MCLXXXVII

MCLXXXVIIAnno diCristoMCLXXXVII. IndizioneV.Gregorio VIIIpapa 1.Clemente IIIpapa 1.Federigo Ire 36, imper. 33.Arrigo VIre d'Italia 2.Fu segnato il presente infelicissimo anno colle lagrime di tutta la cristianità. La santa città di Gerusalemme, che avrebbe dovuto ispirare in tutti i suoi abitanti cristiani la divozione e il timore di Dio, già era divenuta il teatro dell'ambizione, della incontinenza e degli altri vizii che accompagnano il libertinaggio; e questi si miravano baldanzosi fra quella gente. Però Dio volle finirla. Insorsero fra i principi delle dissensioni a cagione del regno; e perchè non si mantenea la fede a Saladino potentissimo sultano di Babilonia e dell'Egitto, nè agli altri vicini[Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Italic. Bernard. Thesaurar., Histor., tom. 7 Rer. Ital. Guillelm. Nangius, in Chron. Chron. Acquicinct. apud Pagium. Chron. Reicherspergense.], esso Saladino con ismisurato esercito marciò alla volta della Palestina. Rimasero sconfitti i Cristiani (e fu creduto per tradimento diRinaldo principedi Montereale, e diRaimondo contedi Tripoli) con istrage di molti, e colla prigionia del re Guido, e di moltissimi altri nobili, fra' quali si abbattè il vecchioGuglielmo marchesedel Monferrato, che era andato alla visita de' luoghi santi, ed anche per assistere al picciolo suo nipote. Cotal disgrazia si tirò dietro la perdita di molte città. Dopo di che Saladino condusse l'armata terrestre e marittima sopra l'importante città di Tiro, e ne formò l'assedio. Era perduta quella nobil città, se per avventuraCorradofigliuolo del suddetto marchese Guglielmo, venendo da Costantinopoli per andare ai luoghi santi, intesa la perdita di Tiberiade, ossia di Accon, voltata vela, non fosse qualche tempo prima approdato ad essa città di Tiro, dove da quel popolo ricevuto come angelo di Dio, fu eletto per loro signore.Guidò Saladino sotto quella città il vecchio marchese suo prigione, esibendone la libertà a Corrado, se gli rendeva la terra: altrimente minacciandone la morte, se non accettava l'offerta. Nulla si mosse il marchese Corrado; anzi rispose ch'egli sarebbe il primo a saettare il padre, se Saladino l'avesse esposto per impedir la difesa. La costanza di questo principe fece mutar pensiero a Saladino, che niun danno per questo inferì al vecchio marchese. Non amando poi egli di consumare il tempo sotto una città sì dura, con perdere il frutto della vittoria, rivolse l'armata contro le città circonvicine a Gerusalemme; e impadronitosene, obbligò infine alla resa la santa città nel dì 2 di ottobre: colpo che riempiè d'incredibil dolore tutti quanti i fedeli. Tornò poscia il vittorioso Saladino all'assedio di Tiro nel mese di novembre. Avea il valoroso marchese Corrado nei giorni addietro coll'aiuto de' Pisani battuta due volte la flotta nemica, prese ancora alcune lor galee e navi nel porto di Accon, provveduta la città di viveri, e fabbricato un forte barbacane. Caddero, il dì innanzi che arrivasse Saladino, quaranta braccia di questo muro: il che atterrì sommamente il popolo cristiano, ma non già l'intrepido marchese Corrado, che, impiegati uomini e donne, riparò in un dì quel danno. Fatte poi vestire da uomo le donne, e messele sulle mura, inviò i Pisani di nuovo ad Accon, da dove condussero due navi cariche di vettovaglie. E questi medesimi da lì a non molto presero cinque altre galee nemiche piene di gente e di viveri. Per queste perdite arrabbiato Saladino, fece dei mirabili sforzi contra del barbacane, adoperando assalti e quante macchine di guerra erano allora in uso, con gran perdita de' suoi, e lieve degli assediati. E perciocchè ai Pisani venne fatto, inseguendo nove galee della flotta infedele, di