MCXVII

MCXVIIAnno diCristoMCXVII. IndizioneX.PasqualeII papa 19.ArrigoV re 12, imperad. 7.Funestissimo riuscì quest'anno all'Italia e Germania[Abbas Urspergensis, in Chron.]. Era tutta sossopra la Germania per le guerre civili che la laceravano, sostenendo alcuni principi il partito dell'imperadore, ed altri usando l'armi, e tutto dì fabbricando congiure contra di lui. Vi si fece anche sentire un terribil tremuoto, di cui simile non restava memoria. Ma questo vieppiù micidiale si provò in Italia. Per attestato dell'Annalista Sassone[Annalista Saxo, apud Eccardum.],Verona civitas Italiae nobilissima aedificiis concussis, multis quoque mortalibus obrutis corruit. Similiter in Parma, et Venetia, aliisque urbibus, oppidis, et castellis non pauca hominum millia interierunt. In Cremona, per attestato di Sicardo[Sicard., in Chron.],cadde, fra gli altri edifizii, la cattedrale. Cominciò questo flagello sul principio dell'anno, e per quaranta giorni si andarono sentendo varie altre funestissime scosseper universam fere Italiam, come lasciò scritto Pietro Diacono[Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4, cap. 62.]. Landolfo da san Paolo[Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 36.]anch'egli parla di questo spaventevole tremuoto,qui regnum Longobardorum penitus commovit et quassavit, et me nimirum(ovveronimium)vigilare fecit. Vidersi ancora nuvoli di color di fuoco e sangue vicini alla terra, e corse anche voce d'altri molti prodigii, prodotti forse piuttosto dall'apprensione, che realmente accaduti, i quali però sparsero il terrore dappertutto. Nel qual tempoGiordano arcivescovodi Milano tenne un concilio, al quale intervennero i suoi suffraganei coi consoli e magistrati di quella città. Ora il rumore di tante calamità e dei divolgati strani prodigii s'accrebbe non poco in quei creduli tempi, con fama ancora di sangue piovuto dal cielo; e servirono tutti questi successi a far più che mai desiderare all'Augusto Arrigo la pace colla Chiesa. Però spedì varii ambasciatori a trattarne col papa, ma senza frutto. Perciocchè confessava bensì il pontefice di non averlo scomunicato, ma che la scomunica fulminata contra di lui dai concilii, vescovi e cardinali, principali membri della Chiesa, non si potea levare se non coll'assenso e consiglio d'essi. Arrigo, mal soddisfatto di tali risposte, credette meglio di passare a Roma stessa per trattar più da vicino i suoi affari col sommo pontefice. E tanto più l'animava a questo viaggio la buona corrispondenza che passava fra lui e la nobiltà romana. Allorchè egli intese nell'anno precedente la discordia insorta fra esso papa e i Romani a cagion di Pietro di Leone, per attestato di Pietro Diacono[Petrus Diaconus, Chron. lib. 4, cap. 60.],xenia imperialia urbis praefecto et Romanis transmisit,adventum suum illis praenuntians affuturum. Infatti, venuta la primavera, l'Augusto Arrigo coll'esercito suo si portò a Roma. Scrive Pandolfo Pisano[Pandulfus Pisanus, in Vita Paschalis II.], che i suoi aderenti e consiglieri furono l'abbate di Farfa, già due o tre volte condannato ad avere la testa recisa dal busto a cagione de' sacrilegii e delle sedizioni sue contra del papa, e Giovanni e Tolomeo nobili romani. Fece egli guerra ad alcune terre e castella fedeli al pontefice: cose bensì di poco momento, ma che nondimeno mossero il popolo e la plebe di Roma ad accoglierlo con plauso e con una specie di trionfo, ma senza che gli venisse incontro niuno de' cardinali, vescovi e clero romano. Poscia cercò di far pace col papa, il quale, al primo sentore della venuta di lui, subito uscì fuori di Roma, e andossene a Monte Casino[Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4, cap. 60.], ed indi per Capoa a Benevento. Erano i maneggi d'esso pontefice di formare una lega del principe di Capua, del duca di Puglia, e degli altri baroni normanni, per opporsi al vicino Arrigo. Poca disposizione dovette egli trovare in quei principi. Intanto Arrigo, parte con regali, parte con promesse, si guadagnò gli animi de' consoli, senatori e magnati romani. Diede per moglie Berta sua figliuola a Tolomeo console, figliuolo di un