MCCXXIXAnno diCristoMCCXXIX. IndizioneII.GregorioIX papa 3.FederigoII imperadore 10.Fece in quest'anno gran guerraGiovanni redi Gerusalemme alla Puglia colle forze che gli avea dato papaGregorio IX. Ne descrive tutte le particolarità Riccardo da San Germano[Richardus de S. Germano, in Chron.]. A me basterà di darne un breve trasunto. L'esercito pontificio, che si chiamava chiavisegnato, poichè portava per divisa le chiavi della Chiesa, sotto il comando di un sì prode generale, entrato nel mese di marzo in Puglia, dopo la presa di varie terre e castella, arrivò a Gaeta, e, costretta quella città alla resa, vi spianò il castello che l'imperadore con grande spesa vi avea poc'anzi fabbricato. Prese le terre di Monte Casino, il monistero, San Germano ed altri luoghi in que' contorni. Fondi, Arce e Capoa tennero saldo, e i conti d'Aquino, ben provvedute le lor terre, stettero forti nella fedeltà verso di Federigo. Pure Aquino, Sora, a riserva del castello, e le città d'Alife e di Telesa ed Arpino si renderono all'armipontificie, che passarono ad assediar Caiazzo e Sulmona. Furono in questi tempi, per ordine di Rinaldo duca di Spoleti, cacciati fuor del regno tutti i frati minori, perchè si dicea che portavano lettere papali ai vescovi delle città, esortatorie, acciocchè inducessero gli uomini a rendersi alla Chiesa romana. Sparsero ancora voce cheFederigo IIera morto. Furono esiliati per questo anche i monaci casinensi. E tale era la guerra che faceva papa Gregorio in Puglia all'imperadorFederigo, per la quale implorò soccorsi da tutte le città della lega di Lombardia[Raynaldus, Annal. Eccles. ad hunc annum, num. 38 et seq. Matthaeus Paris, Hist.], mosse la Francia, la Spagna, l'Inghilterra, la Svezia ed altri paesi a mandar danari e gente per questa guerra, ed eccitò anche delle ribellioni in Germania contra d'esso Federigo. Tuttavia minore non fu quell'altra guerra che nello stesso tempo egli fece a Federigo in Levante. Giunto ad Accon, ossia ad Acri, nel settembre dell'anno precedente, esso Augusto fu bensì ricevuto con tutto onore dal patriarca, clero e popolo, ma insieme con protesta di non poter comunicare con lui, se prima non otteneva l'assoluzion della scomunica dal papa. Andò poscia in Cipri, e spedì i suoi ambasciatori al sultano di Egitto, per richiedere amichevolmente il regno di Gerusalemme, come Stato appartenente a suo figliuoloCorrado, perchè nato daJolantalegittima erede d'esso regno. Prese tempo il sultano a rispondere per mezzo de' suoi ambasciatori. Intanto arrivarono due frati minori con lettere del papa, nelle quali proibiva al patriarca e ai tre gran mastri degli ordini militari, l'ubbidire a Federigo, e comandava di trattarlo da scomunicato. Però, allorchè volle muovere l'esercito per marciare contra de' Saraceni, trovò i cavalieri templarii ed ospitalieri che non voleano militar sotto di lui. Bisognò che Federigo inghiottisse molti strapazzi, e che si accomodasse in fine ai lor voleri, contentandosiche l'impresa si facesse non in nome suo, ma in quello di Dio e della repubblica cristiana. Andò a Joppe, e quivi attese a fortificar quel castello disfatto, rendendolo piazza di gran polso, e lo stesso fece con altre castella sulla via di Gerusalemme. Ma eccoti sul più bello arrivare un sottil naviglio che gli porta l'avviso d'essere tutto in confusione il regno di Puglia per l'invasione dell'armi pontificie. Allora Federigo a nulla più pensò che a sbrigarsi dalla Palestina per accorrere ai bisogni e pericoli del suo regno; e, stringendo, come potè, il trattato di concordia col sultano, accettò quella capitolazione che piacque al Saraceno di dargli. Consistè questa in pochi articoli. Gli cedeva il sultano le città di Gerusalemme, Betlemme, Nazarette, Sidone, con