MLXVIAnno diCristoMLXVI. IndizioneIV.Alessandro IIpapa 6.Arrigo IVre di Germania e d'Italia 11.Dimenticossi ben prestoRiccardo principedi Capoa d'essere vassallo della santa Sede, e di aver giurata fedeltà ad essa sotto papa Niccolò II. Egli, a guisa degli altri principi normanni, che mai non si quetarono finchè non aveano assorbito chi stava loro vicino, e dopo ciò pensavano ad ingoiar gli altri, a' quali s'erano appressati: veggendo che tutto gli andava a seconda, cominciò anche a stendere le sue conquiste sopra le terre immediatamente sottoposte nel ducato romano ai papi. E Lupo Protospata scrive[Lupus Protospata, in Chron.]ch'esso Riccardointravit terram Campaniae, obseditque Ceperanum, et comprehendit eum, et devastando usque Romam pervenit. Accostato che si fu a Roma[Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 25.], pretese d'essere dichiarato patrizio, cioè avvocato della Chiesa romana: dignità fino da' tempi di Pipino re di Francia conservata sempre negl'imperadori, e dignità che portava seco primato, o almeno gran considerazione nell'elezione de' romani pontefici. Di questa mena fu avvertito il reArrigo IV, e per abbatterla, ed insieme con disegno di levar dalle mani rapaci de' Normanni le terre di san Pietro, e di prendere in tal occasione la corona dell'imperio dalle mani del papa, unì insieme una forte armata, e giunse fino ad Augusta, risoluto di calare in Italia. Il costume era che il marchese di Toscana, allorchè il re germanico era per venire in queste parti, andasse ad incontrarlo colle sue milizie. Aspettò Arrigo per qualche tempo che ilduca Gotifredocomparisse; ma non veggendolo maivenire, anzi avvisato ch'egli era ben lontano di là, tra il dispetto a cagione di questa mancanza, e forse anche per qualche sospetto della fede di lui, desistè dalla sua spedizione, e se ne tornò indietro. Intanto esso duca con possente esercito era corso a Roma per reprimere l'insolenza di Riccardo e de' suoi Normanni. Tale era il credito del duca Goffredo, tali le forze sue, che i Normanni sbigottiti si ritirarono più che di fretta, abbandonando la Campania romana; se non che Giordano figliuolo del suddetto Riccardo con un buon corpo di gente si fortificò in Aquino per far testa all'armata nemica. Presentossi Goffredo co' suoi circa la metà di maggio sotto quella città, accompagnato in quella spedizione dallo stesso papa e dai cardinali, e per diciotto giorni stette accampato intorno alla medesima, con essere succedute varie prodezze sì dall'una parte come dall'altra. Ma per accortezza di Guglielmo Testardita, che andò innanzi indietro, si conchiuse un abboccamento fra esso duca Goffredo e Riccardo principe al ponte già rotto di sant'Angelo di Todici. Fama corse che il duca più da una grossa somma di danaro, che dalle parole di Riccardo si lasciasse ammansare; e però da lì a poco piegate le tende, se ne tornò colla sua gente in Toscana. Si lasciò vedere in quegli stessi giorni una gran cometa, di cui fanno menzione altri storici sotto il presente anno, e mostrò la sua lunga coda per più di venti giorni. Romoaldo Salernitano[Romualdus Salernit., Chron., tom. 7 Rer. Italic.], che sotto questo medesimo anno parla del predetto fenomeno, aggiugne cheRoberto Guiscardocirca gli stessi giornicepit civitatem Vestis, apprehenditque ibi catapanum nomine Kuriacum(cioè Ciriaco). Nella Cronichetta amalfitana[Antiquit. Italic., tom. 1, pag. 253.]l'acquisto della città del Vasto è trasportato nell'anno seguente, e quel catapano vien ivi chiamatoBennato. Abbiamo da GaufridoMalaterra[Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 38.]che in questi tempi ilconte Ruggierifacea continue scorrerie in Sicilia addosso ai Mori, con riportarne quasi sempre buon bottino, e con tale speditezza, che non potea esser mai colto da loro. Fabbricò eziandio la fortezza di Petrelia con torri e bastioni: fortificazione che servì a lui non poco per conquistare il resto della Sicilia.Fin qui avea tenuto saldo contra del clero concubinario di Milano e contra de' simoniaciArialdodiacono di quella chiesa, non già fratello di un marchese, ma bensì di chi portava il soprannome di Marchese; ecclesiastico pieno di zelo per la disciplina ecclesiastica, e che insieme conErlembaldonobile laico commoveva il popolo