MLXIIIAnno diCristoMLXIII. IndizioneI.AlessandroII papa 3.ArrigoIV re di Germania e d'Italia 8.Fioriva in questi tempiGiovanni Gualbertoabbate, istitutore de' monaci di Vallombrosa[Andreas Parmensis, in Vit. S. Johann. Gualberti. Acta Sanctorum Bolland. ad diem 12 Julii.], personaggio di sommo credito per la santità de' suoi costumi, non meno entro che fuori della Toscana. Era stato creato vescovo di FirenzePietrodi nazione pavese; e perciocchè allora dappertutto faceva grande strepito il vizio della simonia, i monaci vallombrosani, sospettando ch'egli fosse entrato nella sedia episcopale mediante il danaro, cominciarono a diffamarlo per simoniaco, e mossero un gran tumulto nel popolo di quella città. Andrea monaco genovese[Andreas Januensis, in Vit. S. Johaan. Gualberti.]lasciò scritto, che portatosi da Roma a Firenze Teuzone Mezzabarba per visitare il vescovo suo figliuolo, i furbi Fiorentini con interrogazion suggestiva gli dimandarono, quanto avesse pagato per ottener la mitra a Pietro; e che il buon Lombardo confessasse di avere speso tremila libbre in regalo al reArrigo IVper sortire il suo intento. Ma avendo questo monaco scritta quella vita nell'anno 1419, siccome osservò il padre Guglielmo Cupero della compagnia di Gesù, e nulla di questa importante particolarità parlando gli autori più antichi, si può ben sospenderne la credenza. Era dubbiosa la simonia di quel vescovo, e tale non sarebbe stata se si fosse potuto allegar la confession di suo padre. Certo è che i monaci suscitaronofieramente il popolo contra del vescovo, e andarono sì innanzi, che sanPier Damianomosso dal suo zelo impugnò la penna contra di loro. Anche ilduca Gotifredososteneva il vescovo e minacciava di far ammazzare e monaci e cherici che contrariassero a quel prelato, e gli levassero l'ubbidienza. Fu inviato appunto colà dalpontefice Alessandroesso santo Pier Damiano per procurar di estinguere un sì pericoloso incendio. In vece di pacificar gli animi di quella gente, diede ansa a que' monaci di sparlare anche di lui, quasichè fosse fautore de' simoniaci, e specialmente gli tagliò i panni addosso uno dei più arditi di loro per nome Teuzone, ubbriaco di uno zelo indiscreto. Ma qui non finì la faccenda, siccome vedremo. Benchè in Germania fosse stato riprovato l'antipapa Cadaloo, pure costui non si arrendeva in Italia. Anzi nell'anno presente, raunata nuova gente e dei buoni contanti, spalleggiato dai vescovi allora sregolati della Lombardia, si avviò di nuovo alla volta di Roma, sperando maggior fortuna che nell'anno precedente[Cardinal. de Aragon., in Vita Alexand. II, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 20.]. Ci fu sospetto che Gotifredo duca di Toscana segretamente il favorisse. Certo è che non gli mancarono assistenze in Roma stessa, perchè molti de' nobili romani si dichiararono per lui. Gli fu dunque aperto l'adito nella città leonina; anzi dicono che gli fu consegnata anche la fortezza di Castel Sant'Angelo.Tempore post alio quorumdam ex urbe ope et Consilio Romam, quam novam perhibent, ingressus, conscendit arcem Crescentii: così ancora Arnolfo storico milanese[Arnulf., Hist. Mediolanensis., lib. 3, c. 17.], che allora scriveva le storie sue. Ma ciò pare che succedesse in altra forma, siccome dirò. Sappiamo bensì ch'egli s'impadronì al suo arrivo della basilica vaticana, ma non già resta notizia ch'egli vi prendesse colle cerimonie il manto papale, secondo il costume; perchè appena s'udì in Romacome egli v'era entrato, che la mattina seguente diede alle armi il popolo romano, e corso colà in furia, tal terrore cacciò in corpo ai soldati di lui, che presero vilmente la fuga, e lasciarono