altre castella e casali, e con facoltà di poterle fortificare, e riserbandosi solamente la custodia del tempio di Gerusalemme, ossia il santo Sepolcro, con restar nondimeno libero tanto ai Saraceni che ai Cristiani il farvi le lor divozioni. Stabilissi anche una tregua di dieci anni, e la liberazion di tutti i prigioni. Andò poscia Federigo a prendere il possesso di Gerusalemme: e strana cosa dovette pur parere il ritrovarsi ivi già intimato dal patriarca l'interdetto, se Federigo capitava colà. Contuttociò l'imperador si portò alla visita del santo Sepolcro; e giacchè niuno si attentò a coronarlo, posò egli la corona sul sacro altare, e poi, presala colle sue mani, se la mise in capo. Non potrà di meno di non istringersi nelle spalle chi legge sì fatte vicende. Dopo di che, tornato Federigo al mare con due ben armate galee, frettolosamente e con felicità di viaggio arrivò a Brindisi in Puglia nel maggio dell'anno presente. Divolgatasi la capitolazione da lui fatta col sultano, fu strepitosamente riprovata in corte di Roma, chiamato egli un vile e traditore, perchè avesse lasciato in man dei cani il venerato Sepolcro di Cristo, senza voler far caso che Federigo per necessitàavea ricevuta la legge da chi, se avesse voluto, potea negargli tutto; e massimamente perchè il sultano era ben informato di quanto operava il pontefice sì in Puglia che in Palestina contra di Federigo, e sapea la discordia che passava fra esso imperadore e il patriarca e l'esercito cristiano. Ed è per altro certissimo che Gerusalemme restò in mano de' cristiani, e che assaissime migliaia d'essi andarono a piantarvi casa, e pacificamente vi abitarono da lì innanzi sotto il comando degli uffiziali dell'imperadore. Io per me chino qui il capo, nè oso chiamar ad esame la condotta della corte di Roma in tal congiuntura, siccome superiore ai miei riflessi, bastandomi di dire che, secondo l'Abbate Urspergense[Abbas Urspergens., in Chron.], fece gran rumore per la cristianità la contradizione praticata dal pontefice all'impresa di Federigo in Levante. Anche Riccardo da San Germano[Richardus de S. Germano, in Chron.]lasciò scritto:Verisimile videtur, quod si tunc imperator cum gratia ac pace romanae Ecclesiae transisset, longe melius et efficacius prosperatum fuisset negotium Terrae sanctae. Per la partenza poi di Federigo andò anche in malora quel poco ch'egli avea guadagnato in Palestina, e specialmente perchè il patriarca, e gli ospitalieri e templarii, dacchè egli si fu partito, apertamente si rivoltarono contra di lui. Non si può leggere senza patimento la storia di questa maledetta discordia, piena d'invettive e calunnie dall'una parte e dall'altra, e, quel che è peggio, di tanti guai de' popoli e danno della cristianità. Io senza fermarmi passo innanzi.Giunto che fu in Puglia Federigo, non lasciò di spedire ambasciatori al papa, chiedendo pace, ed esibendosi pronto a far quello ch'egli ordinasse. Nulla poterono essi ottenere. Raunò allora Federigo le sue forze, con valersi ancora dei Tedeschi crociati ritornati di Levante, e di un gran corpo di Saraceni cavati daNocera. Nel settembre venne a Capoa, e portossi a Napoli per aver soccorso di gente e di danaro. Intanto Giovanni re di Gerusalemme, vedendo venire il mal tempo, lasciato andare l'assedio di Caiazzo, si ritirò a Teano. Federigo ricuperò Alife, Venafro ed altre terre; poscia San Germano, e le terre della giurisdizione di Monte Casino, Presenzano, Teamo, la rocca di Bantra, Arpino ed altri luoghi. Sora, avendo voluto aspettar la forza, fu presa e data alle fiamme nella festa dei santi Simone e Giuda di ottobre. Intanto fra il senato e popolo romano e l'imperadore passavano lettere e messaggeri di buona armonia. Questi prosperosi successi dell'armi di Federigo fecero in fine che il pontefice cominciò a prestar orecchio ad un trattato di concordia, per cui specialmente si adoperava il gran mastro dell'ordine teutonico. Pensarono i Bolognesi in quest'anno di rifarsi delle perdite fatte nell'anno precedente nella guerra coi Modenesi[Annales Veter. Mutinens. tom. 11 Rer. Ital. Chronicon Parmense, tom. 9 Rer. Italic. Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Italic. Chronic. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], e, con gli aiuti di varie città loro collegate composto un potente esercito, col carroccio si portarono all'assedio di San Cesario, castello de' Modenesi. Secondo il Sigonio[Sigon., de Regn. Ital., lib. 17.], nol presero; ma le vecchie Croniche dicono di sì, e che lo distrussero. Non erano per anche mossi di là, che si videro a fronte l'esercito de' Modenesi, Parmigiani e Cremonesi, risoluto di menar le mani. Si azzuffarono in fatti le due armate, e durò il combattimento d'avanti il vespro fin quasi a mezza notte a lume di luna. Fecero ogni sforzo i Bolognesi contra il carroccio de' Parmigiani, e poco vi mancò che nol prendessero: il che veniva allora riputato per la più gloriosa di tutte le imprese. Ma i Cremonesi dall'un canto, e dall'altro i Modenesi così vigorosamente gl'incalzarono, che finalmente li misero in rotta, e diedero lor la caccia finquasi alle porte di Bologna. Restò in potere de' vincitori tutto il loro campo colle tende, carra, buoi e bagaglio. Fu rotto e cacciato in un fosso il loro carroccio, perchè nacque contesa fra i Parmigiani e Modenesi, pretendendolo cadauna delle parti. Una gran copia di prigioni fu condotta a Modena e Parma, e i Parmigiani trassero alla lor città molte manganelle, ossia petriere, prese in tal occasione, e per gloria le posero nella lor cattedrale. Le Croniche di Bologna han creduto bene di accennar la battaglia, ma con tacerne l'esito sinistro per loro. Alberico monaco de' Tre Fonti[Alberic. Monachus, in Chron.], storico di questi tempi, ampiamente anch'egli descrive questa battaglia e vittoria. Non contenti di ciò i Modenesi, voltarono con un nuovo alveo il fiume Scultenna, ossia Panaro, addosso alle campagne de' Bolognesi, con lor gravissimo danno. Pertanto dispiacendo al pontefice Gregorio IX gli odii e le gare di queste città, spedì ordine aNiccolò vescovodi Reggio di Lombardia, che in suo nome s'interponesse per la concordia. Non fu egli pigro ad eseguir la commessione, e gli riuscì di stabilire fra i Modenesi e Bolognesi una tregua d'otto anni colla restituzion de' prigioni, ed altre condizioni, che si leggono presso il Sigonio, il quale dagli atti pubblici le estrasse. Godè in quest'anno la marca di Verona un'invidiabil pace. I Piacentini[Chron. Placent. tom. 16 Rer. Italic.]fecero oste contro la città di Bobbio, venticinque miglia lungi dalla loro città, e fu costretto quel popolo a prestar giuramento di fedeltà a Piacenza Il conte di Provenza nell'anno presente[Caffari, Annal. Genuens, lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.]col braccio d'alcuni traditori s'impadronì della città di Nizza e delle sue fortezze. Resistè un pezzo parte de' cittadini, ed ebbe anche qualche soccorso da' Genovesi; ma in fine dovette soccombere; e il conte restò in pieno potere di quella città. Venne in quest'anno a mortePietro Zianidoge di Venezia, dopo ventiquattr'anni di governo[Dandul., in Chronic. tom. 12 Rer. Italic.], Prima che egli morisse, fu eletto dogeJacopo Tiepolo,ed avendo fatta una visita all'infermo predecessore, fu ricevuto con disprezzo, ma colla virtù dissimulò tutto. Abbiamo dal Sigonio[Sigonius, de Regno Ital., lib. 17.]che nel dì 2 di dicembre in Milano fu riconfermata la lega delle città di Lombardia. V'erano presenti i deputati de' Padovani e Veronesi; ma non apparisce che giurassero come gli altri.
