MCCXLIIIAnno diCristoMCCXLIII. IndizioneI.InnocenzoIV papa 1.FederigoII imperadore 24.Abbiamo da Matteo Paris, autore per altro parzialissimo diFederigoimperadore[Mattheus Paris, Hist. Angl.], che esso Augusto fece di gravi istanze, premure e minaccie ai cardinali, perchè più non differissero l'elezione di un nuovo pontefice, perchè la lor discordia tornava in infamia d'esso Augusto, credendo i popoli che per suoi intrighi durasse cotanto la sede vacante. Risposero i cardinali che, se gli premeva tanto la pace e il bene della Chiesa, mettesse in libertà i cardinali e gli altri prelati che teneva in prigione. Liberò Federigo almeno i cardinali e i ministri pontificii, con riportarne promessa ch'essi efficacemente accudirebbono alla creazione d'un novello pontefice, e alla pace fra la Chiesa e l'imperio. Non veggendone egli poi alcun buon effetto, montato in collera, con poderoso esercito si portò verso Roma, e cominciò a dare il guasto ai beni dei cardinali e de' nobili romani. Nella qual congiuntura i Saraceni infedeli presero Albano, e vi commisero le maggiori enormità del mondo, spogliando le chiese, e riducendo tutti quegli abitanti all'ultimo esterminio. Allora i cardinali mandarono a pregar Federigo di desistere, promettendo di provvedere in breve la Chiesa di Dio d'un sacro pastore. Anche i Franzesimandarono ambasciatori apposta ai cardinali con forti istanze per la creazion d'un sommo pontefice. Tutto ciò da Matteo Paris, il cui racconto non oserei io sostenere per veridico a puntino. Riccardo da San Germano[Richardus de S. Germano, in Chron.], savio scrittore, la cui Cronica è da dolersi che finisca nel presente anno, altro non dice, se non che nel mese di maggio Federigo cavalcò ai danni de' Romani; e che poscia, alle preghiere de' cardinali, si ritirò dai contorni di Roma; ed aver egli nello stesso mese rimesso in libertà il cardinale vescovo di Palestrina, il quale andò ad unirsi cogli altri cardinali in Anagni. È considerabile che essi cardinali non in Roma, ma in Anagni, si raunarono per far l'elezione del papa: segno che in Roma non doveano godere la libertà necessaria. E certo l'imperadore non disturbò punto la lor unione in Anagni. Ora finalmente[Raynaldus, in Annal. Eccl.]nel dì 24 di giugno, festa di san Giovanni Batista, oppure nel dì 26, come ha il Continuatore di Caffaro[Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.]con altri, concorsero i loro voti nella persona diSinibaldo cardinaledi San Lorenzo in Lucina, di nazion Genovese, della nobil famiglia de' conti di Lavagna, ossia de' Fieschi, il quale assunse il nome d'Innocenzo IV. Scrivono[Ricordano Malaspina, cap. 132. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor.]che si fece dai baroni della corte dell'imperadore gran festa per tal elezione, sapendo che fra il loro signore e il nuovo eletto passava molta amicizia; ma che Federigo se ne rattristò, con dire ch'egli avea perduto un amico cardinale, ed acquistato un papa nemico. Narra Matteo Paris[Matth. Paris, Hist. Angl.]che esso imperadore mise delle guardie per terra e per mare, acciocchè non passassero nel regno le lettere colla nuova dell'esaltazione d'Innocenzo. Più fede è dovuta a Riccardo da San Germano Italiano, da cui sappiamo, che standoFederigo in Melfi, all'avviso del creato pontefice[Richardus de S. Germano, in Chron.],ubique per regnum laudes jussit Domino decantari, cioè dappertutto ne fece cantare ilTe Deum. Inoltre non tardò molto a spedire ad Anagni al papa l'arcivescovo di Palermo, Pietro dalle Vigne e mastro Taddeo da Sessa a congratularsi, e a trattarepro bono pacis. A quo benigne satis recepti sunt, et benignum ad principem retulerunt responsum. La lettera da lui scritta si legge negli Annali