MCCLIIIAnno diCristoMCCLIII. IndizioneXI.InnocenzoIV papa 11.Imperio vacante.Continuò ilre Corradocon gran vigore l'assedio di Napoli, avendo condotto colà un copioso apparato di quelle macchine[Chron. Cavense, tom. 7 Rer. Ital.],colle quali si faceva allora guerra alle città e fortezze. E perciocchè v'entravano di quando in quando dei rinfreschi per mare, sul principio di maggio serrò ancora quel passo con un possente stuolo di galee, fatto venir di Sicilia[Matteo Spinelli, Diario, tom. 7 Rer. Ital.]. Volle ben egli che si desse un generale assalto a quella città nel dì 25 d'aprile, con promessa di tre paghe a quella nazione che prima v'entrasse. Ma vi restarono morti da secento Saraceni, e poco men di Tedeschi; laonde non più si pensò a soggiogar Napoli colla forza, ma bensì colla fame. Si ridussero infatti que' cittadini[Sabas Malaspina, lib. 1, cap. 3.]a nutrirsi ancora co' più vili e laidi cibi; nè più potendo, si renderono infine a discrezione nel fine di settembre, come ha il Diario dello Spinelli, oppure nel dì 10 di ottobre, come si legge nella Cronica Cavense. Alcuni scrivono che a forza di mine fu espugnata quella città, e che, entrato l'esercito tedesco, vi sparse gran sangue degli abitanti. Lo Spinelli anch'egli scrive che Corradovi fece gran giustizia e grande uccisione. È da stupire come Pietro da Curbio e Saba Malaspina, scrittori pontificii, non parlino di questo macello di gente, che certo non dovea scappare alla lor penna. Ma ne parla bene Bortolomeo da Neocastro[Bartholomaeus de Neocastro, cap. 3, tom. 13 Rer. Ital.], autore di questo secolo; e per questo i Napoletani concepirono un odio implacabile contro la casa di Suevia. La Cronica del monistero cavense ha solamente, che egli mandò in esilio molti de' Napoletani ed è fuor di dubbio che fece abbattere e spianare le belle mura di Napoli e di Capoa, affinchè non venisse più voglia a que' popoli di ribellarsi. Passò dipoi Corrado a Melfi, e quivi, celebrata la festa del santo Natale, tenne un parlamento dei baroni del regno. Queste prosperità di Corrado furono cagione che il pontefice colla sua corte cominciasse in questoanno una tela nuova in rovina della casa di Suevia: cioè spedì in Inghilterra[Matth. Paris, Hist. Angl.]Alberto da Parma, uno de' suoi familiari, ad offerir la corona di Sicilia aRiccardo contedi Cornovaglia, fratello di quelre Arrigo, e ricco principe. Insorsero delle difficoltà in questo maneggio. Ossia che questo trattato venisse, come vuol Pietro da Curbio[Petrus de Curbio, Vita Innocen. IV, cap. 31, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], a scoprirsi, eCarlo conted'Angiò e di Provenza, fratello del re di Francia, si esibisse al papa; oppure che il papa, non trovando buona disposizione in Inghilterra, chiamasse a mercato esso conte d'Angiò: certamente pare che fin d'allora Carlo vi accudisse. Accadde dipoi, che ilre Arrigotrattò di ottenere per suo figliuoloEdmondoil regno di Sicilia, promettendo di gran cose. Pietro da Curbio asserisce, che fu conchiuso questo contratto col re inglese, il quale cominciò a far preparamenti per effettuarlo. All'incontro dal Rinaldi[Raynald, in Annal. Eccles.]sotto quest'anno sono rapportate le condizioni, colle quali il papa esibiva a Carlo conte d'Angiò il regno di Sicilia, ducato di Puglia e principato di Capoa. Quivi è nominato il suddetto Alberto da Parma, come legato del papa. Così il Rinaldi. Contuttociò tengo io per fermo che quel documento appartenga ai tempi di Urbano IV, e non ai presenti.Gran premura fecero in quest'anno i Romani a papa Innocenzo IV per farlo ritornare a Roma, e, se vogliam credere a Matteo Paris[Matth. Paris, Hist. Angl.], minacciarono anche Perugia, se ne impediva, o non ne