Fece in quest'anno gran guerraGiovanni redi Gerusalemme alla Puglia colle forze che gli avea dato papaGregorio IX. Ne descrive tutte le particolarità Riccardo da San Germano[Richardus de S. Germano, in Chron.]. A me basterà di darne un breve trasunto. L'esercito pontificio, che si chiamava chiavisegnato, poichè portava per divisa le chiavi della Chiesa, sotto il comando di un sì prode generale, entrato nel mese di marzo in Puglia, dopo la presa di varie terre e castella, arrivò a Gaeta, e, costretta quella città alla resa, vi spianò il castello che l'imperadore con grande spesa vi avea poc'anzi fabbricato. Prese le terre di Monte Casino, il monistero, San Germano ed altri luoghi in que' contorni. Fondi, Arce e Capoa tennero saldo, e i conti d'Aquino, ben provvedute le lor terre, stettero forti nella fedeltà verso di Federigo. Pure Aquino, Sora, a riserva del castello, e le città d'Alife e di Telesa ed Arpino si renderono all'armipontificie, che passarono ad assediar Caiazzo e Sulmona. Furono in questi tempi, per ordine di Rinaldo duca di Spoleti, cacciati fuor del regno tutti i frati minori, perchè si dicea che portavano lettere papali ai vescovi delle città, esortatorie, acciocchè inducessero gli uomini a rendersi alla Chiesa romana. Sparsero ancora voce cheFederigo IIera morto. Furono esiliati per questo anche i monaci casinensi. E tale era la guerra che faceva papa Gregorio in Puglia all'imperadorFederigo, per la quale implorò soccorsi da tutte le città della lega di Lombardia[Raynaldus, Annal. Eccles. ad hunc annum, num. 38 et seq. Matthaeus Paris, Hist.], mosse la Francia, la Spagna, l'Inghilterra, la Svezia ed altri paesi a mandar danari e gente per questa guerra, ed eccitò anche delle ribellioni in Germania contra d'esso Federigo. Tuttavia minore non fu quell'altra guerra che nello stesso tempo egli fece a Federigo in Levante. Giunto ad Accon, ossia ad Acri, nel settembre dell'anno precedente, esso Augusto fu bensì ricevuto con tutto onore dal patriarca, clero e popolo, ma insieme con protesta di non poter comunicare con lui, se prima non otteneva l'assoluzion della scomunica dal papa. Andò poscia in Cipri, e spedì i suoi ambasciatori al sultano di Egitto, per richiedere amichevolmente il regno di Gerusalemme, come Stato appartenente a suo figliuoloCorrado, perchè nato daJolantalegittima erede d'esso regno. Prese tempo il sultano a rispondere per mezzo de' suoi ambasciatori. Intanto arrivarono due frati minori con lettere del papa, nelle quali proibiva al patriarca e ai tre gran mastri degli ordini militari, l'ubbidire a Federigo, e comandava di trattarlo da scomunicato. Però, allorchè volle muovere l'esercito per marciare contra de' Saraceni, trovò i cavalieri templarii ed ospitalieri che non voleano militar sotto di lui. Bisognò che Federigo inghiottisse molti strapazzi, e che si accomodasse in fine ai lor voleri, contentandosiche l'impresa si facesse non in nome suo, ma in quello di Dio e della repubblica cristiana. Andò a Joppe, e quivi attese a fortificar quel castello disfatto, rendendolo piazza di gran polso, e lo stesso fece con altre castella sulla via di Gerusalemme. Ma eccoti sul più bello arrivare un sottil naviglio che gli porta l'avviso d'essere tutto in confusione il regno di Puglia per l'invasione dell'armi pontificie. Allora Federigo a nulla più pensò che a sbrigarsi dalla Palestina per accorrere ai bisogni e pericoli del suo regno; e, stringendo, come potè, il trattato di concordia col sultano, accettò quella capitolazione che piacque al Saraceno di dargli. Consistè questa in pochi articoli. Gli cedeva il sultano le città di Gerusalemme, Betlemme, Nazarette, Sidone, con altre