MCCLVIIIAnno diCristoMCCLVIII. IndizioneI.AlessandroIV papa 5.Imperio vacante.Era già il fin qui principe di TarantoManfrediin pacifico possesso di tutto il regno di Sicilia di qua e di là dal Faro. Non mancavano a lui voglie di maggiore ingrandimento, nè consiglieri che la fomentassero e ne promovessero il compimento. Benchè intorno alle cose di lui non ci restino da qui innanzi, se non istorici guelfi, talvolta sospetti di troppo maliziare, e di alterar la verità secondo le loro passioni; pure non ci mancherà lume per discernere quello che sia più probabilmente da credere negli avvenimenti spettanti a lui. Pensò dunque Manfredi, e vi avea pensato anche molto prima, di assumere il titolo e la dignità di re di Sicilia. A questo fine fece egli sparger voce che Corradino suo nipote in Germania fosse mancato di vita. Niccolò da Jamsilla[Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.]pare che ci voglia dare ad intendere che tal fama naturalmente e senza frode sorgesse e prendesse piede; ma non si fallerà giudicando che artificiosamente fosse disseminata, acciocchè, tenuto per estinto il legittimo erede della corona di Sicilia, si facesse apertura alla succession di Manfredi. E ciò poi sarebbe più chiaro del sole, qualora fosse fuor di dubbio quanto vien raccontatoda Ricordano[Ricordano Malaspina, Istor., cap. 147.], da Giovanni Villani[Giovanni Villani, et alii.]e da altri Guelfi: cioè che Manfredi mandò suoi ambasciatori in Suevia per avvelenar Corradino, e, credendo essi d'aver fatto il colpo, se ne tornarono in Sicilia vestiti di gramaglia, asserendo la di lui morte. Le credo io favole. Saba Malaspina[Sabas Malaspina, lib. 1.]altro non dice, se non che si fecero correre certe lettere finte, come scritte da baroni tedeschi, coll'avviso della morte di Corradino, fondate forse anche sopra qualche grave malattia di lui, che diedero da dubitar di sua vita. Bastò questo per indurre, come vuole il Jamsilla, i prelati e baroni del regno a fare istanza a Manfredi di prendere lo scettro del regno. Più verisimile è che dalle segrete insinuazioni dello stesso Manfredi fossero mossi a far questo passo. Comunque sia, nel dì 11 d'agosto nella cattedral di Palermo fu egli solennemente coronato re da tre arcivescovi col concorso e plauso d'innumerabili prelati, baroni e popolo. Ed abbondavano bene in lui, anche per confessione de' suoi avversarii, moltissime di quelle prerogative che rendono l'uomo degno di regnare. Giovane di bell'aspetto, faceva sua gloria la cortesia, l'affabilità e la clemenza, senza avere ereditata la crudeltà de' suoi maggiori. Singolar fu la sua prudenza e l'intendimento superiore di lunga mano all'età; grande il suo amore verso le lettere e i letterati, ed egli stesso ben istruito delle scienze e dell'arti più nobili; ma soprattutto risplendeva in lui la generosità e la gratitudine in premiare chiunque gli prestava servigio. E specialmente nel tempo della coronazione si diffusero le rugiade della sua liberalità e magnificenza con profusione di donativi al popolo, e di contadi, baronie ed altri uffizii, de' quali principalmente furono a parte i suoi zii materni marchesi Lancia, ed altri suoi parenti e molti Lombardi, dei quali, più che d'altri, si fidava. Ch'egli fosse principe di poca fede, di minorpietà, e dedito a' piaceri e alla lussuria, lo dicono gli scrittori pontificii. Certo è che la politica mondana e l'ambizione ebbero il primato nel suo cuore, e fu dai più riprovato l'aver egli occupato il regno dovuto al nipote. Credeva anch'egli non poco alla strologia. Scrive Matteo Paris[Matth. Paris, Hist. Angl. ad ann. 1256.], essersi nell'anno 1256 venuto a sapere che Manfredi, creduto fin allora bastardo, in una malattia della madre, figliuola del marchese Lancia di Lombardia, era stato legittimato dall'imperador Federigo II suo padre, coll'averla sposata. Queste erano ciance del volgo. Racconta ancora Saba Malaspina[Sabas