sollecitava la venuta. Mal volentieri si risolveva il pontefice a compiacerli, ben conoscendo la difficoltà di trovar quiete fra que' torbidi ed instabili cervelli d'allora, avvezzi a comandare e non ad ubbidire. Andò egli ad Assisi[Petrus de Curbio, in Vita Innocen. IV, cap. 32 et seq.]nella domenica in albis, vi dedicò la chiesa di San Francesco,visitò santa Chiara inferma, che nel dì 30 di giugno fu chiamata da Dio alla patria de' giusti, e passò egli la state in quella città. Poscia nel dì 6 di ottobre si mise in viaggio verso Roma, dove dal senatore, dal clero e popolo romano fu incontrato fuori della città, e introdotto con sommo giubilo ed onore. Pietro da Curbio scrive ch'esso senatore, cioè Brancaleone, avea fatto il possibile perchè il papa non venisse, e andò poi macchinando sempre contra di lui. Matteo Paris, per lo contrario, attesta ch'egli fu in suo favore; ed avendo il popolo romano cominciato a muovere pretensioni di grossissimi crediti per le spese da lor fatte a fin di sostenere il pontefice nei tempi di Federigo II, Brancaleone quetò con dolci parole il lor furore, e conservò la pace. Tornò poscia il re Corrado ad inviare a Roma il conte di Monforte suo zio, ed altri ambasciadori per placare il papa, ed impetrar l'investitura del regno. In Lombardia la città di Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]nell'anno presente fece qualche mutazione, pacificandosi co' Cremonesi e colmarchese ObertoPelavicino capo dei Ghibellini in queste parti. Giberto da Correggio, soprannominato della Gente, prese allora un gran predominio in Parma. Vi entrarono anche i Ghibellini fuorusciti. Altrettanto fu fatto in Reggio, dove furono richiamati i Guelfi. Per l'accordo suddetto il comune di Cremona restituì a Parma il castello di Brescello, e tutti i prigionieri parmigiani che dianzi barbaramente erano trattati nelle carceri cremonesi. Si riaccese in questi tempi la guerra fra i Milanesi e Pavesi. Nel dì 10 di maggio l'esercito di Milano col carroccio[Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 287.], avendo passato il ponte di Vigevano, s'impadronì della terra di Gambalò, e cinse poscia d'assedio Mortara. Ancor questa terra fu presa; ma, facendo gran difesa il castello, venne l'esercito pavese per soccorrerlo. Interpostisi intanto alcuni mediatori fra i due popoli,si rinnovò la pace. Più che mai continuarono in questi tempi le orride crudeltà d'Eccelino in Padova[Roland., lib. 7, cap. 3 et seq. Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rerum Ital.]e negli altri luoghi a lui sottoposti. Papa Innocenzo rinnovò per questo le scomuniche contra di lui, e dichiarollo eretico; ma altro ci voleva che tali esorcismi a vincere uno spirito sì maligno. Monte ed Araldo da Monselice fra gli altri, imputati di tradimento, furono condotti a Padova. Gridando essi ad alta voce di non essere traditori, Eccelino, ch'era a tavola, calò al rumore, nè volle ascoltar ragione. Allora Monte, scagliatosi in furia addosso al tiranno, il rovesciò a terra, e, dopo avere indarno cercatogli addosso se avea qualche coltello, il prese per la gola por soffocarlo, e coi denti e colle unghie gli fece quanto male potè. S'egli trovava armi, in quel dì la terra si sarebbe sgravata del peggiore di tutti gli uomini. Ma accorsi i familiari del tiranno, tanto fecero che, messo in pezzi Monte col fratello, liberarono Eccelino dal pericolo, ma non già dalle ferite, a curar le quali vi vollero molti giorni. Empiè in questi tempi l'iniquissimo tiranno le infernali sue carceri di cittadini padovani e veronesi, sì ecclesiastici che laici. Tutto era terrore, tutto disperazione sotto di questo barbaro, a cui ogni menoma parola od ombra di sospetto serviva di motivo per incarcerare o tormentare o levare di vita le persone.