altro Tolomeo già console; il quale, se si vuol riposare sull'attestato di Pietro Diacono suo parente,ex Octavia stirpe progenitus erat. Si sarebbe trovato quello storico in uno non lieve imbroglio, se avesse preso a recar pruove di questa gloriosa genealogia. Ma neppure in quei barbari tempi vi era scarsezza di adulatori, e di chi adulava sè stesso. Confermò Arrigo al medesimo Tolomeo tutti i beni e stati a lui provenuti da Gregorio suo avolo.Saltò poscia in testa ad esso Augusto di farsi coronare di nuovo nella basilica vaticana, e in una magnifica congregazionde' Romani fece di grandi sparate, con esporre la sua ardente inclinazione alla pace; ma gli fu risposto a tuono dagli ecclesiastici, che rovesciarono sopra di lui la colpa delle discordie e dei disordini, senza che in lui apparisse ombra di pentimento. In somma, giacchè in Roma non v'era, nè vi voleva essere papa Pasquale, nel dì di Pasqua fecesi coronare in san Pietro daBurdino, altrimenti appellatoMaurizioarcivescovo di Braga, che due anni prima, uscito di Spagna, con grande sfarzo era venuto a Roma a cagion di alcune differenze coll'arcivescovo di Toledo. Costui era allora sì caro a papa Pasquale, che, in occasion della venuta a Roma dell'imperadore Arrigo, lo spedì a lui per trattare della sospirata concordia. Ma lo ambizioso prelato lasciossi talmente guadagnare dalle carezze e promesse d'Arrigo, che s'indusse a dargli la corona: azione procurata con tutto studio dall'imperadore, acciocchè apparisse, che se non la potea avere dal papa, la riceveva almen dalle mani di chi facea la figura di legato apostolico. Ma ciò appena s'intese alla corte pontificia, residente allora in Benevento, che il papa, intimato un concilio nel mese di aprile[Falco Beneventan., in Chron.], scomunicò esso Burdino, anzi il depose, come costa da alcune antiche memorie. Venuta poi la state, e temendo l'Augusto Arrigo l'aria e i caldi di Roma, se no tornò in Lombardia a soggiornare in luoghi di miglior aria e fresco. Verisimilmente Arrigo il Nero duca di Baviera, della linea estense di Germania, dovette in queste congiunture far la sua corte ad esso imperadore[Antichità Estensi P. I, cap. 29.]. Noi il troviamo non solamente in Italia, ma anche nella nobil terra d'Este, dove nel dì 4 d'ottobre del presente anno tenne un placito, ed accordò la sua protezione almonistero di santa Maria delle Carceri, coll'imporre la pena di due mila mancosi d'oro ai contravvenienti. Dal che siam condotti a conoscere che anche la linea estense dei duchi di Baviera riteneva almeno la sua parte nel dominio d'Este, e nell'eredità del marchese Azzo II. Dalla Cronica del monistero di Weingart[Chron. Weingart., tom. 1 Scriptor. Brunswic. Leibnitii.]siamo avvertiti che fra la sua linea e quella de' marchesi estensi durò un pezzo discordia e guerra a cagion di tale eredità. Forse il duca Arrigo, prevalendosi in quest'anno del buon tempo, mentre l'imperadore colla sua armata si trovava in quelle parti, si mise in possesso d'Este. Come poi si componessero queste liti, lo vedremo all'anno 1154. Infestarono nell'anno presente gli Ungheri la Dalmazia, siccome vogliosi di ritorre ai Veneziani la città di Zara[Dandul. in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Con una poderosa flotta di navi, carica di cavalleria e fanteria, passò a quella voltaOrdelafo Faledrodoge di Venezia. Attaccò battaglia con que' Barbari, ma ebbe la disgrazia di lasciarvi la vita. Fu riportato a Venezia il di lui cadavero, ed eletto doge in sua veceDomenico Michele, benchè vecchio, pieno nondimeno di spiriti guerrieri, di prudenza e di religione. Da un documento, ch'io ho dato alla luce[Antiquit. Italic., Dissert. V, pag. 173.], si raccoglie che in questi tempiGuarnieriera tuttavia duca di Spoleti e marchese di Camerino. Da lui o da un altro dello stesso nome prese poi quella che oggidì si appella marca d'Ancona, la denominazione diMarca di Guarnieri, come ho provato altrove[Antichità Estensi, P. I.]. Apparisce da un altro documento[Antiquit. Italic., Dissert. VI, pag. 315.]che in questi medesimi tempi era marchese di ToscanaRabodo, messo a quel governo dall'imperadore.