contra de' cherici scandalosi, e contra dello stessoarcivescovo Guido. Passò Arialdo a Roma, e tali doglianze e pruove dovette portare contra d'esso arcivescovo, fautore de' preti concubinarii, e creduto simoniaco, che il pontefice Alessandro II fulminò la scomunica contra di lui. Tornato Arialdo a Milano, e divulgate le censure, gran tumulto ne succedette nel dì della Pentecoste, perchè ito alla chiesa l'arcivescovo, sollevossi contra di lui, oppur prese l'armi in favore d'Arialdo quella plebe che teneva il di lui partito, e dopo aver bastonato l'arcivescovo, e lasciatolo come morto, corsero tutti a dare il sacco al di lui palazzo[Arnulfus Hist., Mediol., lib. 3, cap. 18.]. Questo accidente svegliò non poca commozione ne' vassalli ed altri aderenti dell'arcivescovo i quali, risolverono di farne vendetta sopra Arialdo. Non veggendosi egli sicuro, travestito se ne fuggì, ma non potè lungo tempo sottrarsi alle ricerche de' suoi persecutori. Tradito da un prete, presso il quale s'era rifuggito, fu messo in mano dei soldati dell'arcivescovo, che condotto sul Lago maggiore, quivi crudelmente gli levarono la vita nel dì 28, oppure, come altri vogliono, nel dì 27 di giugno dell'anno presente. Non mancarono miracoli in attestazionedella gloria ch'egli conseguì in cielo, e fu poco dipoi registrato fra i santi martiri dalla Sede apostolica. Abbiamo la sua vita scritta dal beato Andrea Vallombrosano suo discepolo; e il Puricelli[Puricellius, de SS. Arialdo et Herlembaldo.], scrittore accuratissimo e benemerito della storia di Milano, diede tutto alla luce, ed illustrò i fatti sì d'esso Arialdo che di Erlembaldo. Veggansi ancora gli Atti de' Santi bollandiani[Acta Sanctorum Bollandi, ad diem 27 Junii.]. Arnolfo e Landolfo seniore, storici milanesi di questi tempi, svantaggiosamente parlarono d'esso Arialdo, perchè avversarii di lui, e protettori del clero, allora troppo scostumato. In quest'anno ancora passò alla gloria de' beati sanTeobaldoromito franzese della schiatta nobile dei conti di Sciampagna. Succedette la sua morte nel luogo di Solaniga presso a Vicenza, dove per più anni egli era dimorato, menando una vita austera in orazioni e digiuni. Il sacro suo corpo fu rapito dai Vicentini; ma nell'anno 1074 furtivamente tolto, fu portato al monistero della Vangadizza presso l'Adicetto, dove è oggidì la terra della Badia. Abbiamo la sua vita[Mabill., Saecul. Benedict., VI, P. II.]scritta da Pietro abbate di quel sacro luogo, e persona contemporanea, che assistè alla di lui morte. Ne parla anche Sigeberto[Sigebertus, in Chron.], oltre a molti altri. In quest'anno ancora non potendo più sofferire i vescovi e principi della Germania[Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.]cheAdelberto arcivescovodi Brema, uomo pien d'alterigia, si abusasse dell'ascendente preso sopra il giovane re Arrigo coll'operar tutto di cose che gli tirarono addosso l'odio di tutti: congiurati in Triburia, intimarono ad Arrigo o di depor la corona, o di licenziare da sè Adelberto. Perchè egli volle fuggire, gli misero le guardie intorno, e poi vituperosamente cacciarono l'arcivescovo bremense, e fu consegnato il re sotto il governo diAnnonearcivescovodi Colonia, e diSigefredo arcivescovodi Magonza[Adam Bremensis, Hist., lib. 3, cap. 37.]. Annone attese ad innalzar tutti i suoi parenti ed amici alle prime dignità, e fra gli altri promosse alla chiesa archiepiscopale di Treveri, che venne a vacare in questo anno,Conone, cioèCorradosuo parente, e gli fece dar l'anello e il baston pastorale dal re Arrigo, con inviarlo poscia a Treveri, per esser ivi intronizzato. Restò talmente disgustato ed irritato il clero e popolo di quella città, per vedersi privato dell'antico suo diritto d'eleggere il proprio pastore, che diede nelle smanie, e ne avvenne poi che, arrivato colà Conone, Teoderico conte e maggiordomo della chiesa di Treveri gli fu addosso con una mano d'armati, e, dopo qualche mese di prigionia, il fece precipitar giù da un'alta montagna, dove lasciò la vita. Fu questi, non so come, riguardato dipoi qual martire; e Lamberto scrive che alla sua tomba succedeano moltissimi miracoli. Ma non dovette far grande onore all'arcivescovo Annone, che fu poi anch'egli venerato per santo, una promozion tale, perchè ingiuriosa a quel popolo e contraria ai sacri canoni.
