MLIXAnno diCristoMLIX. IndizioneXII.NiccolòII papa 1.ArrigoIV re di Germania e d'Italia 4.Sul principio di quest'anno il nuovo eletto pontefice, che assunse poscia il nome diNiccolò II, s'inviò da Firenze alla volta di Roma, fiancheggiato dalle milizie diGoffredo ducadi Lorena e Toscana, principe allora potentissimo in Italia. Fermossi a Sutri, perchè la possanza de' conti di Tuscolano era grande nella città. Quivi raunò un concilio di vescovi per trattare della deposizion di Mincio, ossia diBenedetto Xfalso pontefice[Cardinal. Aragon., in Vita Nicolai II, Par. I, tom. 3 Rerum Italicarum.]. Non aspettò Mincio la forza, ma spontaneamente depose le insegne pontificali, e si ritirò alla propria casa. Ciò inteso, l'eletto papa Niccolò, tenuto consiglio coi cardinali, senza accompagnamento di soldatesche e con tutta umiltà entrò in Roma, dove, accolto onorevolmente dal clero e popolo, fu intronizzato: dal qual tempo ha principio l'epoca del suo pontificato. Da lì poscia a pochi giorni si presentò a' suoi piedi Mincio, chiedendo perdono, con allegar per iscusa che gli era stata usata violenza, confessando nondimeno il suo fallo per aver mancato al giuramento. In pena del suo reato restò degradato dall'ordine episcopale e sacerdotale, e confinato in santa Maria Maggiore. Fece poscia papa Niccolò un viaggio nella marca di Camerino sul principio di quaresima, e in tal occasione creò cardinaleDesiderio, insigne abbate di Monte Casino. Trovossi il medesimo papa in SpoletiVI nonas martii, e quivi confermò i privilegii al monistero del Volturno[Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.]. Era egliVIII idus martiiin Osimo, dove fece la suddetta grazia a Monte Casino. Raunò un numeroso concilio di cento tredici vescovinella basilica lateranense[Tom. 9 Concilior. Labbe, pag. 1099.], correndo il mese d'aprile, in cui fu stabilito un salutevol decreto intorno all'elezione dei romani pontefici, da farsi in Roma principalmente da' cardinali, e poi dal restante clero e popolo,salvo debito honore et reverentia dilecti filii nostri Henrici, qui impraesentiarum rex habetur, et futurus imperator, Deo concedente, speratur, sicut jam concessimus, et successoribus illius, qui ab apostolica Sede personaliter hoc jus impetraverint.Nella Cronica del monistero di Farfa[Chron. Farfens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.], da me data alla luce, si legge questo decreto più copioso che nella raccolta de' concilii, perchè v'ha il catalogo di tutti i cardinali e vescovi assistenti al medesimo concilio. E qui si legge qualche giunta allo suddette parole: cioèsicut jam mediante ejus nuntio Longobardiae cancellario W. concessimus, et successorum illius, qui ab hac apostolica sede personaliter hoc jus impetraverint, ad consensum novae electionis accedant.Quel cancelliere dovrebbe essereWibertus, cioèGiberto, che fu poi arcivescovo di Ravenna ed antipapa, ma che non era già allora arcivescovo di Ravenna, in guisa che quelWibertus archiepiscopus, che si legge nelle sottoscrizioni, sarà arcivescovo d'altra chiesa, se pur quel nome non è scorretto. Forse ivi era scrittoWido, cioèGuidoarcivescovo di Milano. In questa maniera il papa rimise ne' termini dell'antica consuetudine, da noi per più secoli osservata, l'elezion de' romani pontefici, confermandola ai cardinali e al clero e popolo romano, ma con riserbarne l'approvazione al regnante imperadore, prima di consecrarlo. Prevalendosi inoltre della minorità del re Arrigo, fece diventar questo un privilegio personale, accordato dalla santa sede all'imperadore: il che non s'udì mai in addietro. E i Greci e i Franchi e i Tedeschi Augusti fin qui aveano sostenuto che questa fosse una prerogativa dell'alto loro dominio in Roma, e in concedere gli Stati al romano pontefice si riserbavano perpatto questo da lor preteso diritto. Non potea però pretenderlo Arrigo IV, perchè fin qui egli non era imperadore. Vero è che vedremo da qui a non molto che fu rivocato anche questo medesimo decreto di papa Niccolò II. In esso concilio romano Berengario abiurò per la prima volta la sua eresia, e furono proibite non meno le simonie che i