MXLVIIAnno diCristoMXLVII. IndizioneXV.Clemente IIpapa 2.Arrigo IIIre di Germania 9, imperadore 2.Il vizio della simonia, siccome abbiamo detto, inondava allora tutta l'Italia.Clemente IIpapa, animato dal suo zelo e dalle premure dell'imperadore Arrigo, che al pari del pontefice desiderava tolta dalla Chiesa di Dio questa infamia, celebrò un concilio in Roma contra de' simoniaci, di cui fa menzione san Pier Damiano[Petrus Damian., Opusc. XIX, cap. 27 et 36.]; ma gli atti son periti. È da vedere come da esso san Pier Damiano venga esaltato l'imperadore Arrigo, per la cura che egli si prese di estirpare lasimonia nei regni a lui consegnati da Dio, e massimamente in Italia, con recedere affatto dal pessimo esempio de' suoi predecessori. E perciocchè pur troppo i Romani aveano in addietro per amore della pecunia conculcate le leggi di Dio e della Chiesa nelle elezioni dei papi, dal che erano seguiti tanti scandali, e si mirava ridotta in tanta povertà la santa Chiesa romana; esso re obbligò il clero e popolo di Roma che non potesse eleggere e consecrar papa alcuno senza l'approvazione sua.Et quoniam, dice san Pier Damiano,ipse anteriorum tenere regulam noluit, ut aeterni regis praecepta servaret, hoc sibi non ingrata divina dispensatio contulit, quod plerisque decessoribus suis eatenus non concessit: ut videlicet ad ejus nutum sancta romana Ecclesia nunc ordinetur, ac praeter ejus auctoritatem apostolicae sedi nemo prorsus eligat sacerdotem. Anche Glabro Rodolfo ed Ugo flaviniacense attestano questa pia premura dell'Augusto Arrigo contro la simonia; e perciocchè la corruzion del secolo era allora grande, ed esso imperadore, pieno d'ottimi sentimenti, altro non desiderava che il ben della Chiesa, fu allora creduto utile e necessario il ripiego suddetto. Ma perchè ad un padre buono succedette un figliuolo cattivo che cominciò ad abusarsi di questa autorità, e il clero e popolo romano si diede allo studio e alla pratica delle virtù, cessò questo bisogno, e fu giustamente rimessa in piena libertà del clero romano l'elezion de' sommi pontefici, che da molti secoli s'usa, ed è da desiderare che sempre duri, ma che nello stesso tempo cessino le scandalose lunghezze dei conclavi, e le private passioni de' sacri elettori in affare di tanta importanza per la Chiesa di Dio. In esso concilio insorse nuova lite di precedenza fra gli arcivescovi di Ravenna e di Milano, e il patriarca di Aquileia; e la sentenza fu data in favore del ravennate. Di questo fatto altra testimonianza non abbiamo, fuorchè una bolla di papa Clemente II, accennata dalRossi[Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.]e pubblicata dall'Ughelli[Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Archiepisc. Ravenn.], la qual veramente ha tutta l'apparenza di non essere finta, ed avrebbe anche maggior credito se non le mancasse la data. Tuttavia il Puricelli la crede una finzione, e noi abbiamo due storici milanesi di questo secolo, che nulla ne parlano, cioè Arnolfo e Landolfo seniore. Anzi il secondo scrive[Landulf. Senior, Histor. Mediol. lib. 3, cap. 3.]che in un concilio tenuto (non so se nell'anno 1049, oppure nel 1050) da san Leone IX avvenne la controversia della precedenza fra gli arcivescovi di Milano e di Ravenna, e che,Deo annuente, ecclesia ambrosiana per Guidonem sedem ipsam viriliter devicit, et religiose hodie et semper tenebit. Ed Arnolfo[Arnulf., Hist. Mediol.]anch'egli attesta che nel concilio romano Guido arcivescovo di Milano fu onorevolmente trattatoab apostolico tunc Nicolao, cujus dextro positus est in praesenti synodo latere: forse nell'anno 1059. Oltre a ciò, Benzone scismatico vescovo d'Alba, che visse sotto il re Arrigo IV, figliuolo di questo imperadore, nel panegirico, ossia nella satira pubblicata dal Menckenio[Benzo, cap. 4 Panegyr., tom. 1 Rer. German. Menck.], scrive, che quando il re va a prendere la corona imperiale,eum sustentat ex una parte papa romanus, ex altera parte archipontifex ambrosianus. Oltre di che, Domenico