MCCXXI

MCCXXIAnno diCristoMCCXXI. IndizioneIX.OnorioIII papa 6.FederigoII imperadore 2.Un gran passaggio di cristiani si fece nella primavera di quest'anno alla volta della conquistata Damiata. Per attestato di Jacopo da Vitry[Jacobus de Vitriaco, Hist. Orient.], cardinale e vescovo di Accon, ossia di Acri, vi arrivarono fra gli altriArrigo da Settalaarcivescovo di Milano, e i vescovi di Faenza (come ha Bernardo il Tesoriere[Bernardus Thesaurar., cap. 204, tom. 7 Rer. Italic.], e non già di Genova, come il Vitry), di Reggio e di Brescia. Vi giunsero ancora i legati dell'imperador Federigo, portando nuove ch'egli in persona verrebbe.Aderat et Italiae militia copiosa. Noi sappiamo dall'annalistaRinaldi[Raynald., in Annal. Eccl.], che papaOnorio IIIcominciò a far di gravi doglianze contra dell'imperador Federigo, perchè non avesse adempiuta la promessa di mandar un gagliardo soccorso ai cristiani guerreggianti in Egitto. Ma certa cosa è ch'egli con buon animo fin qui soddisfece all'impegno preso col papa; perciocchè spedì colà una flotta di quaranta galee ben armate[Richard. de S. Germ. Bernard. Thesaurar., cap. 204. Caffari, Annal. Genuens., lib. 5, tom. 7 Rer. Ital.], sotto il comando diArrigo contedi Malta, il più bravo e sperimentato capitano di mare che allora ci fosse, accompagnato da Gualtieri di Palear suo gran cancelliere. Non so io dire se in questo stuolo sieno comprese otto galee condotte dal conte Matteo di Puglia, che Jacopo da Vitry e Bernardo Tesoriere scrivono esser giunte di luglio a Damiata, dopo aver preso in viaggio due navi corsare de' Saraceni. Sembra ancora ch'egli somministrasse legni pel trasporto del duca di Baviera, che, affrettato da esso Augusto, con gran copia di nobiltà e di soldatesche della Germania approdò a Damiata. Era già insorta discordia, specialmente per la signoria di Damiata, soffiando l'interesse e l'ambizione nel cuor di molti, più che l'amor della religione, fraGiovanni redi Gerusalemme ePelagioPortoghese, cardinale, vescovo d'Albano e legato pontificio, uomo testardo, a cui viene da alcuni attribuita la rovina degli affari della cristianità in Oriente. Prese il re alcuni pretesti, e si ritirò ad Accon; e intanto il legato scomunicò i di lui aderenti. Trovandosi poi questo legato con una sì fiorita armata, che Godifredo monaco[Godefridus Monachus, Annal.]fa ascendere a quasi dugento mila persone, ma che di gran lunga minore vien asserita da altri, non volendo stare in ozio, propose di far qualche grande impresa. Trovò che le milizie non si volevano muovere senza avere alla testa un generale di sperienza, cioè il suddettore Giovanni, parendo loro che un cherico, benchè d'altissima dignità, non fosse atto a maneggiar il baston del comando. Perciò il legato fu costretto a pregare il re che tornasse, promettendo di pagargli cento mila bisanti che gli dovea. Venuto il re, e tenutosi consiglio di guerra, fu egli di parere che si avesse da andare a dirittura a rifabbricar Gerusalemme, e a riacquistar quel regno: cosa allora facile, e che avrebbe potuto agevolar dipoi altre conquiste in Egitto[Alberic. Monachus, in Chron.]