pressarle di maniera che i Barbari attaccarono ad esse il fuoco, Saladino, che avea perduta molta gente, trovandosi anche sprovveduto diaiuto per mare, finalmente nell'ultimo giorno di decembre, oppure nel dì primo del seguente gennaio, dopo aver bruciate tutte le macchine, si ritirò pieno di dispetto dalla città di Tiro. In segno ancora del suo dolore fece tagliar la coda al proprio cavallo, per incitare in questa maniera i suoi alla vendetta. Di qui probabilmente ebbe principio il rito de' Turchi di appendere allo stendardo loro la coda del cavallo per segno di guerra. Distesamente parla di questi fatti Bernardo Tesoriere, la cui Storia ho dato alla luce, oltre a molti altri scrittori, che un lacrimevol racconto lasciarono di questi infelici successi de' Latini in Oriente. Di tante conquiste tre sole città restarono in lor potere, cioè Antiochia, Tiro e Tripoli.Andavano intanto maggiormente crescendo i dissapori frapapa Urbano IIIe l'imperador Federigo; e quantunque il pontefice, il quale nel dì 4 di giugno, stando in essa città di Verona, diede una bolla in favor delle monache di santa Eufemia di Modena[Antiquit. Italic., Dissert. XXVI.], si vedesse in molte strettezze, perchè dall'un canto Federigo avea serrati i passi fra la Germania e l'Italia, e teneva come in pugno tutta la Lombardia e la Romagna, e dell'altro gli Stati della Chiesa romana erano malmenati dal giovane re Arrigo; tuttavia, come personaggio di gran cuore e zelo, prese la risoluzione di usar l'armi spirituali contra di Federigo[Arnold. Lubec., lib. 3, cap. 18.]. Citollo nelle debite forme; ma quando fu per fulminare la scomunica, i Veronesi, con rappresentargli che erano servi ed amici dell'imperadore, il pregarono di non voler nella loro città far questo passo, che avrebbe fatto grande strepito, e cagionato loro dei gravi disturbi. Il perchè Urbano si partì di Verona, ed incamminossi alla volta di Ferrara, con pensiero d'effettuar ivi il suo disegno. Gervasio Tiberiense[Gervas. Tiberiens., in Chron.]all'incontro scrive che s'era intavolato, anzi sottoscritto un accordofra esso papa e Federigo: dopo di che Urbano sen venne a Ferrara. Lo stesso abbiamo dal Cronografo Sassone. Comunque sia, appena giunto il pontefice in quella città, quivi caduto infermo, passò a miglior vita nel dì 19 d'ottobre. Dopo avergli per sette giorni il popolo ferrarese fatte solenni esequie, gli diede sepoltura nella cattedrale. Buona parte degli storici[Hugo Antissiodor. Ptolomaeus Lucensis, Neubrig. et alii.], copiando l'un l'altro, lasciarono scritto che il buon pontefice Urbano, pervenutagli la dolorosa nuova della perdita di Gerusalemme, non potendo reggere all'afflizione, mancò di vita. Difficile è ben da credere che in sì poco tempo fosse portato a Ferrara quel funestissimo avviso. Se egli morì d'affanno, come vien preteso, dovette piuttosto essere per la notizia ricevuta della rotta precedentemente data da Saladino ai cristiani, e della presa di varie città, e dell'assedio di Tiro. Dopo la sepoltura del defunto papa Urbano, fu in suo luogo assunto al pontificatoAlberto cardinaledi san Lorenzo in Lucina, cancelliere della santa romana Chiesa, che prese il nome diGregorio VIII. Non tardò questo pontefice, lodatissimo da tutti gli scrittori, a spedir lettere circolari a tutta la cristianità, che si leggono presso Ruggieri Hovedeno[Rogerius Hovedenus, in Annalib.], e son anche riferite dal cardinal Baronio[Baron., in Annal. Eccl.]