MCLXIAnno diCristoMCLXI. IndizioneIX.AlessandroIII papa 3.FederigoI re 10, imperad. 7.L'anno fu questo in cui, accordatisi insiemeLodovico VIIre di Francia edArrigo IIre d'Inghilterra, pubblicamente riconobbero per vero pontefice romanoAlessandro III. Al qual fine fu celebrato un copioso concilio in Tolosa, dove si decretò, non doversi ammettere se non questo papa. Non avea lasciato l'imperadorFederigodi tentare di tirar nel suo partito con varie lettere que' due monarchi[Gerhous Reicherspergens., de investigand. Anticar., lib. 1.], ed intervennero anche i suoi ambasciatori e quei dell'antipapa al suddetto concilio; ma nulla poterono ottenere. Ritornò in quest'anno a Roma papa Alessandro[Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.], e solennemente quivi consecrò la chiesa di santa Maria nuova. Ma perciocchè non sapea trovar se non pericoli, e una continua inquietudine in quella stanza a cagione del troppo numero degli scismatici e della potenza dell'antipapa; e perchè inoltre scoprì le male intenzioni di que' Romani che si fingevano tutti suoi, ma segretamente favorivano Ottaviano, si ritirò di nuovo nella Campania. Quivi dimorò sin verso il fine dell'anno. Considerando poi che, a riserva di Orvieto, Terracina, Anagni e qualche altra terra, tuttoil resto del patrimonio di San Pietro da Acquapendente sino a Ceperano era stato occupato dai Tedeschi e dagli scismatici, col parere del sacro collegio prese la risoluzione di passare nel regno di Francia, usato rifugio de' papi perseguitati. Concertato dunque l'affare con Guglielmo re di Sicilia, che gli fece allestir quattro ben armate galee, e lasciato prima per suo vicario in RomaGiulio vescovodi Palestrina, era per imbarcarsi in Terracina, quando, insorto all'improvviso un vento rabbioso, disperse que' legni, e poco mancò che non li fracassasse negli scogli. Risarcite le galee suddette, e preparatane alcun'altra, negli ultimi giorni dell'anno s'imbarcò il papa coi cardinali, e per la festa di sant'Agnese pervenne a Genova[Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Italic.], dove fu con somma divozione ed allegria accolto da quel popolo, che niun pensiero si mise del suo contravvenire agl'impegni contrarii dell'Augusto Federigo. Nel dì 17 di marzo si portò l'esercito milanese all'assedio di Castiglione[Otto Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Italic.], terra situata nel contado di Seprio, e cominciò coi mangani a tempestarla di pietre, e ad accostarsi coll'altre macchine. Erano stretti forte i Castiglionesi; ma ebbero maniera di spedire un messo all'imperadore per chiedergli soccorso. Venuto a Lodi, non perdè egli tempo ad ammassar quante genti potè di Parmigiani, Reggiani, Vercellesi, Novaresi e Pavesi, e di varii principi d'Italia. Con questo esercito andò ad accamparsi sopra il fiume Lambro; nè di più vi volle, perchè i Milanesi, conoscendo la risolutezza di questo principe, dato il fuoco a tutti i mangani, gatti e all'altre macchine di guerra, lasciassero in pace Castiglione, e se ne tornassero a Milano. Diede poi Federigo il guasto a quante biade potè del contado di Milano. Le sue premure intanto portate in Germania per ottener gagliardirinforzi di gente, affin di domare l'ostinato popolo di Milano, furono cagione che molti principi calassero in Italia con assaissime schiere d'armati. Fra i quali si distinseroCorrado contepalatino del Reno, fratello d'esso imperadore,Federigo ducadi Suevia figliuolo del fu re Corrado, il lantgravio cognato d'esso Augusto, il figliuolo del re di Boemia.Rinaldocancelliere