Ecclesiastici, e in essa nulla si parla dell'arcivescovo di Palermo. E da un'altra del papa si scorge che questi ambasciatori non furono già ammessi all'udienza del pontefice: del che fece dipoi querela esso Federigo. Nel mese d'agosto segretamente spedito un buon corpo di Romani a Viterbo, quella città ritornò all'ubbidienza del romano pontefice. Entro vi era la guarnigione imperiale sotto il comando del conte Simone di Chieti, il quale con tutti i suoi fu assediato nella fortezza. Benchè il papa avesse ricuperata una città che era sua, pure se l'ebbe a male Federigo, stante l'essere stata fatta cotal novità mentre durava la tregua e si trattava di pace. Il perchè, raunato un copioso esercito, nel mese di settembre personalmente si portò sotto Viterbo, e vi mise l'assedio, sforzandosi colle minaccie e colle macchine militari di vincere la costanza dei difensori. Chiaritosi che nulla v'era da sperare, e tanto più perchè gli furono bruciate le macchine, si contentò di riaver libero il conte Simone co' suoi, e ritirossi in Toscana a Grosseto. Matteo Paris scrive che il conte Simone colla sua brigata fu condotto prigione a Roma. Più è da credere in ciò a Riccardo da San Germano, che a lui. Sul fine d'ottobre papa Innocenzo da Anagni si trasferì a Roma, ricevuto con distinti onori dal senato e popolo romano. Era capitato alla corte dell'imperadoreRaimondo contedi Tolosa. S'interpose anche egli per rimettere la buona armonia; e a questo fine andò a Roma nel mese diottobre a trovare il papa,tractans inter ipsum et imperatorem bonum pacis: colle quali parole Riccardo da San Germano termina la Cronica sua.Che il novello pontefice onoratamente desiderasse la concordia e la pace, si raccoglie dalla spedizione da lui fatta a Federigo (anche prima ch'egli inviasse a Roma i suoi ambasciatori, se è vero ciò che narra Pietro da Curbio[Petrus de Curbio, in Vita Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Italic.]) di tre nunzii apostolici, cioè diPietrodaCollemezzoarcivescovo di Roano, diGuglielmogià vescovo di Modena, celebre per le sue missioni in Livonia e in altri settentrionali paesi, e dell'abbate di San Facondo, spedito in Italia daFerdinando redi Castiglia per lavorare all'unione della Chiesa e dell'imperio: i quai tre suggetti furono nell'anno appresso promossi al cardinalato da papa Innocenzo. Pietro da Curbio stranamente cambia i nomi di questi nunzii. Conteneva l'istruzione loro data, che il pontefice sospirava la pace; che Federigo rimettesse in libertà il restante de' prelati e laici fatti prigioni nelle galee; che pensasse alla maniera di soddisfare intorno ai punti per li quali era stato scomunicato; che anche la Chiesa, se mai qualche ingiuria avesse a lui fatta, era pronta a ripararla, esibendosi di rimettere l'esame di tutto in principi secolari ed ecclesiastici; e finalmente che voleva inclusi nella pace tutti gli aderenti alla Chiesa romana. Ciò che precisamente rispondesse Federigo, non è ben chiaro; se non che da una lettera del papa apparisce ch'egli mise in campo varie querele e doglianze contra del papa, le quali si leggono negli Annali Ecclesiastici, e a tutte saviamente rispose papa Innocenzo. In somma andarono in fascio tutte le speranze della pace, e si tornò a fare preparamenti di guerra. Di grandi vessazioni ebbe in Roma il pontefice Innocenzo dai mercatanti romani, che aveano prestate al defunto papa Gregorio IX sessanta milamarche d'argento, e voleano essere soddisfatti. Continuava intanto la guerra nella marca di Trivigi, ossia di Verona[Paris de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.]. Ricciardo conte di San Bonifazio coi Mantovani conquistò Gazo, Villapitta e San Michele, castella de' Veronesi. MaEccelinoco' Padovani, Vicentini e Veronesi venne all'assedio del castello di San Bonifazio, spettante ad esso conte[Roland., lib. 5, cap. 11.]