. In esse caldamente esorta tutti i fedeli al soccorso di Terra santa, con prescrivere ancora digiuni e preghiere per placare l'ira di Dio. Una lettera di questo pontefice ad Arrigo,regi electo Romanorum imperatori, pubblicata dal Leibnizio[Leibnitius, Prodr. ad Cod. Jur. Gent.], per provare usato fin allora il titolo d'imperadore eletto, non può stare, perchè contraria all'uso di que' tempi. Leggonsi ancora presso l'Ughelli[Ughell., Ital. Sacr., tom. 3 in Episcop. Pisan.]i privilegii e le esenzioni concedute nell'ottobre dell'anno presente daCorrado marchese, che s'intitolafigliuolo del marchese di Monferrato, ai Pisani, pel soccorso a lui dato nella difesa di Tiro. Per attestato degli Annali Genovesi[Annal. Genuens., lib. 5, tom. 6 Rer. Ital.], scrisse il medesimo Corrado lettere all'imperadore, e ai re di Francia, Inghilterra e Sicilia, implorando aiuto per gli urgenti bisogni della cristianità in Levante. Verisimilmente venne nel dì 10 di dicembre a Pisa il nuovo papaGregorio VIII, appunto per muovere quel popolo e i Genovesi a far maggiori sforzi per sostenere la cadente fortuna de' cristiani latini in Levante. Ma Iddio dispose altrimenti; imperciocchè questo pontefice, degnissimo di lunga vita per le sue rare virtù, infermatosi in essa città di Pisa, fu chiamato da Dio ad un miglior paese nel dì 17 del mese suddetto, e fu seppellito il sacro suo corpo in quella cattedrale. Che vacasse la cattedra di san Pietro venti giorni, onde solamente nel gennaio dell'anno seguente fosse eletto il di lui successore, lo credettero il Sigonio, il Panvinio, il Baronio ed altri. Ma, secondo le pruove recate dal padre Pagi[Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.], l'elezione di un altro pontefice seguì nel dì 19 del suddetto dicembre. Nelle Croniche Pisane[Chron. Pisan., apud Ughellium, tom. 3 Ital. Sacr.]è scritto:XIV kalendas ejusdem mensis cardinalis Paulus praenestinus episcopus in eadem Ecclesia majori pontifex summus est electus, levatus ab hospitio sancti Pauli de Ripa Arni, et largiente Domino Clemens III vocatus est. Sicchè fu eletto papa e consecratoPaolo cardinalee vescovo di Palestrina, di nazione Romano, che si fece chiamareClemente III.Ho detto di sopra che l'ottimopapa Gregorio VIIIsi portò a Pisa per incitar non meno quel popolo che l'altro di Genova all'aiuto di Terra santa; ma ho detto poco. Fu di mestieri il mettere prima pace fra quelle due nazioni, giacchè di nuovo s'era accesa la guerra fra esse. Abbiamo dai continuatori degli AnnaliGenovesi di Caffaro[Annal. Genuens., lib. 3.]che in quest'anno i Pisani, contravvenendo ai trattati e giuramenti della pace, con un'armata passarono in Sardegna, dove spogliarono e cacciarono da tutto il giudicato di Cagliari quanti mercatanti genovesi trovarono in quelle parti. All'avviso della rotta pace, allestirono immediatamente i Genovesi un potente esercito per passare a Porto Pisano, quand'ecco comparire a Genova una lettera delre Arrigo, che i Pisani aveano segretamente procacciata al bisogno. In essa pregava il re i Genovesi di desistere per amor suo dall'offesa de' Pisani; e però si disarmò la preparata flotta, a riserva di dieci galee, che, passate in Sardegna, infestarono non poco i Pisani, e preso il castello di Bonifazio, fabbricato da essi Pisani, lo distrussero da' fondamenti. Bernardo di Guidone[Bernardus Guidonis, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]ed altri scrivono che la pace fra questi due popoli fu maneggiata e conchiusa dal suddetto papa Gregorio VIII. Ma di ciò nulla ha il continuatore de' suddetti Annali di Genova, che pur era contemporaneo. Sul fine di quest'anno, o sul principio del seguente, come ha dimostrato il signor Sassi[Saxius, in Not. ad Sigon. de Regno Ital.], arcivescovo di Milano fu elettoMiloneda Cardano vescovo di Torino, e Milanese di patria. E, se vogliam credere a Galvano Fiamma[Gualvanus Fiamma, in Manip. Fior.], l'anno fu questo, in cui il popolo di Milano elesse per suo primo podestà