patriarca d'Aquileia in una sua lettera, scritta circa l'anno 1054, e pubblicata dal Cotelerio[Coteler, Monument. Graec., tom. 2.], scrive d'essere in possesso di sedere alla destra del papa.Dimorava tuttavia in Roma l'imperadore Arrigo, allorchè confermò tutti i suoi beni al monistero di san Pietro di Perugia con un diploma[Bullar. Casinens., tom. 1, Constit. XC.], datoIII nonas januarii, anno dominicae Incarnationis MXLVII, Indictione XV, anno autem domni Heinrici tertii, ordinationisejus XVIII, regnantis VIII, imperantis autem primo. Actum Romae. Un altro ne diede pel monistero di Casauria[Chron. Casaur., P. II, tom. 2 Rer. Ital.]kalendis januarii.Actum ad Columna civitatem, onde prese il cognome la nobilissima casa Colonna. Uscito Arrigo di Roma, dopo aver presononnulla castella sibi rebellantia, come s'ha da Ermanno Contratto[Ermannus Contract., in Chron. Leo Ostiens., Chron., lib. 1, cap. 80.], passò a Monte Casino, dove, accolto con grande onore da quei monaci, lasciò molti regali, e con un diploma, portante il sigillo d'oro, confermò tutti i diritti e beni di quell'insigne monistero. Abbiamo questo diploma dal padre Gattola[Gattola, Hist. Monaster. Casinens., tom. 1. Accession.], e si vede datotertio nonas februarii, anno dominicae Incarnationis MXLVII, Indictione XV, anno autem domni Heinrici tertii, ordinationis ejus decimo octavo, regnantis quidem octavo, sed imperantis primo. Actum Capuae. A Capoa appunto da Monte Casino se n'andò l'imperadore. Ossia cheGuaimario IVprincipe di Salerno, il quale dall'Augusto Corrado avea anche ottenuto il principato di Capoa, non fosse molto in grazia dell'Augusto Arrigo; oppure che avesse fatto gran progresso nella corte e nell'animo di luiPandolfo IVgià principe di Capoa, deposto dal suddetto Corrado: egli è fuor di dubbio che Arrigo trattò la restituzion d'esso Pandolfo nel principato di Capoa, e che Guaimario gliel rinunziò con riceverne una buona somma d'oro. Presentaronsi anche all'imperadore i Normanni, cioèDrogoneconte di Puglia, eRainolfoconte di Aversa; e i regali a lui fatti di molti destrieri e danari produssero buon effetto; perciocchè ne riportarono l'imperiale investitura di tutti i loro Stati. Da Capoa s'incamminò alla volta di Benevento; ma, secondo Ermanno Contratto, essendo stata ingiuriata dai Beneventani la suocera dell'imperadore, nel passare per colà in venendo dalladivozione del monte Gargano, i Beneventani temendo lo sdegno d'esso imperadore, nol vollero ricevere, e si ribellarono. Conduceva Arrigo allora poche truppe con seco, per averne rimandate la maggior parte in Germania; e veggendo che gli mancavano le forze per procedere ostilmente contra di quel popolo, altro ripiego non seppe trovare che di farli scomunicare da papa Clemente, suo compagno in quel viaggio. Tenne esso Augusto (ma non si sa in qual giorno) nel contado di Fermo un placito, riferito dall'Ughelli[Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Asculan.]. Intanto l'imperadrice Agnesevenuta a Ravenna, quivi gli partorì una figliuola. Inviossi dipoi l'Augusto Arrigo alla volta della Germania, e trovandosi insan Flavianonel dì 13 di marzo, diede un altro privilegio in favore del monistero di Casa Aurea[Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.]. Passato dipoi a Mantova nel dì 19 d'aprile, giorno di Pasqua, celebrò con gran solennità la festa. Quivi gravemente s'infermò, ma riavuto si fece venir da Parma il corpo di san Guido abbate della Pomposa, morto nel precedente anno, e glorificato da Dio con molti miracoli, e seco dipoi lo condusse in Germania. Mentre l'imperadore in Mantova si trovò, dovette succedere quanto vien raccontato da Donizone[Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 13.]