il loro idolo solo soletto. Sarebbe caduto Cadaloo in mano de' Romani, se non fosse stato Cencio figliuolo del prefetto di Roma, uomo di perduta coscienza, che allora l'accolse nella fortezza di Crescenzio, cioè in Castello Sant'Angelo, e gli promise assistenza. Quivi restò l'antipapa assediato dai Romani per ben due anni, con sofferirvi stenti ed affanni incredibili: degno pagamento della smoderata ed empia sua ambizione. Un concilio di cento vescovi fu in quest'anno tenuto da papa Alessandro II, dove furono fatti varii decreti contra de' simoniaci e de' preti concubinarii. Ne esistono alcuni atti presso il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.]e nelle raccolte de' concilii.Intanto in Germania crescevano gli abusi, profittando ogni prepotente dell'età immatura del re Arrigo IV[Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.]. L'educazione di lui fu sul principio appoggiata agli arcivescovi di Colonia e Magonza, cioè adAnnoneeSigefredo. Ma loro tolse la manoAdelbertoarcivescovo di Brema, che coll'arte dell'adulazione si rendè arbitro del giovanetto re, ed occupò in tal maniera due delle migliori abbazie di Germania. Per far poi tacere gli altri, due ancora ne diede all'arcivescovo di Colonia, che non si fece scrupolo di questo, ed una a quel di Magonza, ed altre ai duchi di Baviera e di Suevia, cioè ad Ottone e Ridolfo. Così mal allevato il re, non è maraviglia se andò crescendo in que' vizii che tanto diedero poi da sospirare ai buoni. Secondochè abbiamo da Lupo Protospata[Lupus Protospata, in Chronico.], in quest'annoRoberto Guiscardoduca di Puglia e Calabria tolse ai Greci la città di Taranto. Ma neppure stava in ozio il valoroso conteRuggieridi lui fratello in Sicilia. Per attestato del Malaterra[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital., pag. 168.], in questo medesimo anno formarono i Musulmani mori e i Siciliani un potente esercito, e vennero ad accamparsi presso al fiume Ceramo. Erano circa trenta cinque mila, e il conte non avea che cento trenta sei cavalli, ossieno pedoni, da opporre a sì gran piena di gente. Contuttociò, implorato l'aiuto di Dio e spedito innanzi Serlone suo nipote, diede loro addosso, e in poco d'ora mise in iscompiglio e fuga quegl'infedeli. Fu detto che comparve un uomo di rilucenti armi guernito sopra bianco cavallo, con bandiera bianca sopra d'un'asta, che si cacciò dove erano più folte le schiere de' nemici, e fu creduto san Giorgio. Quindici mila di coloro rimasero estinti sul campo; nel dì seguente volarono i Cristiani alla caccia di venti mila pedoni, che s'erano salvati colla fuga nelle montagne e nelle rupi, e per la maggior parte gli uccisero. Si può ben temere che Gaufrido Malaterra monaco, il quale solamente per relazione altrui scrisse queste cose dopo molti anni, si lasciasse vendere delle favole popolari in formar questo racconto che ha troppo dell'incredibile, ed egli perciò se volle concepirlo, fu obbligato a ricorrere ai miracoli. La vittoria nondimeno è fuor di dubbio; le spoglie de' nemici furono senza misura; e il conte avendo trovato fra esse quattro cammelli, li mandò in dono a papa Alessandro, il quale si rallegrò assaissimo di così prosperosi avvenimenti contra de' nemici della croce, e spedì anch'egli a Ruggieri la bandiera di san Pietro, per maggiormente animarlo a proseguir quell'impresa. Trafficavano in questi tempi i mercatanti pisani in Sicilia, massimamente in Palermo, città capitale, piena allora di ricchezze. Avendo essi ricevute varie ingiurie da que' Mori, raunarono una possente flotta per farne vendetta, ed esibirono la loro alleanza alconte Ruggieri per assediar Palermo, essi