MCVII

MCVIIAnno diCristoMCVII. IndizioneXV.PasqualeII papa 9.ArrigoV re di Germania e d'Italia 2.Varii viaggi ed azioni dipapa Pasqualein Francia in quest'anno si possono leggere nella Vita di Lodovico il Grosso scritta da Sugerio abbate[Sugerius, apud Du-Chesne, Script. Rer. Franc.]. Anche il padre Pagi[Pagius, ad Annales Baron.]ne fa menzione. Io tutto tralascio, bastandomi di accennare che il reArrigo Vspedì una solenne ambasciata in Francia per trattare con esso papa dell'affare delle investiture, perciocchè egli, al pari del padre, volea sostenerle contro i decreti di Roma. Il capo degli ambasciatori eraGuelfo Vduca di Baviera, uomo corpolento, e che usava un tuono alto di voce. Parevano essi andati più per intimidire il papa, che per trattare amichevolmente di concordia. E niuna concordia infatti ne seguì, ma solamente delle minaccie. Che il pontefice ritornasse in questo medesimo anno in Italia, si raccoglie da una sua bolla[Bacchini, di Polirone, Ist., nell'Append.]dataMutinae kalendis septembris, Indictione I Incarnationis dominicae anno MCVII, pontificatus autem domni Paschalis II papae nono. Era in Fiesole nel dì 18 di settembre. In quest'anno lacontessa Matildanel dì 10 di febbraio trovandosi nel contado di Volterra, tenne un placito, in cui fece un decreto in favore de' canonici di Volterra. Apparisce ancora da due memorie prodotte dal Fiorentini[Fiorent., Memor. di Matild., lib. 2.]che la medesima contessa nel mese di giugno mise l'assedio alla terra di Prato in Toscana, che s'era ribellata a lei, oppure a' Fiorentini. Arrivato in Toscana il suddetto papa Pasquale, ricevette dalla medesima contessa un trattamento convenevole alla dignità dell'uno, e alla somma venerazion dell'altra verso i vicariidi Gesù Cristo. Fecene menzione anche Donizone, ma senza dire ch'ella seco andasse a Roma, come alcuno ha supposto, in quei versi[Donizo, in Vit. Mathild.]:Illic post annum rediit retro pastor amandus.Ejus ad obsequium Mathildis mox reperiturPromta, loquens secum. Romam rediit cito praesul.Nell'anno presente ancora pare che venisse in ItaliaArrigo il Nero, duca di Baviera e fratello delduca Guelfo[Antichità Estensi, P. I, cap. 39.]. Certamente è scritta come succeduta in quest'anno una donazione da lui fatta al monistero di santa Maria delle Carceri d'Este. Ma essendo discorde dall'anno suddetto l'indizione settima, non si può ben accertare il tempo. Quel che è sicuro, quivi esso principe è intitolatoHenricus dux, filius quondam Guelfonis ducis, qui professus sum ex natione mea lege vivere Lombardorum, siccome per tanti altri documenti si scorge che costumarono di professare i principi estensi, dai quali egli discendeva. Fu stipulato quello strumentoapud sanctam Theclam de Este: il che fa intendere che la linea estense dei duchi di Baviera riteneva la sua porzion di dominio nella nobil terra d'Este. In questi tempi scrive Landolfo da san Paolo ch'egli era in Milano[Landulphus Senior, Hist. Mediolan., cap. 15.]consulum epistolarum dictator. La menzione dei consoli già introdotti nel governo di quella città mi obbliga qui di dire, essere ciò una pruova chiara che i Milanesi s'erano già sgravati de' ministri imperiali o regii, ed aveano presa la forma di repubblica e la libertà, con governarsi da sè stessi, solamente riconoscendo la sovranità di chi era imperadore, oppure re d'Italia. S'è veduto di sopra che quel popolo tanti anni prima avea fatta guerra coi Pavesi, e poi s'era esercitato nelle interne fazioni e guerre civili, senza più mostrar ubbidienza e dipendenza dal re, ossia da alcun suo ministro. L'essersi poisconvolta la Lombardia tutta per cagione d'Arrigo IV, aumentò l'animo di quel popolo a mettersi pienamente a libertà. Cercando essi in qual maniera si avesse a regolar la loro nuova repubblica, poco ci volle a mettersi davanti agli occhi il metodo tenuto dai Romani antichi nel governo di Roma. Perciò crearono due consoli che fossero capi principali della comunità, ed elessero altri ministri della giustizia, della guerra, della economia. Credo io che sui principii l'arcivescovo avesse gran parte nelle loro risoluzioni, e molto d'autorità per regolar le faccende. Formarono ilconsiglio generale, composto di nobili e di popolo, che ascendeva talvolta a più centinaia di persone, capi di famiglie. Eravi eziandio un consiglio particolare e segreto, ristretto a pochi scelti dal generale, il quale veniva appellato ilconsiglio di credenza; col qual nome si denotava chi giurava di custodire il segreto de' pubblici affari. Questo consiglio particolare aveva in mano l'ordinario governo politico; ma la risoluzion delle cose importanti, come il far guerra o pace, spedire ambasciatori, far leghe, eleggere i consoli ed altri ministri, era riserbato al consiglio generale.Tale era allora la forma di queste nascenti repubbliche; e dico repubbliche, perchè nello stesso