. Era divenuta alquanto sospetta ad esso imperadore la troppa potenza diBonifazio ducae marchese; e però gli cadde in pensiero di farlo arrestare, allorchè egli veniva all'udienza, con ordinare alle guardie di lasciarlo passare con non più di quattro persone, e di chiudere incontanente le porte. Lo scaltro Bonifazio v'andò coll'accompagnamento di una buona comitiva de' suoi provvisionati, tutti provveduti d'armi sotto i panni. Costoro, a veder le porte serrate dopo Bonifazio, le sforzarono, nè vollero mai perdere di vista il padrone, il quale scusò questa insolenza con dire francamente al re che l'uso di sua casaera d'andar sempre accompagnato dai suoi. Arrigo tentò ancora di sorprenderlo di notte; ma avea che fare con uno che anche dormendo tenea gli occhi aperti, e però se ne andò senza far altro che ringraziarlo del buon trattamento. Nel dì primo di maggioCadaloo vescovodi Parma ottenne dall'Augusto Arrigo in Mantova il titolo e la dignità di conte di Parma[Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Parmens.]. E nel dì 8 di maggio riportò Alberico abbate del nobil monistero di san Zenone di Verona dall'imperadore un privilegio[Antiq. Ital., Dissert. LXXII.],dato VIII idus maii, anno dominicae Incarnat. MXLVII, Indict. XV, anno autem domni Heinrici tertii, ordinationis ejus XVIII, regnantis VIII, secundi imperatoris primo. Actum Folerni.Era esso Augusto in Trento nel dì 11 di maggio, come apparisce da altro suo diploma dato ai canonici di Padova[Ibidem, Dissert. XVIII.]colle stesse note.Fin quando si trovava l'imperadore in Roma, cioè o sul fine del precedente o sul principio del presente anno, egli diede per arcivescovo alla chiesa di RavennaUnfredosuo cancelliere, e il fece consecrare dal papa. Giunto poscia a Spira, dove collocò il corpo del suddetto san Guido abbate, quivi celebrò la festa della Pentecoste, e tenne una dieta de' principi. Allora fu ch'egli conferì il ducato della Carintia e la marca di Verona aGuelfo IIIconte, di nazione suevo, e di casa nobilissima e rinomata in Germania, figliuolo del fuGuelfo IIconte. Non ho io saputo discernere nelle Antichità estensi[Antichità Estensi, P. I, cap. 2.], se in occasion della venuta in Italia di questo principe, oppure molto prima,Alberto Azzo II, marchese e progenitor de' principi estensi, prendesse in moglieCunegonda, sorella d'esso Guelfo III. Pare che l'Urspergense[Urspergensis, in Chronico.]dica che prima, con iscrivere che Guelfo IIgenuit et filiam Chunzam(lo stesso è che Cunegonda)nomine, quam Azzoni ditissimo marchioni Italiae dedit in uxorem. Di queste nozze parla eziandio l'antico autore della Cronica di Weingart[Apud Leibnitium, Rer. Brunswic., tom. 1.]. Coll'imperadore era ito in Germania ancheClemente IIpapa, e ritornato poscia per mala sua ventura in Italia, mentre si trovavain romanis partibussul principio d'ottobre, cadde infermo, e si sbrigò da questa vita. Corse voce, e forse non mal fondata, ch'egli morisse di veleno, fattogli dare da Benedetto IX già papa, ai cui vizii noti non è inverisimile che s'aggiugnesse ancora questa nuova scelleraggine.Mense junii(sono parole di Lupo Protospata[Lupus Protospata, in Chronico.], ma si dee scrivereoctobris)dictus papa Benedictus per poculum veneno occidit papam Clementem.Altrettanto ha Romoaldo salernitano[Romualdus Salern., tom. 7 Rer. Ital.]. Nè sussiste l'asserzione di Leone ostiense[Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 81.], che questo papa terminasse i suoi giorniultra montes. Fu ben portato a Bamberga il suo cadavero, mae romanis finibus, come ha ancora l'autore della Vita di santo Arrigo imperadore[Acta Sanctor. Bolland. ad diem 14 julii.]. Essendo stato finora ignoto il luogo dove questo pontefice terminasse i suoi giorni, ho io il piacere di poterlo rilevare. Alle mani del padre don Pietro Paolo Ginanni abbate benedettino, diligentissimo ricercatore delle antiche memorie di Ravenna sua patria, capitarono negli anni addietro due bolle originali. La prima è del suddetto papaClemente II, dataVIII calendas octobris, Indictione I, cioè nel dì 24 di settembre dell'anno presente, mentre egli si trovava gravemente infermo nel monistero di san Tommaso apostoload Aposellam, vicino a Pesaro. In essa dona egli a Pietro abbate di quel monistero la terra di san