Uberto de' Visconti di Piacenza. Nè vo' lasciar di dire una particolarità a noi conservata da Bernardo Tesoriere[Bernard. Thesaurar., Chron., cap. 165.]: cioè che alcune migliaia di cristiani cacciati da Gerusalemme pervennero ad Alessandria d'Egitto, e quivi svernarono sino al marzo dell'anno seguente, trattati con assai carità ed ospitalità da que' Saraceni. Arrivarono in quel mese trentasei navi di Pisani, Genovesi e Veneziani, che imbarcarono quanti cristiani poteano pagare il nolo.Essendo restato in terra un migliaio di essi, il governator saraceno volle saperne la cagione, e inteso che era perchè non aveano di che pagare, fece una severa parlata a que' capitani di navi per la poca lor carità verso de' cristiani loro fratelli, con vergogna del nome cristiano, quando Saladino ed egli stesso gli aveano trattati tutti con tanta amorevolezza e clemenza. E perchè non perisse quella povera gente, e non divenisse schiava, volle che la ricevessero nelle navi, e la trasportassero in Italia, con dar loro di sua borsa tanto biscotto ed acqua dolce, quanto potea bastare pel viaggio. Tutti raccontano che Saladino più de' cristiani medesimi era misericordioso verso de' poveri cristiani. Sicchè i più de' nostri non per motivo alcuno di religione, ma per sete di guadagno, e per vivere più liberamente, usavano in quei tempi di andare in Terra santa. Nè si vuol tacere che l'ingrandimento e la ricchezza de' Pisani e Genovesi s'ha in parte da attribuire alle caravane de' pellegrini che le lor navi conducevano e riconducevano da que' paesi, con ricavarne un buon nolo, ed occupar la roba di chi moriva nel viaggio. Molti privilegii, esenzioni e diritti accordati circa questi tempi al popolo pisano dai re di Gerusalemme, dal principe d'Antiochia, dal conte di Tripoli, dal principe di Tiro e da altri principi cristiani di Levante si possono leggere nelle mie Antichità italiane[Antiquit. Ital., Dissert. XXX, p. 907 et seq.].

Fu segnato il presente infelicissimo anno colle lagrime di tutta la cristianità. La santa città di Gerusalemme, che avrebbe dovuto ispirare in tutti i suoi abitanti cristiani la divozione e il timore di Dio, già era divenuta il teatro dell'ambizione, della incontinenza e degli altri vizii che accompagnano il libertinaggio; e questi si miravano baldanzosi fra quella gente. Però Dio volle finirla. Insorsero fra i principi delle dissensioni a cagione del regno; e perchè non si mantenea la fede a Saladino potentissimo sultano di Babilonia e dell'Egitto, nè agli altri vicini[Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Italic. Bernard. Thesaurar., Histor., tom. 7 Rer. Ital. Guillelm. Nangius, in Chron. Chron. Acquicinct. apud Pagium. Chron. Reicherspergense.], esso Saladino con ismisurato esercito marciò alla volta della Palestina. Rimasero sconfitti i Cristiani (e fu creduto per tradimento diRinaldo principedi Montereale, e diRaimondo contedi Tripoli) con istrage di molti, e colla prigionia del re Guido, e di moltissimi altri nobili, fra' quali si abbattè il vecchioGuglielmo marchesedel Monferrato, che era andato alla visita de' luoghi santi, ed anche per assistere al picciolo suo nipote. Cotal disgrazia si tirò dietro la perdita di molte città. Dopo di che Saladino condusse l'armata terrestre e marittima sopra l'importante città di Tiro, e ne formò l'assedio. Era perduta quella nobil città, se per avventuraCorradofigliuolo del suddetto marchese Guglielmo, venendo da Costantinopoli per andare ai luoghi santi, intesa la perdita di Tiberiade, ossia di Accon, voltata vela, non fosse qualche tempo prima approdato ad essa città di Tiro, dove da quel popolo ricevuto come angelo di Dio, fu eletto per loro signore.Guidò Saladino sotto quella