matrimonii ossia i concubinati dei preti. Abbiamo dalla Vita di questo pontefice[Cardin. de Aragon., P. I, tom. 3 Rer. Ital.], raccolta dal cardinale Niccolò d'Aragona, che i Normanni gli spedirono ambasciatori con pregarlo di venire in Puglia, promettendogli ogni soddisfazione. V'andò in fatti papa Niccolò dopo le feste di Pasqua, e, per attestato di Leone Ostiense[Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 13.]e di Guglielmo Pugliese[Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.], celebrò un concilio nella città di Melfi in Puglia, e non già in Amalfi, come han supposto alcuni,Praesulibus centum jus ad synodale vocatis.Namque sacerdotes, levitae, clericus omnisHac regione palam se conjugio sociabant.Intervenne a quel concilio ancheRiccardo Iconte d'Aversa, che poi fu principe di Capua coll'espulsione diLandolfo V. Questi era di nazione normanna, e cognato diRoberto Guiscardomercè del matrimonio contratto con Fridesinna di lui sorella. Passò il papa a Benevento, e fuori di quella città sul principio d'agosto tenne un altro concilio, di cui si vede fatta menzione nella Cronica suddetta del monistero di Volturno. Fra gli altri che vi si trovarono, si contaIldebrando cardinalesuddiacono. Ma dopo questo concilio egli ci comparisce davanti promosso a più alto grado, cioè creato cardinale arcidiacono della santa romana Chiesa. In una bolla spedita dal medesimo papa Niccolò II nel dì 14 di ottobre del presente anno in favore del monistero di s. Pietro di Perugia, e pubblicata dal padre Margarino[Bullarium Casinense, tom. 2, Constit. CI.], egli si sottoscrive:Hildebrandus qualiscumque archidiaconus sanctae romanae Ecclesiae.Dopo questi concilii attese il vigilantissimo papa a stabilire un accomodamento coi Normanni. In vece di volerli nemici, da uomo saggio se li fece amici; e il tempo mostrò i frutti del suo senno, perchè i Normanni divennero lo scudo de' romani pontefici, e li sostennero in più occasioni, e li misero in piena libertà e indipendenza dagl'imperadori. Concedette dunque papa Niccolò in feudo a Roberto Guiscardo gli Stati da lui conquistati in Puglia e Calabria, e il resto che si potesse da lui conquistare non solo in quelle contrade, ma anche in Sicilia, dandogli il titolo diduca di Puglia, Calabria e Sicilia.Guglielmo Pugliese anch'egli scrive:Robertum donat Nicolaus honore ducali;notizie nondimeno che è difficile d'accordarle con Leone Ostiense[Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 16.], il quale lasciò scritto che Roberto, dopo la presa della città di Reggio in Calabria,ex tunc coepit dux appellari. Anche il Malaterra scrisse lo stesso. Reggio fu presa solamente nell'anno 1060. Comunque sia, vien riferito dal cardinal Baronio[Baron., in Annal. ad hunc annum.]il giuramento di fedeltà ch'esso Roberto prestò al suddetto pontefice, con obbligarsi di pagare ogni anno alla santa Sede dodici denari di moneta pavese per ogni paio di buoi. Cercano alcuni con qual titolo papa Nicolao desse tale investitura ai Normanni, che fu la primordiale del regno appellato oggidì di Napoli, e v'aggiugnesse anche la Sicilia, su cui conservavano il lor diritto i greci imperadori. Certo è che in questi tempi si facea molto valere la donazion di Costantino, nata, per quanto si può credere, nel secolo ottavo dell'era nostra volgare. Nè forse per l'ignoranza d'allora alcuno s'accorgeva ch'ella fosse un documento apocrifo, talmente che s. Leone IX papanella lunga lettera scritta a Michele Cerulario patriarca di Costantinopoli nell'anno 1053[Leo IX, Epist. I, tom. 9 Concilior. Labbe.], cioè pochi anni prima, la produsse quasi tutta, e massimamente quelle parole:Tam palatium nostrum, quam romanam urbem, et omnes Italiae, seu occidentalium regionum provincias, loca et civitates saepefato beatissimo pontifici et patri nostro Silvestro universali papae contradentes atque relinquentes, ei vel successoribus ipsius pontificibus potestatem et ditionem firmam imperiali censura per hanc divalem jussionem et pragmaticum constitutum decernimus desponendo, atque juri sanctae romanae Ecclesiae concedimus permansura. Fece anche gran caso di tal donazione alcuni anni dappoi san Pier Damiano in un suo dialogo[Petrus Damian., Opusc. 