Pietro,pro salute animae suae. La seconda bolla è di papaNicolò II, data nel dì 16 d'aprile dell'anno 1060, in cuiper intercessionemdomni Petri Damiani hostiensis episcopi, confratris nostri, conferma al predetto abbate la terra di san Pietro,quam domnus papa Clemens, qui ibi obiit, obtulit praedicto monisterio. Resta perciò chiaro in qual parte d'Italia venisse a morte il soprallodato papa Clemente II. Ora il già depostoBenedetto IXpapa, udita ch'ebbe la morte di Clemente, col mezzo dei suoi parenti potentissimi in Roma, tanto s'adoperò, che per la terza volta tornò ad occupare la sedia di san Pietro, e la occupò per otto mesi e dieci giorni. Vedesi in quest'anno un placito tenuto in Broni, diocesi di Piacenza, daRinaldo messo del signor imperadore, al quale intervennero ancora Anselmo ed Azzo marchesi, l'ultimo dei quali, antenato de' marchesi d'Este, già da noi s'è veduto all'anno 1045conte di Milano. Questo documento si legge presso il Campi[Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.], ed è autentico. Ma non così un diploma rapportato dal medesimo storico, e attribuito adArrigo IIIre, come dato nell'anno presente. Non può sussistere quell'atto.
Il vizio della simonia, siccome abbiamo detto, inondava allora tutta l'Italia.Clemente IIpapa, animato dal suo zelo e dalle premure dell'imperadore Arrigo, che al pari del pontefice desiderava tolta dalla Chiesa di Dio questa infamia, celebrò un concilio in Roma contra de' simoniaci, di cui fa menzione san Pier Damiano[Petrus Damian., Opusc. XIX, cap. 27 et 36.]; ma gli atti son periti. È da vedere come da esso san Pier Damiano venga esaltato l'imperadore Arrigo, per la cura che egli si prese di estirpare lasimonia nei regni a lui consegnati da Dio, e massimamente in Italia, con recedere affatto dal pessimo esempio de' suoi predecessori. E perciocchè pur troppo i Romani aveano in addietro per amore della pecunia conculcate le leggi di Dio e della Chiesa nelle elezioni dei papi, dal che erano seguiti tanti scandali, e si mirava ridotta in tanta povertà la santa Chiesa romana; esso re obbligò il clero e popolo di Roma che non potesse eleggere e consecrar papa alcuno senza l'approvazione sua.Et quoniam, dice san Pier Damiano,ipse anteriorum tenere regulam noluit, ut aeterni regis praecepta servaret, hoc sibi non ingrata divina dispensatio contulit, quod plerisque decessoribus suis eatenus non concessit: ut videlicet ad ejus nutum sancta romana Ecclesia nunc ordinetur, ac praeter ejus auctoritatem apostolicae sedi nemo prorsus eligat sacerdotem. Anche Glabro Rodolfo ed Ugo flaviniacense attestano questa pia premura dell'Augusto Arrigo contro la simonia; e perciocchè la corruzion del secolo era allora grande, ed esso imperadore, pieno d'ottimi sentimenti, altro non desiderava che il ben della Chiesa, fu allora creduto utile e necessario il ripiego suddetto. Ma perchè ad un padre buono succedette un figliuolo cattivo che cominciò ad abusarsi di questa autorità, e il clero e popolo romano si diede allo studio e alla pratica delle virtù, cessò questo bisogno, e fu giustamente rimessa in piena libertà del clero romano l'elezion de' sommi pontefici, che da molti secoli s'usa, ed è da desiderare che sempre duri, ma che nello stesso tempo cessino le scandalose lunghezze dei conclavi, e le private passioni de' sacri elettori in affare di tanta importanza per la Chiesa di Dio. In esso concilio insorse nuova lite di precedenza fra gli arcivescovi di Ravenna e di Milano, e il patriarca di Aquileia; e la sentenza fu data in favore del ravennate. Di questo fatto altra testimonianza non abbiamo, fuorchè una bolla di papa Clemente II, accennata dalRossi[Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.]e pubblicata dall'Ughelli[Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Archiepisc. Ravenn.], la qual veramente ha tutta l'apparenza di non essere finta, ed avrebbe anche maggior credito se non le mancasse la data. Tuttavia il Puricelli la crede una finzione, e noi abbiamo due