MCXLVIAnno diCristoMCXLVI. IndizioneIX.EugenioIII papa 2.CorradoIII re di Germania e d'Italia 9.Poca quiete trovò in Roma il ponteficeEugenio. Troppo erano esacerbati gli animi del popolo romano contra quello di Tivoli[Otto Frisingensis, lib. 7.]. Accecati da quest'odio, tuttodì il tormentavano, perchè si smantellasse la nemica città; nè potendo egli reggere a tanta petulanza e fastidio, si ritirò di là dal Tevere, forse in castello Sant'Angelo, che era tenuto dagli altri figliuoli di Pier Leone suoi fedeli. L'Anonimo Casinense[Anonymus Casinens., tom. 5 Rer. Ital.]sotto all'anno 1145, che è, secondo noi, il 1146, non so come, scrive che papa Eugeniopacem cum Romanis reformans, muros tiburtinae civitatis destrui praecepit. A me non si rende credibile questo fatto, perchè se il pontefice fosse giunto ad accordar questa pretensione ai Romani, non avrebbono essi continuata la guerra ai Tiburtini, nè papa Eugenio avrebbe abbandonata Roma, siccome fece nell'anno presente, per sottrarsi all'indiscretezza e alle violenze de' Romani. Infatti egli si partì assai disgustato da Roma. Il troviamo in Sutri nel dì 25 di aprile[Johann, de Ceccano, Chron.]. Per attestato di altri, se ne andò poscia a Viterbo, poscia a Siena, e, secondo le Croniche accennate dal Tronci[Tronci, Memor. Istor. di Pisa.], di là venne alla sua patria Pisa. Dall'Anonimo Casinense sappiamo[Anonymus Casinensis, tom. 5 Rer. Ital.]che egli si portò anche a Lucca, probabilmente per istabilir, se potea, lapace fra quelle due repubbliche. Valicato poi l'Apennino, se è vero ciò che scrive il Sigonio, passò alla città di Brescia, dove diede una bollaX kalendas septembris, in cui scrive al popolo di Bologna di avere intimato ai Reggiani e Parmigiani di non porgere aiuto ai Modenesi contra la badia di Nonantola: e perchè non aveano ubbidito, col consentimento de' cardinali, del patriarca d'Aquileia e di molti vescovi, avea privato le loro città della dignità episcopale. Temo io che questa bolla appartenga agli anni posteriori. Dalle Croniche di Piacenza abbiamo ch'egli fu in quella città, e di là s'inviò alla volta di Francia. Non si può ben accertare se vivente papa Lucio II, oppur sotto il presente papa Eugenio III, i nuovi senatori di Roma scrivessero alre Corrado, appellatore de' Romani, una lettera a noi conservata da Ottone da Frisinga[Otto Frising., de Gestis Friderici, lib. 1, cap. 28.]. Gli significavano di avere ristabilito il senato, come era a' tempi di Costantino e di Giustiniano; di essere a lui fedeli, e di faticare indefessamente coll'unica mira di esaltare la di lui dignità e persona, nulla più desiderando che la venuta di lui a prendere la corona imperiale. L'avvisavano che i Frangipani e i figliuoli di Pier Leone (eccetto che il loro fratello Giordano) e Tolomeo con altri erano dichiarati in favore del papa, e tenevano castello Sant'Angelo per impedire la coronazion d'esso Corrado, ma che essi rifabbricavano e fortificavano Ponte Molle in di lui servigio. Aggiunsero che il papa e il re di Sicilia tenevano ad una, andando d'accordo in non volere Corrado in Italia, e molto meno in Roma; ed è ben probabile che Ruggieri anche da questa parte s'ingegnasse di contrariare alla venuta di Corrado, le cui armi poteano rinnovar la scena disgustosa dell'imperadore Lottario. Scriveano essi Romani, oltre a ciò, essere seguita concordia fra il papa e lo stesso Ruggieri (ciò sembra indicare lo accordo fatto da papa Lucio II nell'anno1144), per cui il pontefice avea conceduto a Ruggierivirgam et annulum, dalmaticam et mitram atque sandalia, et ne ullum mittat in terram suam