4.]. Non c'è ora persona dotta che non sappia essere quella una fattura de' secoli posteriori; ma nol sapeano, nè se n'accorgeano i Romani di questi tempi. Sembra ancora che circa questi medesimi tempi fossero dati fuori con delle giunte i diplomi di Lodovico Pio, di Ottone I e di Arrigo I Augusti in favore della Chiesa romana, dove è parlato di Benevento, della Calabria, della Sicilia e d'altri paesi, coerentemente agl'interessi di questi tempi, ma con discordia da quei de' secoli precedenti. Potrebbesi credere che su tali fondamenti si piantasse il principio dei diritti che da allora fin qua, cioè per tanti secoli, gode la Sede apostolica sopra le due Sicilie, nelle quali ha stabilito una sì autentica e giusta sovranità e prescrizione, contra di cui non si può allegare ragione alcuna. Oltre di che, può anche darsi che non mancassero al pontefice Niccolò II altre più sussistenti ragioni di dedizione spontanea, e di cessione anche dalla parte dell'imperio. Certamente, per attestato del Continuatore di Ermanno Contratto[Continuator, Hermanni Contrac., in Chron.], Arrigo II imperadore avea conceduto al santo papa Leone IXpleraque inultra romanis partibus ad suum jus pertinentia pro cisalpinis in concambium datis.Comunque sia, noi sappiamo da san Pier Damiano[Petrus Damian., Opuscul. 4.]che la corte germanica con assai vescovi nel conciliabolo di Basilea, dappoichè passò a miglior vita papa Niccolò II, cassòomnia quae ab eo fuerunt statuta; e perciò resta luogo di dubitare che in Germania fosse disapprovato questo fatto di papa Niccolò. Diede anche lo stesso pontefice l'investitura di Capua e del suo principato aRiccardo I[Leo Ostiens., in Chron. lib. 3.]cognato di Roberto Guiscardo, tuttochè non ne fosse per anche in possesso. Ciò fatto, perchè non potea sofferire il magnanimo papa che i capitani e potenti romani, e massimamente i conti di Tuscolo, ossieno Tuscolani, avessero occupato tanti beni patrimoniali e Stati della Chiesa romana, con tener anche in certa guisa come schiavi i pontefici romani[Cardinal. de Aragon., in Vita Nicolai III.], cominciò a valersi del flagello de' Normanni stessi per mettere in dovere que' nobili suoi ribelli. Ritornato dunque a Roma, spedì un esercito di quella gente masnadiera addosso a Palestrina, a Tuscolo, ora Frascati, a Nomento, a Galeria. Furono messi a sacco tutti quei luoghi fino a Sutri, e forzati que' nobili all'ubbidienza del papa, e con ciò liberata Roma dalla lor tirannia.Abbiamo dal Continuatore d'Ermanno Contratto[Continuator Hermanni Contracti, in Chron.]che in quest'anno,orto inter Mediolanenses et Ticinenses bello, multi ex utraque parte ceciderunt.Di questa guerra fece menzione Arnolfo storico milanese[Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 3, cap. 5 et 6.]de' correnti tempi, con dire che i Pavesi non vollero ricevere un vescovo dato loro dal fanciullo re Arrigo, tuttochè fosse stato anche consecrato dal papa. Altrettanto fecero poco appresso parimente gli Astigiani, con rifiutare un vescovo da loro non eletto. Per interessiancora civili la discordia avea avvelenato il cuor de' Pavesi e Milanesi. Gran tempo era che fra quelle due città popolatissime e le maggiori del regno di Italia, bolliva una segreta gara ed invidia, ancorchè ognun sapesse che Milano andava innanzi a Pavia. Niuna d'esse volea cedere all'altra: e quindi per essere confinanti, nascevano bene spesso ammazzamenti d'uomini, saccheggi ed incendii. Si venne ad una palese rottura. I Pavesi, conoscendosi inferiori di forze, assoldarono delle truppe forestiere, e diedero il guasto a' confini del Milanese. Uscirono in campo anche i Milanesi, avendo tirati in loro lega i Lodigiani; ed ancorchè parte della loro armata sotto l'arcivescovo Guidoguerreggiasse in altre parti, pure vennero ad un fatto d'arme, che riuscì sanguinosissimo per l'una e per l'altra parte, specialmente per la morte d'assaissima nobiltà. Restò il campo in potere de' Milanesi. Il luogo della battaglia si chiamava fin da' vecchi tempiCampo morto. Sicchè noi cominciamo a vedere le città di