tempo altre città di Lombardia si misero in libertà, e presero forma di repubblica, come Pavia, Lodi, Cremona, Verona, Genova ed altre. Allorchè s'incontra nelle città d'allora il nome diconsoli, subito s'intende che queste erano divenute città libere, le quali nondimeno protestavano di riconoscere per supremo lor padrone l'imperadore ossia il re d'Italia. Nelle Memorie antiche di Pisa e Lucca scorgiamo che circa questi tempi anche quelle città cominciarono a governarsi coi consoli, e s'è veduto che faceano guerra fra loro: il che indica la loro libertà, e l'acquistata o usurpata parte del dominio. Come poi succedessero ad essa altri marchesi di Toscana (cosa che in Lombardia piùnon si usava), non è sì facile ad intendere. Forse l'autorità dei conti, che più non s'incontra neppure nel governo delle città principali della Toscana, era passato nella comunità di quelle città, restando salva solamente l'autorità marchionale. Probabile è ancora che la contessa Matilda ne' tempi tempestosi delle guerre passate fosse obbligata a cedere per accordo alle città potenti di quella provincia parte delle sue regalie, e tutte quelle de' conti già governatori delle città. Abbiam già veduto che Lucca e Siena s'erano ribellate a lei, e tennero per un tempo il partito di Arrigo IV. Ma appena queste città libere si sentirono colle mani slegate e colla balìa di maneggiar l'armi, che lo spirito dell'ambizione, cioè la sete di accrescere il proprio Stato colla depression de' vicini, ristretto in addietro ne' principi del secolo, occupò ancora il cuore dei repubblichisti. Ed appunto in quest'anno i Milanesi, parte mossi da questo appetito innato negli uomini, ma più vigoroso ne' più potenti, e parte attizzati da antichi odii e gare, dichiararono la guerra alla confinante città di Lodi[Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 16.], e la strinsero con forte assedio. Nè mancava in Lodi stessa chi segretamente teneva la parte di essi Milanesi. Oltre a varii nobili, furono sospettati di dubbiosa fede in que' frangentiArdericovescovo della medesima città, e Gaiardo suo fratello. Se vogliamo anche prestar fede a Galvano dalla Fiamma[Galv. Flamma, Manipul. Flor., tom. 11 Rer. Ital.], il popolo di Pavia mosse guerra contro di quel di Tortona. Conoscendosi i Tortonesi inferiori di forza a quella potente città, ricorsero per aiuto a' Milanesi, coi quali contrassero lega: il che fu cagione che anche i Pavesi si collegassero co' Lodigiani e Cremonesi. Entrati poi nel Tortonese essi Pavesi, diedero una rotta a quel popolo, misero a sacco il loro territorio, riportarono anche de' vantaggi contra de' Milanesi, e in fine impadronitisidi Tortona, la diedero alle fiamme. Prese tali notizie Galvano dalla Cronica di Sicardo vescovo di Cremona[Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.], il quale nondimeno altro non iscrive, se non che incendiarono i borghi di Tortona. Errò parimente Galvano in credere che tuttavia continuasse Corrado figliuolo di Arrigo IV ad essere re d'Italia. Giunto intanto a Roma papaPasquale II[Pandulfus Pisan., in Vit. Paschal. II, Part. I, tom. 3 Rer. Ital.], trovò sconcertati non poco i suoi affari. Stefano Corso, di cui s'è parlato di sopra, avea ribellata tutta la Marittima, e s'era ben fortificato in Ponte Celle e in Montalto, terre della Chiesa romana. Spedì colà il papa il suo esercito, che ripigliò la prima d'esse terre; ma non potendo, a cagion del verno, fermarsi sotto l'altra, dopo di aver saccheggiato il territorio, si ritirò ai quartieri. Abbiamo da Romoaldo Salernitano[Romualdus Salernitan., Chron., tom. 7 Rer. Ital.]che nell'anno presenteRuggieri ducadi Puglia assediò la città di Luceria, oggidì Nocera, e la rimise sotto il suo dominio. Finalmente l'Anonimo Barense scrive[Anonymus Barens. apud Peregrinium.]cheBoamondo principed'Antiochia tornato in Italia co' crociati franzesi, e fatta adunanza d'altri Italiani nel suo principato di Taranto, con dugento navi, trenta galee, cinque mila cavalli e quaranta mila fanti, dal porto di Brindisi passò di là dall'Adriatico alla Vallona, e la prese. Se una tal flotta di navi fosse bastante a condur tanti uomini e cavalli, lascerò io considerarlo agl'intendenti. Forse passarono in più veleggiate. Assediò dipoi la città di Durazzo; ma ritrovandola ben provveduta di presidio e di viveri, non gli riuscì di mettervi il piede. Il motivo di far questa guerra ad un imperadore cristiano, in vece di portarla in Oriente contra de' Turchi ed altri infedeli, fu perchè esso imperadoreAlessio Comnenofacea segretamente la guerra a chiunque dei crociati voleva passare per le sueterre in Oriente, dimodochè era egli tenuto per nemico più pericoloso che gli stessi Turchi. Di questo fatto parlano anche Fulcherio nella Storia sacra[Fulch., Hist. Hierosolym., lib. 2.], e il suddetto Sicardo vescovo di Cremona nella sua Cronica.