castella e casali, e con facoltà di poterle fortificare, e riserbandosi solamente la custodia del tempio di Gerusalemme, ossia il santo Sepolcro, con restar nondimeno libero tanto ai Saraceni che ai Cristiani il farvi le lor divozioni. Stabilissi anche una tregua di dieci anni, e la liberazion di tutti i prigioni. Andò poscia Federigo a prendere il possesso di Gerusalemme: e strana cosa dovette pur parere il ritrovarsi ivi già intimato dal patriarca l'interdetto, se Federigo capitava colà. Contuttociò l'imperador si portò alla visita del santo Sepolcro; e giacchè niuno si attentò a coronarlo, posò egli la corona sul sacro altare, e poi, presala colle sue mani, se la mise in capo. Non potrà di meno di non istringersi nelle spalle chi legge sì fatte vicende. Dopo di che, tornato Federigo al mare con due ben armate galee, frettolosamente e con felicità di viaggio arrivò a Brindisi in Puglia nel maggio dell'anno presente. Divolgatasi la capitolazione da lui fatta col sultano, fu strepitosamente riprovata in corte di Roma, chiamato egli un vile e traditore, perchè avesse lasciato in man dei cani il venerato Sepolcro di Cristo, senza voler far caso che Federigo per necessitàavea ricevuta la legge da chi, se avesse voluto, potea negargli tutto; e massimamente perchè il sultano era ben informato di quanto operava il pontefice sì in Puglia che in Palestina contra di Federigo, e sapea la discordia che passava fra esso imperadore e il patriarca e l'esercito cristiano. Ed è per altro certissimo che Gerusalemme restò in mano de' cristiani, e che assaissime migliaia d'essi andarono a piantarvi casa, e pacificamente vi abitarono da lì innanzi sotto il comando degli uffiziali dell'imperadore. Io per me chino qui il capo, nè oso chiamar ad esame la condotta della corte di Roma in tal congiuntura, siccome superiore ai miei riflessi, bastandomi di dire che, secondo l'Abbate Urspergense[Abbas Urspergens., in Chron.], fece gran rumore per la cristianità la contradizione praticata dal pontefice all'impresa di Federigo in Levante. Anche Riccardo da San Germano[Richardus de S. Germano, in Chron.]lasciò scritto:Verisimile videtur, quod si tunc imperator cum gratia ac pace romanae Ecclesiae transisset, longe melius et efficacius prosperatum fuisset negotium Terrae sanctae. Per la partenza poi di Federigo andò anche in malora quel poco ch'egli avea guadagnato in Palestina, e specialmente perchè il patriarca, e gli ospitalieri e templarii, dacchè egli si fu partito, apertamente si rivoltarono contra di lui. Non si può leggere senza patimento la storia di questa maledetta discordia, piena d'invettive e calunnie dall'una parte e dall'altra, e, quel che è peggio, di tanti guai de' popoli e danno della cristianità. Io senza fermarmi passo innanzi.
Giunto che fu in Puglia Federigo, non lasciò di spedire ambasciatori al papa, chiedendo pace, ed esibendosi pronto a far quello ch'egli ordinasse. Nulla poterono essi ottenere. Raunò allora Federigo le sue forze, con valersi ancora dei Tedeschi crociati ritornati di Levante, e di un gran corpo di Saraceni cavati daNocera. Nel settembre venne a Capoa, e portossi a Napoli per aver soccorso di gente e di danaro. Intanto Giovanni re di Gerusalemme, vedendo venire il mal tempo, lasciato andare l'assedio di Caiazzo, si ritirò a Teano. Federigo ricuperò Alife, Venafro ed altre terre; poscia San Germano, e le terre della giurisdizione di Monte Casino, Presenzano, Teamo, la rocca di Bantra, Arpino ed altri luoghi. Sora, avendo voluto aspettar la forza, fu presa e data alle fiamme nella festa dei santi Simone e Giuda di ottobre. Intanto fra il senato e popolo romano e l'imperadore passavano lettere e messaggeri di buona armonia. Questi prosperosi successi dell'armi di