Malaspina, Histor., lib. 1, cap. 5.], scrittore nimico di Manfredi, che non essendo per anche egli coronato, per parte del re Corradino vennero in Italia due ambasciatori con ordine di trattar col papa di accordo per succedere nel regno di Sicilia. Verso il castello della Molara furono presi, spogliati, e l'un di essi ucciso, l'altro ferito da Raule de' Sordi nobile romano. Autore di questa sceleraggine vien detto Manfredi da esso Malaspina, quasichè allora non si trovassero nel distretto romano e in altri luoghi di que' nobili assassini che andavano a caccia di chi avea cariche le valigie di oro; e non confessasse egli che questo nobile era un solennissimo scialacquatore e malvivente, capace perciò senza gli sproni altrui di così neri attentati. Per lo contrario, abbiamo da Matteo Spinelli[Matteo Spinelli, tom. 7 Rer. Ital.]che nel dì 20 di febbraio del 1256 (nel suo testo sono sconcertati tutti gli anni: forse è l'anno 1259) vennero a Barletta gli ambasciatori della reginaIsabella, madre del reCorradino, con quei del duca di Baviera suo fratello, a trovare il re Manfredi. Fecero conoscere che Corradino era vivente, e pretesero che si gastigasse chi avea detta la menzogna di sua morte. Manfredi con saggio e bel sermone rispose loro che il regno era già perduto, ed averlo egli, siccomeognun sapeva, conquistato coll'armi e con immense fatiche; nè essere di dovere nè di utilità che lo rinunziasse ad un fanciullo incapace di sostenerlo contra de' papi, implacabili nemici della casa di Suevia. Che per altro avrebbe tenuto il regno sua vita naturale durante, e poi vi sarebbe succeduto Corradino. Con queste belle parole, e con regali magnifici, anche pel duca di Baviera, rispedì gli ambasciatori. Da Palermo ripassato il re Manfredi in Puglia[Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 1.], tenne corte bandita e un gran parlamento in Foggia, dove rallegrò i popoli concorsi da tutte le parti colla solennità di varii spettacoli e giuochi. Indi coll'esercito passò addosso alla città dell'Aquila, che fin qui avea pertinacemente tenute inalberate le bandiere della Chiesa. Danno non venne alle persone e robe degli abitanti, che furono poi costretti ad uscirne, e la città per pena fu data alle fiamme.In questi tempi avendo il popolo romano trovato colle pruove Mannello dei Maggi[Matth. Paris, ad hunc annum.], senatore troppo parziale dei nobili, levatosi a rumore, andò colla forza a liberar dalle carceri Brancaleone già senatore, e il rimise nell'uffizio primiero. Allora egli cominciò ad esercitare spietatamente il rigore della giustizia contra de' potenti Romani che calpestavano il popolo, e fece infin presentare alle forche due della nobil casa degli Annibaldeschi. Fu coi suoi fautori scomunicato dal papa: del che non fecero eglino conto, pretendendo di avere un privilegio di non potere essere scomunicato. Tali minaccie poi si lasciarono uscir di bocca contra del pontefice e de' cardinali, che papa Alessandro colla corte, non veggendosi sicuro, si ritirò a Viterbo. Ciò dovette succedere nell'anno precedente, perchè si veggono lettere quivi allora date dal papa. Nel presente anno Brancaleone col popolo romano fu in procinto di portarsi coll'armi a distruggere Anagni, patria dello stesso pontefice. Per placarlo, bisognòche il papa con umili parole mandasse a pregarlo di desistere da così crudele disegno. Durò fatica Brancaleone a frenar il furor del popolo, e da lì innanzi tenne buona corrispondenza col re Manfredi, che gli promise ogni assistenza ed aiuto. Poscia, per abbassare la potenza della nobiltà romana, che colle case ridotte in forma di fortezze commetteva mille insolenze, fece diroccare da cento quaranta loro torri; e in questa maniera tornò la quiete e tranquillità in Roma. Ma non passò l'anno presente, che fu anche lo stesso Brancaleone atterrato dalla morte, e il suo capo, per memoria del suo valore, o, per dir