Funestissimo riuscì quest'anno all'Italia e Germania[Abbas Urspergensis, in Chron.]. Era tutta sossopra la Germania per le guerre civili che la laceravano, sostenendo alcuni principi il partito dell'imperadore, ed altri usando l'armi, e tutto dì fabbricando congiure contra di lui. Vi si fece anche sentire un terribil tremuoto, di cui simile non restava memoria. Ma questo vieppiù micidiale si provò in Italia. Per attestato dell'Annalista Sassone[Annalista Saxo, apud Eccardum.],Verona civitas Italiae nobilissima aedificiis concussis, multis quoque mortalibus obrutis corruit. Similiter in Parma, et Venetia, aliisque urbibus, oppidis, et castellis non pauca hominum millia interierunt. In Cremona, per attestato di Sicardo[Sicard., in Chron.],cadde, fra gli altri edifizii, la cattedrale. Cominciò questo flagello sul principio dell'anno, e per quaranta giorni si andarono sentendo varie altre funestissime scosseper universam fere Italiam, come lasciò scritto Pietro Diacono[Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4, cap. 62.]. Landolfo da san Paolo[Landulfus junior, Histor. Mediol., cap. 36.]anch'egli parla di questo spaventevole tremuoto,qui regnum Longobardorum penitus commovit et quassavit, et me nimirum(ovveronimium)vigilare fecit. Vidersi ancora nuvoli di color di fuoco e sangue vicini alla terra, e corse anche voce d'altri molti prodigii, prodotti forse piuttosto dall'apprensione, che realmente accaduti, i quali però sparsero il terrore dappertutto. Nel qual tempoGiordano arcivescovodi Milano tenne un concilio, al quale intervennero i suoi suffraganei coi consoli e magistrati di quella città. Ora il rumore di tante calamità e dei divolgati strani prodigii s'accrebbe non poco in quei creduli tempi, con fama ancora di sangue piovuto dal cielo; e servirono tutti questi successi a far più che mai desiderare all'Augusto Arrigo la pace colla Chiesa. Però spedì varii ambasciatori a trattarne col papa, ma senza frutto. Perciocchè confessava bensì il pontefice di non averlo scomunicato, ma che la scomunica fulminata contra di lui dai concilii, vescovi e cardinali, principali membri della Chiesa, non si potea levare se non coll'assenso e consiglio d'essi. Arrigo, mal soddisfatto di tali risposte, credette meglio di passare a Roma stessa per trattar più da vicino i suoi affari col sommo pontefice. E tanto più l'animava a questo viaggio la buona corrispondenza che passava fra lui e la nobiltà romana. Allorchè egli intese nell'anno precedente la discordia insorta fra esso papa e i Romani a cagion di Pietro di Leone, per attestato di Pietro Diacono[Petrus Diaconus, Chron. lib. 4, cap. 60.],xenia imperialia urbis praefecto et Romanis transmisit,adventum suum illis praenuntians affuturum. Infatti, venuta la primavera, l'Augusto Arrigo coll'esercito suo si portò a Roma. Scrive Pandolfo Pisano[Pandulfus Pisanus, in Vita Paschalis II.], che i suoi aderenti e consiglieri furono l'abbate di Farfa, già due o tre volte condannato ad avere la testa recisa dal busto a cagione de' sacrilegii e delle sedizioni sue contra del papa, e Giovanni e Tolomeo nobili romani. Fece egli guerra ad alcune terre e castella fedeli al pontefice: cose bensì di poco momento, ma che nondimeno mossero il popolo e la plebe di Roma ad accoglierlo con plauso e con una specie di trionfo, ma senza che gli venisse incontro niuno de' cardinali, vescovi e clero romano. Poscia cercò di far pace col papa, il quale, al primo sentore della venuta di lui, subito uscì fuori di Roma, e andossene a Monte Casino[Petrus Diaconus, Chron. Casin., lib. 4, cap. 60.], ed indi per Capoa a Benevento. Erano i maneggi d'esso pontefice di formare una lega del principe di Capua, del duca di Puglia, e degli altri baroni normanni, per opporsi al vicino Arrigo. Poca disposizione dovette egli trovare in quei principi. Intanto Arrigo, parte con regali, parte con promesse, si guadagnò gli animi de' consoli, senatori e magnati romani. Diede per moglie Berta sua figliuola a Tolomeo console, figliuolo di un altro Tolomeo già console; il quale, se si vuol riposare sull'attestato di Pietro Diacono suo parente,ex Octavia stirpe progenitus erat. Si sarebbe trovato quello storico in uno non lieve imbroglio, se avesse preso a recar pruove di questa gloriosa genealogia. Ma neppure in quei barbari tempi vi era scarsezza di adulatori, e di chi adulava sè stesso. Confermò Arrigo al medesimo Tolomeo tutti i beni e stati a lui provenuti da Gregorio suo avolo.