Lombardia far leghe e guerre, e mettersi in libertà: il che andò a poco a poco crescendo: tutti effetti della minorità, cioè dell'impotenza del reArrigo IV. Era negli anni addietro nato in Milano un grave scisma, che ogni dì più andava prendendo fuoco; perciocchè principalmente nel clero di quella insigne città s'era introdotto l'abuso che i preti e diaconi assai notoriamente prendevano moglie: il che in buon linguaggio vuol dire che viveano nel concubinato. Questo morbo era familiare per l'Italia, ed aveva infestata anche la stessa città di Roma: colpa per lo più de' vescovi poco attenti alla lor greggia, e talvolta ancora tinti della medesima pece. L'esempio della Chiesa greca facea loro credere lecito l'ammogliarsi, senza volere far caso della disciplina costantemente osservata fin dai primi secoli della Chiesa latina, in cui fu sempre vietato ai preti e diaconi il prendere moglie, o, se prima le aveano, l'uso delle medesime. Contra di questiincontinenti e scandalosi ministri dell'altare, a' quali, benchè impropriamente, si attribuisce l'eresia de' Nicolaiti, alzò bandiera Arialdo diacono, uomo zelantissimo dell'onor di Dio e della sua Chiesa, ed egli fu che commosse il popolo contra di loro. Guido arcivescovo, fautore dei preti, nel concilio di Fontaneto proferì sentenza di scomunica contra di Arialdo e di Landolfo nobile laico suo collega. Ma questo non servì se non ad accrescere il tumulto e l'ira di una parte del popolo. Arnolfo e Landolfo seniore, storici milanesi di questi tempi[Arnulfus et Landulfus Senior, Hist. Mediolan., tom. 6 Rerum Italicar.], ed avvocati dell'incontinenza del clero ambrosiano di allora, diffusamente parlano di quella tragedia. Ora l'indefesso papa Niccolò, informato da più parti di così strepitoso disordine, spedì in quest'anno, se pure non fu nel fine del precedente, due suoi legati a Milano per cercarne i rimedii. Questi furonoPier Damiano, santo e celebratissimo cardinale e vescovo d'Ostia, edAnselmo da Badagiomilanese, già creato vescovo di Lucca. Andarono essi anche per isradicare il vizio della simonia, di cui era patentemente reo l'arcivescovo, giacchè egli a niuno conferiva gli ordini ecclesiastici senza farsi pagare. Trovarono essi delle opposizioni, e contra di loro si venne anche ad una sollevazione de' parziali degli ecclesiastici. Pure per la saviezza ed eloquenza del Damiano quetati i rumori, quell'arcivescovo confessò il suo fallo, ed accettò la penitenza impostagli. Così fecero anche gli altri, con restar proibita da lì innanzi la simonia e l'ammogliarsi dei sacri ministri dell'altare. Vien distesamente narrato questo fatto dal medesimo san Pier Damiano in una sua relazione[Petrus Damian., Opusc. 5.], e a lungo ne parlano il cardinal Baronio[Baron., Annal. Ecclesiast.]e il Puricelli[Puricellius, Vita S. Arialdi.]. Dopo questo l'arcivescovo Guido andò al concilio romano, doveebbe buon trattamento dal papa, alla cui destra fu posto, e, giurata a lui ubbidienza, se ne tornò lieto a casa. Ma Pier Damiano in ricompensa delle sue fatiche fu spogliato dal papa de' suoi benefizii, e ricevette altri affronti, per li quali modestamente dimandò licenza di rinunziare al suo vescovato d'Ostia. Nell'anno presente, secondo Guglielmo Pugliese[Guillel. Apulus, lib. 2 Poem.],Roberto Guiscardoduca di Puglia s'impadronì delle città di Cariati, Rossano, Cosenza e Geraci nella Calabria. EGotifredo ducadi Lorena e Toscana, intitolatodux et marchio, conArnaldo vescovoe conte, tenne due placiti nel contado di Arezzo,anno dominicae Incarnationis MLIX, regnante Genrico rege, mense junio, Indictione XIII[Antiquit. Ital., Dissertat. VI et XVII.]. Dal che si raccoglie che Gotifredo avea molto bene assunto il governo della Toscana, e il titolo di marchese di quella provincia, e che non ne fosse già semplice amministratore a nome della moglie e di Matilda sua figliuola, come ha creduto taluno. Inoltre ne ricaviamo, ch'egli riconosceva per re d'Italia Arrigo IV. In uno d'essi documenti comparisceRainerius filius Ugicionis ducis et marchionis, cioè di quell'Uguccioneche a' tempi di Corrado I Augusto era stato duca e marchese della Toscana.