. Vi era dentro il di lui figliuolo Leonisio fanciullo, nipote dello stesso Eccelino. S'interposero persone religiose ed amici comuni per l'accordo, e fu conchiuso di rilasciar quel castello ad Eccelino, e che Leonisio con tutti i suoi se ne uscisse libero: il che fu eseguito. Fece Eccelino di molte carezze e regali al giovinetto, che era suo nipote, e lasciollo ire con sicurezza dove gli piacque. Sotto mendicati pretesti in quest'anno esso Eccelino nel dì 4 di giugno nella pubblica piazza di Padova fece decapitare Bonifazio conte di Panego, nobile veronese di gran riguardo: il che fu di gran dolore e terrore al popolo padovano, persuaso che il tiranno avesse levato di vita un innocente. Parimente in Verona per ordine suo[Monach. Patavinus, in Chron.]furono atterrate le case e torri di varii nobili, che egli chiamava traditori; ed alcuni ne fece anche morir ne' tormenti, prendendo con ciò maggior baldanza contra de' nobili e plebei. Perchè i Bolognesi non osservarono i patti giurati nel precedente anno col non rilasciare i prigioni di Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], anche i Parmigiani ritennero i prigioni bolognesi, e li serrarono in uno steccato di legno fatto presso le mura della città, con farli stare a cielo sereno. Entrò in quest'anno ostilmente nel territorio di Milano[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital. Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor.]Arrigo, ossiaEnzo redi Sardegna, figliuolo naturale di Federigo imperadore, per impedire che il comune diMilano non fabbricasse la Motta di Marignano, che era un'alzata di terra fatta a mano per fabbricarvi sopra un castello. Accampossi in Sairano. Allora con tutte le forze loro vennero i Milanesi, e il costrinsero a ritirarsi con poco gusto e molta vergogna. In lor soccorso avea spedito il popolo di Piacenza secento cavalieri, che stettero a Lodi vecchio. Per questa ragione Enzo coi Pavesi, passato il Po sopra un ponte fabbricato ad Arena, calò addosso al Piacentino, e vi bruciò molti luoghi. Fiera carestia afflisse in quest'anno la Lombardia, di modo che i poveri si ridussero a mangiar erbe. Innocenzo IV circa questi tempi concedette a Piacenza il privilegio dello Studio generale. Crebbe ancora in questo anno il partito della Chiesa, perchè la città di Vercelli[Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.]per maneggio diBonifazio marchesedi Monferrato, staccatasi da Federigo, entrò nella lega di Lombardia. L'esempio suo servì ad indurre il comune di Novara a fare altrettanto. Con grosso esercito andarono intanto i Genovesi a mettere l'assedio alla tuttavia ribelle città di Savona, e cominciarono a tormentarla coi mangani e trabucchi. Si raccomandarono con calde lettere i Savonesi al re Enzo, e spedirono anche all'imperador Federigo, che si trovava allora nelle parti di Pisa, implorando soccorso. Mise Enzo insieme un'armata di Pavesi, Alessandrini, Tortonesi ed altri popoli, e marciò fino alla città di Acqui; ma inteso che i Genovesi non solamente non moveano piede, ma ogni dì più rinforzavano il loro esercito, non passò oltre, e licenziò l'armamento, contuttochè avesse ordine da Federigo di fare ogni sforzo per soccorrere Savona. Anche i Pisani, ad istanza d'esso imperadore, uscirono in mare con ottanta galee, vantandosi voler fare di molte prodezze. A questo avviso i Genovesi, lasciato l'assedio di Savona, se ne tornarono alla lor città, per quivi preparare un potente stuolo di galee da opporre aglisforzi nemici. Fecero i Pisani bella mostra da lungi delle lor forze; ma, al primo comparir della flotta genovese, voltarono le prore, contenti d'aver salvata Savona.