Continuò ilre Corradocon gran vigore l'assedio di Napoli, avendo condotto colà un copioso apparato di quelle macchine[Chron. Cavense, tom. 7 Rer. Ital.],colle quali si faceva allora guerra alle città e fortezze. E perciocchè v'entravano di quando in quando dei rinfreschi per mare, sul principio di maggio serrò ancora quel passo con un possente stuolo di galee, fatto venir di Sicilia[Matteo Spinelli, Diario, tom. 7 Rer. Ital.]. Volle ben egli che si desse un generale assalto a quella città nel dì 25 d'aprile, con promessa di tre paghe a quella nazione che prima v'entrasse. Ma vi restarono morti da secento Saraceni, e poco men di Tedeschi; laonde non più si pensò a soggiogar Napoli colla forza, ma bensì colla fame. Si ridussero infatti que' cittadini[Sabas Malaspina, lib. 1, cap. 3.]a nutrirsi ancora co' più vili e laidi cibi; nè più potendo, si renderono infine a discrezione nel fine di settembre, come ha il Diario dello Spinelli, oppure nel dì 10 di ottobre, come si legge nella Cronica Cavense. Alcuni scrivono che a forza di mine fu espugnata quella città, e che, entrato l'esercito tedesco, vi sparse gran sangue degli abitanti. Lo Spinelli anch'egli scrive che Corradovi fece gran giustizia e grande uccisione. È da stupire come Pietro da Curbio e Saba Malaspina, scrittori pontificii, non parlino di questo macello di gente, che certo non dovea scappare alla lor penna. Ma ne parla bene Bortolomeo da Neocastro[Bartholomaeus de Neocastro, cap. 3, tom. 13 Rer. Ital.], autore di questo secolo; e per questo i Napoletani concepirono un odio implacabile contro la casa di Suevia. La Cronica del monistero cavense ha solamente, che egli mandò in esilio molti de' Napoletani ed è fuor di dubbio che fece abbattere e spianare le belle mura di Napoli e di Capoa, affinchè non venisse più voglia a que' popoli di ribellarsi. Passò dipoi Corrado a Melfi, e quivi, celebrata la festa del santo Natale, tenne un parlamento dei baroni del regno. Queste prosperità di Corrado furono cagione che il pontefice colla sua corte cominciasse in questoanno una tela nuova in rovina della casa di Suevia: cioè spedì in Inghilterra[Matth. Paris, Hist. Angl.]Alberto da Parma, uno de' suoi familiari, ad offerir la corona di Sicilia aRiccardo contedi Cornovaglia, fratello di quelre Arrigo, e ricco principe. Insorsero delle difficoltà in questo maneggio. Ossia che questo trattato venisse, come vuol Pietro da Curbio[Petrus de Curbio, Vita Innocen. IV, cap. 31, P. I, tom. 3 Rer. Ital.], a scoprirsi, eCarlo conted'Angiò e di Provenza, fratello del re di Francia, si esibisse al papa; oppure che il papa, non trovando buona disposizione in Inghilterra, chiamasse a mercato esso conte d'Angiò: certamente pare che fin d'allora Carlo vi accudisse. Accadde dipoi, che ilre Arrigotrattò di ottenere per suo figliuoloEdmondoil regno di Sicilia, promettendo di gran cose. Pietro da Curbio asserisce, che fu conchiuso questo contratto col re inglese, il quale cominciò a far preparamenti per effettuarlo. All'incontro dal Rinaldi[Raynald, in Annal. Eccles.]sotto quest'anno sono rapportate le condizioni, colle quali il papa esibiva a Carlo conte d'Angiò il regno di Sicilia, ducato di Puglia e principato di Capoa. Quivi è nominato il suddetto Alberto da Parma, come legato del papa. Così il Rinaldi. Contuttociò tengo io per fermo che quel documento appartenga ai tempi di Urbano IV, e non ai presenti.