Varii viaggi ed azioni dipapa Pasqualein Francia in quest'anno si possono leggere nella Vita di Lodovico il Grosso scritta da Sugerio abbate[Sugerius, apud Du-Chesne, Script. Rer. Franc.]. Anche il padre Pagi[Pagius, ad Annales Baron.]ne fa menzione. Io tutto tralascio, bastandomi di accennare che il reArrigo Vspedì una solenne ambasciata in Francia per trattare con esso papa dell'affare delle investiture, perciocchè egli, al pari del padre, volea sostenerle contro i decreti di Roma. Il capo degli ambasciatori eraGuelfo Vduca di Baviera, uomo corpolento, e che usava un tuono alto di voce. Parevano essi andati più per intimidire il papa, che per trattare amichevolmente di concordia. E niuna concordia infatti ne seguì, ma solamente delle minaccie. Che il pontefice ritornasse in questo medesimo anno in Italia, si raccoglie da una sua bolla[Bacchini, di Polirone, Ist., nell'Append.]dataMutinae kalendis septembris, Indictione I Incarnationis dominicae anno MCVII, pontificatus autem domni Paschalis II papae nono. Era in Fiesole nel dì 18 di settembre. In quest'anno lacontessa Matildanel dì 10 di febbraio trovandosi nel contado di Volterra, tenne un placito, in cui fece un decreto in favore de' canonici di Volterra. Apparisce ancora da due memorie prodotte dal Fiorentini[Fiorent., Memor. di Matild., lib. 2.]che la medesima contessa nel mese di giugno mise l'assedio alla terra di Prato in Toscana, che s'era ribellata a lei, oppure a' Fiorentini. Arrivato in Toscana il suddetto papa Pasquale, ricevette dalla medesima contessa un trattamento convenevole alla dignità dell'uno, e alla somma venerazion dell'altra verso i vicariidi Gesù Cristo. Fecene menzione anche Donizone, ma senza dire ch'ella seco andasse a Roma, come alcuno ha supposto, in quei versi[Donizo, in Vit. Mathild.]:

Illic post annum rediit retro pastor amandus.Ejus ad obsequium Mathildis mox reperiturPromta, loquens secum. Romam rediit cito praesul.