meglio, della sua eccessiva giustizia e crudeltà, posto sopra una colonna entro di un vaso prezioso. Per consiglio di lui, fu eletto senatore Castellano di Andalò Bolognese suo zio dal popolo romano, senza voler dipendere dall'assenso del papa, che fece tutto il possibile per impedirlo. Prosperarono in quest'anno in Lombardia gli affari dell'empioEccelinoda Romano con somma afflizione di tutti i buoni. Guardavansi con occhio bieco in Brescia le due fazioni de' Guelfi e Ghibellini, benchè riconciliate poc'anzi. Eccelino[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.]con segrete lettere soffiava nel fuoco. Tentarono i Ghibellini di cacciar la parte contraria nel dì 29 d'aprile, essendo con loro Griffo ossia Griffolino podestà della città. Si venne all'armi; si combattè tutta la notte; nel dì seguente restarono sconfitti gli amici di Eccelino, Griffo preso con altri, il resto colla fuga si salvò a Verona e Cremona. Già dicemmo uniti in lega Eccelino edObertoPelavicino marchese. Perchè i Bresciani erano venuti all'assedio di Torricella occupata dai lor fuorusciti, mosse il marchese l'esercito de' Cremonesi per dar soccorso agli assediati, e nello stesso tempo sollecitò Eccelino a muoversi dall'altro canto. Allora Eccelino con quante forze potè di Tedeschi, e delle milizie di Verona,Feltre, Vicenza e d'altri luoghi[Rolandinus, lib. 11, cap. 9.], marciò alla volta del Mincio, e, passatolo in fretta, andò ad unirsi coi Cremonesi. Intanto il legato pontificioFilippo arcivescovodi Ravenna, al primo movimento de' Cremonesi avendo chiamati in aiuto i Mantovani, che v'accorsero colla loro milizia, uscì in campagna coll'esercito bresciano e con tutti i suoi crocesignati, e andò a Corticella presso al fiume Oglio. Ma arrivata nel suo campo la nuova che Eccelino s'era accoppiato coi Cremonesi, ben conoscendo d'essere inferiore di forze, propose di ritirarsi a Gambara, e che s'aspettasse Azzo marchese d'Este, il quale a momenti dovea giugnere collo sforzo dei Ferraresi e dei suoi Stati. Parve a Biachino da Camino e ai principali Bresciani una viltà il retrocedere[Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]. Da lì a poco eccoti si veggono da lungi sventolar le bandiere di Eccelino; All'armi, all'armi. Si diede la battaglia nel dì 28 d'agosto, secondo Rolandino, ma, secondo il Monaco Padovano[Monachus Patavinus, in Chron., tom. eod.]e Jacopo Malvezzi[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.], nel dì 30. Atterriti sul principio, in breve sbaragliati rimasero i Bresciani, e preso il legato del papa conDamiano Cossadocavescovo eletto di Verona, Simone da Fogliano di Reggio podestà di Mantova, e molti altri nobili, e gran quantità di popolo. Nel dì seguenteCavalcante da Salavescovo, e gli altri cittadini rimasti in Brescia, tutti sbigottiti, credendo di far cosa grata ad Eccelino, liberarono Griffo e gli altri prigioni, ma scioccamente e in propria rovina, perciocchè costoro aprirono le porte della città ad Eccelino, il qual vittorioso col marchese Oberto e Buoso da Doara ne prese il possesso. Il vescovo, i preti e gran copia d'altri cittadini guelfi si sottrassero colla fuga a quel flagello del genere umano.Aveva Eccelino, per attestato di Parisio da Cereta, nel primo dì di febbraio dell'anno presente fatto morir ne' tormenti moltissimi Veronesi, tanto nobili che plebei. Non dimenticò già egli il suo barbarico costume, giunto che fu in Brescia. Ivi ancora le carceri e le mannaie si tennero in esercizio, e le chiese spogliate, e le torri dei principali nobili per ordine suo furono spianate. Doveva essere il dominio di Brescia la metà de' Cremonesi; e infatti sul principio fu divisa la città, e l'una parte d'essa assegnata al marchese Pelavicino e a Buoso da Doara. Ma Eccelino la volea tutta, e ne trovò a suo tempo la maniera. Intanto, a riserva della terra degli Orci, tutto il territorio di Brescia venne in poter del tiranno. Per