Dimenticossi ben prestoRiccardo principedi Capoa d'essere vassallo della santa Sede, e di aver giurata fedeltà ad essa sotto papa Niccolò II. Egli, a guisa degli altri principi normanni, che mai non si quetarono finchè non aveano assorbito chi stava loro vicino, e dopo ciò pensavano ad ingoiar gli altri, a' quali s'erano appressati: veggendo che tutto gli andava a seconda, cominciò anche a stendere le sue conquiste sopra le terre immediatamente sottoposte nel ducato romano ai papi. E Lupo Protospata scrive[Lupus Protospata, in Chron.]ch'esso Riccardointravit terram Campaniae, obseditque Ceperanum, et comprehendit eum, et devastando usque Romam pervenit. Accostato che si fu a Roma[Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 25.], pretese d'essere dichiarato patrizio, cioè avvocato della Chiesa romana: dignità fino da' tempi di Pipino re di Francia conservata sempre negl'imperadori, e dignità che portava seco primato, o almeno gran considerazione nell'elezione de' romani pontefici. Di questa mena fu avvertito il reArrigo IV, e per abbatterla, ed insieme con disegno di levar dalle mani rapaci de' Normanni le terre di san Pietro, e di prendere in tal occasione la corona dell'imperio dalle mani del papa, unì insieme una forte armata, e giunse fino ad Augusta, risoluto di calare in Italia. Il costume era che il marchese di Toscana, allorchè il re germanico era per venire in queste parti, andasse ad incontrarlo colle sue milizie. Aspettò Arrigo per qualche tempo che ilduca Gotifredocomparisse; ma non veggendolo maivenire, anzi avvisato ch'egli era ben lontano di là, tra il dispetto a cagione di questa mancanza, e forse anche per qualche sospetto della fede di lui, desistè dalla sua spedizione, e se ne tornò indietro. Intanto esso duca con possente esercito era corso a Roma per reprimere l'insolenza di Riccardo e de' suoi Normanni. Tale era il credito del duca Goffredo, tali le forze sue, che i Normanni sbigottiti si ritirarono più che di fretta, abbandonando la Campania romana; se non che Giordano figliuolo del suddetto Riccardo con un buon corpo di gente si fortificò in Aquino per far testa all'armata nemica. Presentossi Goffredo co' suoi circa la metà di maggio sotto quella città, accompagnato in quella spedizione dallo stesso papa e dai cardinali, e per diciotto giorni stette accampato intorno alla medesima, con essere succedute varie prodezze sì dall'una parte come dall'altra. Ma per accortezza di Guglielmo Testardita, che andò innanzi indietro, si conchiuse un abboccamento fra esso duca Goffredo e Riccardo principe al ponte già rotto di sant'Angelo di Todici. Fama corse che il duca più da una grossa somma di danaro, che dalle parole di Riccardo si lasciasse ammansare; e però da lì a poco piegate le tende, se ne tornò colla sua gente in Toscana. Si lasciò vedere in quegli stessi giorni una gran cometa, di cui fanno menzione altri storici sotto il presente anno, e mostrò la sua lunga coda per più di venti giorni. Romoaldo Salernitano[Romualdus Salernit., Chron., tom. 7 Rer. Italic.], che sotto questo medesimo anno parla del predetto fenomeno, aggiugne cheRoberto Guiscardocirca gli stessi giornicepit civitatem Vestis, apprehenditque ibi catapanum nomine Kuriacum(cioè Ciriaco). Nella Cronichetta amalfitana[Antiquit. Italic., tom. 1, pag. 253.]l'acquisto della città del Vasto è trasportato nell'anno seguente, e quel catapano vien ivi chiamatoBennato. Abbiamo da GaufridoMalaterra[Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 38.]che in questi tempi ilconte Ruggierifacea continue scorrerie in Sicilia addosso ai Mori, con riportarne quasi sempre buon bottino, e con tale speditezza, che non potea esser mai colto da loro. Fabbricò eziandio la fortezza di Petrelia con torri e bastioni: fortificazione che servì a lui non poco per conquistare il resto della Sicilia.