e arcivescovo eletto di Colonia condusse più di cinquecento uomini a cavallo. Altri vescovi, marchesi e conti vennero anche essi ad aumentare l'armata. Con questo gran preparamento sul fine di maggio Federigo marciò alla volta di Milano fin sotto le mura, e fece tagliar ne' contorni per quindici miglia un'infinita quantità di biade, alberi e viti. Di là passò a Lodi, dove nel dì 18 di giugno tenuto fu un conciliabolo dall'antipapa Vittore, e vi intervenneroPellegrino patriarcad'Aquileia,Guidoeletto arcivescovo di Ravenna,Rinaldoeletto di Colonia, gli arcivescovi di Treveri e Vienna del Delfinato, e molti vescovi ed abbati. Furono ivi lette le lettere dei re di Danimarca, di Norvegia, Ungheria e Boemia, e di diversi arcivescovi e vescovi, che diceano di voler tenere per papa esso Vittore, e di approvar quanto egli avesse determinato nel conciliabolo suddetto. In essa raunanza fu pubblicata la scomunica contra diOberto arcivescovodi Milano, e de' vescovi di Piacenza e Brescia, e de' consoli di Milano e di Brescia.Nel dì 7 di agosto tornò Federigo coll'armata vicino a Milano. Venne avviso al lantgravio, al duca di Boemia e al conte palatino, che i consoli di Milano desideravano d'abboccarsi con loro. Ricevute le sicurezze, vennero i consoli; ma dai soldati dell'eletto arcivescovo di Colonia, che nulla sapeva del concertato, furono presi in viaggio. Portata questa nuova ai Milanesi, disperatamente si mossero per ricuperare i consoli, ed attaccarono battaglia. Saputone il perchè, que' principi, che aveano data la parola,montarono in tanta collera, che se non s'interponeva l'imperadore, aveano risoluto d'ammazzare quell'arcivescovo. Andò innanzi il conflitto, in cui Federigo, dimenticata la sua dignità, la fece da valoroso soldato; gli fu anche morto il cavallo sotto, e ne riportò una leggera ferita. Soperchiati in fine dall'eccessivo numero de' nemici, furono obbligati i Milanesi a retrocedere in fretta, inseguiti sino alle fosse e porte della città, con lasciar molti di loro uccisi sul campo, e prigioni ottanta cavalieri, e dugento sessantasei fanti, che furono menati nelle carceri di Lodi. Finì poscia Federigo di dare il guasto alle biade, agli alberi e alle viti del distretto di Milano, con torre a quel popolo ogni sussistenza. E perciocchè stando in Pavia non avrebbe potuto impedire il trasporlo de' viveri di Piacenza a Milano, determinò di passare il verno in Lodi coll'AugustaBeatrice, col figliuolo del duca Guelfo, e colduca Federigosuo cugino, e diede il congedo a varii altri signori, che tornarono in Germania. Succederono in questo anno altre novità in Sicilia[Hugo Falcandus, Histor.]. Ebbe licenza Matteo Bonello, uccisore del perfido Maione, di ritornarsene a Palermo, dove fu ricevuto con tale applauso ed onore dalla nobiltà e dal popolo, che ne concepì gelosia ilre Guglielmo. Si servirono di tal occasione i vecchi amici e le creature di Maione, per accrescere in mente del re i sospetti contra del medesimo Bonello, quasichè le sue linee tendessero ad usurpar la corona. Di ciò avvedutosi il Bonello, formò egli una congiura per veramente deporre dal trono l'incapace re, e di mettere in suo luogo il picciolo di lui figliuolo, cioè ilduca Ruggieri. Prima di quel che si voleva, e in tempo che il Bonello era a far de' preparamenti fuor di Palermo, prese fuoco la cospirazione. Sforzarono i congiurati il palazzo, si assicurarono del re Guglielmo, ed esposero il duca Ruggieri alle finestre per farlo acclamare re. Masi trovò discorde il popolo, i più approvando, ma altri disapprovando