questa disavventura di Brescia, città di tanto nerbo, fu un gran dire per tutta Italia, e n'ebbe un sommo cordoglio e terrore la parte della Chiesa. Ma i giudizii di Dio sono ben diversi da quelli degli uomini, e ce ne avvedremo all'anno susseguente.Nel dì 4 d'aprile, dell'anno presente, coll'interposizione del suddetto Filippo legato del papa, s'erano accordati insieme i nobili e popolari di Milano con istabilire una concordia, che fu appellata la pace di Sant'Ambrosio[Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital., Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 292.]. Il Corio[Corio, Istor. di Milano.], che ne vide lo strumento, rapporta distesamente tutte le condizioni d'essa. Ma, secondo il pessimo uso di tempi tali, durò questa ben poco. Nella festa di san Pietro di giugno, Martino dalla Torre capo del popolo cacciò di cittàLeone da Peregoarcivescovo colla fazione de' nobili, i quali si ridussero a Cantù, e poscia andarono in soccorso de' Rusconi, potenti cittadini di Como, i quali voleano abbattere la parte contraria de' Vitani. Ma, accorso in aiuto degli ultimi il suddetto Martino con un possente corpo di Milanesi, toccò ai Rusconi di sloggiare da Como, e i Vitani ne restarono padroni.Ebbe nondimeno un'altra cagion di sospirare nell'anno presente la città di Milano. Suddita de' Milanesi era da gran tempo la nobil terra di Crema[Chronicon Placentinum, tom. 16 Rer. Ital.]. Entrata anch'ivi la discordia fra i cittadini, i Benzoni, famiglia potente, chiamarono il marchese Oberto Pelavicino, il quale ben volentieri con cinquecento cavalli ne andò a prendere il possesso e dominio, con iscacciarne la contraria fazione. L'emulazione ancora che d'ordinario regnava fra quelle nazioni italiane, che si trovavano allora possenti in mare, e intente alla mercatura, era già passata in aperta guerra tra i Veneziani[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]e Genovesi per accidente occorso in Accon. Il Continuatore di Caffaro[Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom 6 Rer. Italic.]descrive il principio e progresso della lite, per cui restarono aggravati i Veneziani. E quantunque s'interponesse coi suoi paterni uffizii papa Alessandro IV, e andassero innanzi e indietro lettere ed ambasciatori, pure non ne venne concordia, e continuò il mal animo dell'altra nazione. Fecero lega i Veneziani coi Pisani, Provenzali e Marsiliesi, e con gran flotta navigarono tutti in Oriente. Colà comparvero ancora con possente sforzo di galee e di navi i Genovesi. Nel dì 24 di giugno si affrontarono queste armate navali, e dopo un ostinato combattimentola vittoria si dichiarò in favore de' Veneziani e Pisani[Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.], con prendere venticinque galee dei vinti. Restarono perciò i Genovesi in molto abbassamento in quelle parti, e fu distrutta in Accon la lor bellissima torre, e spogliati i lor magazzini. A queste nuove il buon papa Alessandro, considerando il grave pregiudizio che da ciò risultava agl'interessi della cristianità in Soria, rinforzò le sue premure per la pace. Intimò tosto una tregua; ottenne da' Veneziani la libertà de' prigioni, e finalmente stabilì fra questi popoli la concordia, con alcune condizioni nondimeno, che forse furono moleste ai Genovesi. Crescendo anche in Bologna[Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.]ogni dì più le discordie civili, che ordinariamente nascevano dalle pazze parzialità e fazioni guelfa e ghibellina, ovvero dall'incontentabil ambizione di soprastare nel comando agli altri, in quest'anno vennero alle mani in essa città i Geremii e i Lambertazzi, famiglie delle più potenti, cadauna delle quali tirava seco il seguito d'altre nobili casate, e ne succedette la morte di molti. Quel solo che potè ottenere con tutti i suoi sforzi il podestà, fu di mettere tregua fra le parti: il che per allora sopì, ma non estinse l'incendio, che continuò poi per anni parecchi.FINE DEL VOLUME IV.