legatum, nisi quem Siculus petierit: il che viene interpretato dai Siciliani per un indizio della decantata lor monarchia.Et Siculus dedit ei multam pecuniam pro detrimento vestro, et romani imperii.Ma il re Corrado niun conto fece di tale rappresentanza, assai informato del sistema delle cose e del buon cuore del papa; anzi venuti a lui due legati pontificii, l'uno de' quali eraGuidoPisano cardinale e cancelliere della santa romana Chiesa, per la rinnovazion degli antichi privilegii, con tutto onore gli accettò, e concedè quanto chiedevano. Si trova nell'anno 1147 cancelliere d'essa romana Chiesa Guido cardinale; ma non so dire se sia lo stesso. Abbiamo dalla Cronica di Fossa Nuova[Johann. de Ceccano, tom. 1 Ital. Sacr.]sotto questo anno cheRomani venerunt super Tiburim, et multos ex eis decollaverunt. Anche i Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.]fecero pruova del lor valore contro de' Saraceni dominanti in Minorica, e corsari di professione. Armarono ventidue galee, e molte altre navi con assai macchine militari e castelli di legname. Generale di questa flotta fu lo stesso Caffaro, che diede principio agli Annali di Genova. Sbarcati nell'isola Minorica fanti e cavalli, diedero il guasto al paese, fecero molti prigioni, presero la città, e la distrussero, ma dopo averne cavato un ricco bottino. Di là passarono ad Almeria, città marittima della Spagna nel regno di Granata, e postole l'assedio, cominciarono a flagellarla con petriere, gatti, ed altre macchine usate in questi tempi. Veggendosi in mal punto quegl'infedeli, fecero istanza per tregua o pace. Fu per la tregua accordato che pagassero cento tredici mila marabotini, e ne pagarono venticinque mila in quella notte. Stando i Genovesi a vedere e numerare il danaro, ebbe agio il re d'Almeria di salvarsi in due galee col resto della somma accordata.Creò il popolo d'Almeria la seguente mattina un altro re, che ratificò la promessa antecedente; ma perchè non la mantenne nel tempo prescritto, i Genovesi fecero quanto di male poterono al di fuori della città, ed accostandosi il verno, se ne tornarono con trionfo in patria.Non potea star quieto in questi tempiRuggieri redi Sicilia, principe agitato dallo spirito de' conquistatori. Giacchè non potea stendersi dalla parte di Roma, per non disgustare il papa; nè verso la marca d'Ancona, per non tirarsi addosso lo sdegno del reCorrado, determinò di portar la guerra addosso ai Mori di Africa. Pertanto con possente flotta sbarcò su quelle coste, assalì la città di Tripoli, nido di corsari; e tuttochè la trovasse forte per sito, per buone mura e torri, pure, dopo aver presa l'isola delle Gerbe, a forza d'armi s'insignorì di quella città, con trucidar quanti v'erano alla difesa, e condurre le lor donne schiave in Sicilia. Il padre Pagi[Pagius, in Critic. Baron. ad hunc annum.]riferisce questo fatto all'anno presente. Secondo Roberto dal Monte[Robert. de Monte, Chron.], ed anche per attestato dell'Anonimo Casinense[Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.], tal conquista si dovrebbe attribuire all'anno precedente 1145. Altri poi ne parlano all'anno 1147, come ha Noveiro scrittore arabo, citato da esso Pagi; e questa è forse la più verisimil opinione. Veramente per la cronologia della Sicilia in questi tempi a noi mancano lumi sicuri. Pensa il suddetto Pagi che appartenga all'anno 1148 la guerra del re Ruggieri contra diManuello imperadorde' Greci, e a quell'anno veramente ne parla Roberto dal Monte[Robert. de Monte, Append. ad Sigebert.]