Abbiamo da Matteo Paris, autore per altro parzialissimo diFederigoimperadore[Mattheus Paris, Hist. Angl.], che esso Augusto fece di gravi istanze, premure e minaccie ai cardinali, perchè più non differissero l'elezione di un nuovo pontefice, perchè la lor discordia tornava in infamia d'esso Augusto, credendo i popoli che per suoi intrighi durasse cotanto la sede vacante. Risposero i cardinali che, se gli premeva tanto la pace e il bene della Chiesa, mettesse in libertà i cardinali e gli altri prelati che teneva in prigione. Liberò Federigo almeno i cardinali e i ministri pontificii, con riportarne promessa ch'essi efficacemente accudirebbono alla creazione d'un novello pontefice, e alla pace fra la Chiesa e l'imperio. Non veggendone egli poi alcun buon effetto, montato in collera, con poderoso esercito si portò verso Roma, e cominciò a dare il guasto ai beni dei cardinali e de' nobili romani. Nella qual congiuntura i Saraceni infedeli presero Albano, e vi commisero le maggiori enormità del mondo, spogliando le chiese, e riducendo tutti quegli abitanti all'ultimo esterminio. Allora i cardinali mandarono a pregar Federigo di desistere, promettendo di provvedere in breve la Chiesa di Dio d'un sacro pastore. Anche i Franzesimandarono ambasciatori apposta ai cardinali con forti istanze per la creazion d'un sommo pontefice. Tutto ciò da Matteo Paris, il cui racconto non oserei io sostenere per veridico a puntino. Riccardo da San Germano[Richardus de S. Germano, in Chron.], savio scrittore, la cui Cronica è da dolersi che finisca nel presente anno, altro non dice, se non che nel mese di maggio Federigo cavalcò ai danni de' Romani; e che poscia, alle preghiere de' cardinali, si ritirò dai contorni di Roma; ed aver egli nello stesso mese rimesso in libertà il cardinale vescovo di Palestrina, il quale andò ad unirsi cogli altri cardinali in Anagni. È considerabile che essi cardinali non in Roma, ma in Anagni, si raunarono per far l'elezione del papa: segno che in Roma non doveano godere la libertà necessaria. E certo l'imperadore non disturbò punto la lor unione in Anagni. Ora finalmente[Raynaldus, in Annal. Eccl.]nel dì 24 di giugno, festa di san Giovanni Batista, oppure nel dì 26, come ha il Continuatore di Caffaro[Caffari, Annal. Genuens., lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.]con altri, concorsero i loro voti nella persona diSinibaldo cardinaledi San Lorenzo in Lucina, di nazion Genovese, della nobil famiglia de' conti di Lavagna, ossia de' Fieschi, il quale assunse il nome d'Innocenzo IV. Scrivono[Ricordano Malaspina, cap. 132. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor.]che si fece dai baroni della corte dell'imperadore gran festa per tal elezione, sapendo che fra il loro signore e il nuovo eletto passava molta amicizia; ma che Federigo se ne rattristò, con dire ch'egli avea perduto un amico cardinale, ed acquistato un papa nemico. Narra Matteo Paris[Matth. Paris, Hist. Angl.]che esso imperadore mise delle guardie per terra e per mare, acciocchè non passassero nel regno le lettere colla nuova dell'esaltazione d'Innocenzo. Più fede è dovuta a Riccardo da San Germano Italiano, da cui sappiamo, che standoFederigo in Melfi, all'avviso del creato pontefice[Richardus de S. Germano, in Chron.],ubique per regnum laudes jussit Domino decantari, cioè dappertutto ne fece cantare ilTe Deum. Inoltre non tardò molto a spedire ad Anagni al papa l'arcivescovo di Palermo, Pietro dalle Vigne e mastro Taddeo da Sessa a congratularsi, e a trattarepro bono pacis. A quo benigne satis recepti sunt, et benignum ad principem retulerunt responsum. La lettera da lui scritta si legge negli Annali Ecclesiastici, e in essa nulla si