MXCVAnno diCristoMXCV. IndizioneIII.UrbanoII papa 8.ArrigoIV re 40, imperad. 12.CorradoII re d'Italia 3.Passò dalla Toscana nel febbraio dell'anno presente in Lombardia il buonpapa Urbano, e circa il primo dì di marzo celebrò un insigne concilio nella città di Piacenza[Labbe, Concil., tom. 10.], dove intervennero dugento vescovi dell'Italia, Borgogna, Francia, Alemagna, Baviera, e d'altre provincie, e quasi quattro mila cherici, con più di trenta mila laici. Sì grande fu il concorso, che non essendovi basilica capace di tanta gente, bisognò tener quella sacra assemblea in piena campagna. Colà comparve la sfortunata reginaAdelaide, e si lamentò delle infamie che le avea fatto sofferire l'indegno suo consorte Arrigo. Non avendo ella acconsentito a tali scelleratezze, fu disobbligata dal farne penitenza. Quivi ancora furono stabiliti varii decreti riguardanti la disciplina ecclesiastica, che avea patito di molto in questi sì burrascosi tempi; e solennemente fu rinnovata la scomunica contra dell'antipapa e de' suoi aderenti. Vi comparvero ancora i legati diAlessio Comnenoimperadore dei Greci, con esporre le di lui calde preghiere ed istanze per ottener soccorso contra de' Turchi e d'altri infedeli, che già aveano occupata la maggior parte dell'imperio d'Oriente, e colle loro scorrerie si faceano vedere sotto le mura di Costantinopoli. Però papa Urbano ivi cominciò a predicar la crociata[Berthold. Constantiensis, in Chron.], e molti vi furono che con giuramento s'impegnarono al viaggio di oltremare, per militar contro degl'infedeli. Fu in tal congiuntura consecratoArnolfo arcivescovodi Milano, alla cui elezione tanto tempo prima s'era opposto il legato apostolico. Nel dì 11 di aprile passò il papa a Cremona, e venutogli incontro il giovanere Corrado, umilmente tenne la staffa al ponteficee l'addestrò. Gli prestò inoltre giuramento di fedeltà, cioè di conservargli la vita, le membra e il pontificato romano. Urbano, all'incontro, il ricevette per figliuolo della santa romana Chiesa, con promettergli ogni aiuto e favore per fargli conseguire il regno e la corona imperiale, purchè anch'egli rinunziasse alla pretension delle investiture ecclesiastiche. Inviossi dipoi il papa per mare in Provenza, e venuto a Valenza, di là spedì le lettere circolari per invitare i prelati ad un concilio da tenersi in Chiaramonte nell'ottava di san Martino, oppur ne' giorni seguenti. Fu infatti celebrato quel concilio[Labbe, Concilior., tom. 10.]al tempo destinato, coll'intervento di tredici arcivescovi e dugento e cinque fra vescovi ed abbati, benchè altri ne contino fin quattrocento. Molti regolamenti si fecero ivi per la disciplina della Chiesa. L'atto nondimeno più famoso di quella insigne assemblea fu la proposizione fatta di nuovo con più fervore dallo zelantissimo papa per la crociata, cioè di un armamento per liberar Gerusalemme dalle mani degl'infedeli. Così celebre è questo avvenimento, così ampiamente trattato da varii scrittori antichi e moderni, che a me basterà di solamente darne un lieve abbozzo per la concatenazione di questa istoria. A sì celebre movimento era già preceduta la predicazione di Pietro romito franzese[Guillelm. Tyr., Hist., lib. 1, cap. 11. Bernardus, Thesaur., cap. 6, tom. 7 Rer. Ital.], il quale, dopo essere stato a visitare i luoghi santi di Palestina, rapportò in Occidente la persecuzion fatta dai Musulmani a' poveri Cristiani in quelle contrade, e come restassero profanate le memorie della nostra redenzione. Portò egli lettere compassionevoli di quel patriarca Simeone al papa e a' principi dell'Occidente; poi per l'Italia, Francia e Germania andò predicando e movendo grandi e piccoli a portar la guerra in Oriente. Questo fu il precursore