. Il legato, che si credea miglior mastro di guerra, volle nel mese di luglio che si marciasse alla volta del Cairo, città capitale dell'Egitto. Il sultano non lasciò in questi tempi di far nuove proposizioni di pace, se gli si restituiva Damiata, con offerire la restituzion de' prigioni e del regno di Gerusalemme, a riserva della fortezza del Krach, e di pagar le spese per la riparazion delle smantellate città, e una tregua di trenta anni. Tutta l'armata cristiana acconsentiva; il solo legato Pelagio ruppe il trattato, e volle guerra. Gotifredo monaco e Bernardo Tesoriere ci assicurano di questo fatto. Finiamola con dire, che, inoltratasi l'armata de' crociati, il sultano le tagliò la strada per cui da Damiata aveano da venir le vettovaglie, ed aprì varie bocche del Nilo, che maggiormente ristrinsero i Cristiani, di maniera che affamati, e senza modo di uscire di quel labirinto, necessitati furono a chieder pace al Saraceno. Per ottenerla convenne cedere Damiata colla vicendevol restituzion de' prigioni. Tale esito ebbe l'ostinazion del legato: dopo di che di male in peggio andarono da lì innanzi gli affari di Terra santa. A nulla servì in tal occasione la flotta spedita a Damiata dall'imperador Federigo, ossia perchè, siccome ha il Continuator di Caffaro, non sapendo l'esercito cristiano l'arrivo di essa, non se ne prevalse; oppure perchè i Saraceni le impedirono il poter continuare il viaggio pel Nilo. Quel che è certo (e l'abbiamo da Riccardo da San Germano),il gran cancelliereGualtieri vescovodi Catania, edArrigo contedi Malta, condottieri della medesima, per giusto timore d'essere gastigati dall'Augusto Federigo, l'uno, cioè Gualtieri, se ne fuggì a Venezia, dove poi terminò i suoi giorni; e l'altro, cioè Arrigo, tornato in Sicilia, e preso, restò spogliato della sua contea di Malta. Ma il suddetto Continuatore degli Annali di Genova scrive che egli perdè Malta solamente nell'anno 1223, per sospetti d'intelligenza coi Saraceni di Sicilia ribelli. Oltre di che, il troveremo all'anno 1227 di nuovo in grazia di Federigo.Attese in quest'anno esso imperadore a vendicarsi di chi in Puglia avea prese l'armi contra di lui, o veniva da lui creduto indebito possessor de' suoi Stati. Levò Sora ed altri luoghi aRiccardofratello d'Innocenzo III, con pretendere che esso Innocenzo nel tempo della di lui fanciullezza avesse abusato della sua autorità in danno di lui. Non meritava papa Innocenzo un trattamento sì fatto ne' suoi parenti, dopo aver tanto operato per sostener Federigo fanciullo in Sicilia, e per fargli ottenere il regno di Germania: il che fu un sicuro gradino alla corona dell'imperio. Obbligò Federigo parimenteStefano cardinaledi Santo Adriano a rilasciar la rocca d'Arce. Spogliò delle lor terreTommaso contedi Celano e il conte di Molise. Ricuperò Boiano, e, ad istanza de' Tedeschi, rimise in libertà ilconte Diopoldo, ma con torgli Alife, Caiazzo ed Acerra. Di quest'ultima città investì Tommaso conte d'Aquino, con dichiararlo ancora gran giustiziere della Puglia. Scrivono inoltre alcuni che fece morir qualche vescovo stato in addietro ribello. Certamente con varie pene li maltrattò. Ora tanti baroni abbassati tutti si riducevano a Roma, con far ivi di gravi doglianze al papa contra di Federigo, il quale all'incontro si lamentava del pontefice[Abbas Urspergens., in Chron.], perchè faceva buon accoglimento a chiunque era in disgraziasua. Il papa infatti cominciò, o pur seguitò maggiormente ad alterarsi contra di lui; ed imputando a lui tutte le disgrazie succedute in Oriente, uscì in questo medesimo anno in minaccie di scomunica, se egli non dava compimento al voto di Terra santa. Dopo aver disposte le cose di Puglia, passò poi Federigo in Sicilia, e tenuto in Messina un general parlamento del regno, pubblicò ivi alcuni regolamenti pel buon governo d'esso. Per far pruova i Genovesi di che metallo fossero le belle promesse lor fatte nell'anno precedente[Caffari, Annal. Genuens., lib. 5.], spedirongli nel presente per loro ambasciatori Oberto da Volta, Sorlaone Pevere e Uberto da