l'operato da essi. E massimamente si opposero i vescovi e gli altri ecclesiastici, con ricordare a tutti l'obbligo de' sudditi, e a' vassalli il giuramento prestato. Perciò prevalse il partito di chi volea libero il re, e furono obbligati que' congiurati a rilasciarlo, dopo aver ottenuta la sicurezza di poter uscire liberi fuori della città. Fu così barbaro Guglielmo, se pure è vero ciò che se ne conta, che presentatosegli davanti l'innocente figliuolo Ruggieri, già acclamato re, con un calcio il fece cadere a terra, in guisa che da lì a non molto spirò l'ultimo fiato in braccio della stessa infelice sua madre. Ma Romoaldo Salernitano[Romuald. Salernit., in Chron. tom. 7 Rer. Ital.]ne attribuisce la morte ad una saetta gittata in quel tumulto, che il percosse presso un occhio con ferita mortale. Perseguitò dipoi il re Guglielmo i baroni congiurati; e questi misero sottosopra tutta la Sicilia. Fece cavar gli occhi a Matteo Bonello; assediò Botera, ed, entratovi, tutta la fece diroccare. Intanto essendo rientrato in PugliaRoberto contedi Loritello[Johannes de Ceccano, Chron. Fossaenovae.], mise in rivolta molte di quelle terre e città fino a Taranto. Ma sopravvenuto il re Guglielmo col suo esercito, ripigliò Taranto e tutto il perduto: il che si tirò dietro l'allontanamento dal regno d'esso conte Roberto e d'altri baroni, i quali si rifugiarono presso lo imperador Federigo. Tutte queste scene ed altre, ch'io tralascio, son diffusamente narrate da Ugone Falcando. In questo anno i Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Italic.]stabilirono i patti del commercio conLupo, chiamato da essi re di Spagna, ma che, secondo il Mariana, non fu se non re di Murcia. Altrettanto fecero col re di Marocco, e spedirono a Gerusalemme per ricuperare i loro diritti nelle città di Terra Santa.
L'anno fu questo in cui, accordatisi insiemeLodovico VIIre di Francia edArrigo IIre d'Inghilterra, pubblicamente riconobbero per vero pontefice romanoAlessandro III. Al qual fine fu celebrato un copioso concilio in Tolosa, dove si decretò, non doversi ammettere se non questo papa. Non avea lasciato l'imperadorFederigodi tentare di tirar nel suo partito con varie lettere que' due monarchi[Gerhous Reicherspergens., de investigand. Anticar., lib. 1.], ed intervennero anche i suoi ambasciatori e quei dell'antipapa al suddetto concilio; ma nulla poterono ottenere. Ritornò in quest'anno a Roma papa Alessandro[Cardin. de Aragon., in Vita Alexandri III, P. I, tom. 3 Rer. Italic.], e solennemente quivi consecrò la chiesa di santa Maria nuova. Ma perciocchè non sapea trovar se non pericoli, e una continua inquietudine in quella stanza a cagione del troppo numero degli scismatici e della potenza dell'antipapa; e perchè inoltre scoprì le male intenzioni di que' Romani che si fingevano tutti suoi, ma segretamente favorivano Ottaviano, si ritirò di nuovo nella Campania. Quivi dimorò sin verso il fine dell'anno. Considerando poi che, a riserva di Orvieto, Terracina, Anagni e qualche altra terra, tuttoil resto del patrimonio di San Pietro da Acquapendente sino a Ceperano era stato occupato dai Tedeschi e dagli scismatici, col parere del sacro collegio prese la risoluzione di passare nel regno di Francia, usato rifugio de' papi perseguitati. Concertato dunque l'affare con Guglielmo re di Sicilia, che gli fece allestir quattro ben armate galee, e lasciato prima per suo vicario in RomaGiulio vescovodi Palestrina, era per imbarcarsi in Terracina, quando, insorto all'improvviso un vento rabbioso, disperse que' legni, e poco mancò