di papa Urbano, ma potè più di lunga mano l'esortazioneinfocata d'un capo visibile della Chiesa di Dio per commuovere e principi e popoli a quell'impresa. Adunque corse a gara gran moltitudine di gente dopo il concilio a prendere la croce e ad impegnarsi per la spedizione d'Oriente; nè altro si udiva dappertutto che questa voce:Dio lo vuole, Dio lo vuole. Nè tanta commozion di popoli nacque dalla sola lor divozione; v'intervenne anche un piissimo interesse. Erano allora tuttavia in uso i canoni penitenziali; ad ogni peccato era destinata la sua penitenza; e queste penitenze si stendevano bene spesso ad anni e a centinaia d'anni, a misura della quantità e qualità dei reati. Ora il pontefice, per animar tutti a prendere la croce, concedette indulgenza plenaria (cosa allora rarissima) di tutte le suddette pene canoniche a chiunque pentito e confessato imprendesse le fatiche di un sì lungo e scabroso viaggio a Gerusalemme. Però non è da stupire se allora sì grande fu il concorso di ecclesiastici e laici alla guerra sacra, e se anche tanti principi si infiammarono di zelo per condurre a fine così glorioso disegno. Più di cento mila persone presero allora la croce, e fra questi moltissimi monaci ancora, che con sì bella congiuntura si misero in libertà.Succedette in quest'anno un grave sconcerto in Italia, a noi narrato da Bertoldo da Costanza con queste parole[Bertholdus Constantiensis, in Chron.]:Welpho filius Welphonis ducis Bajoariae, a conjugio dominae Mathildis se penitus sequestravit, asserens illam a se omnino immunem permansisse: quod ipsa in perpetuum reticuisset, si non ipse prior illud satis inconsiderate publicasset. Ho io cercato altrove[Antichità Estensi, P. I, cap. 4.]i motivi di tal separazione, e mi è sembrato di poter dire che non ispontaneamente nè per sua balordaggine si ritiròGuelfo Vdalla contessa Matilda nell'anno presente, ma sì bene per disgusti a lui dati dalla contessa medesima. Finchè ella ebbe bisogno di lui nelle turbolenze passate, non gli fu scarsadi segni di vero amore e stima, tuttochè fra loro non passasse commercio carnale, o perchè ella nol voleva, o perchè con questo patto l'aveva egli sposata. Ma dacchè ella vide depresso in Italia Arrigo IV, cominciò a rincrescerle di aver un compagno nel comando, e però seppe indurre il marito a separarsi da lei. Forse anche si scoprì solamente allora che Matilda nell'anno 1077 avea fatta una donazione solenne di tutto il suo patrimonio alla Chiesa romana; laonde trovandosi Guelfo da tutte le parti burlato per aver presa una ch'era solamente moglie di nome, ed anche senza speranza di godere della di lei eredità, disgustatissimo da lei si congedò. E che nel contratto del di lui matrimonio colla contessa seguisse qualche patto di tal successione, si può raccogliere dal sapere cheGuelfo IVduca di Baviera suo padre, udito questo divorzio, volò in Italia tutto ardente di sdegno, e per quanto facesse, non gli riuscì di riconciliar questi due coniugati; nè potendo egli digerir l'inganno fatto alla sua casa dalla contessa, dopo essere per tanti anni stato il principal sostegno della parte cattolica, si gettò nel partito allora fallito dell'imperadore Arrigo. Questa sua risoluzione e lo sdegno da lui mostrato fanno abbastanza intendere che un gran torto gli doveva aver fatto Matilda.Unde(soggiugne esso Bertoldo)pater ipsius(cioè Guelfo IV)in Longobardiam nimis irato animo pervenit, et frustra diu multumque pro hujusmodi reconciliatione laboravit. Ipsum etiam Henricum sibi in adjutorium adscivit contra dominam Macthildam, ut ipsam bona sua filio ejus dare compelleret, quamvis nondum illam in maritali opere cognosceret. È un sogno del Fiorentini il farsi a credere che il vecchio Guelfo