Sul principio di quest'anno il nuovo eletto pontefice, che assunse poscia il nome diNiccolò II, s'inviò da Firenze alla volta di Roma, fiancheggiato dalle milizie diGoffredo ducadi Lorena e Toscana, principe allora potentissimo in Italia. Fermossi a Sutri, perchè la possanza de' conti di Tuscolano era grande nella città. Quivi raunò un concilio di vescovi per trattare della deposizion di Mincio, ossia diBenedetto Xfalso pontefice[Cardinal. Aragon., in Vita Nicolai II, Par. I, tom. 3 Rerum Italicarum.]. Non aspettò Mincio la forza, ma spontaneamente depose le insegne pontificali, e si ritirò alla propria casa. Ciò inteso, l'eletto papa Niccolò, tenuto consiglio coi cardinali, senza accompagnamento di soldatesche e con tutta umiltà entrò in Roma, dove, accolto onorevolmente dal clero e popolo, fu intronizzato: dal qual tempo ha principio l'epoca del suo pontificato. Da lì poscia a pochi giorni si presentò a' suoi piedi Mincio, chiedendo perdono, con allegar per iscusa che gli era stata usata violenza, confessando nondimeno il suo fallo per aver mancato al giuramento. In pena del suo reato restò degradato dall'ordine episcopale e sacerdotale, e confinato in santa Maria Maggiore. Fece poscia papa Niccolò un viaggio nella marca di Camerino sul principio di quaresima, e in tal occasione creò cardinaleDesiderio, insigne abbate di Monte Casino. Trovossi il medesimo papa in SpoletiVI nonas martii, e quivi confermò i privilegii al monistero del Volturno[Chron. Vulturnense, P. II, tom. 1 Rer. Ital.]. Era egliVIII idus martiiin Osimo, dove fece la suddetta grazia a Monte Casino. Raunò un numeroso concilio di cento tredici vescovinella basilica lateranense[Tom. 9 Concilior. Labbe, pag. 1099.], correndo il mese d'aprile, in cui fu stabilito un salutevol decreto intorno all'elezione dei romani pontefici, da farsi in Roma principalmente da' cardinali, e poi dal restante clero e popolo,salvo debito honore et reverentia dilecti filii nostri Henrici, qui impraesentiarum rex habetur, et futurus imperator, Deo concedente, speratur, sicut jam concessimus, et successoribus illius, qui ab apostolica Sede personaliter hoc jus impetraverint.Nella Cronica del monistero di Farfa[Chron. Farfens. P. II, tom. 2 Rer. Ital.], da me data alla luce, si legge questo decreto più copioso che nella raccolta de' concilii, perchè v'ha il catalogo di tutti i cardinali e vescovi assistenti al medesimo concilio. E qui si legge qualche giunta allo suddette parole: cioèsicut jam mediante ejus nuntio Longobardiae cancellario W. concessimus, et successorum illius, qui ab hac apostolica sede personaliter hoc jus impetraverint, ad consensum novae electionis accedant.Quel cancelliere dovrebbe essereWibertus, cioèGiberto, che fu poi arcivescovo di Ravenna ed antipapa, ma che non era già allora arcivescovo di Ravenna, in guisa che quelWibertus archiepiscopus, che si legge nelle sottoscrizioni, sarà arcivescovo d'altra chiesa, se pur quel nome non è scorretto. Forse ivi era scrittoWido, cioèGuidoarcivescovo di Milano. In questa maniera il papa rimise ne' termini dell'antica consuetudine, da noi per più secoli osservata, l'elezion de' romani pontefici, confermandola ai cardinali e al clero e popolo romano, ma con riserbarne l'approvazione al regnante imperadore, prima di consecrarlo. Prevalendosi inoltre della minorità del re Arrigo, fece diventar questo un privilegio personale, accordato dalla santa sede all'imperadore: il che non s'udì mai in addietro. E i Greci e i Franchi e i Tedeschi Augusti fin qui aveano sostenuto che questa fosse una prerogativa dell'alto loro dominio in Roma, e in concedere gli Stati al romano pontefice si riserbavano perpatto questo da lor preteso diritto. Non potea però pretenderlo Arrigo IV, perchè fin qui egli non era imperadore. Vero è che vedremo da qui a non molto che fu rivocato anche questo medesimo decreto di papa Niccolò II. In esso concilio romano Berengario abiurò per la prima volta la sua eresia, e furono proibite non meno le simonie che i matrimonii ossia i concubinati dei preti. Abbiamo dalla Vita di questo pontefice[Cardin. de Aragon., P. I, tom. 3 Rer. Ital.], raccolta dal cardinale Niccolò d'Aragona, che i Normanni gli spedirono ambasciatori con pregarlo di venire in Puglia, promettendogli ogni soddisfazione. V'andò in fatti papa Niccolò dopo le feste di Pasqua, e, per attestato di Leone Ostiense[Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 13.]e di Guglielmo Pugliese[Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.], celebrò un concilio nella città di Melfi in Puglia, e non già in Amalfi, come han supposto alcuni,
Praesulibus centum jus ad synodale vocatis.Namque sacerdotes, levitae, clericus omnisHac regione palam se conjugio sociabant.