Novara. La ricompensa de' tanti servigii a lui prestati, fu, ch'egli tolse loro e al conte alemanno lor vassallo il possesso e il governo di Siracusa; li spogliò del palazzo di Margaritone, già grande ammiraglio, donato ai medesimi tanti anni prima; e gli obbligò a pagare, al par degli altri, tutti i diritti delle dogane per l'introduzione ed estrazione di merci; dimodochè se ne tornarono a Genova, non so se bestemmiando, certo non benedicendo la generosità di questo imperadore. E di questo passo camminava Federigo, chiudendo gli occhi e le orecchie a tutto, purchè ben assodasse la sua potenza in Sicilia, ed impinguasse l'erario suo. Ch'egli in quest'anno venisse a Genova, lo scrisse bensì il Sigonio[Sigon., de Regno Ital., lib. 17.], ma non colla sua solita accuratezza. Il Continuator di Caffaro parla della di lui venuta a Genova nell'anno 1212, e non già d'un'altra nell'anno presente, in cui egli non si mosse dal regno. Erasi ribellata la città di Ventimiglia ai Genovesi negli anni addietro. Con potente oste procederono essi in questo anno contra di quel popolo, il quale venne bensì all'ubbidienza, ma nel dì seguente si rivoltò. Fecero i Genovesi delle mirabili fortificazioni intorno a quella città; e, lasciatala da ogni intorno bloccata,ridussero a casa l'esercito. L'anno fu questo, in cui, secondo Galvano dalla Fiamma[Gualvan. Flam., Manipul. Flor., cap. 254.], cominciò la discordia a spargere il suo veleno fra i nobili e popolari della città di Milano. Nascevano tutte queste civili divisioni nelle città libere d'Italia dall'ambizione, ossia dal soverchio desiderio degli onori. Aveano i popolari la lor parte nel governo, nè sapeano sofferire che i nobili ambissero i migliori uffizii, le ambascerie ed altri posti o più onorevoli o più lucrosi. Quindi le doglianze, e infine si dava di piglio all'armi. Non potendo resistere i nobili alla possanza degli avversarii, convenne loro uscir della città colle lor famiglie. Ma non già ne usci l'arcivescovoArrigo da Settala, come scrive il suddetto Fiamma, perchè noi l'abbiam veduto in questi tempi crocesignato in Damiata.Per lo contrario ilcardinale Ugolinovescovo di Ostia, glorioso per aver procurata pace dovunque arrivava, nel mese di settembre dell'anno presente compose le differenze che passavano fra il popolo e la nobiltà fuoruscita di Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.], con fare rimettere in libertà i prigioni popolari: con che i nobili se ne ritornarono in città. Belle erano sì fatte concordie; ma che? se con gran difficoltà si stringevano, con facilità mirabile si discioglievano. Aveva il cardinale posto in Piacenza per podestà generale della città Ottone da Mandello Milanese. Dovette parere al popolo ch'egli avesse della parzialità per li nobili; e però nel mese d'ottobre elesse per suo podestà Guglielmo dell'Andito, che è oggidì la famiglia dei marchesi Landi. Nel seguente novembre il suddetto Ottone da Mandello in tempo di mezza notte coi nobili andò alla casa di Guglielmo Landi per farlo prigione. Trasse a questo rumore il popolo, ed, attaccata battaglia, fece prigione Ottone da Mandello con tutta la sua famiglia. Furono presi anche cento nobili, ma poscia rilasciati. Anche in Ferraraavvennero delle novità[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.].Azzo VIImarchese d'Este e di Ancona, chiamato ancheAzzolinoedAzzo Novello, giovinetto spiritoso e insieme prudente, dopo la morte del marcheseAldrovandinosuo fratello, abitava spesse volte in Ferrara, siccome capo della fazion guelfa, e possessor quivi di gran copia di beni e di vassalli, uno