per mare, ed egli per terra. Ma perciocchè non potè così presto Ruggieri accudire a quell'impresa, a vele gonfie andarono ed urtar nella catena che serrava il porto di Palermo, e la ruppero. Entrati nel porto, se crediamo agli Annali pisasi[Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 33.],Civitatem ipsam ceperunt.Ma ciò non sussiste. Il Malaterra ci assicura essere accorsa tanta moltitudine di Musulmani e cittadini per difesa della città, che i Pisani, contenti di portar via, come in trionfo, la catena spezzata, se ne tornarono a casa. Egli è bensì fuor di dubbio ch'essi, trovate in quel porto sei navi di ricco carico, cinque ne diedero alle fiamme, e la più ricca seco menarono a Pisa, del cui immenso tesoro si servirono dipoi per dar principio alla magnifica fabbrica del loro duomo. Di questa gloriosa impresa resta tuttavia la memoria in versi, incisa in marmo nella facciata di quel maestoso tempio, che si legge stampata presso molti scrittori. Nè quivi si parla della presa della città di Palermo, ma sì ben delle navi bruciate, e della ricchissima menata via: con aggiugnere, che sbarcati dipoi i Pisani fuor di Palermo, vennero alle mani coll'armata de' Saraceni, e ne fecero un gran macello; dopo di che, alzate le ancore, se ne tornarono tutti festeggianti a Pisa. Andò poscia il conte Ruggieri con dugento soldati, ossieno cavalli, a bottinare verso la provincia di Grigenti: che questo era il suo mestiere, per poter pagare ed alimentar la sua gente. Parte dei suoi cadde in un'imboscata di settecento Mori, che loro tolse la preda, e li mise in fuga. Ma sopraggiunto Ruggieri, sbaragliò i nemici, e ricuperata la preda, allegramente la condusse a Traina. Dovette in quest'anno Riccardo, principe normanno di Capoa, insignorirsi ancora della città di Gaeta, perchè da lì innanzi egli e Giordano suo figliuolo nei diplomi si veggono intitolatiduchi di Gaeta.
Fioriva in questi tempiGiovanni Gualbertoabbate, istitutore de' monaci di Vallombrosa[Andreas Parmensis, in Vit. S. Johann. Gualberti. Acta Sanctorum Bolland. ad diem 12 Julii.], personaggio di sommo credito per la santità de' suoi costumi, non meno entro che fuori della Toscana. Era stato creato vescovo di FirenzePietrodi nazione pavese; e perciocchè allora dappertutto faceva grande strepito il vizio della simonia, i monaci vallombrosani, sospettando ch'egli fosse entrato nella sedia episcopale mediante il danaro, cominciarono a diffamarlo per simoniaco, e mossero un gran tumulto nel popolo di quella città. Andrea monaco genovese[Andreas Januensis, in Vit. S. Johaan. Gualberti.]lasciò scritto, che portatosi da Roma a Firenze Teuzone Mezzabarba per visitare il vescovo suo figliuolo, i furbi Fiorentini con interrogazion suggestiva gli dimandarono, quanto avesse pagato per ottener la mitra a Pietro; e che il buon Lombardo confessasse di avere speso tremila libbre in regalo al reArrigo IVper sortire il suo intento. Ma avendo questo monaco scritta quella vita nell'anno 1419, siccome osservò il padre Guglielmo Cupero della compagnia di Gesù, e nulla di questa importante particolarità parlando gli autori più antichi, si può ben sospenderne la credenza. Era dubbiosa la simonia di quel vescovo, e tale non sarebbe stata se si fosse potuto allegar la confession di suo padre. Certo è che i monaci suscitaronofieramente il popolo contra del vescovo, e andarono sì innanzi, che sanPier Damianomosso dal suo zelo impugnò la penna contra di loro. Anche ilduca Gotifredososteneva il vescovo e minacciava di far ammazzare e monaci e cherici che contrariassero a quel prelato, e gli levassero l'ubbidienza. Fu inviato appunto colà dalpontefice