città il vecchio marchese suo prigione, esibendone la libertà a Corrado, se gli rendeva la terra: altrimente minacciandone la morte, se non accettava l'offerta. Nulla si mosse il marchese Corrado; anzi rispose ch'egli sarebbe il primo a saettare il padre, se Saladino l'avesse esposto per impedir la difesa. La costanza di questo principe fece mutar pensiero a Saladino, che niun danno per questo inferì al vecchio marchese. Non amando poi egli di consumare il tempo sotto una città sì dura, con perdere il frutto della vittoria, rivolse l'armata contro le città circonvicine a Gerusalemme; e impadronitosene, obbligò infine alla resa la santa città nel dì 2 di ottobre: colpo che riempiè d'incredibil dolore tutti quanti i fedeli. Tornò poscia il vittorioso Saladino all'assedio di Tiro nel mese di novembre. Avea il valoroso marchese Corrado nei giorni addietro coll'aiuto de' Pisani battuta due volte la flotta nemica, prese ancora alcune lor galee e navi nel porto di Accon, provveduta la città di viveri, e fabbricato un forte barbacane. Caddero, il dì innanzi che arrivasse Saladino, quaranta braccia di questo muro: il che atterrì sommamente il popolo cristiano, ma non già l'intrepido marchese Corrado, che, impiegati uomini e donne, riparò in un dì quel danno. Fatte poi vestire da uomo le donne, e messele sulle mura, inviò i Pisani di nuovo ad Accon, da dove condussero due navi cariche di vettovaglie. E questi medesimi da lì a non molto presero cinque altre galee nemiche piene di gente e di viveri. Per queste perdite arrabbiato Saladino, fece dei mirabili sforzi contra del barbacane, adoperando assalti e quante macchine di guerra erano allora in uso, con gran perdita de' suoi, e lieve degli assediati. E perciocchè ai Pisani venne fatto, inseguendo nove galee della flotta infedele, di pressarle di maniera che i Barbari attaccarono ad esse il fuoco, Saladino, che avea perduta molta gente, trovandosi anche sprovveduto diaiuto per mare, finalmente nell'ultimo giorno di decembre, oppure nel dì primo del seguente gennaio, dopo aver bruciate tutte le macchine, si ritirò pieno di dispetto dalla città di Tiro. In segno ancora del suo dolore fece tagliar la coda al proprio cavallo, per incitare in questa maniera i suoi alla vendetta. Di qui probabilmente ebbe principio il rito de' Turchi di appendere allo stendardo loro la coda del cavallo per segno di guerra. Distesamente parla di questi fatti Bernardo Tesoriere, la cui Storia ho dato alla luce, oltre a molti altri scrittori, che un lacrimevol racconto lasciarono di questi infelici successi de' Latini in Oriente. Di tante conquiste tre sole città restarono in lor potere, cioè Antiochia, Tiro e Tripoli.

Andavano intanto maggiormente crescendo i dissapori frapapa Urbano IIIe l'imperador Federigo; e quantunque il pontefice, il quale nel dì 4 di giugno, stando in essa città di Verona, diede una bolla in favor delle monache di santa Eufemia di Modena[Antiquit. Italic., Dissert. XXVI.], si vedesse in molte strettezze, perchè dall'un canto Federigo avea serrati i passi fra la Germania e l'Italia, e teneva come in pugno tutta la Lombardia e la Romagna, e dell'altro gli Stati della Chiesa romana erano malmenati dal giovane re Arrigo; tuttavia, come personaggio di gran cuore e zelo, prese la risoluzione di usar l'armi spirituali contra di Federigo[Arnold. Lubec., lib. 3, cap. 18.]