storici milanesi di questo secolo, che nulla ne parlano, cioè Arnolfo e Landolfo seniore. Anzi il secondo scrive[Landulf. Senior, Histor. Mediol. lib. 3, cap. 3.]che in un concilio tenuto (non so se nell'anno 1049, oppure nel 1050) da san Leone IX avvenne la controversia della precedenza fra gli arcivescovi di Milano e di Ravenna, e che,Deo annuente, ecclesia ambrosiana per Guidonem sedem ipsam viriliter devicit, et religiose hodie et semper tenebit. Ed Arnolfo[Arnulf., Hist. Mediol.]anch'egli attesta che nel concilio romano Guido arcivescovo di Milano fu onorevolmente trattatoab apostolico tunc Nicolao, cujus dextro positus est in praesenti synodo latere: forse nell'anno 1059. Oltre a ciò, Benzone scismatico vescovo d'Alba, che visse sotto il re Arrigo IV, figliuolo di questo imperadore, nel panegirico, ossia nella satira pubblicata dal Menckenio[Benzo, cap. 4 Panegyr., tom. 1 Rer. German. Menck.], scrive, che quando il re va a prendere la corona imperiale,eum sustentat ex una parte papa romanus, ex altera parte archipontifex ambrosianus. Oltre di che, Domenico patriarca d'Aquileia in una sua lettera, scritta circa l'anno 1054, e pubblicata dal Cotelerio[Coteler, Monument. Graec., tom. 2.], scrive d'essere in possesso di sedere alla destra del papa.
Dimorava tuttavia in Roma l'imperadore Arrigo, allorchè confermò tutti i suoi beni al monistero di san Pietro di Perugia con un diploma[Bullar. Casinens., tom. 1, Constit. XC.], datoIII nonas januarii, anno dominicae Incarnationis MXLVII, Indictione XV, anno autem domni Heinrici tertii, ordinationisejus XVIII, regnantis VIII, imperantis autem primo. Actum Romae. Un altro ne diede pel monistero di Casauria[Chron. Casaur., P. II, tom. 2 Rer. Ital.]kalendis januarii.Actum ad Columna civitatem, onde prese il cognome la nobilissima casa Colonna. Uscito Arrigo di Roma, dopo aver presononnulla castella sibi rebellantia, come s'ha da Ermanno Contratto[Ermannus Contract., in Chron. Leo Ostiens., Chron., lib. 1, cap. 80.], passò a Monte Casino, dove, accolto con grande onore da quei monaci, lasciò molti regali, e con un diploma, portante il sigillo d'oro, confermò tutti i diritti e beni di quell'insigne monistero. Abbiamo questo diploma dal padre Gattola[Gattola, Hist. Monaster. Casinens., tom. 1. Accession.], e si vede datotertio nonas februarii, anno dominicae Incarnationis MXLVII, Indictione XV, anno autem domni Heinrici tertii, ordinationis ejus decimo octavo, regnantis quidem octavo, sed imperantis primo. Actum Capuae. A Capoa appunto da Monte Casino se n'andò l'imperadore. Ossia cheGuaimario IVprincipe di Salerno, il quale dall'Augusto Corrado avea anche ottenuto il principato di Capoa, non fosse molto in grazia dell'Augusto Arrigo; oppure che avesse fatto gran progresso nella corte e nell'animo di luiPandolfo IVgià principe di Capoa, deposto dal suddetto Corrado: egli è fuor di dubbio che Arrigo trattò la restituzion d'esso Pandolfo nel principato di Capoa, e che Guaimario gliel rinunziò con riceverne una buona somma d'oro. Presentaronsi anche all'imperadore i Normanni, cioèDrogoneconte di Puglia, eRainolfoconte di Aversa; e i regali a lui fatti di molti destrieri e danari produssero buon effetto; perciocchè ne riportarono l'imperiale investitura di tutti i loro Stati. Da Capoa s'incamminò alla volta di Benevento; ma, secondo Ermanno Contratto, essendo stata ingiuriata dai Beneventani la suocera dell'imperadore, nel passare per colà in venendo dalladivozione del monte Gargano, i Beneventani temendo lo sdegno d'esso imperadore, nol vollero ricevere, e si ribellarono. Conduceva Arrigo allora poche truppe con seco, per averne rimandate la maggior parte in Germania; e veggendo che gli mancavano le forze per procedere ostilmente contra di quel popolo, altro ripiego non seppe trovare che di farli scomunicare da papa Clemente, suo compagno in quel viaggio. Tenne esso Augusto (ma non si sa in qual giorno) nel contado di Fermo un placito, riferito dall'Ughelli[Ughell., Ital. Sacr., in Episcop. Asculan.]