che non li fracassasse negli scogli. Risarcite le galee suddette, e preparatane alcun'altra, negli ultimi giorni dell'anno s'imbarcò il papa coi cardinali, e per la festa di sant'Agnese pervenne a Genova[Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Italic.], dove fu con somma divozione ed allegria accolto da quel popolo, che niun pensiero si mise del suo contravvenire agl'impegni contrarii dell'Augusto Federigo. Nel dì 17 di marzo si portò l'esercito milanese all'assedio di Castiglione[Otto Morena, Hist. Laudens., tom. 6 Rer. Italic.], terra situata nel contado di Seprio, e cominciò coi mangani a tempestarla di pietre, e ad accostarsi coll'altre macchine. Erano stretti forte i Castiglionesi; ma ebbero maniera di spedire un messo all'imperadore per chiedergli soccorso. Venuto a Lodi, non perdè egli tempo ad ammassar quante genti potè di Parmigiani, Reggiani, Vercellesi, Novaresi e Pavesi, e di varii principi d'Italia. Con questo esercito andò ad accamparsi sopra il fiume Lambro; nè di più vi volle, perchè i Milanesi, conoscendo la risolutezza di questo principe, dato il fuoco a tutti i mangani, gatti e all'altre macchine di guerra, lasciassero in pace Castiglione, e se ne tornassero a Milano. Diede poi Federigo il guasto a quante biade potè del contado di Milano. Le sue premure intanto portate in Germania per ottener gagliardirinforzi di gente, affin di domare l'ostinato popolo di Milano, furono cagione che molti principi calassero in Italia con assaissime schiere d'armati. Fra i quali si distinseroCorrado contepalatino del Reno, fratello d'esso imperadore,Federigo ducadi Suevia figliuolo del fu re Corrado, il lantgravio cognato d'esso Augusto, il figliuolo del re di Boemia.Rinaldocancelliere e arcivescovo eletto di Colonia condusse più di cinquecento uomini a cavallo. Altri vescovi, marchesi e conti vennero anche essi ad aumentare l'armata. Con questo gran preparamento sul fine di maggio Federigo marciò alla volta di Milano fin sotto le mura, e fece tagliar ne' contorni per quindici miglia un'infinita quantità di biade, alberi e viti. Di là passò a Lodi, dove nel dì 18 di giugno tenuto fu un conciliabolo dall'antipapa Vittore, e vi intervenneroPellegrino patriarcad'Aquileia,Guidoeletto arcivescovo di Ravenna,Rinaldoeletto di Colonia, gli arcivescovi di Treveri e Vienna del Delfinato, e molti vescovi ed abbati. Furono ivi lette le lettere dei re di Danimarca, di Norvegia, Ungheria e Boemia, e di diversi arcivescovi e vescovi, che diceano di voler tenere per papa esso Vittore, e di approvar quanto egli avesse determinato nel conciliabolo suddetto. In essa raunanza fu pubblicata la scomunica contra diOberto arcivescovodi Milano, e de' vescovi di Piacenza e Brescia, e de' consoli di Milano e di Brescia.
Nel dì 7 di agosto tornò Federigo coll'armata vicino a Milano. Venne avviso al lantgravio, al duca di Boemia e al conte palatino, che i consoli di Milano desideravano d'abboccarsi con loro. Ricevute le sicurezze, vennero i consoli; ma dai soldati dell'eletto arcivescovo di Colonia, che nulla sapeva del concertato, furono presi in viaggio. Portata questa nuova ai Milanesi, disperatamente si mossero per ricuperare i consoli, ed attaccarono battaglia. Saputone il perchè, que' principi, che aveano data la parola,montarono in tanta collera, che se non s'interponeva l'imperadore, aveano risoluto d'ammazzare quell'arcivescovo. Andò innanzi il conflitto, in cui Federigo, dimenticata la sua dignità, la fece da valoroso soldato; gli fu anche morto il cavallo sotto, e ne riportò una leggera