Gran premura fecero in quest'anno i Romani a papa Innocenzo IV per farlo ritornare a Roma, e, se vogliam credere a Matteo Paris[Matth. Paris, Hist. Angl.], minacciarono anche Perugia, se ne impediva, o non ne sollecitava la venuta. Mal volentieri si risolveva il pontefice a compiacerli, ben conoscendo la difficoltà di trovar quiete fra que' torbidi ed instabili cervelli d'allora, avvezzi a comandare e non ad ubbidire. Andò egli ad Assisi[Petrus de Curbio, in Vita Innocen. IV, cap. 32 et seq.]nella domenica in albis, vi dedicò la chiesa di San Francesco,visitò santa Chiara inferma, che nel dì 30 di giugno fu chiamata da Dio alla patria de' giusti, e passò egli la state in quella città. Poscia nel dì 6 di ottobre si mise in viaggio verso Roma, dove dal senatore, dal clero e popolo romano fu incontrato fuori della città, e introdotto con sommo giubilo ed onore. Pietro da Curbio scrive ch'esso senatore, cioè Brancaleone, avea fatto il possibile perchè il papa non venisse, e andò poi macchinando sempre contra di lui. Matteo Paris, per lo contrario, attesta ch'egli fu in suo favore; ed avendo il popolo romano cominciato a muovere pretensioni di grossissimi crediti per le spese da lor fatte a fin di sostenere il pontefice nei tempi di Federigo II, Brancaleone quetò con dolci parole il lor furore, e conservò la pace. Tornò poscia il re Corrado ad inviare a Roma il conte di Monforte suo zio, ed altri ambasciadori per placare il papa, ed impetrar l'investitura del regno. In Lombardia la città di Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]nell'anno presente fece qualche mutazione, pacificandosi co' Cremonesi e colmarchese ObertoPelavicino capo dei Ghibellini in queste parti. Giberto da Correggio, soprannominato della Gente, prese allora un gran predominio in Parma. Vi entrarono anche i Ghibellini fuorusciti. Altrettanto fu fatto in Reggio, dove furono richiamati i Guelfi. Per l'accordo suddetto il comune di Cremona restituì a Parma il castello di Brescello, e tutti i prigionieri parmigiani che dianzi barbaramente erano trattati nelle carceri cremonesi. Si riaccese in questi tempi la guerra fra i Milanesi e Pavesi. Nel dì 10 di maggio l'esercito di Milano col carroccio[Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 287.], avendo passato il ponte di Vigevano, s'impadronì della terra di Gambalò, e cinse poscia d'assedio Mortara. Ancor questa terra fu presa; ma, facendo gran difesa il castello, venne l'esercito pavese per soccorrerlo. Interpostisi intanto alcuni mediatori fra i due popoli,si rinnovò la pace. Più che mai continuarono in questi tempi le orride crudeltà d'Eccelino in Padova[Roland., lib. 7, cap. 3 et seq. Monachus Patavinus, in Chron., tom. 8 Rerum Ital.]e negli altri luoghi a lui sottoposti. Papa Innocenzo rinnovò per questo le scomuniche contra di lui, e dichiarollo eretico; ma altro ci voleva che tali esorcismi a vincere uno spirito sì maligno. Monte ed Araldo da Monselice fra gli altri, imputati di tradimento, furono condotti a Padova. Gridando essi ad alta voce di non essere traditori, Eccelino, ch'era a tavola, calò al rumore, nè volle ascoltar ragione. Allora Monte, scagliatosi in furia addosso al tiranno, il rovesciò a terra, e, dopo avere indarno cercatogli addosso se avea qualche coltello, il prese per la gola por soffocarlo, e coi denti e colle unghie gli fece quanto male potè. S'egli trovava armi, in quel dì la terra si sarebbe sgravata del peggiore di tutti gli uomini. Ma accorsi i familiari del tiranno, tanto fecero che, messo in pezzi Monte col fratello, liberarono Eccelino dal pericolo, ma non già dalle ferite, a curar le quali vi vollero molti giorni. Empiè in questi tempi l'iniquissimo tiranno le infernali sue carceri di cittadini padovani e veronesi, sì ecclesiastici che laici. Tutto era terrore, tutto disperazione sotto di questo barbaro, a cui ogni menoma parola od ombra di sospetto serviva di motivo per incarcerare o tormentare o levare di vita le persone.