. Ma non è sicura la cronologia di quell'autore. Mette egli nello stesso anno 1148 la presa d'Almeria in Ispagna, e le conquiste fatte da esso re Ruggieri nelle coste d'Africa; e pur vedremo che tali avventure son da riferire all'anno seguente1147. Nè potendosi credere che Ruggieri in uno stesso anno guerreggiasse contro i Greci e contro i Mori d'Africa, m'induco io a credere che in questo anno egli ostilmente entrasse nel dominio greco. Con tale opinione meglio si accorda Ottone Frisingense, che narra dipoi fatti accaduti nell'anno 1147. Una Cronica del monistero della Cava[Chron. Cavense, tom. 7 Rer. Ital.]mette essa guerra contro i Greci sotto lo stesso anno 1147; ma quivi ancora sono scorretti i numeri per colpa de' copisti, e si conosce che l'autore avrà scritto 1146, perchè, dopo aver narrata l'assunzione di papa Eugenio nel 1145, racconta al seguente anno la guerra della Grecia. Il motivo d'essa fu che passava da lungo tempo nemicizia fra gli Augusti greci e il re Ruggieri, pretendendo sempre gl'imperadori d'Oriente che i Normanni indebitamente ritenessero in lor potere la Sicilia, ed ingiustamente avessero tolto all'imperio greco molte città di Puglia e Calabria. TentòGiovanni Comnenoimperadore, padre diManuello, di far lega contra di Ruggieri colre Corrado, siccome abbiamo da Ottone Frisingense[Otto Frisingens. lib. 1, cap. 23 de Gestis Federici I.].Pietro Polanodoge di Venezia ne era mediatore, e venne anche per questo un'ambasceria de' Greci in Germania. Ruggieri, per quanto scrive Roberto del Monte, mandò anch'egli i suoi ambasciatori a Costantinopoli per ottener la pace; ma questi furono messi in prigione ad onta del diritto delle genti. Da tale affronto irritato forte il re Ruggieri, spedì, a mio credere, nell'anno presente una poderosa flotta nella Dalmazia e nell'Epiro, comandata da valorosi capitani. Sbarcarono essi in Corfù, e con astuzia s'impadronirono di quella città e di tutta l'isola. Lasciato ivi un buon presidio, e continuato il viaggio, saccheggiarono dipoi la Cefalonia, Corinto, Tebe, Atene, Negroponte, ed altri paesi del grecoimperio[Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Non si può dire l'immensità della preda d'oro, d'argento e di vesti preziose che ne asportarono i vincitori Normanni. Alcune migliaia di Greci, nobili e plebei, donne e fanciulli, ed anche Giudei, furono condotti prigioni in Sicilia, e servirono a popolar molti luoghi che scarseggiavano di gente. Soprattutto notabil fu l'accortezza politica del re Ruggieri, il quale fece prendere tutti quanti gli artefici che lavoravano in quelle parti drapperie di seta, e li fece trasportare a Palermo. Prima non si lavoravano se non in Grecia e in Ispagna gli sciamiti e le stoffe di varii colori di seta, con oro ancora tessute. Costavano un occhio a chi degl'Italiani ne voleva. Da lì innanzi fu introdotta in Sicilia questa bell'arte, che poi col tempo si diffuse per altre parti della nostra Europa, e rendè men caro il prezzo di sì fatte tele. Ugone Falcando[Hugo Falcandus, de calamit. Sicul., tom. 7 Rer. Ital.], scrittore di questo secolo, ne fa una vaga descrizione, come di cosa rara, nel principio dell'opera sua. E tale fu il guadagno che riportarono i Greci dalla nemicizia col re Ruggieri. Trovavansi in cattiva positura gli affari di Terra Santa in questi tempi, massimamente dappoichè gli infedeli aveano tolto a' Cristiani la nobil città di Edessa in Soria. Ora per la zelante eloquenza disan Bernardonell'anno presenteLodovico VIIre di Francia eCorrado IIIre di Germania presero la croce, e si obbligarono di marciare nell'anno seguente con grandi forze, e coll'accompagnamento di copiosa nobilità in Levante, a militare contra de' nemici del nome cristiano.