Federigo fecero in fine che il pontefice cominciò a prestar orecchio ad un trattato di concordia, per cui specialmente si adoperava il gran mastro dell'ordine teutonico. Pensarono i Bolognesi in quest'anno di rifarsi delle perdite fatte nell'anno precedente nella guerra coi Modenesi[Annales Veter. Mutinens. tom. 11 Rer. Ital. Chronicon Parmense, tom. 9 Rer. Italic. Chron. Cremonense, tom. 7 Rer. Italic. Chronic. Bononiense, tom. 18 Rer. Ital.], e, con gli aiuti di varie città loro collegate composto un potente esercito, col carroccio si portarono all'assedio di San Cesario, castello de' Modenesi. Secondo il Sigonio[Sigon., de Regn. Ital., lib. 17.], nol presero; ma le vecchie Croniche dicono di sì, e che lo distrussero. Non erano per anche mossi di là, che si videro a fronte l'esercito de' Modenesi, Parmigiani e Cremonesi, risoluto di menar le mani. Si azzuffarono in fatti le due armate, e durò il combattimento d'avanti il vespro fin quasi a mezza notte a lume di luna. Fecero ogni sforzo i Bolognesi contra il carroccio de' Parmigiani, e poco vi mancò che nol prendessero: il che veniva allora riputato per la più gloriosa di tutte le imprese. Ma i Cremonesi dall'un canto, e dall'altro i Modenesi così vigorosamente gl'incalzarono, che finalmente li misero in rotta, e diedero lor la caccia finquasi alle porte di Bologna. Restò in potere de' vincitori tutto il loro campo colle tende, carra, buoi e bagaglio. Fu rotto e cacciato in un fosso il loro carroccio, perchè nacque contesa fra i Parmigiani e Modenesi, pretendendolo cadauna delle parti. Una gran copia di prigioni fu condotta a Modena e Parma, e i Parmigiani trassero alla lor città molte manganelle, ossia petriere, prese in tal occasione, e per gloria le posero nella lor cattedrale. Le Croniche di Bologna han creduto bene di accennar la battaglia, ma con tacerne l'esito sinistro per loro. Alberico monaco de' Tre Fonti[Alberic. Monachus, in Chron.], storico di questi tempi, ampiamente anch'egli descrive questa battaglia e vittoria. Non contenti di ciò i Modenesi, voltarono con un nuovo alveo il fiume Scultenna, ossia Panaro, addosso alle campagne de' Bolognesi, con lor gravissimo danno. Pertanto dispiacendo al pontefice Gregorio IX gli odii e le gare di queste città, spedì ordine aNiccolò vescovodi Reggio di Lombardia, che in suo nome s'interponesse per la concordia. Non fu egli pigro ad eseguir la commessione, e gli riuscì di stabilire fra i Modenesi e Bolognesi una tregua d'otto anni colla restituzion de' prigioni, ed altre condizioni, che si leggono presso il Sigonio, il quale dagli atti pubblici le estrasse. Godè in quest'anno la marca di Verona un'invidiabil pace. I Piacentini[Chron. Placent. tom. 16 Rer. Italic.]fecero oste contro la città di Bobbio, venticinque miglia lungi dalla loro città, e fu costretto quel popolo a prestar giuramento di fedeltà a Piacenza Il conte di Provenza nell'anno presente[Caffari, Annal. Genuens, lib. 6, tom. 6 Rer. Italic.]col braccio d'alcuni traditori s'impadronì della città di Nizza e delle sue fortezze. Resistè un pezzo parte de' cittadini, ed ebbe anche qualche soccorso da' Genovesi; ma in fine dovette soccombere; e il conte restò in pieno potere di quella città. Venne in quest'anno a mortePietro Zianidoge di Venezia, dopo ventiquattr'anni di governo[Dandul., in Chronic. tom. 12 Rer. Italic.], Prima che egli morisse, fu eletto dogeJacopo Tiepolo,ed avendo fatta una visita all'infermo predecessore, fu ricevuto con disprezzo, ma colla virtù dissimulò tutto. Abbiamo dal Sigonio[Sigonius, de Regno Ital., lib. 17.]che nel dì 2 di dicembre in Milano fu riconfermata la lega delle città di Lombardia. V'erano presenti i deputati de' Padovani e Veronesi; ma non apparisce che giurassero come gli altri.