Era già il fin qui principe di TarantoManfrediin pacifico possesso di tutto il regno di Sicilia di qua e di là dal Faro. Non mancavano a lui voglie di maggiore ingrandimento, nè consiglieri che la fomentassero e ne promovessero il compimento. Benchè intorno alle cose di lui non ci restino da qui innanzi, se non istorici guelfi, talvolta sospetti di troppo maliziare, e di alterar la verità secondo le loro passioni; pure non ci mancherà lume per discernere quello che sia più probabilmente da credere negli avvenimenti spettanti a lui. Pensò dunque Manfredi, e vi avea pensato anche molto prima, di assumere il titolo e la dignità di re di Sicilia. A questo fine fece egli sparger voce che Corradino suo nipote in Germania fosse mancato di vita. Niccolò da Jamsilla[Nicolaus de Jamsilla, Hist., tom. 8 Rer. Ital.]pare che ci voglia dare ad intendere che tal fama naturalmente e senza frode sorgesse e prendesse piede; ma non si fallerà giudicando che artificiosamente fosse disseminata, acciocchè, tenuto per estinto il legittimo erede della corona di Sicilia, si facesse apertura alla succession di Manfredi. E ciò poi sarebbe più chiaro del sole, qualora fosse fuor di dubbio quanto vien raccontatoda Ricordano[Ricordano Malaspina, Istor., cap. 147.], da Giovanni Villani[Giovanni Villani, et alii.]e da altri Guelfi: cioè che Manfredi mandò suoi ambasciatori in Suevia per avvelenar Corradino, e, credendo essi d'aver fatto il colpo, se ne tornarono in Sicilia vestiti di gramaglia, asserendo la di lui morte. Le credo io favole. Saba Malaspina[Sabas Malaspina, lib. 1.]altro non dice, se non che si fecero correre certe lettere finte, come scritte da baroni tedeschi, coll'avviso della morte di Corradino, fondate forse anche sopra qualche grave malattia di lui, che diedero da dubitar di sua vita. Bastò questo per indurre, come vuole il Jamsilla, i prelati e baroni del regno a fare istanza a Manfredi di prendere lo scettro del regno. Più verisimile è che dalle segrete insinuazioni dello stesso Manfredi fossero mossi a far questo passo. Comunque sia, nel dì 11 d'agosto nella cattedral di Palermo fu egli solennemente coronato re da tre arcivescovi col concorso e plauso d'innumerabili prelati, baroni e popolo. Ed abbondavano bene in lui, anche per confessione de' suoi avversarii, moltissime di quelle prerogative che rendono l'uomo degno di regnare. Giovane di bell'aspetto, faceva sua gloria la cortesia, l'affabilità e la clemenza, senza avere ereditata la crudeltà de' suoi maggiori. Singolar fu la sua prudenza e l'intendimento superiore di lunga mano all'età; grande il suo amore verso le lettere e i letterati, ed egli stesso ben istruito delle scienze e dell'arti più nobili; ma soprattutto risplendeva in lui la generosità e la gratitudine in premiare chiunque gli prestava servigio. E specialmente nel tempo della coronazione si diffusero le rugiade della sua liberalità e magnificenza con profusione di donativi al popolo, e di contadi, baronie ed altri uffizii, de' quali principalmente furono a parte i suoi zii materni marchesi Lancia, ed altri suoi parenti e molti Lombardi, dei quali, più che d'altri, si fidava. Ch'egli fosse principe di poca fede, di minorpietà, e dedito a' piaceri e alla lussuria, lo dicono gli scrittori pontificii. Certo è che la politica mondana e l'ambizione ebbero il primato nel suo cuore, e fu dai più riprovato l'aver egli occupato il regno dovuto al nipote. Credeva anch'egli non poco alla strologia. Scrive Matteo Paris[Matth. Paris, Hist. Angl. ad ann. 1256.], essersi nell'anno 1256 venuto a sapere che Manfredi, creduto fin allora bastardo, in una malattia della madre, figliuola del marchese Lancia di Lombardia, era stato legittimato dall'imperador Federigo II suo padre, coll'averla sposata. Queste erano ciance del volgo. Racconta ancora Saba Malaspina[Sabas Malaspina, Histor., lib. 