Poca quiete trovò in Roma il ponteficeEugenio. Troppo erano esacerbati gli animi del popolo romano contra quello di Tivoli[Otto Frisingensis, lib. 7.]. Accecati da quest'odio, tuttodì il tormentavano, perchè si smantellasse la nemica città; nè potendo egli reggere a tanta petulanza e fastidio, si ritirò di là dal Tevere, forse in castello Sant'Angelo, che era tenuto dagli altri figliuoli di Pier Leone suoi fedeli. L'Anonimo Casinense[Anonymus Casinens., tom. 5 Rer. Ital.]sotto all'anno 1145, che è, secondo noi, il 1146, non so come, scrive che papa Eugeniopacem cum Romanis reformans, muros tiburtinae civitatis destrui praecepit. A me non si rende credibile questo fatto, perchè se il pontefice fosse giunto ad accordar questa pretensione ai Romani, non avrebbono essi continuata la guerra ai Tiburtini, nè papa Eugenio avrebbe abbandonata Roma, siccome fece nell'anno presente, per sottrarsi all'indiscretezza e alle violenze de' Romani. Infatti egli si partì assai disgustato da Roma. Il troviamo in Sutri nel dì 25 di aprile[Johann, de Ceccano, Chron.]. Per attestato di altri, se ne andò poscia a Viterbo, poscia a Siena, e, secondo le Croniche accennate dal Tronci[Tronci, Memor. Istor. di Pisa.], di là venne alla sua patria Pisa. Dall'Anonimo Casinense sappiamo[Anonymus Casinensis, tom. 5 Rer. Ital.]che egli si portò anche a Lucca, probabilmente per istabilir, se potea, lapace fra quelle due repubbliche. Valicato poi l'Apennino, se è vero ciò che scrive il Sigonio, passò alla città di Brescia, dove diede una bollaX kalendas septembris, in cui scrive al popolo di Bologna di avere intimato ai Reggiani e Parmigiani di non porgere aiuto ai Modenesi contra la badia di Nonantola: e perchè non aveano ubbidito, col consentimento de' cardinali, del patriarca d'Aquileia e di molti vescovi, avea privato le loro città della dignità episcopale. Temo io che questa bolla appartenga agli anni posteriori. Dalle Croniche di Piacenza abbiamo ch'egli fu in quella città, e di là s'inviò alla volta di Francia. Non si può ben accertare se vivente papa Lucio II, oppur sotto il presente papa Eugenio III, i nuovi senatori di Roma scrivessero alre Corrado, appellatore de' Romani, una lettera a noi conservata da Ottone da Frisinga[Otto Frising., de Gestis Friderici, lib. 1, cap. 28.]. Gli significavano di avere ristabilito il senato, come era a' tempi di Costantino e di Giustiniano; di essere a lui fedeli, e di faticare indefessamente coll'unica mira di esaltare la di lui dignità e persona, nulla più desiderando che la venuta di lui a prendere la corona imperiale. L'avvisavano che i Frangipani e i figliuoli di Pier Leone (eccetto che il loro fratello Giordano) e Tolomeo con altri erano dichiarati in favore del papa, e tenevano castello Sant'Angelo per impedire la coronazion d'esso Corrado, ma che essi rifabbricavano e fortificavano Ponte Molle in di lui servigio. Aggiunsero che il papa e il re di Sicilia tenevano ad una, andando d'accordo in non volere Corrado in Italia, e molto meno in Roma; ed è ben probabile che Ruggieri anche da questa parte s'ingegnasse di contrariare alla venuta di Corrado, le cui armi poteano rinnovar la scena disgustosa dell'imperadore Lottario. Scriveano essi Romani, oltre a ciò, essere seguita concordia fra il papa e lo stesso Ruggieri (ciò sembra indicare lo accordo fatto da papa Lucio II nell'anno1144), per cui il pontefice avea conceduto a Ruggierivirgam et annulum, dalmaticam et mitram atque sandalia, et ne ullum mittat in terram suam legatum, nisi quem Siculus petierit: il che