DCXCIII

DCXCIIIAnno diCristoDCXCIII. IndizioneVI.Sergiopapa 7.Giustiniano IIimperadore 9.Cunibertore 16.Nella guerra succeduta fra il reCunibertoe il tirannoAlachi, quantunque il ducato del Friuli vi avesse tanta parte, pure Paolo Diacono non fa menzione alcuna che vi fosse intricatoRodoaldoduca di quella contrada. Abbiamo bensì da lui[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 3.]che dopo quella guerra, trovandosi esso Rodoaldo lontano da Cividal del Friuli sua residenza,Ansfrido del castello Reuniaoccupò quella città col suo ducato senza licenza del re Cuniberto. Certificato di questa sua disavventura Rodoaldo, se ne fuggì in Istria, e di là per mare passato a Ravenna, andò a Pavia al re Cuniberto, per implorare il suo aiuto. Ansfrido, ossia che si lasciasse consigliar dalla superbia ed ambizione a tentar cose più grandi, o che non volesse arrendersi agli ordini del re, passò ad un'aperta ribellione contra di lui. Ma per buona ventura fu presoin Verona, e condotto a Pavia. Cuniberto gli fece cavar gli occhi, e cacciollo in esilio. Dopo di che diede il governo del ducato del Friuli ad un fratello di Rodoaldo, per nomeAdone, ossiaAldone, ma col solo titolo diconservatore del luogo, cioè diluogotenente, senza sapersi perchè Rodoaldo ne restasse escluso. In quest'anno i Saraceni ridussero in lor potere l'Armenia, e però divenuti più orgogliosi e crudeli, seguitarono a far delle scorrerie per le provincie del romano imperio con incredibil danno dei popoli. Circa questi tempi, per attestato del sopra mentovato Paolo Diacono[Paulus Diacon., lib. 6, cap. 7 et 8.], fiorì in PaviaFelice, uomo valente nell'arte grammatica, zio paterno di Flaviano, che fu poi maestro del medesimo Paolo. Era egli tanto in grazia del re Cuniberto, che ne riportò, oltre ad altri riguardevoli doni, anche l'onorevol regalo di un bastone ornato d'oro e di argento. Tenne conto lo storico Paolo di questo fatto, che parrà una minuzia ai nostri tempi; ma in quei tempi della ignoranza anche un solo buon grammatico si teneva per una rarità; e questi tali poi insegnavano non solamente la lingua latina, che sempre più si andava corrompendo presso il popolo e prendeva la forma della volgare italiana; ma eziandio spiegavano i migliori autori latini, e davano lezioni di quelle che appelliamo lettere umane. Arrivò parimente a questi tempiGiovannivescovo di Bergamo con odore di gran santità. Egli era intervenuto al concilio romano dell'anno 679, e le storie di Bergamo raccontano molte cose di lui, ma senza essere assistite da antichi documenti. Sappiamo bensì dal suddetto Paolo Diacono ch'essendo stato invitato dal re Cuniberto ad un suo convito, gli scappò detta qualche parola, di cui se ne offese il re. Ora dovendo egli tornare a casa, Cuniberto gli fece apprestar un cavallo indomito e feroce, solito a scuotere di sella chiunque ardiva di cavalcarlo. Maquesta bestia, allorchè il vescovo vi fu montato sopra, divenne sì piacevole e mansueta, che, a guisa d'una chinea, placidamente il condusse al suo alloggio. Ciò risaputo dal re, fu cagione che da lì innanzi onorasse maggiormente il santo vescovo, con donargli ancora lo stesso cavallo ammansato dal toccamento della sua sacra persona.

Nella guerra succeduta fra il reCunibertoe il tirannoAlachi, quantunque il ducato del Friuli vi avesse tanta parte, pure Paolo Diacono non fa menzione alcuna che vi fosse intricatoRodoaldoduca di quella contrada. Abbiamo bensì da lui[Paulus Diaconus, lib. 6, cap. 3.]che dopo quella guerra, trovandosi esso Rodoaldo lontano da Cividal del Friuli sua residenza,Ansfrido del castello Reuniaoccupò quella città col suo ducato senza licenza del re Cuniberto. Certificato di questa sua disavventura Rodoaldo, se ne fuggì in Istria, e di là per mare passato a Ravenna, andò a Pavia al re Cuniberto, per implorare il suo aiuto. Ansfrido, ossia che si lasciasse consigliar dalla superbia ed ambizione a tentar cose più grandi, o che non volesse arrendersi agli ordini del re, passò ad un'aperta ribellione contra di lui. Ma per buona ventura fu presoin Verona, e condotto a Pavia. Cuniberto gli fece cavar gli occhi, e cacciollo in esilio. Dopo di che diede il governo del ducato del Friuli ad un fratello di Rodoaldo, per nomeAdone, ossiaAldone, ma col solo titolo diconservatore del luogo, cioè diluogotenente, senza sapersi perchè Rodoaldo ne restasse escluso. In quest'anno i Saraceni ridussero in lor potere l'Armenia, e però divenuti più orgogliosi e crudeli, seguitarono a far delle scorrerie per le provincie del romano imperio con incredibil danno dei popoli. Circa questi tempi, per attestato del sopra mentovato Paolo Diacono[Paulus Diacon., lib. 6, cap. 7 et 8.], fiorì in PaviaFelice, uomo valente nell'arte grammatica, zio paterno di Flaviano, che fu poi maestro del medesimo Paolo. Era egli tanto in grazia del re Cuniberto, che ne riportò, oltre ad altri riguardevoli doni, anche l'onorevol regalo di un bastone ornato d'oro e di argento. Tenne conto lo storico Paolo di questo fatto, che parrà una minuzia ai nostri tempi; ma in quei tempi della ignoranza anche un solo buon grammatico si teneva per una rarità; e questi tali poi insegnavano non solamente la lingua latina, che sempre più si andava corrompendo presso il popolo e prendeva la forma della volgare italiana; ma eziandio spiegavano i migliori autori latini, e davano lezioni di quelle che appelliamo lettere umane. Arrivò parimente a questi tempiGiovannivescovo di Bergamo con odore di gran santità. Egli era intervenuto al concilio romano dell'anno 679, e le storie di Bergamo raccontano molte cose di lui, ma senza essere assistite da antichi documenti. Sappiamo bensì dal suddetto Paolo Diacono ch'essendo stato invitato dal re Cuniberto ad un suo convito, gli scappò detta qualche parola, di cui se ne offese il re. Ora dovendo egli tornare a casa, Cuniberto gli fece apprestar un cavallo indomito e feroce, solito a scuotere di sella chiunque ardiva di cavalcarlo. Maquesta bestia, allorchè il vescovo vi fu montato sopra, divenne sì piacevole e mansueta, che, a guisa d'una chinea, placidamente il condusse al suo alloggio. Ciò risaputo dal re, fu cagione che da lì innanzi onorasse maggiormente il santo vescovo, con donargli ancora lo stesso cavallo ammansato dal toccamento della sua sacra persona.


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