DCLXXXVI

DCLXXXVIAnno diCristoDCLXXXVI. Indiz.XIV.Cononepapa 1.GiustinianoII imperadore 2.Bertaridore 16.Cunibertore 9.Condusse papaGiovanni Vla sua vita fino al dì 2 di agosto di quest'anno, in cui passò a miglior vita. Essendo assai vecchio, e per la maggior parte del suo pontificato stato infermo, non potè produrre tutti que' frutti che prometteva la di lui rara abilità. Stette vacante la sedia di san Pietro per due mesi e diciotto giorni, perchè il nuovo imperador Giustiniano dovette rivocar la concessione fatta al clero romano dal padre Augusto di poter tosto dopo l'elezione consecrare il nuovo papa senza dover aspettarne l'approvazione e licenza della corte imperiale. Permise egli nondimeno che dall'esarco di Ravenna si potesse approvare l'elezion del novello pontefice, per non perdere tanto tempo. In fatti ne vedremo delle pruove andando innanzi, e l'avvertì anche il cardinal Baronio. Praticavasi in questi tempi che non meno il clero che il popolo e i militi, ossia l'ordine nobile e militare, concorressero tanto in Roma che nelle altre città alla elezione del loro sacro pastore. Dovendosi eleggere il nuovo papa, insorse qualche divisione fra gli elettori. Inclinava il clero nella persona di Pietro arciprete, l'esercito in quella di Teodoro prete. Avevano i militi poste le guardie alle porte della basilica lateranense, perchè il clero non v'entrasse, ed essi intanto nella basilica di santo Stefano faceano la lor raunanza. E perciocchè l'una delle parti non volea cedere all'altra, dopo essere andati innanzi e indietro varii pacieri, ma inutilmente, fu proposto di eleggere un terzo, ed entrato il clero nella patriarcale, diede i suoi voti aCononeprete, nato nellaTracia, allevato nella Sicilia, vecchio di venerando aspetto, la cui vita era stata sempre religiosa e lontana dalle brighe secolaresche, la cui lingua accompagnava il cuore, persona di un'aurea semplicità e di quieti costumi. Risaputasi questa elezione, concorsero tosto i magistrati del popolo e la nobiltà a venerarlo. Questa unione del clero e del popolo indusse da lì a pochi giorni tutto ancora l'esercito a consentire in esso Conone, e a sottoscrivere il decreto della elezion sua: dopo di che tanto essi che il clero e il popolo ne spedirono l'avviso coi loro messi aTeodoroesarco di Italia, residente in Ravenna, secondo il costume. Siccome apparirà da uno strumento dell'archivio archiepiscopale di Lucca, che accennerò all'anno 688, in questi tempi si truova in essa città di Lucca unAllonisino duca, il quale verisimilmente era solamente governatore di quella città, e non già della Toscana, come pretende il Fiorentini[Fiorentini, Vit. di Matilde, lib. 3.].In quest'anno, per attestato di Teofane[Theoph., in Chronogr.]e di Anastasio[Anastas., in Johann. V.], seguì una pace di dieci anni fra l'imperadoreGiustinianoeAbimeleccalifa ossia principe de' Saraceni. Abbiamo da Elmacino[Elmacinus, Hist. Sarac.]che in questi tempi bollivano delle dissensioni e guerre civili fra quella nazione. Si aggiunse ancora la continua vessazione che loro dava il forte popolo dei cristianimardaiti, che si credono iMaroniti, abitanti nel monte Libano e nei contorni. Erano questi divenuti formidabili ai Saraceni per le molte botte lor date e per le incursioni che continuamente faceano nei loro paesi. Perciò Abimelec trattò di pace coll'imperadore, e la ottenne, con obbligarsi di pagargli ogni anno mille soldi d'oro, un cavallo, e uno schiavo; e che ugualmente per l'avvenire si dividessero fra esso imperadore e il principe de' Saraceni le gabelledi Cipri, dell'Armenia e dell'Iberia, perchè tuttavia in quelle provincie avevano i Saraceni un gran piede. Parve questo un bel guadagno dalla parte imperiale; ma una condizion troppo svantaggiosa, che recò poi incredibili danni all'imperio cristiano, entrò in quella pace; e fu che l'imperadore mettesse un buon freno ai Maroniti, affinchè più non inquietassero l'imperio saracenico. Giustiniano, per soddisfare a questo impegno, levò dal Libano dodicimila de' più valenti Maroniti colle lor famiglie, e li trasportò