Saltò poscia in testa ad esso Augusto di farsi coronare di nuovo nella basilica vaticana, e in una magnifica congregazionde' Romani fece di grandi sparate, con esporre la sua ardente inclinazione alla pace; ma gli fu risposto a tuono dagli ecclesiastici, che rovesciarono sopra di lui la colpa delle discordie e dei disordini, senza che in lui apparisse ombra di pentimento. In somma, giacchè in Roma non v'era, nè vi voleva essere papa Pasquale, nel dì di Pasqua fecesi coronare in san Pietro daBurdino, altrimenti appellatoMaurizioarcivescovo di Braga, che due anni prima, uscito di Spagna, con grande sfarzo era venuto a Roma a cagion di alcune differenze coll'arcivescovo di Toledo. Costui era allora sì caro a papa Pasquale, che, in occasion della venuta a Roma dell'imperadore Arrigo, lo spedì a lui per trattare della sospirata concordia. Ma lo ambizioso prelato lasciossi talmente guadagnare dalle carezze e promesse d'Arrigo, che s'indusse a dargli la corona: azione procurata con tutto studio dall'imperadore, acciocchè apparisse, che se non la potea avere dal papa, la riceveva almen dalle mani di chi facea la figura di legato apostolico. Ma ciò appena s'intese alla corte pontificia, residente allora in Benevento, che il papa, intimato un concilio nel mese di aprile[Falco Beneventan., in Chron.], scomunicò esso Burdino, anzi il depose, come costa da alcune antiche memorie. Venuta poi la state, e temendo l'Augusto Arrigo l'aria e i caldi di Roma, se no tornò in Lombardia a soggiornare in luoghi di miglior aria e fresco. Verisimilmente Arrigo il Nero duca di Baviera, della linea estense di Germania, dovette in queste congiunture far la sua corte ad esso imperadore[Antichità Estensi P. I, cap. 29.]. Noi il troviamo non solamente in Italia, ma anche nella nobil terra d'Este, dove nel dì 4 d'ottobre del presente anno tenne un placito, ed accordò la sua protezione almonistero di santa Maria delle Carceri, coll'imporre la pena di due mila mancosi d'oro ai contravvenienti. Dal che siam condotti a conoscere che anche la linea estense dei duchi di Baviera riteneva almeno la sua parte nel dominio d'Este, e nell'eredità del marchese Azzo II. Dalla Cronica del monistero di Weingart[Chron. Weingart., tom. 1 Scriptor. Brunswic. Leibnitii.]siamo avvertiti che fra la sua linea e quella de' marchesi estensi durò un pezzo discordia e guerra a cagion di tale eredità. Forse il duca Arrigo, prevalendosi in quest'anno del buon tempo, mentre l'imperadore colla sua armata si trovava in quelle parti, si mise in possesso d'Este. Come poi si componessero queste liti, lo vedremo all'anno 1154. Infestarono nell'anno presente gli Ungheri la Dalmazia, siccome vogliosi di ritorre ai Veneziani la città di Zara[Dandul. in Chron., tom. 12 Rer. Ital.]. Con una poderosa flotta di navi, carica di cavalleria e fanteria, passò a quella voltaOrdelafo Faledrodoge di Venezia. Attaccò battaglia con que' Barbari, ma ebbe la disgrazia di lasciarvi la vita. Fu riportato a Venezia il di lui cadavero, ed eletto doge in sua veceDomenico Michele, benchè vecchio, pieno nondimeno di spiriti guerrieri, di prudenza e di religione. Da un documento, ch'io ho dato alla luce[Antiquit. Italic., Dissert. V, pag. 173.], si raccoglie che in questi tempiGuarnieriera tuttavia duca di Spoleti e marchese di Camerino. Da lui o da un altro dello stesso nome prese poi quella che oggidì si appella marca d'Ancona, la denominazione diMarca di Guarnieri, come ho provato altrove[Antichità Estensi, P. I.]. Apparisce da un altro documento[Antiquit. Italic., Dissert. VI, pag. 315.]che in questi medesimi tempi era marchese di ToscanaRabodo, messo a quel governo dall'imperadore.


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