parla dell'arcivescovo di Palermo. E da un'altra del papa si scorge che questi ambasciatori non furono già ammessi all'udienza del pontefice: del che fece dipoi querela esso Federigo. Nel mese d'agosto segretamente spedito un buon corpo di Romani a Viterbo, quella città ritornò all'ubbidienza del romano pontefice. Entro vi era la guarnigione imperiale sotto il comando del conte Simone di Chieti, il quale con tutti i suoi fu assediato nella fortezza. Benchè il papa avesse ricuperata una città che era sua, pure se l'ebbe a male Federigo, stante l'essere stata fatta cotal novità mentre durava la tregua e si trattava di pace. Il perchè, raunato un copioso esercito, nel mese di settembre personalmente si portò sotto Viterbo, e vi mise l'assedio, sforzandosi colle minaccie e colle macchine militari di vincere la costanza dei difensori. Chiaritosi che nulla v'era da sperare, e tanto più perchè gli furono bruciate le macchine, si contentò di riaver libero il conte Simone co' suoi, e ritirossi in Toscana a Grosseto. Matteo Paris scrive che il conte Simone colla sua brigata fu condotto prigione a Roma. Più è da credere in ciò a Riccardo da San Germano, che a lui. Sul fine d'ottobre papa Innocenzo da Anagni si trasferì a Roma, ricevuto con distinti onori dal senato e popolo romano. Era capitato alla corte dell'imperadoreRaimondo contedi Tolosa. S'interpose anche egli per rimettere la buona armonia; e a questo fine andò a Roma nel mese diottobre a trovare il papa,tractans inter ipsum et imperatorem bonum pacis: colle quali parole Riccardo da San Germano termina la Cronica sua.
Che il novello pontefice onoratamente desiderasse la concordia e la pace, si raccoglie dalla spedizione da lui fatta a Federigo (anche prima ch'egli inviasse a Roma i suoi ambasciatori, se è vero ciò che narra Pietro da Curbio[Petrus de Curbio, in Vita Innocentii IV, P. I, tom. 3 Rer. Italic.]) di tre nunzii apostolici, cioè diPietrodaCollemezzoarcivescovo di Roano, diGuglielmogià vescovo di Modena, celebre per le sue missioni in Livonia e in altri settentrionali paesi, e dell'abbate di San Facondo, spedito in Italia daFerdinando redi Castiglia per lavorare all'unione della Chiesa e dell'imperio: i quai tre suggetti furono nell'anno appresso promossi al cardinalato da papa Innocenzo. Pietro da Curbio stranamente cambia i nomi di questi nunzii. Conteneva l'istruzione loro data, che il pontefice sospirava la pace; che Federigo rimettesse in libertà il restante de' prelati e laici fatti prigioni nelle galee; che pensasse alla maniera di soddisfare intorno ai punti per li quali era stato scomunicato; che anche la Chiesa, se mai qualche ingiuria avesse a lui fatta, era pronta a ripararla, esibendosi di rimettere l'esame di tutto in principi secolari ed ecclesiastici; e finalmente che voleva inclusi nella pace tutti gli aderenti alla Chiesa romana. Ciò che precisamente rispondesse Federigo, non è ben chiaro; se non che da una lettera del papa apparisce ch'egli mise in campo varie querele e doglianze contra del papa, le quali si leggono negli Annali Ecclesiastici, e a tutte saviamente rispose papa Innocenzo. In somma andarono in fascio tutte le speranze della pace, e si tornò a fare preparamenti di guerra. Di grandi vessazioni ebbe in Roma il pontefice Innocenzo dai mercatanti romani, che aveano prestate al defunto papa Gregorio IX sessanta milamarche d'argento, e voleano essere soddisfatti. Continuava intanto la guerra nella marca di Trivigi, ossia di Verona[Paris de Cereta, Chron. Veron., tom. 8 Rer. Ital.]. Ricciardo conte di San Bonifazio coi Mantovani conquistò Gazo, Villapitta e San Michele, castella de' Veronesi. MaEccelinoco' Padovani, Vicentini e Veronesi venne all'assedio del castello di San Bonifazio, spettante ad esso conte[Roland., lib. 5, cap. 11.]