prima del divorzio del figliuolo avesse abbracciata la fazione di Arrigo. L'abbracciò per dispetto, dopo essersi trovato sì solennemente beffato dalla contessa Matilda. Se si notassero tutti i vizii degli eroi, per lo più comparirebbononon minori di numero e peso che le loro virtù. Tornarono i due Guelfi, malcontenti della contessa, in Germania, per attestato di Bertoldo, e si affaticarono non poco in favore dell'Augusto Arrigo; tutto nondimeno indarno, perchè il di lui partito era oramai troppo scaduto. È da osservare che Donizone, troppo parziale della contessa, niuna menzione fa mai di Gotifredo, nè di Guelfo, che pur furono mariti di lei, ma da lei in fine rigettati e sprezzati. Fu in questi tempi consigliatoCorrado red'Italia ad ammogliarsi[Gaufridus Malaterra, lib. 4, cap. 23.]. Papa Urbano e la contessa Matilda gli proposeroMatildafigliuola diRuggieri contedi Sicilia, principe che potea dare una buona dote, di cui abbisognava forte quel povero re, smunto affatto di danaro. Lo stesso papa ne scrisse al conte Ruggieri, e restò conchiuso il trattato. Spedì egli la figliuola con una flotta e con un ricco tesoro a Pisa, dove si trovò Corrado a riceverla; e quivi con tutta onorevolezza furono celebrate le nozze. Scrive bensì Bertoldo da Costanza che in questi medesimi tempi l'imperadore Arrigo dimorava in Lombardia,paene omni regia dignitate privatus, perchè tutto il nerbo delle sue milizie era passato sotto le bandiere del suddetto suo figliuolo Corrado e della contessa Matilda. Contuttociò io truovo che egli nel dì 31 di maggio tenne un placito nella città di Padova[Antiquit. Italic., Dissert. XXXI.]coll'intervento diBurcardoeWarneriomarchesi, e in esso accordò la sua protezione per alcuni beni al monistero di santa Giustina di Padova. Similmente dimorando egli in Garda sul lago Benaco, nel dì 7 di ottobre confermò i suoi privilegii[Ibidem, Dissert. LXX.]al monistero della Pomposa, posto tra Ferrara e Comacchio, con un diploma, le cui note non son pervenute a noi assai esattamente copiate dall'originale. Tentò egli inoltre, secondochè abbiam daDonizone[Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 9.], d'impadronirsi del forte castello di Nogara coll'aiuto dei Veronesi. L'assediò infatti, e l'aveva già ridotto alla estremità per la fame; ma, ciò udito la contessa Matilda,Mox accersitos Motinenses corpore firmos,Eridanum transit.E già era in cammino per soccorrere la languente fortezza, quando sorse tal timore nell'armata di Arrigo, che tutti diedero a gambe, con abbandonare armi e bagaglie.
Passò dalla Toscana nel febbraio dell'anno presente in Lombardia il buonpapa Urbano, e circa il primo dì di marzo celebrò un insigne concilio nella città di Piacenza[Labbe, Concil., tom. 10.], dove intervennero dugento vescovi dell'Italia, Borgogna, Francia, Alemagna, Baviera, e d'altre provincie, e quasi quattro mila cherici, con più di trenta mila laici. Sì grande fu il concorso, che non essendovi basilica capace di tanta gente, bisognò tener quella sacra assemblea in piena campagna. Colà comparve la sfortunata reginaAdelaide, e si lamentò delle infamie che le avea fatto sofferire l'indegno suo consorte Arrigo. Non avendo ella acconsentito a tali scelleratezze, fu disobbligata dal farne penitenza. Quivi ancora furono stabiliti varii decreti riguardanti la disciplina ecclesiastica, che avea patito di molto in questi sì burrascosi tempi; e solennemente fu rinnovata la scomunica contra dell'antipapa e de' suoi aderenti. Vi comparvero ancora i legati diAlessio Comnenoimperadore dei Greci, con esporre le di lui calde preghiere ed istanze per ottener soccorso contra de' Turchi e d'altri infedeli, che già aveano occupata la maggior parte dell'imperio