ferita. Soperchiati in fine dall'eccessivo numero de' nemici, furono obbligati i Milanesi a retrocedere in fretta, inseguiti sino alle fosse e porte della città, con lasciar molti di loro uccisi sul campo, e prigioni ottanta cavalieri, e dugento sessantasei fanti, che furono menati nelle carceri di Lodi. Finì poscia Federigo di dare il guasto alle biade, agli alberi e alle viti del distretto di Milano, con torre a quel popolo ogni sussistenza. E perciocchè stando in Pavia non avrebbe potuto impedire il trasporlo de' viveri di Piacenza a Milano, determinò di passare il verno in Lodi coll'AugustaBeatrice, col figliuolo del duca Guelfo, e colduca Federigosuo cugino, e diede il congedo a varii altri signori, che tornarono in Germania. Succederono in questo anno altre novità in Sicilia[Hugo Falcandus, Histor.]. Ebbe licenza Matteo Bonello, uccisore del perfido Maione, di ritornarsene a Palermo, dove fu ricevuto con tale applauso ed onore dalla nobiltà e dal popolo, che ne concepì gelosia ilre Guglielmo. Si servirono di tal occasione i vecchi amici e le creature di Maione, per accrescere in mente del re i sospetti contra del medesimo Bonello, quasichè le sue linee tendessero ad usurpar la corona. Di ciò avvedutosi il Bonello, formò egli una congiura per veramente deporre dal trono l'incapace re, e di mettere in suo luogo il picciolo di lui figliuolo, cioè ilduca Ruggieri. Prima di quel che si voleva, e in tempo che il Bonello era a far de' preparamenti fuor di Palermo, prese fuoco la cospirazione. Sforzarono i congiurati il palazzo, si assicurarono del re Guglielmo, ed esposero il duca Ruggieri alle finestre per farlo acclamare re. Masi trovò discorde il popolo, i più approvando, ma altri disapprovando l'operato da essi. E massimamente si opposero i vescovi e gli altri ecclesiastici, con ricordare a tutti l'obbligo de' sudditi, e a' vassalli il giuramento prestato. Perciò prevalse il partito di chi volea libero il re, e furono obbligati que' congiurati a rilasciarlo, dopo aver ottenuta la sicurezza di poter uscire liberi fuori della città. Fu così barbaro Guglielmo, se pure è vero ciò che se ne conta, che presentatosegli davanti l'innocente figliuolo Ruggieri, già acclamato re, con un calcio il fece cadere a terra, in guisa che da lì a non molto spirò l'ultimo fiato in braccio della stessa infelice sua madre. Ma Romoaldo Salernitano[Romuald. Salernit., in Chron. tom. 7 Rer. Ital.]ne attribuisce la morte ad una saetta gittata in quel tumulto, che il percosse presso un occhio con ferita mortale. Perseguitò dipoi il re Guglielmo i baroni congiurati; e questi misero sottosopra tutta la Sicilia. Fece cavar gli occhi a Matteo Bonello; assediò Botera, ed, entratovi, tutta la fece diroccare. Intanto essendo rientrato in PugliaRoberto contedi Loritello[Johannes de Ceccano, Chron. Fossaenovae.], mise in rivolta molte di quelle terre e città fino a Taranto. Ma sopravvenuto il re Guglielmo col suo esercito, ripigliò Taranto e tutto il perduto: il che si tirò dietro l'allontanamento dal regno d'esso conte Roberto e d'altri baroni, i quali si rifugiarono presso lo imperador Federigo. Tutte queste scene ed altre, ch'io tralascio, son diffusamente narrate da Ugone Falcando. In questo anno i Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 1, tom. 6 Rer. Italic.]stabilirono i patti del commercio conLupo, chiamato da essi re di Spagna, ma che, secondo il Mariana, non fu se non re di Murcia. Altrettanto fecero col re di Marocco, e spedirono a Gerusalemme per ricuperare i loro diritti nelle città di Terra Santa.