. Vi era dentro il di lui figliuolo Leonisio fanciullo, nipote dello stesso Eccelino. S'interposero persone religiose ed amici comuni per l'accordo, e fu conchiuso di rilasciar quel castello ad Eccelino, e che Leonisio con tutti i suoi se ne uscisse libero: il che fu eseguito. Fece Eccelino di molte carezze e regali al giovinetto, che era suo nipote, e lasciollo ire con sicurezza dove gli piacque. Sotto mendicati pretesti in quest'anno esso Eccelino nel dì 4 di giugno nella pubblica piazza di Padova fece decapitare Bonifazio conte di Panego, nobile veronese di gran riguardo: il che fu di gran dolore e terrore al popolo padovano, persuaso che il tiranno avesse levato di vita un innocente. Parimente in Verona per ordine suo[Monach. Patavinus, in Chron.]furono atterrate le case e torri di varii nobili, che egli chiamava traditori; ed alcuni ne fece anche morir ne' tormenti, prendendo con ciò maggior baldanza contra de' nobili e plebei. Perchè i Bolognesi non osservarono i patti giurati nel precedente anno col non rilasciare i prigioni di Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], anche i Parmigiani ritennero i prigioni bolognesi, e li serrarono in uno steccato di legno fatto presso le mura della città, con farli stare a cielo sereno. Entrò in quest'anno ostilmente nel territorio di Milano[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital. Annales Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Gualvaneus Flamma, in Manip. Flor.]Arrigo, ossiaEnzo redi Sardegna, figliuolo naturale di Federigo imperadore, per impedire che il comune diMilano non fabbricasse la Motta di Marignano, che era un'alzata di terra fatta a mano per fabbricarvi sopra un castello. Accampossi in Sairano. Allora con tutte le forze loro vennero i Milanesi, e il costrinsero a ritirarsi con poco gusto e molta vergogna. In lor soccorso avea spedito il popolo di Piacenza secento cavalieri, che stettero a Lodi vecchio. Per questa ragione Enzo coi Pavesi, passato il Po sopra un ponte fabbricato ad Arena, calò addosso al Piacentino, e vi bruciò molti luoghi. Fiera carestia afflisse in quest'anno la Lombardia, di modo che i poveri si ridussero a mangiar erbe. Innocenzo IV circa questi tempi concedette a Piacenza il privilegio dello Studio generale. Crebbe ancora in questo anno il partito della Chiesa, perchè la città di Vercelli[Caffari, Annal. Genuens., tom. 6 Rer. Ital.]per maneggio diBonifazio marchesedi Monferrato, staccatasi da Federigo, entrò nella lega di Lombardia. L'esempio suo servì ad indurre il comune di Novara a fare altrettanto. Con grosso esercito andarono intanto i Genovesi a mettere l'assedio alla tuttavia ribelle città di Savona, e cominciarono a tormentarla coi mangani e trabucchi. Si raccomandarono con calde lettere i Savonesi al re Enzo, e spedirono anche all'imperador Federigo, che si trovava allora nelle parti di Pisa, implorando soccorso. Mise Enzo insieme un'armata di Pavesi, Alessandrini, Tortonesi ed altri popoli, e marciò fino alla città di Acqui; ma inteso che i Genovesi non solamente non moveano piede, ma ogni dì più rinforzavano il loro esercito, non passò oltre, e licenziò l'armamento, contuttochè avesse ordine da Federigo di fare ogni sforzo per soccorrere Savona. Anche i Pisani, ad istanza d'esso imperadore, uscirono in mare con ottanta galee, vantandosi voler fare di molte prodezze. A questo avviso i Genovesi, lasciato l'assedio di Savona, se ne tornarono alla lor città, per quivi preparare un potente stuolo di galee da opporre aglisforzi nemici. Fecero i Pisani bella mostra da lungi delle lor forze; ma, al primo comparir della flotta genovese, voltarono le prore, contenti d'aver salvata Savona.