. Citollo nelle debite forme; ma quando fu per fulminare la scomunica, i Veronesi, con rappresentargli che erano servi ed amici dell'imperadore, il pregarono di non voler nella loro città far questo passo, che avrebbe fatto grande strepito, e cagionato loro dei gravi disturbi. Il perchè Urbano si partì di Verona, ed incamminossi alla volta di Ferrara, con pensiero d'effettuar ivi il suo disegno. Gervasio Tiberiense[Gervas. Tiberiens., in Chron.]all'incontro scrive che s'era intavolato, anzi sottoscritto un accordofra esso papa e Federigo: dopo di che Urbano sen venne a Ferrara. Lo stesso abbiamo dal Cronografo Sassone. Comunque sia, appena giunto il pontefice in quella città, quivi caduto infermo, passò a miglior vita nel dì 19 d'ottobre. Dopo avergli per sette giorni il popolo ferrarese fatte solenni esequie, gli diede sepoltura nella cattedrale. Buona parte degli storici[Hugo Antissiodor. Ptolomaeus Lucensis, Neubrig. et alii.], copiando l'un l'altro, lasciarono scritto che il buon pontefice Urbano, pervenutagli la dolorosa nuova della perdita di Gerusalemme, non potendo reggere all'afflizione, mancò di vita. Difficile è ben da credere che in sì poco tempo fosse portato a Ferrara quel funestissimo avviso. Se egli morì d'affanno, come vien preteso, dovette piuttosto essere per la notizia ricevuta della rotta precedentemente data da Saladino ai cristiani, e della presa di varie città, e dell'assedio di Tiro. Dopo la sepoltura del defunto papa Urbano, fu in suo luogo assunto al pontificatoAlberto cardinaledi san Lorenzo in Lucina, cancelliere della santa romana Chiesa, che prese il nome diGregorio VIII. Non tardò questo pontefice, lodatissimo da tutti gli scrittori, a spedir lettere circolari a tutta la cristianità, che si leggono presso Ruggieri Hovedeno[Rogerius Hovedenus, in Annalib.], e son anche riferite dal cardinal Baronio[Baron., in Annal. Eccl.]. In esse caldamente esorta tutti i fedeli al soccorso di Terra santa, con prescrivere ancora digiuni e preghiere per placare l'ira di Dio. Una lettera di questo pontefice ad Arrigo,regi electo Romanorum imperatori, pubblicata dal Leibnizio[Leibnitius, Prodr. ad Cod. Jur. Gent.], per provare usato fin allora il titolo d'imperadore eletto, non può stare, perchè contraria all'uso di que' tempi. Leggonsi ancora presso l'Ughelli[Ughell., Ital. Sacr., tom. 3 in Episcop. Pisan.]i privilegii e le esenzioni concedute nell'ottobre dell'anno presente daCorrado marchese, che s'intitolafigliuolo del marchese di Monferrato, ai Pisani, pel soccorso a lui dato nella difesa di Tiro. Per attestato degli Annali Genovesi[Annal. Genuens., lib. 5, tom. 6 Rer. Ital.], scrisse il medesimo Corrado lettere all'imperadore, e ai re di Francia, Inghilterra e Sicilia, implorando aiuto per gli urgenti bisogni della cristianità in Levante. Verisimilmente venne nel dì 10 di dicembre a Pisa il nuovo papaGregorio VIII, appunto per muovere quel popolo e i Genovesi a far maggiori sforzi per sostenere la cadente fortuna de' cristiani latini in Levante. Ma Iddio dispose altrimenti; imperciocchè questo pontefice, degnissimo di lunga vita per le sue rare virtù, infermatosi in essa città di Pisa, fu chiamato da Dio ad un miglior paese nel dì 17 del mese suddetto, e fu seppellito il sacro suo corpo in quella cattedrale. Che vacasse la cattedra di san Pietro venti giorni, onde solamente nel gennaio dell'anno seguente fosse eletto il di lui successore, lo credettero il Sigonio, il Panvinio, il Baronio ed altri. Ma, secondo le pruove recate dal padre Pagi[Pagius, in Critic. ad Annal. Baron.], l'elezione di un altro pontefice seguì nel dì 19 del suddetto dicembre. Nelle Croniche Pisane[Chron. Pisan., apud Ughellium, tom. 3 Ital. Sacr.]è scritto:XIV kalendas ejusdem mensis cardinalis Paulus praenestinus episcopus in eadem Ecclesia majori pontifex summus est electus, levatus ab hospitio sancti Pauli de Ripa Arni, et largiente Domino Clemens III vocatus est. Sicchè fu eletto papa e consecratoPaolo cardinalee vescovo di Palestrina, di nazione Romano, che si fece chiamareClemente III.