de' quali era lo stessoSalinguerra, capo de' Ghibellini. Duro pareva agli aderenti del marchese che Salinguerra co' suoi godesse i migliori uffizii della repubblica. Però nel mese d'agosto, prese l'armi, assalirono la parte di Salinguerra, e dopo aspro combattimento la forzarono ad abbandonar la città; e in tal occasione fu dato alle fiamme il palazzo del medesimo Salinguerra. Si dovettero interporre saggi mediatori di pace, perchè da lì a pochi giorni i fuorusciti ritornarono alle lor case. Secondo le Croniche di Bologna[Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], nell'anno presente a dì 23 di luglio in luogo detto il Corneglio seguì un fatto d'armi fra i Bolognesi ed Imolesi. Ai men possenti, cioè agli ultimi, toccò la rotta, e circa mille e cinquecento d'essi rimasero prigionieri. Ma nulla di questo ha il Sigonio, scrittore informatissimo delle cose di Bologna. Scrive egli bensì[Sigonius, de Regno Ital., lib. 17.]che gl'Imolesi irritati contra del castello d'Imola lo distrussero, e tutti quegli abitatori accolsero nella città, come lor veri cittadini. Venne in quest'anno a morte nella città di Bologna[Bolland., Act. Sanct. ad diem 4 augusti.]il glorioso servo di Diosan Domenico, institutore dell'ordine dei predicatori, e al corpo suo fu data sepoltura nella chiesa dei suoi religiosi già piantati in quella città. Abbiamo da Girolamo Rossi[Rubeus, Histor. Ravenn., ad hunc ann.]che Ugolino di Giuliano conte della Romagna, mentr'era podestà di Ravenna, tagliato fu a pezzi, senza dire da chi. In suo luogo Federigo Augusto creò conte di quella provincia Goffredoconte di Biandrate, con dargli il godimento di tutte le gabelle e de' porti spettanti all'impero, mercè d'un diploma spedito in Messina nel giugno di questo anno. Abbiamo di qui che Federigo, al pari dei suoi predecessori, seguitava a signoreggiar nella Romagna; nè apparisce che il papa ne facesse doglianza. Diede ancora esso imperadore l'investitura degli Stati aviti adAzzo VIImarchese d'Este[Antichità Estensi, P. I, cap. 42.], con diploma spedito in Brindisi nel marzo del corrente anno.

Un gran passaggio di cristiani si fece nella primavera di quest'anno alla volta della conquistata Damiata. Per attestato di Jacopo da Vitry[Jacobus de Vitriaco, Hist. Orient.], cardinale e vescovo di Accon, ossia di Acri, vi arrivarono fra gli altriArrigo da Settalaarcivescovo di Milano, e i vescovi di Faenza (come ha Bernardo il Tesoriere[Bernardus Thesaurar., cap. 204, tom. 7 Rer. Italic.], e non già di Genova, come il Vitry), di Reggio e di Brescia. Vi giunsero ancora i legati dell'imperador Federigo, portando nuove ch'egli in persona verrebbe.Aderat et Italiae militia copiosa. Noi sappiamo dall'annalistaRinaldi[Raynald., in Annal. Eccl.], che papaOnorio IIIcominciò a far di gravi doglianze contra dell'imperador Federigo, perchè non avesse adempiuta la promessa di mandar un gagliardo soccorso ai cristiani guerreggianti in Egitto. Ma certa cosa è ch'egli con buon animo fin qui soddisfece all'impegno preso col papa; perciocchè spedì colà una flotta di quaranta galee ben armate[Richard. de S. Germ. Bernard. Thesaurar., cap. 204. Caffari, Annal. Genuens., lib. 5, tom. 7 Rer. Ital.], sotto il comando diArrigo contedi Malta, il più bravo e sperimentato capitano di mare che allora ci fosse, accompagnato da Gualtieri di Palear suo gran cancelliere. Non so io dire se in questo stuolo sieno comprese otto galee condotte dal conte Matteo di Puglia, che Jacopo da Vitry e Bernardo Tesoriere scrivono esser giunte di luglio a Damiata, dopo aver preso in viaggio due navi corsare