Praesulibus centum jus ad synodale vocatis.
Namque sacerdotes, levitae, clericus omnis
Hac regione palam se conjugio sociabant.
Intervenne a quel concilio ancheRiccardo Iconte d'Aversa, che poi fu principe di Capua coll'espulsione diLandolfo V. Questi era di nazione normanna, e cognato diRoberto Guiscardomercè del matrimonio contratto con Fridesinna di lui sorella. Passò il papa a Benevento, e fuori di quella città sul principio d'agosto tenne un altro concilio, di cui si vede fatta menzione nella Cronica suddetta del monistero di Volturno. Fra gli altri che vi si trovarono, si contaIldebrando cardinalesuddiacono. Ma dopo questo concilio egli ci comparisce davanti promosso a più alto grado, cioè creato cardinale arcidiacono della santa romana Chiesa. In una bolla spedita dal medesimo papa Niccolò II nel dì 14 di ottobre del presente anno in favore del monistero di s. Pietro di Perugia, e pubblicata dal padre Margarino[Bullarium Casinense, tom. 2, Constit. CI.], egli si sottoscrive:Hildebrandus qualiscumque archidiaconus sanctae romanae Ecclesiae.
Dopo questi concilii attese il vigilantissimo papa a stabilire un accomodamento coi Normanni. In vece di volerli nemici, da uomo saggio se li fece amici; e il tempo mostrò i frutti del suo senno, perchè i Normanni divennero lo scudo de' romani pontefici, e li sostennero in più occasioni, e li misero in piena libertà e indipendenza dagl'imperadori. Concedette dunque papa Niccolò in feudo a Roberto Guiscardo gli Stati da lui conquistati in Puglia e Calabria, e il resto che si potesse da lui conquistare non solo in quelle contrade, ma anche in Sicilia, dandogli il titolo diduca di Puglia, Calabria e Sicilia.Guglielmo Pugliese anch'egli scrive:
Robertum donat Nicolaus honore ducali;
Robertum donat Nicolaus honore ducali;
notizie nondimeno che è difficile d'accordarle con Leone Ostiense[Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 16.], il quale lasciò scritto che Roberto, dopo la presa della città di Reggio in Calabria,ex tunc coepit dux appellari. Anche il Malaterra scrisse lo stesso. Reggio fu presa solamente nell'anno 1060. Comunque sia, vien riferito dal cardinal Baronio[Baron., in Annal. ad hunc annum.]il giuramento di fedeltà ch'esso Roberto prestò al suddetto pontefice, con obbligarsi di pagare ogni anno alla santa Sede dodici denari di moneta pavese per ogni paio di buoi. Cercano alcuni con qual titolo papa Nicolao desse tale investitura ai Normanni, che fu la primordiale del regno appellato oggidì di Napoli, e v'aggiugnesse anche la Sicilia, su cui conservavano il lor diritto i greci imperadori. Certo è che in questi tempi si facea molto valere la donazion di Costantino, nata, per quanto si può credere, nel secolo ottavo dell'era nostra volgare. Nè forse per l'ignoranza d'allora alcuno s'accorgeva ch'ella fosse un documento apocrifo, talmente che s. Leone IX papanella lunga lettera scritta a Michele Cerulario patriarca di Costantinopoli nell'anno 1053[Leo IX, Epist. I, tom. 9 Concilior. Labbe.], cioè pochi anni prima, la produsse quasi tutta, e massimamente quelle parole:Tam palatium nostrum, quam romanam urbem, et omnes Italiae, seu occidentalium regionum provincias, loca et civitates saepefato beatissimo pontifici et patri nostro Silvestro universali papae contradentes atque relinquentes, ei vel successoribus ipsius pontificibus potestatem et ditionem firmam imperiali censura per hanc divalem jussionem et pragmaticum constitutum decernimus desponendo, atque juri sanctae romanae Ecclesiae concedimus permansura. Fece anche gran caso di tal donazione alcuni anni dappoi san Pier Damiano in un suo dialogo[Petrus Damian., Opusc. 4.]