Ho detto di sopra che l'ottimopapa Gregorio VIIIsi portò a Pisa per incitar non meno quel popolo che l'altro di Genova all'aiuto di Terra santa; ma ho detto poco. Fu di mestieri il mettere prima pace fra quelle due nazioni, giacchè di nuovo s'era accesa la guerra fra esse. Abbiamo dai continuatori degli AnnaliGenovesi di Caffaro[Annal. Genuens., lib. 3.]che in quest'anno i Pisani, contravvenendo ai trattati e giuramenti della pace, con un'armata passarono in Sardegna, dove spogliarono e cacciarono da tutto il giudicato di Cagliari quanti mercatanti genovesi trovarono in quelle parti. All'avviso della rotta pace, allestirono immediatamente i Genovesi un potente esercito per passare a Porto Pisano, quand'ecco comparire a Genova una lettera delre Arrigo, che i Pisani aveano segretamente procacciata al bisogno. In essa pregava il re i Genovesi di desistere per amor suo dall'offesa de' Pisani; e però si disarmò la preparata flotta, a riserva di dieci galee, che, passate in Sardegna, infestarono non poco i Pisani, e preso il castello di Bonifazio, fabbricato da essi Pisani, lo distrussero da' fondamenti. Bernardo di Guidone[Bernardus Guidonis, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]ed altri scrivono che la pace fra questi due popoli fu maneggiata e conchiusa dal suddetto papa Gregorio VIII. Ma di ciò nulla ha il continuatore de' suddetti Annali di Genova, che pur era contemporaneo. Sul fine di quest'anno, o sul principio del seguente, come ha dimostrato il signor Sassi[Saxius, in Not. ad Sigon. de Regno Ital.], arcivescovo di Milano fu elettoMiloneda Cardano vescovo di Torino, e Milanese di patria. E, se vogliam credere a Galvano Fiamma[Gualvanus Fiamma, in Manip. Fior.], l'anno fu questo, in cui il popolo di Milano elesse per suo primo podestà Uberto de' Visconti di Piacenza. Nè vo' lasciar di dire una particolarità a noi conservata da Bernardo Tesoriere[Bernard. Thesaurar., Chron., cap. 165.]: cioè che alcune migliaia di cristiani cacciati da Gerusalemme pervennero ad Alessandria d'Egitto, e quivi svernarono sino al marzo dell'anno seguente, trattati con assai carità ed ospitalità da que' Saraceni. Arrivarono in quel mese trentasei navi di Pisani, Genovesi e Veneziani, che imbarcarono quanti cristiani poteano pagare il nolo.Essendo restato in terra un migliaio di essi, il governator saraceno volle saperne la cagione, e inteso che era perchè non aveano di che pagare, fece una severa parlata a que' capitani di navi per la poca lor carità verso de' cristiani loro fratelli, con vergogna del nome cristiano, quando Saladino ed egli stesso gli aveano trattati tutti con tanta amorevolezza e clemenza. E perchè non perisse quella povera gente, e non divenisse schiava, volle che la ricevessero nelle navi, e la trasportassero in Italia, con dar loro di sua borsa tanto biscotto ed acqua dolce, quanto potea bastare pel viaggio. Tutti raccontano che Saladino più de' cristiani medesimi era misericordioso verso de' poveri cristiani. Sicchè i più de' nostri non per motivo alcuno di religione, ma per sete di guadagno, e per vivere più liberamente, usavano in quei tempi di andare in Terra santa. Nè si vuol tacere che l'ingrandimento e la ricchezza de' Pisani e Genovesi s'ha in parte da attribuire alle caravane de' pellegrini che le lor navi conducevano e riconducevano da que' paesi, con ricavarne un buon nolo, ed occupar la roba di chi moriva nel viaggio. Molti privilegii, esenzioni e diritti accordati circa questi tempi al popolo pisano dai re di Gerusalemme, dal principe d'Antiochia, dal conte di Tripoli, dal principe di Tiro e da altri principi cristiani di Levante si possono leggere nelle mie Antichità italiane[Antiquit. Ital., Dissert. XXX, p. 907 et seq.].


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