Illic post annum rediit retro pastor amandus.

Ejus ad obsequium Mathildis mox reperitur

Promta, loquens secum. Romam rediit cito praesul.

Nell'anno presente ancora pare che venisse in ItaliaArrigo il Nero, duca di Baviera e fratello delduca Guelfo[Antichità Estensi, P. I, cap. 39.]. Certamente è scritta come succeduta in quest'anno una donazione da lui fatta al monistero di santa Maria delle Carceri d'Este. Ma essendo discorde dall'anno suddetto l'indizione settima, non si può ben accertare il tempo. Quel che è sicuro, quivi esso principe è intitolatoHenricus dux, filius quondam Guelfonis ducis, qui professus sum ex natione mea lege vivere Lombardorum, siccome per tanti altri documenti si scorge che costumarono di professare i principi estensi, dai quali egli discendeva. Fu stipulato quello strumentoapud sanctam Theclam de Este: il che fa intendere che la linea estense dei duchi di Baviera riteneva la sua porzion di dominio nella nobil terra d'Este. In questi tempi scrive Landolfo da san Paolo ch'egli era in Milano[Landulphus Senior, Hist. Mediolan., cap. 15.]consulum epistolarum dictator. La menzione dei consoli già introdotti nel governo di quella città mi obbliga qui di dire, essere ciò una pruova chiara che i Milanesi s'erano già sgravati de' ministri imperiali o regii, ed aveano presa la forma di repubblica e la libertà, con governarsi da sè stessi, solamente riconoscendo la sovranità di chi era imperadore, oppure re d'Italia. S'è veduto di sopra che quel popolo tanti anni prima avea fatta guerra coi Pavesi, e poi s'era esercitato nelle interne fazioni e guerre civili, senza più mostrar ubbidienza e dipendenza dal re, ossia da alcun suo ministro. L'essersi poisconvolta la Lombardia tutta per cagione d'Arrigo IV, aumentò l'animo di quel popolo a mettersi pienamente a libertà. Cercando essi in qual maniera si avesse a regolar la loro nuova repubblica, poco ci volle a mettersi davanti agli occhi il metodo tenuto dai Romani antichi nel governo di Roma. Perciò crearono due consoli che fossero capi principali della comunità, ed elessero altri ministri della giustizia, della guerra, della economia. Credo io che sui principii l'arcivescovo avesse gran parte nelle loro risoluzioni, e molto d'autorità per regolar le faccende. Formarono ilconsiglio generale, composto di nobili e di popolo, che ascendeva talvolta a più centinaia di persone, capi di famiglie. Eravi eziandio un consiglio particolare e segreto, ristretto a pochi scelti dal generale, il quale veniva appellato ilconsiglio di credenza; col qual nome si denotava chi giurava di custodire il segreto de' pubblici affari. Questo consiglio particolare aveva in mano l'ordinario governo politico; ma la risoluzion delle cose importanti, come il far guerra o pace, spedire ambasciatori, far leghe, eleggere i consoli ed altri ministri, era riserbato al consiglio generale.

