sua paura, e quasi buttatosi a' piedi dell'esarco, lo scongiurò di voler egli in persona portarsi a Classe per ammansare il clero e ridurlo alla città. Fece tosto l'esarco insellare i cavalli, e ito a Classe, con sì buone parole e promessedi correggere gli abusi loro parlò, che gl'indusse a ritornare in Ravenna, dove si cantò la messa e il vespro. Nel giorno seguente poi tanto si adoperò, che convinto l'arcivescovo rilasciò al suo clero tutte le rendite, onori e dignità loro spettanti fin da' tempi antichi, e si stabilirono varii capitoli di concordia, che durarono sotto ancora gli arcivescovi susseguenti. Aggiugne il medesimo storico, che dopo l'arcivescovo Teodoro fu chiamato a Roma dal pontefice Agatone per assistere al concilio romano, e ch'egli rinunziò alla pretensione dell'Autocefalia, e che con papaLeonesuccessor d'Agatone fece un accordo, per cui restava dichiarato che gli arcivescovi di Ravenna non si fermassero più di otto giorni in Roma al tempo della loro consecrazione, nè avessero altra obbligazione d'andar altre volte a Roma, bastando che mandassero ogni anno colà ad inchinare il sommo pontefice, e a riconoscere la santa Sede, uno de' sacerdoti. Agnello storico, pieno di fiele contro la superiorità dei papi, va lacerando la memoria di questo arcivescovoTeodoro: ma forse egli non ebbe altro reato che quello d'aver adempiuto il suo dovere verso la Sede apostolica, e rinunciato alla matta pretensione dello scismaticoMaurosuo antecessore. Già abbiam veduto di sopra all'anno 666 cheGregorioesarco d'Italia era succeduto aTeodoro Calliopain quell'impiego. Girolamo Rossi[Hieronymus Rubeus, Histor. Ravenn. lib. 4.], che non avvertì nella serie degli esarchi il suddetto Gregorio, avendo poi trovato che nell'anno precedenteTeodoroesarco acquetò la sollevazion del clero di Ravenna contra del loro arcivescovo, s'immaginò ch'essoTeodoro Calliopacontinuasse nel governo fino a questi giorni. Ma questoTeodorofu diverso daCalliopa, e non già empio come il Calliopa. Confessa lo storico Agnello che egli edificò in Ravenna il monistero di san Teodoro vicino alla chiesa di san Martino confessore, chiamataCoelum aureum, e già fabbricata dalreTeoderico. Donò tre calici d'oro alla cattedrale. Alzò unitamente coll'arcivescovo Teodoro la chiesa di san Paolo, che era divenuta sinagoga de' Giudei. Pose sopra l'altare di santa Maria alle Blacherne un padiglione di porpora preziosissima, dove si mirava effigiata la creazione del mondo. Aveva egli in uso ogni dì di visitar questa chiesa, ed in essa fu dipoi seppellito insieme conAgatasua consorte. Sotto questo esarco, per attestato del medesimo Agnello, cominciò a farsi conoscere in RavennaGiovanniccio, così chiamato per la picciola sua statura. Morì all'esarco Teodoro il suo segretario, ed essendo egli perciò in affanno, perchè non sapeva dove trovar persona eguale atta a scrivere le lettere imperiali, gli fu da alcuni Ravennati indicato e sommamente lodato questo Giovanniccio, come uomo di gran sapere, di rara onoratezza e prudenza, nobile di nascita, e che aveva un bel carattere. Sel fece venir davanti; ma guatata la di lui picciolezza e la sparutezza del volto, se ne rise in cuore, e disse a que' nobili ravennati che lo avevano introdotto:È questi il suggetto che m'avete proposto per la carica di segretario? Ne ha pur la poca cera.Gli risposero che ne facesse la pruova. Fece portare una lettera a lui scritta in greco dall'imperadore; e Giovanniccio, fattagli una profonda riverenza, gli domandò se comandava che la leggesse in greco, o in latino, perchè egualmente possedeva l'una e l'altra lingua. Allora l'esarco si fece dare una scrittura latina, e gli disse che la leggesse in greco. Ed egli prontamente eseguì il comando. Fu dunque preso al suo servigio dall'esarco Teodoro. Dopo tre anni venne allo stesso esarco un ordine di inviar alla corte colui che gli scriveva le lettere; e l'esarco vi mandò Giovanniccio, il quale, dato saggio del suo ammirabil sapere, non tardò ad avere una delle prime dignità d'essa corte imperiale.