de' Saraceni. Sembra ancora ch'egli somministrasse legni pel trasporto del duca di Baviera, che, affrettato da esso Augusto, con gran copia di nobiltà e di soldatesche della Germania approdò a Damiata. Era già insorta discordia, specialmente per la signoria di Damiata, soffiando l'interesse e l'ambizione nel cuor di molti, più che l'amor della religione, fraGiovanni redi Gerusalemme ePelagioPortoghese, cardinale, vescovo d'Albano e legato pontificio, uomo testardo, a cui viene da alcuni attribuita la rovina degli affari della cristianità in Oriente. Prese il re alcuni pretesti, e si ritirò ad Accon; e intanto il legato scomunicò i di lui aderenti. Trovandosi poi questo legato con una sì fiorita armata, che Godifredo monaco[Godefridus Monachus, Annal.]fa ascendere a quasi dugento mila persone, ma che di gran lunga minore vien asserita da altri, non volendo stare in ozio, propose di far qualche grande impresa. Trovò che le milizie non si volevano muovere senza avere alla testa un generale di sperienza, cioè il suddettore Giovanni, parendo loro che un cherico, benchè d'altissima dignità, non fosse atto a maneggiar il baston del comando. Perciò il legato fu costretto a pregare il re che tornasse, promettendo di pagargli cento mila bisanti che gli dovea. Venuto il re, e tenutosi consiglio di guerra, fu egli di parere che si avesse da andare a dirittura a rifabbricar Gerusalemme, e a riacquistar quel regno: cosa allora facile, e che avrebbe potuto agevolar dipoi altre conquiste in Egitto[Alberic. Monachus, in Chron.]. Il legato, che si credea miglior mastro di guerra, volle nel mese di luglio che si marciasse alla volta del Cairo, città capitale dell'Egitto. Il sultano non lasciò in questi tempi di far nuove proposizioni di pace, se gli si restituiva Damiata, con offerire la restituzion de' prigioni e del regno di Gerusalemme, a riserva della fortezza del Krach, e di pagar le spese per la riparazion delle smantellate città, e una tregua di trenta anni. Tutta l'armata cristiana acconsentiva; il solo legato Pelagio ruppe il trattato, e volle guerra. Gotifredo monaco e Bernardo Tesoriere ci assicurano di questo fatto. Finiamola con dire, che, inoltratasi l'armata de' crociati, il sultano le tagliò la strada per cui da Damiata aveano da venir le vettovaglie, ed aprì varie bocche del Nilo, che maggiormente ristrinsero i Cristiani, di maniera che affamati, e senza modo di uscire di quel labirinto, necessitati furono a chieder pace al Saraceno. Per ottenerla convenne cedere Damiata colla vicendevol restituzion de' prigioni. Tale esito ebbe l'ostinazion del legato: dopo di che di male in peggio andarono da lì innanzi gli affari di Terra santa. A nulla servì in tal occasione la flotta spedita a Damiata dall'imperador Federigo, ossia perchè, siccome ha il Continuator di Caffaro, non sapendo l'esercito cristiano l'arrivo di essa, non se ne prevalse; oppure perchè i Saraceni le impedirono il poter continuare il viaggio pel Nilo. Quel che è certo (e l'abbiamo da Riccardo da San Germano),il gran cancelliereGualtieri vescovodi Catania, edArrigo contedi Malta, condottieri della medesima, per giusto timore d'essere gastigati dall'Augusto Federigo, l'uno, cioè Gualtieri, se ne fuggì a Venezia, dove poi terminò i suoi giorni; e l'altro, cioè Arrigo, tornato in Sicilia, e preso, restò spogliato della sua contea di Malta. Ma il suddetto Continuatore degli Annali di Genova scrive che egli perdè Malta solamente nell'anno 1223, per sospetti d'intelligenza coi Saraceni di Sicilia ribelli. Oltre di che, il troveremo all'anno 1227 di nuovo in grazia di Federigo.