1, cap. 5.], scrittore nimico di Manfredi, che non essendo per anche egli coronato, per parte del re Corradino vennero in Italia due ambasciatori con ordine di trattar col papa di accordo per succedere nel regno di Sicilia. Verso il castello della Molara furono presi, spogliati, e l'un di essi ucciso, l'altro ferito da Raule de' Sordi nobile romano. Autore di questa sceleraggine vien detto Manfredi da esso Malaspina, quasichè allora non si trovassero nel distretto romano e in altri luoghi di que' nobili assassini che andavano a caccia di chi avea cariche le valigie di oro; e non confessasse egli che questo nobile era un solennissimo scialacquatore e malvivente, capace perciò senza gli sproni altrui di così neri attentati. Per lo contrario, abbiamo da Matteo Spinelli[Matteo Spinelli, tom. 7 Rer. Ital.]che nel dì 20 di febbraio del 1256 (nel suo testo sono sconcertati tutti gli anni: forse è l'anno 1259) vennero a Barletta gli ambasciatori della reginaIsabella, madre del reCorradino, con quei del duca di Baviera suo fratello, a trovare il re Manfredi. Fecero conoscere che Corradino era vivente, e pretesero che si gastigasse chi avea detta la menzogna di sua morte. Manfredi con saggio e bel sermone rispose loro che il regno era già perduto, ed averlo egli, siccomeognun sapeva, conquistato coll'armi e con immense fatiche; nè essere di dovere nè di utilità che lo rinunziasse ad un fanciullo incapace di sostenerlo contra de' papi, implacabili nemici della casa di Suevia. Che per altro avrebbe tenuto il regno sua vita naturale durante, e poi vi sarebbe succeduto Corradino. Con queste belle parole, e con regali magnifici, anche pel duca di Baviera, rispedì gli ambasciatori. Da Palermo ripassato il re Manfredi in Puglia[Sabas Malaspina, lib. 2, cap. 1.], tenne corte bandita e un gran parlamento in Foggia, dove rallegrò i popoli concorsi da tutte le parti colla solennità di varii spettacoli e giuochi. Indi coll'esercito passò addosso alla città dell'Aquila, che fin qui avea pertinacemente tenute inalberate le bandiere della Chiesa. Danno non venne alle persone e robe degli abitanti, che furono poi costretti ad uscirne, e la città per pena fu data alle fiamme.
In questi tempi avendo il popolo romano trovato colle pruove Mannello dei Maggi[Matth. Paris, ad hunc annum.], senatore troppo parziale dei nobili, levatosi a rumore, andò colla forza a liberar dalle carceri Brancaleone già senatore, e il rimise nell'uffizio primiero. Allora egli cominciò ad esercitare spietatamente il rigore della giustizia contra de' potenti Romani che calpestavano il popolo, e fece infin presentare alle forche due della nobil casa degli Annibaldeschi. Fu coi suoi fautori scomunicato dal papa: del che non fecero eglino conto, pretendendo di avere un privilegio di non potere essere scomunicato. Tali minaccie poi si lasciarono uscir di bocca contra del pontefice e de' cardinali, che papa Alessandro colla corte, non veggendosi sicuro, si ritirò a Viterbo. Ciò dovette succedere nell'anno precedente, perchè si veggono lettere quivi allora date dal papa. Nel presente anno Brancaleone col popolo romano fu in procinto di portarsi coll'armi a distruggere Anagni, patria dello stesso pontefice. Per placarlo, bisognòche il papa con umili parole mandasse a pregarlo di desistere da così crudele disegno. Durò fatica Brancaleone a frenar il furor del popolo, e da lì innanzi tenne buona corrispondenza col re Manfredi, che gli promise ogni assistenza ed aiuto. Poscia, per abbassare la potenza della nobiltà romana, che colle case ridotte in forma di fortezze commetteva mille insolenze, fece diroccare da cento quaranta loro torri; e in questa maniera tornò la quiete e tranquillità in Roma. Ma non passò l'anno presente, che fu anche lo stesso Brancaleone atterrato dalla morte, e il suo capo, per memoria del suo valore, o, per dir meglio, della sua eccessiva giustizia e crudeltà, posto