. Non c'è ora persona dotta che non sappia essere quella una fattura de' secoli posteriori; ma nol sapeano, nè se n'accorgeano i Romani di questi tempi. Sembra ancora che circa questi medesimi tempi fossero dati fuori con delle giunte i diplomi di Lodovico Pio, di Ottone I e di Arrigo I Augusti in favore della Chiesa romana, dove è parlato di Benevento, della Calabria, della Sicilia e d'altri paesi, coerentemente agl'interessi di questi tempi, ma con discordia da quei de' secoli precedenti. Potrebbesi credere che su tali fondamenti si piantasse il principio dei diritti che da allora fin qua, cioè per tanti secoli, gode la Sede apostolica sopra le due Sicilie, nelle quali ha stabilito una sì autentica e giusta sovranità e prescrizione, contra di cui non si può allegare ragione alcuna. Oltre di che, può anche darsi che non mancassero al pontefice Niccolò II altre più sussistenti ragioni di dedizione spontanea, e di cessione anche dalla parte dell'imperio. Certamente, per attestato del Continuatore di Ermanno Contratto[Continuator, Hermanni Contrac., in Chron.], Arrigo II imperadore avea conceduto al santo papa Leone IXpleraque inultra romanis partibus ad suum jus pertinentia pro cisalpinis in concambium datis.Comunque sia, noi sappiamo da san Pier Damiano[Petrus Damian., Opuscul. 4.]che la corte germanica con assai vescovi nel conciliabolo di Basilea, dappoichè passò a miglior vita papa Niccolò II, cassòomnia quae ab eo fuerunt statuta; e perciò resta luogo di dubitare che in Germania fosse disapprovato questo fatto di papa Niccolò. Diede anche lo stesso pontefice l'investitura di Capua e del suo principato aRiccardo I[Leo Ostiens., in Chron. lib. 3.]cognato di Roberto Guiscardo, tuttochè non ne fosse per anche in possesso. Ciò fatto, perchè non potea sofferire il magnanimo papa che i capitani e potenti romani, e massimamente i conti di Tuscolo, ossieno Tuscolani, avessero occupato tanti beni patrimoniali e Stati della Chiesa romana, con tener anche in certa guisa come schiavi i pontefici romani[Cardinal. de Aragon., in Vita Nicolai III.], cominciò a valersi del flagello de' Normanni stessi per mettere in dovere que' nobili suoi ribelli. Ritornato dunque a Roma, spedì un esercito di quella gente masnadiera addosso a Palestrina, a Tuscolo, ora Frascati, a Nomento, a Galeria. Furono messi a sacco tutti quei luoghi fino a Sutri, e forzati que' nobili all'ubbidienza del papa, e con ciò liberata Roma dalla lor tirannia.
Abbiamo dal Continuatore d'Ermanno Contratto[Continuator Hermanni Contracti, in Chron.]che in quest'anno,orto inter Mediolanenses et Ticinenses bello, multi ex utraque parte ceciderunt.Di questa guerra fece menzione Arnolfo storico milanese[Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 3, cap. 5 et 6.]de' correnti tempi, con dire che i Pavesi non vollero ricevere un vescovo dato loro dal fanciullo re Arrigo, tuttochè fosse stato anche consecrato dal papa. Altrettanto fecero poco appresso parimente gli Astigiani, con rifiutare un vescovo da loro non eletto. Per interessiancora civili la discordia avea avvelenato il cuor de' Pavesi e Milanesi. Gran tempo era che fra quelle due città popolatissime e le maggiori del regno di Italia, bolliva una segreta gara ed invidia, ancorchè ognun sapesse che Milano andava innanzi a Pavia. Niuna d'esse volea cedere all'altra: e quindi per essere confinanti, nascevano bene spesso ammazzamenti d'uomini, saccheggi ed incendii. Si venne ad una palese rottura. I Pavesi, conoscendosi inferiori di forze, assoldarono delle truppe forestiere, e diedero il guasto a' confini del Milanese. Uscirono in campo anche i Milanesi, avendo tirati in loro lega i Lodigiani; ed ancorchè parte della loro armata sotto l'arcivescovo Guidoguerreggiasse in altre parti, pure vennero ad un fatto d'arme, che riuscì sanguinosissimo per l'una e per l'altra parte, specialmente per la morte d'assaissima nobiltà. Restò il campo in potere de' Milanesi. Il luogo della battaglia si chiamava fin da' vecchi tempiCampo morto. Sicchè noi cominciamo a vedere le città di Lombardia far leghe e guerre, e mettersi in libertà: il che andò a poco a poco crescendo: tutti effetti della minorità, cioè dell'impotenza del reArrigo IV. Era negli anni addietro nato