Attese in quest'anno esso imperadore a vendicarsi di chi in Puglia avea prese l'armi contra di lui, o veniva da lui creduto indebito possessor de' suoi Stati. Levò Sora ed altri luoghi aRiccardofratello d'Innocenzo III, con pretendere che esso Innocenzo nel tempo della di lui fanciullezza avesse abusato della sua autorità in danno di lui. Non meritava papa Innocenzo un trattamento sì fatto ne' suoi parenti, dopo aver tanto operato per sostener Federigo fanciullo in Sicilia, e per fargli ottenere il regno di Germania: il che fu un sicuro gradino alla corona dell'imperio. Obbligò Federigo parimenteStefano cardinaledi Santo Adriano a rilasciar la rocca d'Arce. Spogliò delle lor terreTommaso contedi Celano e il conte di Molise. Ricuperò Boiano, e, ad istanza de' Tedeschi, rimise in libertà ilconte Diopoldo, ma con torgli Alife, Caiazzo ed Acerra. Di quest'ultima città investì Tommaso conte d'Aquino, con dichiararlo ancora gran giustiziere della Puglia. Scrivono inoltre alcuni che fece morir qualche vescovo stato in addietro ribello. Certamente con varie pene li maltrattò. Ora tanti baroni abbassati tutti si riducevano a Roma, con far ivi di gravi doglianze al papa contra di Federigo, il quale all'incontro si lamentava del pontefice[Abbas Urspergens., in Chron.], perchè faceva buon accoglimento a chiunque era in disgraziasua. Il papa infatti cominciò, o pur seguitò maggiormente ad alterarsi contra di lui; ed imputando a lui tutte le disgrazie succedute in Oriente, uscì in questo medesimo anno in minaccie di scomunica, se egli non dava compimento al voto di Terra santa. Dopo aver disposte le cose di Puglia, passò poi Federigo in Sicilia, e tenuto in Messina un general parlamento del regno, pubblicò ivi alcuni regolamenti pel buon governo d'esso. Per far pruova i Genovesi di che metallo fossero le belle promesse lor fatte nell'anno precedente[Caffari, Annal. Genuens., lib. 5.], spedirongli nel presente per loro ambasciatori Oberto da Volta, Sorlaone Pevere e Uberto da Novara. La ricompensa de' tanti servigii a lui prestati, fu, ch'egli tolse loro e al conte alemanno lor vassallo il possesso e il governo di Siracusa; li spogliò del palazzo di Margaritone, già grande ammiraglio, donato ai medesimi tanti anni prima; e gli obbligò a pagare, al par degli altri, tutti i diritti delle dogane per l'introduzione ed estrazione di merci; dimodochè se ne tornarono a Genova, non so se bestemmiando, certo non benedicendo la generosità di questo imperadore. E di questo passo camminava Federigo, chiudendo gli occhi e le orecchie a tutto, purchè ben assodasse la sua potenza in Sicilia, ed impinguasse l'erario suo. Ch'egli in quest'anno venisse a Genova, lo scrisse bensì il Sigonio[Sigon., de Regno Ital., lib. 17.], ma non colla sua solita accuratezza. Il Continuator di Caffaro parla della di lui venuta a Genova nell'anno 1212, e non già d'un'altra nell'anno presente, in cui egli non si mosse dal regno. Erasi ribellata la città di Ventimiglia ai Genovesi negli anni addietro. Con potente oste procederono essi in questo anno contra di quel popolo, il quale venne bensì all'ubbidienza, ma nel dì seguente si rivoltò. Fecero i Genovesi delle mirabili fortificazioni intorno a quella città; e, lasciatala da ogni intorno bloccata,ridussero a casa l'esercito. L'anno fu questo, in cui, secondo Galvano dalla Fiamma[Gualvan. Flam., Manipul. Flor., cap. 254.], cominciò la discordia a spargere il suo veleno fra i nobili e popolari della città di Milano. Nascevano tutte queste civili divisioni nelle città libere d'Italia dall'ambizione, ossia dal soverchio desiderio degli onori. Aveano i popolari la lor parte nel governo, nè sapeano sofferire che i nobili ambissero i migliori uffizii, le ambascerie ed altri posti o più onorevoli o più lucrosi. Quindi le doglianze, e infine si dava di piglio all'armi. Non potendo resistere i nobili alla possanza degli avversarii, convenne loro uscir della città colle lor famiglie. Ma non già ne usci l'arcivescovoArrigo da Settala, come scrive il suddetto Fiamma, perchè noi l'abbiam veduto in questi tempi crocesignato in Damiata.