sopra una colonna entro di un vaso prezioso. Per consiglio di lui, fu eletto senatore Castellano di Andalò Bolognese suo zio dal popolo romano, senza voler dipendere dall'assenso del papa, che fece tutto il possibile per impedirlo. Prosperarono in quest'anno in Lombardia gli affari dell'empioEccelinoda Romano con somma afflizione di tutti i buoni. Guardavansi con occhio bieco in Brescia le due fazioni de' Guelfi e Ghibellini, benchè riconciliate poc'anzi. Eccelino[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Ital.]con segrete lettere soffiava nel fuoco. Tentarono i Ghibellini di cacciar la parte contraria nel dì 29 d'aprile, essendo con loro Griffo ossia Griffolino podestà della città. Si venne all'armi; si combattè tutta la notte; nel dì seguente restarono sconfitti gli amici di Eccelino, Griffo preso con altri, il resto colla fuga si salvò a Verona e Cremona. Già dicemmo uniti in lega Eccelino edObertoPelavicino marchese. Perchè i Bresciani erano venuti all'assedio di Torricella occupata dai lor fuorusciti, mosse il marchese l'esercito de' Cremonesi per dar soccorso agli assediati, e nello stesso tempo sollecitò Eccelino a muoversi dall'altro canto. Allora Eccelino con quante forze potè di Tedeschi, e delle milizie di Verona,Feltre, Vicenza e d'altri luoghi[Rolandinus, lib. 11, cap. 9.], marciò alla volta del Mincio, e, passatolo in fretta, andò ad unirsi coi Cremonesi. Intanto il legato pontificioFilippo arcivescovodi Ravenna, al primo movimento de' Cremonesi avendo chiamati in aiuto i Mantovani, che v'accorsero colla loro milizia, uscì in campagna coll'esercito bresciano e con tutti i suoi crocesignati, e andò a Corticella presso al fiume Oglio. Ma arrivata nel suo campo la nuova che Eccelino s'era accoppiato coi Cremonesi, ben conoscendo d'essere inferiore di forze, propose di ritirarsi a Gambara, e che s'aspettasse Azzo marchese d'Este, il quale a momenti dovea giugnere collo sforzo dei Ferraresi e dei suoi Stati. Parve a Biachino da Camino e ai principali Bresciani una viltà il retrocedere[Paris de Cereta, Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital.]. Da lì a poco eccoti si veggono da lungi sventolar le bandiere di Eccelino; All'armi, all'armi. Si diede la battaglia nel dì 28 d'agosto, secondo Rolandino, ma, secondo il Monaco Padovano[Monachus Patavinus, in Chron., tom. eod.]e Jacopo Malvezzi[Malvecius, Chron. Brixian., tom. 14 Rer. Italic.], nel dì 30. Atterriti sul principio, in breve sbaragliati rimasero i Bresciani, e preso il legato del papa conDamiano Cossadocavescovo eletto di Verona, Simone da Fogliano di Reggio podestà di Mantova, e molti altri nobili, e gran quantità di popolo. Nel dì seguenteCavalcante da Salavescovo, e gli altri cittadini rimasti in Brescia, tutti sbigottiti, credendo di far cosa grata ad Eccelino, liberarono Griffo e gli altri prigioni, ma scioccamente e in propria rovina, perciocchè costoro aprirono le porte della città ad Eccelino, il qual vittorioso col marchese Oberto e Buoso da Doara ne prese il possesso. Il vescovo, i preti e gran copia d'altri cittadini guelfi si sottrassero colla fuga a quel flagello del genere umano.Aveva Eccelino, per attestato di Parisio da Cereta, nel primo dì di febbraio dell'anno presente fatto morir ne' tormenti moltissimi Veronesi, tanto nobili che plebei. Non dimenticò già egli il suo barbarico costume, giunto che fu in Brescia. Ivi ancora le carceri e le mannaie si tennero in esercizio, e le chiese spogliate, e le torri dei principali nobili per ordine suo furono spianate. Doveva essere il dominio di Brescia la metà de' Cremonesi; e infatti sul principio fu divisa la città, e l'una parte d'essa assegnata al marchese Pelavicino e a Buoso da Doara. Ma Eccelino la volea tutta, e ne trovò a suo tempo la maniera. Intanto, a riserva della terra degli Orci, tutto il territorio di Brescia venne in poter del tiranno. Per questa disavventura di Brescia, città di tanto nerbo, fu un gran dire per tutta Italia, e n'ebbe un sommo cordoglio e terrore la parte della Chiesa. Ma i giudizii di Dio sono ben diversi da quelli degli uomini, e ce ne avvedremo all'anno susseguente.