in Armenia, con incredibil pregiudizio dei suoi stati; perciocchè, laddove prima questo feroce popolo teneva in continuo terrore i Saraceni, e colle scorrerie avea ridotte in gran povertà e come disabitate moltissime città saraceniche da Mopsuestia sino alla quarta Armenia, da lì innanzi la potenza dei Saraceni non avendo più ostacolo, nè opposizione in quelle parti, si scaricò sopra l'altre provincie del romano imperio. Aggiugne Anastasio bibliotecario[Anast., in Joan. V.]ed anche Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 11.], che, in vigore di questa pace, Giustiniano ricuperò anche quella parte d'Africa che i Saraceni avevano usurpato al romano imperio. Di ciò non parla Teofane. Soggiugne egli bensì che Giustiniano, operando da giovane imprudente, e volendo senza il consiglio dei vecchi governar egli da sè solo, passò ad altre risoluzioni, che ridondarono appresso in sommo danno dell'imperio. Erasi ribellata la Persia ad Abimelec, e ne aveva occupata la signoria un certo Mucaro. Anche in Damasco era seguita una rivolta. Giustiniano, al vedere così imbrogliati i Saraceni, non volle più stare alla pace fatta. Pertanto spedìLeonziosuo generale con un'armata, il quale uccise quanti Arabi trovò nell'Armenia, ricuperò quella provincia, prese anche l'Iberia, l'Albania, la Bulcacia e la Media; e raunata una gran copia di tributi da quelle provincie, mandò un immensotesoro all'imperadore. Tutti doveano dire: Oh bello! Ma col tempo s'avvidero della imprudente condotta del principe loro.

Condusse papaGiovanni Vla sua vita fino al dì 2 di agosto di quest'anno, in cui passò a miglior vita. Essendo assai vecchio, e per la maggior parte del suo pontificato stato infermo, non potè produrre tutti que' frutti che prometteva la di lui rara abilità. Stette vacante la sedia di san Pietro per due mesi e diciotto giorni, perchè il nuovo imperador Giustiniano dovette rivocar la concessione fatta al clero romano dal padre Augusto di poter tosto dopo l'elezione consecrare il nuovo papa senza dover aspettarne l'approvazione e licenza della corte imperiale. Permise egli nondimeno che dall'esarco di Ravenna si potesse approvare l'elezion del novello pontefice, per non perdere tanto tempo. In fatti ne vedremo delle pruove andando innanzi, e l'avvertì anche il cardinal Baronio. Praticavasi in questi tempi che non meno il clero che il popolo e i militi, ossia l'ordine nobile e militare, concorressero tanto in Roma che nelle altre città alla elezione del loro sacro pastore. Dovendosi eleggere il nuovo papa, insorse qualche divisione fra gli elettori. Inclinava il clero nella persona di Pietro arciprete, l'esercito in quella di Teodoro prete. Avevano i militi poste le guardie alle porte della basilica lateranense, perchè il clero non v'entrasse, ed essi intanto nella basilica di santo Stefano faceano la lor raunanza. E perciocchè l'una delle parti non volea cedere all'altra, dopo essere andati innanzi e indietro varii pacieri, ma inutilmente, fu proposto di eleggere un terzo, ed entrato il clero nella patriarcale, diede i suoi voti aCononeprete, nato nellaTracia, allevato nella Sicilia, vecchio di venerando aspetto, la cui vita era stata sempre religiosa e lontana dalle brighe secolaresche, la cui lingua accompagnava il cuore, persona di un'aurea semplicità e di quieti costumi. Risaputasi questa elezione, concorsero tosto i magistrati del popolo e la nobiltà a venerarlo. Questa unione del clero e del popolo indusse da lì a pochi giorni tutto ancora l'esercito a consentire in esso Conone, e a sottoscrivere il decreto della elezion sua: dopo di che tanto essi che il clero e il popolo ne spedirono l'avviso coi loro messi aTeodoroesarco di Italia, residente in Ravenna, secondo il costume. Siccome apparirà da uno strumento dell'archivio archiepiscopale di Lucca, che accennerò all'anno 688, in questi tempi si truova in essa città di Lucca unAllonisino duca, il quale verisimilmente era solamente governatore di quella città, e non già della Toscana, come pretende il Fiorentini[Fiorentini, Vit. di Matilde, lib. 3.].