Alessandroesso santo Pier Damiano per procurar di estinguere un sì pericoloso incendio. In vece di pacificar gli animi di quella gente, diede ansa a que' monaci di sparlare anche di lui, quasichè fosse fautore de' simoniaci, e specialmente gli tagliò i panni addosso uno dei più arditi di loro per nome Teuzone, ubbriaco di uno zelo indiscreto. Ma qui non finì la faccenda, siccome vedremo. Benchè in Germania fosse stato riprovato l'antipapa Cadaloo, pure costui non si arrendeva in Italia. Anzi nell'anno presente, raunata nuova gente e dei buoni contanti, spalleggiato dai vescovi allora sregolati della Lombardia, si avviò di nuovo alla volta di Roma, sperando maggior fortuna che nell'anno precedente[Cardinal. de Aragon., in Vita Alexand. II, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 20.]. Ci fu sospetto che Gotifredo duca di Toscana segretamente il favorisse. Certo è che non gli mancarono assistenze in Roma stessa, perchè molti de' nobili romani si dichiararono per lui. Gli fu dunque aperto l'adito nella città leonina; anzi dicono che gli fu consegnata anche la fortezza di Castel Sant'Angelo.Tempore post alio quorumdam ex urbe ope et Consilio Romam, quam novam perhibent, ingressus, conscendit arcem Crescentii: così ancora Arnolfo storico milanese[Arnulf., Hist. Mediolanensis., lib. 3, c. 17.], che allora scriveva le storie sue. Ma ciò pare che succedesse in altra forma, siccome dirò. Sappiamo bensì ch'egli s'impadronì al suo arrivo della basilica vaticana, ma non già resta notizia ch'egli vi prendesse colle cerimonie il manto papale, secondo il costume; perchè appena s'udì in Romacome egli v'era entrato, che la mattina seguente diede alle armi il popolo romano, e corso colà in furia, tal terrore cacciò in corpo ai soldati di lui, che presero vilmente la fuga, e lasciarono il loro idolo solo soletto. Sarebbe caduto Cadaloo in mano de' Romani, se non fosse stato Cencio figliuolo del prefetto di Roma, uomo di perduta coscienza, che allora l'accolse nella fortezza di Crescenzio, cioè in Castello Sant'Angelo, e gli promise assistenza. Quivi restò l'antipapa assediato dai Romani per ben due anni, con sofferirvi stenti ed affanni incredibili: degno pagamento della smoderata ed empia sua ambizione. Un concilio di cento vescovi fu in quest'anno tenuto da papa Alessandro II, dove furono fatti varii decreti contra de' simoniaci e de' preti concubinarii. Ne esistono alcuni atti presso il cardinal Baronio[Baron., Annal. Eccl.]e nelle raccolte de' concilii.
Intanto in Germania crescevano gli abusi, profittando ogni prepotente dell'età immatura del re Arrigo IV[Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.]. L'educazione di lui fu sul principio appoggiata agli arcivescovi di Colonia e Magonza, cioè adAnnoneeSigefredo. Ma loro tolse la manoAdelbertoarcivescovo di Brema, che coll'arte dell'adulazione si rendè arbitro del giovanetto re, ed occupò in tal maniera due delle migliori abbazie di Germania. Per far poi tacere gli altri, due ancora ne diede all'arcivescovo di Colonia, che non si fece scrupolo di questo, ed una a quel di Magonza, ed altre ai duchi di Baviera e di Suevia, cioè ad Ottone e Ridolfo. Così mal allevato il re, non è maraviglia se andò crescendo in que' vizii che tanto diedero poi da sospirare ai buoni. Secondochè abbiamo da Lupo Protospata[Lupus Protospata, in Chronico.], in quest'annoRoberto Guiscardoduca di Puglia e Calabria tolse ai Greci la città di Taranto. Ma neppure stava in ozio il valoroso conteRuggieridi lui fratello in Sicilia. Per attestato del Malaterra[Annal. Pisani, tom. 6 Rer. Ital., pag. 168.], in questo medesimo anno formarono i Musulmani mori e i Siciliani