viene interpretato dai Siciliani per un indizio della decantata lor monarchia.Et Siculus dedit ei multam pecuniam pro detrimento vestro, et romani imperii.Ma il re Corrado niun conto fece di tale rappresentanza, assai informato del sistema delle cose e del buon cuore del papa; anzi venuti a lui due legati pontificii, l'uno de' quali eraGuidoPisano cardinale e cancelliere della santa romana Chiesa, per la rinnovazion degli antichi privilegii, con tutto onore gli accettò, e concedè quanto chiedevano. Si trova nell'anno 1147 cancelliere d'essa romana Chiesa Guido cardinale; ma non so dire se sia lo stesso. Abbiamo dalla Cronica di Fossa Nuova[Johann. de Ceccano, tom. 1 Ital. Sacr.]sotto questo anno cheRomani venerunt super Tiburim, et multos ex eis decollaverunt. Anche i Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 1.]fecero pruova del lor valore contro de' Saraceni dominanti in Minorica, e corsari di professione. Armarono ventidue galee, e molte altre navi con assai macchine militari e castelli di legname. Generale di questa flotta fu lo stesso Caffaro, che diede principio agli Annali di Genova. Sbarcati nell'isola Minorica fanti e cavalli, diedero il guasto al paese, fecero molti prigioni, presero la città, e la distrussero, ma dopo averne cavato un ricco bottino. Di là passarono ad Almeria, città marittima della Spagna nel regno di Granata, e postole l'assedio, cominciarono a flagellarla con petriere, gatti, ed altre macchine usate in questi tempi. Veggendosi in mal punto quegl'infedeli, fecero istanza per tregua o pace. Fu per la tregua accordato che pagassero cento tredici mila marabotini, e ne pagarono venticinque mila in quella notte. Stando i Genovesi a vedere e numerare il danaro, ebbe agio il re d'Almeria di salvarsi in due galee col resto della somma accordata.Creò il popolo d'Almeria la seguente mattina un altro re, che ratificò la promessa antecedente; ma perchè non la mantenne nel tempo prescritto, i Genovesi fecero quanto di male poterono al di fuori della città, ed accostandosi il verno, se ne tornarono con trionfo in patria.
Non potea star quieto in questi tempiRuggieri redi Sicilia, principe agitato dallo spirito de' conquistatori. Giacchè non potea stendersi dalla parte di Roma, per non disgustare il papa; nè verso la marca d'Ancona, per non tirarsi addosso lo sdegno del reCorrado, determinò di portar la guerra addosso ai Mori di Africa. Pertanto con possente flotta sbarcò su quelle coste, assalì la città di Tripoli, nido di corsari; e tuttochè la trovasse forte per sito, per buone mura e torri, pure, dopo aver presa l'isola delle Gerbe, a forza d'armi s'insignorì di quella città, con trucidar quanti v'erano alla difesa, e condurre le lor donne schiave in Sicilia. Il padre Pagi[Pagius, in Critic. Baron. ad hunc annum.]riferisce questo fatto all'anno presente. Secondo Roberto dal Monte[Robert. de Monte, Chron.], ed anche per attestato dell'Anonimo Casinense[Anonymus Casin., tom. 5 Rer. Ital.], tal conquista si dovrebbe attribuire all'anno precedente 1145. Altri poi ne parlano all'anno 1147, come ha Noveiro scrittore arabo, citato da esso Pagi; e questa è forse la più verisimil opinione. Veramente per la cronologia della Sicilia in questi tempi a noi mancano lumi sicuri. Pensa il suddetto Pagi che appartenga all'anno 1148 la guerra del re Ruggieri contra diManuello imperadorde' Greci, e a quell'anno veramente ne parla Roberto dal Monte[Robert. de Monte, Append. ad Sigebert.]