In quest'anno, per attestato di Teofane[Theoph., in Chronogr.]e di Anastasio[Anastas., in Johann. V.], seguì una pace di dieci anni fra l'imperadoreGiustinianoeAbimeleccalifa ossia principe de' Saraceni. Abbiamo da Elmacino[Elmacinus, Hist. Sarac.]che in questi tempi bollivano delle dissensioni e guerre civili fra quella nazione. Si aggiunse ancora la continua vessazione che loro dava il forte popolo dei cristianimardaiti, che si credono iMaroniti, abitanti nel monte Libano e nei contorni. Erano questi divenuti formidabili ai Saraceni per le molte botte lor date e per le incursioni che continuamente faceano nei loro paesi. Perciò Abimelec trattò di pace coll'imperadore, e la ottenne, con obbligarsi di pagargli ogni anno mille soldi d'oro, un cavallo, e uno schiavo; e che ugualmente per l'avvenire si dividessero fra esso imperadore e il principe de' Saraceni le gabelledi Cipri, dell'Armenia e dell'Iberia, perchè tuttavia in quelle provincie avevano i Saraceni un gran piede. Parve questo un bel guadagno dalla parte imperiale; ma una condizion troppo svantaggiosa, che recò poi incredibili danni all'imperio cristiano, entrò in quella pace; e fu che l'imperadore mettesse un buon freno ai Maroniti, affinchè più non inquietassero l'imperio saracenico. Giustiniano, per soddisfare a questo impegno, levò dal Libano dodicimila de' più valenti Maroniti colle lor famiglie, e li trasportò in Armenia, con incredibil pregiudizio dei suoi stati; perciocchè, laddove prima questo feroce popolo teneva in continuo terrore i Saraceni, e colle scorrerie avea ridotte in gran povertà e come disabitate moltissime città saraceniche da Mopsuestia sino alla quarta Armenia, da lì innanzi la potenza dei Saraceni non avendo più ostacolo, nè opposizione in quelle parti, si scaricò sopra l'altre provincie del romano imperio. Aggiugne Anastasio bibliotecario[Anast., in Joan. V.]ed anche Paolo Diacono[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 11.], che, in vigore di questa pace, Giustiniano ricuperò anche quella parte d'Africa che i Saraceni avevano usurpato al romano imperio. Di ciò non parla Teofane. Soggiugne egli bensì che Giustiniano, operando da giovane imprudente, e volendo senza il consiglio dei vecchi governar egli da sè solo, passò ad altre risoluzioni, che ridondarono appresso in sommo danno dell'imperio. Erasi ribellata la Persia ad Abimelec, e ne aveva occupata la signoria un certo Mucaro. Anche in Damasco era seguita una rivolta. Giustiniano, al vedere così imbrogliati i Saraceni, non volle più stare alla pace fatta. Pertanto spedìLeonziosuo generale con un'armata, il quale uccise quanti Arabi trovò nell'Armenia, ricuperò quella provincia, prese anche l'Iberia, l'Albania, la Bulcacia e la Media; e raunata una gran copia di tributi da quelle provincie, mandò un immensotesoro all'imperadore. Tutti doveano dire: Oh bello! Ma col tempo s'avvidero della imprudente condotta del principe loro.


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