Per lo contrario ilcardinale Ugolinovescovo di Ostia, glorioso per aver procurata pace dovunque arrivava, nel mese di settembre dell'anno presente compose le differenze che passavano fra il popolo e la nobiltà fuoruscita di Piacenza[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.], con fare rimettere in libertà i prigioni popolari: con che i nobili se ne ritornarono in città. Belle erano sì fatte concordie; ma che? se con gran difficoltà si stringevano, con facilità mirabile si discioglievano. Aveva il cardinale posto in Piacenza per podestà generale della città Ottone da Mandello Milanese. Dovette parere al popolo ch'egli avesse della parzialità per li nobili; e però nel mese d'ottobre elesse per suo podestà Guglielmo dell'Andito, che è oggidì la famiglia dei marchesi Landi. Nel seguente novembre il suddetto Ottone da Mandello in tempo di mezza notte coi nobili andò alla casa di Guglielmo Landi per farlo prigione. Trasse a questo rumore il popolo, ed, attaccata battaglia, fece prigione Ottone da Mandello con tutta la sua famiglia. Furono presi anche cento nobili, ma poscia rilasciati. Anche in Ferraraavvennero delle novità[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.].Azzo VIImarchese d'Este e di Ancona, chiamato ancheAzzolinoedAzzo Novello, giovinetto spiritoso e insieme prudente, dopo la morte del marcheseAldrovandinosuo fratello, abitava spesse volte in Ferrara, siccome capo della fazion guelfa, e possessor quivi di gran copia di beni e di vassalli, uno de' quali era lo stessoSalinguerra, capo de' Ghibellini. Duro pareva agli aderenti del marchese che Salinguerra co' suoi godesse i migliori uffizii della repubblica. Però nel mese d'agosto, prese l'armi, assalirono la parte di Salinguerra, e dopo aspro combattimento la forzarono ad abbandonar la città; e in tal occasione fu dato alle fiamme il palazzo del medesimo Salinguerra. Si dovettero interporre saggi mediatori di pace, perchè da lì a pochi giorni i fuorusciti ritornarono alle lor case. Secondo le Croniche di Bologna[Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], nell'anno presente a dì 23 di luglio in luogo detto il Corneglio seguì un fatto d'armi fra i Bolognesi ed Imolesi. Ai men possenti, cioè agli ultimi, toccò la rotta, e circa mille e cinquecento d'essi rimasero prigionieri. Ma nulla di questo ha il Sigonio, scrittore informatissimo delle cose di Bologna. Scrive egli bensì[Sigonius, de Regno Ital., lib. 17.]che gl'Imolesi irritati contra del castello d'Imola lo distrussero, e tutti quegli abitatori accolsero nella città, come lor veri cittadini. Venne in quest'anno a morte nella città di Bologna[Bolland., Act. Sanct. ad diem 4 augusti.]il glorioso servo di Diosan Domenico, institutore dell'ordine dei predicatori, e al corpo suo fu data sepoltura nella chiesa dei suoi religiosi già piantati in quella città. Abbiamo da Girolamo Rossi[Rubeus, Histor. Ravenn., ad hunc ann.]che Ugolino di Giuliano conte della Romagna, mentr'era podestà di Ravenna, tagliato fu a pezzi, senza dire da chi. In suo luogo Federigo Augusto creò conte di quella provincia Goffredoconte di Biandrate, con dargli il godimento di tutte le gabelle e de' porti spettanti all'impero, mercè d'un diploma spedito in Messina nel giugno di questo anno. Abbiamo di qui che Federigo, al pari dei suoi predecessori, seguitava a signoreggiar nella Romagna; nè apparisce che il papa ne facesse doglianza. Diede ancora esso imperadore l'investitura degli Stati aviti adAzzo VIImarchese d'Este[Antichità Estensi, P. I, cap. 42.], con diploma spedito in Brindisi nel marzo del corrente anno.


Back to IndexNext