d'Oriente, e colle loro scorrerie si faceano vedere sotto le mura di Costantinopoli. Però papa Urbano ivi cominciò a predicar la crociata[Berthold. Constantiensis, in Chron.], e molti vi furono che con giuramento s'impegnarono al viaggio di oltremare, per militar contro degl'infedeli. Fu in tal congiuntura consecratoArnolfo arcivescovodi Milano, alla cui elezione tanto tempo prima s'era opposto il legato apostolico. Nel dì 11 di aprile passò il papa a Cremona, e venutogli incontro il giovanere Corrado, umilmente tenne la staffa al ponteficee l'addestrò. Gli prestò inoltre giuramento di fedeltà, cioè di conservargli la vita, le membra e il pontificato romano. Urbano, all'incontro, il ricevette per figliuolo della santa romana Chiesa, con promettergli ogni aiuto e favore per fargli conseguire il regno e la corona imperiale, purchè anch'egli rinunziasse alla pretension delle investiture ecclesiastiche. Inviossi dipoi il papa per mare in Provenza, e venuto a Valenza, di là spedì le lettere circolari per invitare i prelati ad un concilio da tenersi in Chiaramonte nell'ottava di san Martino, oppur ne' giorni seguenti. Fu infatti celebrato quel concilio[Labbe, Concilior., tom. 10.]al tempo destinato, coll'intervento di tredici arcivescovi e dugento e cinque fra vescovi ed abbati, benchè altri ne contino fin quattrocento. Molti regolamenti si fecero ivi per la disciplina della Chiesa. L'atto nondimeno più famoso di quella insigne assemblea fu la proposizione fatta di nuovo con più fervore dallo zelantissimo papa per la crociata, cioè di un armamento per liberar Gerusalemme dalle mani degl'infedeli. Così celebre è questo avvenimento, così ampiamente trattato da varii scrittori antichi e moderni, che a me basterà di solamente darne un lieve abbozzo per la concatenazione di questa istoria. A sì celebre movimento era già preceduta la predicazione di Pietro romito franzese[Guillelm. Tyr., Hist., lib. 1, cap. 11. Bernardus, Thesaur., cap. 6, tom. 7 Rer. Ital.], il quale, dopo essere stato a visitare i luoghi santi di Palestina, rapportò in Occidente la persecuzion fatta dai Musulmani a' poveri Cristiani in quelle contrade, e come restassero profanate le memorie della nostra redenzione. Portò egli lettere compassionevoli di quel patriarca Simeone al papa e a' principi dell'Occidente; poi per l'Italia, Francia e Germania andò predicando e movendo grandi e piccoli a portar la guerra in Oriente. Questo fu il precursore di papa Urbano, ma potè più di lunga mano l'esortazioneinfocata d'un capo visibile della Chiesa di Dio per commuovere e principi e popoli a quell'impresa. Adunque corse a gara gran moltitudine di gente dopo il concilio a prendere la croce e ad impegnarsi per la spedizione d'Oriente; nè altro si udiva dappertutto che questa voce:Dio lo vuole, Dio lo vuole. Nè tanta commozion di popoli nacque dalla sola lor divozione; v'intervenne anche un piissimo interesse. Erano allora tuttavia in uso i canoni penitenziali; ad ogni peccato era destinata la sua penitenza; e queste penitenze si stendevano bene spesso ad anni e a centinaia d'anni, a misura della quantità e qualità dei reati. Ora il pontefice, per animar tutti a prendere la croce, concedette indulgenza plenaria (cosa allora rarissima) di tutte le suddette pene canoniche a chiunque pentito e confessato imprendesse le fatiche di un sì lungo e scabroso viaggio a Gerusalemme. Però non è da stupire se allora sì grande fu il concorso di ecclesiastici e laici alla guerra sacra, e se anche tanti principi si infiammarono di zelo per condurre a fine così glorioso disegno. Più di cento mila persone presero allora la croce, e fra questi moltissimi monaci ancora, che con sì bella congiuntura si misero in libertà.