Fin qui avea tenuto saldo contra del clero concubinario di Milano e contra de' simoniaciArialdodiacono di quella chiesa, non già fratello di un marchese, ma bensì di chi portava il soprannome di Marchese; ecclesiastico pieno di zelo per la disciplina ecclesiastica, e che insieme conErlembaldonobile laico commoveva il popolo contra de' cherici scandalosi, e contra dello stessoarcivescovo Guido. Passò Arialdo a Roma, e tali doglianze e pruove dovette portare contra d'esso arcivescovo, fautore de' preti concubinarii, e creduto simoniaco, che il pontefice Alessandro II fulminò la scomunica contra di lui. Tornato Arialdo a Milano, e divulgate le censure, gran tumulto ne succedette nel dì della Pentecoste, perchè ito alla chiesa l'arcivescovo, sollevossi contra di lui, oppur prese l'armi in favore d'Arialdo quella plebe che teneva il di lui partito, e dopo aver bastonato l'arcivescovo, e lasciatolo come morto, corsero tutti a dare il sacco al di lui palazzo[Arnulfus Hist., Mediol., lib. 3, cap. 18.]. Questo accidente svegliò non poca commozione ne' vassalli ed altri aderenti dell'arcivescovo i quali, risolverono di farne vendetta sopra Arialdo. Non veggendosi egli sicuro, travestito se ne fuggì, ma non potè lungo tempo sottrarsi alle ricerche de' suoi persecutori. Tradito da un prete, presso il quale s'era rifuggito, fu messo in mano dei soldati dell'arcivescovo, che condotto sul Lago maggiore, quivi crudelmente gli levarono la vita nel dì 28, oppure, come altri vogliono, nel dì 27 di giugno dell'anno presente. Non mancarono miracoli in attestazionedella gloria ch'egli conseguì in cielo, e fu poco dipoi registrato fra i santi martiri dalla Sede apostolica. Abbiamo la sua vita scritta dal beato Andrea Vallombrosano suo discepolo; e il Puricelli[Puricellius, de SS. Arialdo et Herlembaldo.], scrittore accuratissimo e benemerito della storia di Milano, diede tutto alla luce, ed illustrò i fatti sì d'esso Arialdo che di Erlembaldo. Veggansi ancora gli Atti de' Santi bollandiani[Acta Sanctorum Bollandi, ad diem 27 Junii.]. Arnolfo e Landolfo seniore, storici milanesi di questi tempi, svantaggiosamente parlarono d'esso Arialdo, perchè avversarii di lui, e protettori del clero, allora troppo scostumato. In quest'anno ancora passò alla gloria de' beati sanTeobaldoromito franzese della schiatta nobile dei conti di Sciampagna. Succedette la sua morte nel luogo di Solaniga presso a Vicenza, dove per più anni egli era dimorato, menando una vita austera in orazioni e digiuni. Il sacro suo corpo fu rapito dai Vicentini; ma nell'anno 1074 furtivamente tolto, fu portato al monistero della Vangadizza presso l'Adicetto, dove è oggidì la terra della Badia. Abbiamo la sua vita[Mabill., Saecul. Benedict., VI, P. II.]scritta da Pietro abbate di quel sacro luogo, e persona contemporanea, che assistè alla di lui morte. Ne parla anche Sigeberto[Sigebertus, in Chron.], oltre a molti altri. In quest'anno ancora non potendo più sofferire i vescovi e principi della Germania[Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.]cheAdelberto arcivescovodi Brema, uomo pien d'alterigia, si abusasse dell'ascendente preso sopra il giovane re Arrigo coll'operar tutto di cose che gli tirarono addosso l'odio di tutti: congiurati in Triburia, intimarono ad Arrigo o di depor la corona, o di licenziare da sè Adelberto. Perchè egli volle fuggire, gli misero le guardie intorno, e poi vituperosamente cacciarono l'arcivescovo bremense, e fu consegnato il re sotto il governo diAnnonearcivescovodi Colonia, e diSigefredo arcivescovodi Magonza[Adam Bremensis, Hist., lib. 3, cap. 37.]. Annone attese ad innalzar tutti i suoi parenti ed amici alle prime dignità, e fra gli altri promosse alla chiesa archiepiscopale di Treveri, che venne a vacare in questo anno,Conone, cioèCorradosuo parente, e gli fece dar l'anello e il baston pastorale dal re Arrigo, con inviarlo poscia a Treveri, per esser ivi intronizzato. Restò talmente disgustato ed irritato il clero e popolo di quella città, per vedersi privato dell'antico suo diritto d'eleggere il proprio pastore, che diede nelle smanie, e ne avvenne poi che, arrivato colà Conone, Teoderico conte e maggiordomo della chiesa di Treveri gli fu addosso con una mano d'armati, e, dopo qualche mese di prigionia, il fece precipitar giù da un'alta montagna, dove lasciò la vita. Fu questi, non so come, riguardato dipoi qual martire; e Lamberto scrive che alla sua tomba succedeano moltissimi miracoli. Ma non dovette far grande onore all'arcivescovo Annone, che fu poi anch'egli venerato per santo, una promozion tale, perchè ingiuriosa a quel popolo e contraria ai sacri canoni.