. Ma non è sicura la cronologia di quell'autore. Mette egli nello stesso anno 1148 la presa d'Almeria in Ispagna, e le conquiste fatte da esso re Ruggieri nelle coste d'Africa; e pur vedremo che tali avventure son da riferire all'anno seguente1147. Nè potendosi credere che Ruggieri in uno stesso anno guerreggiasse contro i Greci e contro i Mori d'Africa, m'induco io a credere che in questo anno egli ostilmente entrasse nel dominio greco. Con tale opinione meglio si accorda Ottone Frisingense, che narra dipoi fatti accaduti nell'anno 1147. Una Cronica del monistero della Cava[Chron. Cavense, tom. 7 Rer. Ital.]mette essa guerra contro i Greci sotto lo stesso anno 1147; ma quivi ancora sono scorretti i numeri per colpa de' copisti, e si conosce che l'autore avrà scritto 1146, perchè, dopo aver narrata l'assunzione di papa Eugenio nel 1145, racconta al seguente anno la guerra della Grecia. Il motivo d'essa fu che passava da lungo tempo nemicizia fra gli Augusti greci e il re Ruggieri, pretendendo sempre gl'imperadori d'Oriente che i Normanni indebitamente ritenessero in lor potere la Sicilia, ed ingiustamente avessero tolto all'imperio greco molte città di Puglia e Calabria. TentòGiovanni Comnenoimperadore, padre diManuello, di far lega contra di Ruggieri colre Corrado, siccome abbiamo da Ottone Frisingense[Otto Frisingens. lib. 1, cap. 23 de Gestis Federici I.].Pietro Polanodoge di Venezia ne era mediatore, e venne anche per questo un'ambasceria de' Greci in Germania. Ruggieri, per quanto scrive Roberto del Monte, mandò anch'egli i suoi ambasciatori a Costantinopoli per ottener la pace; ma questi furono messi in prigione ad onta del diritto delle genti. Da tale affronto irritato forte il re Ruggieri, spedì, a mio credere, nell'anno presente una poderosa flotta nella Dalmazia e nell'Epiro, comandata da valorosi capitani. Sbarcarono essi in Corfù, e con astuzia s'impadronirono di quella città e di tutta l'isola. Lasciato ivi un buon presidio, e continuato il viaggio, saccheggiarono dipoi la Cefalonia, Corinto, Tebe, Atene, Negroponte, ed altri paesi del grecoimperio[Dandulus, in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Non si può dire l'immensità della preda d'oro, d'argento e di vesti preziose che ne asportarono i vincitori Normanni. Alcune migliaia di Greci, nobili e plebei, donne e fanciulli, ed anche Giudei, furono condotti prigioni in Sicilia, e servirono a popolar molti luoghi che scarseggiavano di gente. Soprattutto notabil fu l'accortezza politica del re Ruggieri, il quale fece prendere tutti quanti gli artefici che lavoravano in quelle parti drapperie di seta, e li fece trasportare a Palermo. Prima non si lavoravano se non in Grecia e in Ispagna gli sciamiti e le stoffe di varii colori di seta, con oro ancora tessute. Costavano un occhio a chi degl'Italiani ne voleva. Da lì innanzi fu introdotta in Sicilia questa bell'arte, che poi col tempo si diffuse per altre parti della nostra Europa, e rendè men caro il prezzo di sì fatte tele. Ugone Falcando[Hugo Falcandus, de calamit. Sicul., tom. 7 Rer. Ital.], scrittore di questo secolo, ne fa una vaga descrizione, come di cosa rara, nel principio dell'opera sua. E tale fu il guadagno che riportarono i Greci dalla nemicizia col re Ruggieri. Trovavansi in cattiva positura gli affari di Terra Santa in questi tempi, massimamente dappoichè gli infedeli aveano tolto a' Cristiani la nobil città di Edessa in Soria. Ora per la zelante eloquenza disan Bernardonell'anno presenteLodovico VIIre di Francia eCorrado IIIre di Germania presero la croce, e si obbligarono di marciare nell'anno seguente con grandi forze, e coll'accompagnamento di copiosa nobilità in Levante, a militare contra de' nemici del nome cristiano.