Succedette in quest'anno un grave sconcerto in Italia, a noi narrato da Bertoldo da Costanza con queste parole[Bertholdus Constantiensis, in Chron.]:Welpho filius Welphonis ducis Bajoariae, a conjugio dominae Mathildis se penitus sequestravit, asserens illam a se omnino immunem permansisse: quod ipsa in perpetuum reticuisset, si non ipse prior illud satis inconsiderate publicasset. Ho io cercato altrove[Antichità Estensi, P. I, cap. 4.]i motivi di tal separazione, e mi è sembrato di poter dire che non ispontaneamente nè per sua balordaggine si ritiròGuelfo Vdalla contessa Matilda nell'anno presente, ma sì bene per disgusti a lui dati dalla contessa medesima. Finchè ella ebbe bisogno di lui nelle turbolenze passate, non gli fu scarsadi segni di vero amore e stima, tuttochè fra loro non passasse commercio carnale, o perchè ella nol voleva, o perchè con questo patto l'aveva egli sposata. Ma dacchè ella vide depresso in Italia Arrigo IV, cominciò a rincrescerle di aver un compagno nel comando, e però seppe indurre il marito a separarsi da lei. Forse anche si scoprì solamente allora che Matilda nell'anno 1077 avea fatta una donazione solenne di tutto il suo patrimonio alla Chiesa romana; laonde trovandosi Guelfo da tutte le parti burlato per aver presa una ch'era solamente moglie di nome, ed anche senza speranza di godere della di lei eredità, disgustatissimo da lei si congedò. E che nel contratto del di lui matrimonio colla contessa seguisse qualche patto di tal successione, si può raccogliere dal sapere cheGuelfo IVduca di Baviera suo padre, udito questo divorzio, volò in Italia tutto ardente di sdegno, e per quanto facesse, non gli riuscì di riconciliar questi due coniugati; nè potendo egli digerir l'inganno fatto alla sua casa dalla contessa, dopo essere per tanti anni stato il principal sostegno della parte cattolica, si gettò nel partito allora fallito dell'imperadore Arrigo. Questa sua risoluzione e lo sdegno da lui mostrato fanno abbastanza intendere che un gran torto gli doveva aver fatto Matilda.Unde(soggiugne esso Bertoldo)pater ipsius(cioè Guelfo IV)in Longobardiam nimis irato animo pervenit, et frustra diu multumque pro hujusmodi reconciliatione laboravit. Ipsum etiam Henricum sibi in adjutorium adscivit contra dominam Macthildam, ut ipsam bona sua filio ejus dare compelleret, quamvis nondum illam in maritali opere cognosceret. È un sogno del Fiorentini il farsi a credere che il vecchio Guelfo prima del divorzio del figliuolo avesse abbracciata la fazione di Arrigo. L'abbracciò per dispetto, dopo essersi trovato sì solennemente beffato dalla contessa Matilda. Se si notassero tutti i vizii degli eroi, per lo più comparirebbononon minori di numero e peso che le loro virtù. Tornarono i due Guelfi, malcontenti della contessa, in Germania, per attestato di Bertoldo, e si affaticarono non poco in favore dell'Augusto Arrigo; tutto nondimeno indarno, perchè il di lui partito era oramai troppo scaduto. È da osservare che Donizone, troppo parziale della contessa, niuna menzione fa mai di Gotifredo, nè di Guelfo, che pur furono mariti di lei, ma da lei in fine rigettati e sprezzati. Fu in questi tempi consigliatoCorrado red'Italia ad ammogliarsi[Gaufridus Malaterra, lib. 4, cap. 23.]. Papa Urbano e la contessa Matilda gli proposeroMatildafigliuola diRuggieri contedi Sicilia, principe che potea dare una buona dote, di cui abbisognava forte quel povero re, smunto affatto di danaro. Lo stesso papa ne scrisse al conte Ruggieri, e restò conchiuso il trattato. Spedì egli la figliuola con una flotta e con un ricco tesoro a Pisa, dove si trovò Corrado a riceverla; e quivi con tutta onorevolezza furono celebrate le nozze. Scrive bensì Bertoldo da Costanza che in questi medesimi tempi l'imperadore Arrigo dimorava in Lombardia,paene omni regia dignitate privatus, perchè tutto il nerbo delle sue milizie era passato sotto le bandiere del suddetto suo figliuolo Corrado e della contessa Matilda. Contuttociò io truovo che egli nel dì 31 di maggio tenne un placito nella città di Padova[Antiquit. Italic., Dissert. XXXI.]coll'intervento diBurcardoeWarneriomarchesi, e in esso accordò la sua protezione per alcuni beni al monistero di santa Giustina di Padova. Similmente dimorando egli in Garda sul lago Benaco, nel dì 7 di ottobre confermò i suoi privilegii[Ibidem, Dissert. LXX.]al monistero della Pomposa, posto tra Ferrara e Comacchio, con un diploma, le cui note non son pervenute a noi assai esattamente copiate dall'originale. Tentò egli inoltre, secondochè abbiam daDonizone[Donizo, in Vit. Mathild., lib. 2, cap. 9.], d'impadronirsi del forte castello di Nogara coll'aiuto dei Veronesi. L'assediò infatti, e l'aveva già ridotto alla estremità per la fame; ma, ciò udito la contessa Matilda,
Mox accersitos Motinenses corpore firmos,Eridanum transit.
Mox accersitos Motinenses corpore firmos,
Eridanum transit.
E già era in cammino per soccorrere la languente fortezza, quando sorse tal timore nell'armata di Arrigo, che tutti diedero a gambe, con abbandonare armi e bagaglie.