Tale era allora la forma di queste nascenti repubbliche; e dico repubbliche, perchè nello stesso tempo altre città di Lombardia si misero in libertà, e presero forma di repubblica, come Pavia, Lodi, Cremona, Verona, Genova ed altre. Allorchè s'incontra nelle città d'allora il nome diconsoli, subito s'intende che queste erano divenute città libere, le quali nondimeno protestavano di riconoscere per supremo lor padrone l'imperadore ossia il re d'Italia. Nelle Memorie antiche di Pisa e Lucca scorgiamo che circa questi tempi anche quelle città cominciarono a governarsi coi consoli, e s'è veduto che faceano guerra fra loro: il che indica la loro libertà, e l'acquistata o usurpata parte del dominio. Come poi succedessero ad essa altri marchesi di Toscana (cosa che in Lombardia piùnon si usava), non è sì facile ad intendere. Forse l'autorità dei conti, che più non s'incontra neppure nel governo delle città principali della Toscana, era passato nella comunità di quelle città, restando salva solamente l'autorità marchionale. Probabile è ancora che la contessa Matilda ne' tempi tempestosi delle guerre passate fosse obbligata a cedere per accordo alle città potenti di quella provincia parte delle sue regalie, e tutte quelle de' conti già governatori delle città. Abbiam già veduto che Lucca e Siena s'erano ribellate a lei, e tennero per un tempo il partito di Arrigo IV. Ma appena queste città libere si sentirono colle mani slegate e colla balìa di maneggiar l'armi, che lo spirito dell'ambizione, cioè la sete di accrescere il proprio Stato colla depression de' vicini, ristretto in addietro ne' principi del secolo, occupò ancora il cuore dei repubblichisti. Ed appunto in quest'anno i Milanesi, parte mossi da questo appetito innato negli uomini, ma più vigoroso ne' più potenti, e parte attizzati da antichi odii e gare, dichiararono la guerra alla confinante città di Lodi[Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 16.], e la strinsero con forte assedio. Nè mancava in Lodi stessa chi segretamente teneva la parte di essi Milanesi. Oltre a varii nobili, furono sospettati di dubbiosa fede in que' frangentiArdericovescovo della medesima città, e Gaiardo suo fratello. Se vogliamo anche prestar fede a Galvano dalla Fiamma[Galv. Flamma, Manipul. Flor., tom. 11 Rer. Ital.], il popolo di Pavia mosse guerra contro di quel di Tortona. Conoscendosi i Tortonesi inferiori di forza a quella potente città, ricorsero per aiuto a' Milanesi, coi quali contrassero lega: il che fu cagione che anche i Pavesi si collegassero co' Lodigiani e Cremonesi. Entrati poi nel Tortonese essi Pavesi, diedero una rotta a quel popolo, misero a sacco il loro territorio, riportarono anche de' vantaggi contra de' Milanesi, e in fine impadronitisidi Tortona, la diedero alle fiamme. Prese tali notizie Galvano dalla Cronica di Sicardo vescovo di Cremona[Sicard., Chron., tom. 7 Rer. Ital.], il quale nondimeno altro non iscrive, se non che incendiarono i borghi di Tortona. Errò parimente Galvano in credere che tuttavia continuasse Corrado figliuolo di Arrigo IV ad essere re d'Italia. Giunto intanto a Roma papaPasquale II[Pandulfus Pisan., in Vit. Paschal. II, Part. I, tom. 3 Rer. Ital.], trovò sconcertati non poco i suoi affari. Stefano Corso, di cui s'è parlato di sopra, avea ribellata tutta la Marittima, e s'era ben fortificato in Ponte Celle e in Montalto, terre della Chiesa romana. Spedì colà il papa il suo esercito, che ripigliò la prima d'esse terre; ma non potendo, a cagion del verno, fermarsi sotto l'altra, dopo di aver saccheggiato il territorio, si ritirò ai quartieri. Abbiamo da Romoaldo Salernitano[Romualdus Salernitan., Chron., tom. 7 Rer. Ital.]che nell'anno presenteRuggieri ducadi Puglia assediò la città di Luceria, oggidì Nocera, e la rimise sotto il suo dominio. Finalmente l'Anonimo Barense scrive[Anonymus Barens. apud Peregrinium.]cheBoamondo principed'Antiochia tornato in Italia co' crociati franzesi, e fatta adunanza d'altri Italiani nel suo principato di Taranto, con dugento navi, trenta galee, cinque mila cavalli e quaranta mila fanti, dal porto di Brindisi passò di là dall'Adriatico alla Vallona, e la prese. Se una tal flotta di navi fosse bastante a condur tanti uomini e cavalli, lascerò io considerarlo agl'intendenti. Forse passarono in più veleggiate. Assediò dipoi la città di Durazzo; ma ritrovandola ben provveduta di presidio e di viveri, non gli riuscì di mettervi il piede. Il motivo di far questa guerra ad un imperadore cristiano, in vece di portarla in Oriente contra de' Turchi ed altri infedeli, fu perchè esso imperadoreAlessio Comnenofacea segretamente la guerra a chiunque dei crociati voleva passare per le sueterre in Oriente, dimodochè era egli tenuto per nemico più pericoloso che gli stessi Turchi. Di questo fatto parlano anche Fulcherio nella Storia sacra[Fulch., Hist. Hierosolym., lib. 2.], e il suddetto Sicardo vescovo di Cremona nella sua Cronica.


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