in Milano un grave scisma, che ogni dì più andava prendendo fuoco; perciocchè principalmente nel clero di quella insigne città s'era introdotto l'abuso che i preti e diaconi assai notoriamente prendevano moglie: il che in buon linguaggio vuol dire che viveano nel concubinato. Questo morbo era familiare per l'Italia, ed aveva infestata anche la stessa città di Roma: colpa per lo più de' vescovi poco attenti alla lor greggia, e talvolta ancora tinti della medesima pece. L'esempio della Chiesa greca facea loro credere lecito l'ammogliarsi, senza volere far caso della disciplina costantemente osservata fin dai primi secoli della Chiesa latina, in cui fu sempre vietato ai preti e diaconi il prendere moglie, o, se prima le aveano, l'uso delle medesime. Contra di questiincontinenti e scandalosi ministri dell'altare, a' quali, benchè impropriamente, si attribuisce l'eresia de' Nicolaiti, alzò bandiera Arialdo diacono, uomo zelantissimo dell'onor di Dio e della sua Chiesa, ed egli fu che commosse il popolo contra di loro. Guido arcivescovo, fautore dei preti, nel concilio di Fontaneto proferì sentenza di scomunica contra di Arialdo e di Landolfo nobile laico suo collega. Ma questo non servì se non ad accrescere il tumulto e l'ira di una parte del popolo. Arnolfo e Landolfo seniore, storici milanesi di questi tempi[Arnulfus et Landulfus Senior, Hist. Mediolan., tom. 6 Rerum Italicar.], ed avvocati dell'incontinenza del clero ambrosiano di allora, diffusamente parlano di quella tragedia. Ora l'indefesso papa Niccolò, informato da più parti di così strepitoso disordine, spedì in quest'anno, se pure non fu nel fine del precedente, due suoi legati a Milano per cercarne i rimedii. Questi furonoPier Damiano, santo e celebratissimo cardinale e vescovo d'Ostia, edAnselmo da Badagiomilanese, già creato vescovo di Lucca. Andarono essi anche per isradicare il vizio della simonia, di cui era patentemente reo l'arcivescovo, giacchè egli a niuno conferiva gli ordini ecclesiastici senza farsi pagare. Trovarono essi delle opposizioni, e contra di loro si venne anche ad una sollevazione de' parziali degli ecclesiastici. Pure per la saviezza ed eloquenza del Damiano quetati i rumori, quell'arcivescovo confessò il suo fallo, ed accettò la penitenza impostagli. Così fecero anche gli altri, con restar proibita da lì innanzi la simonia e l'ammogliarsi dei sacri ministri dell'altare. Vien distesamente narrato questo fatto dal medesimo san Pier Damiano in una sua relazione[Petrus Damian., Opusc. 5.], e a lungo ne parlano il cardinal Baronio[Baron., Annal. Ecclesiast.]e il Puricelli[Puricellius, Vita S. Arialdi.]. Dopo questo l'arcivescovo Guido andò al concilio romano, doveebbe buon trattamento dal papa, alla cui destra fu posto, e, giurata a lui ubbidienza, se ne tornò lieto a casa. Ma Pier Damiano in ricompensa delle sue fatiche fu spogliato dal papa de' suoi benefizii, e ricevette altri affronti, per li quali modestamente dimandò licenza di rinunziare al suo vescovato d'Ostia. Nell'anno presente, secondo Guglielmo Pugliese[Guillel. Apulus, lib. 2 Poem.],Roberto Guiscardoduca di Puglia s'impadronì delle città di Cariati, Rossano, Cosenza e Geraci nella Calabria. EGotifredo ducadi Lorena e Toscana, intitolatodux et marchio, conArnaldo vescovoe conte, tenne due placiti nel contado di Arezzo,anno dominicae Incarnationis MLIX, regnante Genrico rege, mense junio, Indictione XIII[Antiquit. Ital., Dissertat. VI et XVII.]. Dal che si raccoglie che Gotifredo avea molto bene assunto il governo della Toscana, e il titolo di marchese di quella provincia, e che non ne fosse già semplice amministratore a nome della moglie e di Matilda sua figliuola, come ha creduto taluno. Inoltre ne ricaviamo, ch'egli riconosceva per re d'Italia Arrigo IV. In uno d'essi documenti comparisceRainerius filius Ugicionis ducis et marchionis, cioè di quell'Uguccioneche a' tempi di Corrado I Augusto era stato duca e marchese della Toscana.