un potente esercito, e vennero ad accamparsi presso al fiume Ceramo. Erano circa trenta cinque mila, e il conte non avea che cento trenta sei cavalli, ossieno pedoni, da opporre a sì gran piena di gente. Contuttociò, implorato l'aiuto di Dio e spedito innanzi Serlone suo nipote, diede loro addosso, e in poco d'ora mise in iscompiglio e fuga quegl'infedeli. Fu detto che comparve un uomo di rilucenti armi guernito sopra bianco cavallo, con bandiera bianca sopra d'un'asta, che si cacciò dove erano più folte le schiere de' nemici, e fu creduto san Giorgio. Quindici mila di coloro rimasero estinti sul campo; nel dì seguente volarono i Cristiani alla caccia di venti mila pedoni, che s'erano salvati colla fuga nelle montagne e nelle rupi, e per la maggior parte gli uccisero. Si può ben temere che Gaufrido Malaterra monaco, il quale solamente per relazione altrui scrisse queste cose dopo molti anni, si lasciasse vendere delle favole popolari in formar questo racconto che ha troppo dell'incredibile, ed egli perciò se volle concepirlo, fu obbligato a ricorrere ai miracoli. La vittoria nondimeno è fuor di dubbio; le spoglie de' nemici furono senza misura; e il conte avendo trovato fra esse quattro cammelli, li mandò in dono a papa Alessandro, il quale si rallegrò assaissimo di così prosperosi avvenimenti contra de' nemici della croce, e spedì anch'egli a Ruggieri la bandiera di san Pietro, per maggiormente animarlo a proseguir quell'impresa. Trafficavano in questi tempi i mercatanti pisani in Sicilia, massimamente in Palermo, città capitale, piena allora di ricchezze. Avendo essi ricevute varie ingiurie da que' Mori, raunarono una possente flotta per farne vendetta, ed esibirono la loro alleanza alconte Ruggieri per assediar Palermo, essi per mare, ed egli per terra. Ma perciocchè non potè così presto Ruggieri accudire a quell'impresa, a vele gonfie andarono ed urtar nella catena che serrava il porto di Palermo, e la ruppero. Entrati nel porto, se crediamo agli Annali pisasi[Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 33.],Civitatem ipsam ceperunt.Ma ciò non sussiste. Il Malaterra ci assicura essere accorsa tanta moltitudine di Musulmani e cittadini per difesa della città, che i Pisani, contenti di portar via, come in trionfo, la catena spezzata, se ne tornarono a casa. Egli è bensì fuor di dubbio ch'essi, trovate in quel porto sei navi di ricco carico, cinque ne diedero alle fiamme, e la più ricca seco menarono a Pisa, del cui immenso tesoro si servirono dipoi per dar principio alla magnifica fabbrica del loro duomo. Di questa gloriosa impresa resta tuttavia la memoria in versi, incisa in marmo nella facciata di quel maestoso tempio, che si legge stampata presso molti scrittori. Nè quivi si parla della presa della città di Palermo, ma sì ben delle navi bruciate, e della ricchissima menata via: con aggiugnere, che sbarcati dipoi i Pisani fuor di Palermo, vennero alle mani coll'armata de' Saraceni, e ne fecero un gran macello; dopo di che, alzate le ancore, se ne tornarono tutti festeggianti a Pisa. Andò poscia il conte Ruggieri con dugento soldati, ossieno cavalli, a bottinare verso la provincia di Grigenti: che questo era il suo mestiere, per poter pagare ed alimentar la sua gente. Parte dei suoi cadde in un'imboscata di settecento Mori, che loro tolse la preda, e li mise in fuga. Ma sopraggiunto Ruggieri, sbaragliò i nemici, e ricuperata la preda, allegramente la condusse a Traina. Dovette in quest'anno Riccardo, principe normanno di Capoa, insignorirsi ancora della città di Gaeta, perchè da lì innanzi egli e Giordano suo figliuolo nei diplomi si veggono intitolatiduchi di Gaeta.