Nel dì 4 d'aprile, dell'anno presente, coll'interposizione del suddetto Filippo legato del papa, s'erano accordati insieme i nobili e popolari di Milano con istabilire una concordia, che fu appellata la pace di Sant'Ambrosio[Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital., Gualvan. Flamma, in Manip. Flor., cap. 292.]. Il Corio[Corio, Istor. di Milano.], che ne vide lo strumento, rapporta distesamente tutte le condizioni d'essa. Ma, secondo il pessimo uso di tempi tali, durò questa ben poco. Nella festa di san Pietro di giugno, Martino dalla Torre capo del popolo cacciò di cittàLeone da Peregoarcivescovo colla fazione de' nobili, i quali si ridussero a Cantù, e poscia andarono in soccorso de' Rusconi, potenti cittadini di Como, i quali voleano abbattere la parte contraria de' Vitani. Ma, accorso in aiuto degli ultimi il suddetto Martino con un possente corpo di Milanesi, toccò ai Rusconi di sloggiare da Como, e i Vitani ne restarono padroni.Ebbe nondimeno un'altra cagion di sospirare nell'anno presente la città di Milano. Suddita de' Milanesi era da gran tempo la nobil terra di Crema[Chronicon Placentinum, tom. 16 Rer. Ital.]. Entrata anch'ivi la discordia fra i cittadini, i Benzoni, famiglia potente, chiamarono il marchese Oberto Pelavicino, il quale ben volentieri con cinquecento cavalli ne andò a prendere il possesso e dominio, con iscacciarne la contraria fazione. L'emulazione ancora che d'ordinario regnava fra quelle nazioni italiane, che si trovavano allora possenti in mare, e intente alla mercatura, era già passata in aperta guerra tra i Veneziani[Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]e Genovesi per accidente occorso in Accon. Il Continuatore di Caffaro[Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom 6 Rer. Italic.]descrive il principio e progresso della lite, per cui restarono aggravati i Veneziani. E quantunque s'interponesse coi suoi paterni uffizii papa Alessandro IV, e andassero innanzi e indietro lettere ed ambasciatori, pure non ne venne concordia, e continuò il mal animo dell'altra nazione. Fecero lega i Veneziani coi Pisani, Provenzali e Marsiliesi, e con gran flotta navigarono tutti in Oriente. Colà comparvero ancora con possente sforzo di galee e di navi i Genovesi. Nel dì 24 di giugno si affrontarono queste armate navali, e dopo un ostinato combattimentola vittoria si dichiarò in favore de' Veneziani e Pisani[Annales Pisani, tom. 6 Rer. Ital.], con prendere venticinque galee dei vinti. Restarono perciò i Genovesi in molto abbassamento in quelle parti, e fu distrutta in Accon la lor bellissima torre, e spogliati i lor magazzini. A queste nuove il buon papa Alessandro, considerando il grave pregiudizio che da ciò risultava agl'interessi della cristianità in Soria, rinforzò le sue premure per la pace. Intimò tosto una tregua; ottenne da' Veneziani la libertà de' prigioni, e finalmente stabilì fra questi popoli la concordia, con alcune condizioni nondimeno, che forse furono moleste ai Genovesi. Crescendo anche in Bologna[Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic.]ogni dì più le discordie civili, che ordinariamente nascevano dalle pazze parzialità e fazioni guelfa e ghibellina, ovvero dall'incontentabil ambizione di soprastare nel comando agli altri, in quest'anno vennero alle mani in essa città i Geremii e i Lambertazzi, famiglie delle più potenti, cadauna delle quali tirava seco il seguito d'altre nobili casate, e ne succedette la morte di molti. Quel solo che potè ottenere con tutti i suoi sforzi il podestà, fu di mettere tregua fra le parti: il che per allora sopì, ma non estinse l'incendio, che continuò poi per anni parecchi.
FINE DEL VOLUME IV.