. Intanto l'imperadrice Agnesevenuta a Ravenna, quivi gli partorì una figliuola. Inviossi dipoi l'Augusto Arrigo alla volta della Germania, e trovandosi insan Flavianonel dì 13 di marzo, diede un altro privilegio in favore del monistero di Casa Aurea[Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.]. Passato dipoi a Mantova nel dì 19 d'aprile, giorno di Pasqua, celebrò con gran solennità la festa. Quivi gravemente s'infermò, ma riavuto si fece venir da Parma il corpo di san Guido abbate della Pomposa, morto nel precedente anno, e glorificato da Dio con molti miracoli, e seco dipoi lo condusse in Germania. Mentre l'imperadore in Mantova si trovò, dovette succedere quanto vien raccontato da Donizone[Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 13.]. Era divenuta alquanto sospetta ad esso imperadore la troppa potenza diBonifazio ducae marchese; e però gli cadde in pensiero di farlo arrestare, allorchè egli veniva all'udienza, con ordinare alle guardie di lasciarlo passare con non più di quattro persone, e di chiudere incontanente le porte. Lo scaltro Bonifazio v'andò coll'accompagnamento di una buona comitiva de' suoi provvisionati, tutti provveduti d'armi sotto i panni. Costoro, a veder le porte serrate dopo Bonifazio, le sforzarono, nè vollero mai perdere di vista il padrone, il quale scusò questa insolenza con dire francamente al re che l'uso di sua casaera d'andar sempre accompagnato dai suoi. Arrigo tentò ancora di sorprenderlo di notte; ma avea che fare con uno che anche dormendo tenea gli occhi aperti, e però se ne andò senza far altro che ringraziarlo del buon trattamento. Nel dì primo di maggioCadaloo vescovodi Parma ottenne dall'Augusto Arrigo in Mantova il titolo e la dignità di conte di Parma[Ughell., Ital. Sacr., tom. 2 in Episcop. Parmens.]. E nel dì 8 di maggio riportò Alberico abbate del nobil monistero di san Zenone di Verona dall'imperadore un privilegio[Antiq. Ital., Dissert. LXXII.],dato VIII idus maii, anno dominicae Incarnat. MXLVII, Indict. XV, anno autem domni Heinrici tertii, ordinationis ejus XVIII, regnantis VIII, secundi imperatoris primo. Actum Folerni.Era esso Augusto in Trento nel dì 11 di maggio, come apparisce da altro suo diploma dato ai canonici di Padova[Ibidem, Dissert. XVIII.]colle stesse note.
Fin quando si trovava l'imperadore in Roma, cioè o sul fine del precedente o sul principio del presente anno, egli diede per arcivescovo alla chiesa di RavennaUnfredosuo cancelliere, e il fece consecrare dal papa. Giunto poscia a Spira, dove collocò il corpo del suddetto san Guido abbate, quivi celebrò la festa della Pentecoste, e tenne una dieta de' principi. Allora fu ch'egli conferì il ducato della Carintia e la marca di Verona aGuelfo IIIconte, di nazione suevo, e di casa nobilissima e rinomata in Germania, figliuolo del fuGuelfo IIconte. Non ho io saputo discernere nelle Antichità estensi[Antichità Estensi, P. I, cap. 2.], se in occasion della venuta in Italia di questo principe, oppure molto prima,Alberto Azzo II, marchese e progenitor de' principi estensi, prendesse in moglieCunegonda, sorella d'esso Guelfo III. Pare che l'Urspergense[Urspergensis, in Chronico.]dica che prima, con iscrivere che Guelfo IIgenuit et filiam Chunzam(lo stesso è che Cunegonda)nomine, quam Azzoni ditissimo marchioni Italiae dedit in uxorem. Di queste nozze parla eziandio l'antico autore della Cronica di Weingart[Apud Leibnitium, Rer. Brunswic., tom. 1.]. Coll'imperadore era ito in Germania ancheClemente IIpapa, e ritornato poscia per mala sua ventura in Italia, mentre si trovavain romanis partibussul principio d'ottobre, cadde infermo, e si sbrigò da questa vita. Corse voce, e forse non mal fondata, ch'egli morisse di veleno, fattogli dare da Benedetto IX già papa, ai cui vizii noti non è inverisimile che s'aggiugnesse ancora questa nuova scelleraggine.Mense junii(sono parole di Lupo Protospata[Lupus Protospata, in Chronico.], ma si dee scrivereoctobris)dictus papa Benedictus per poculum veneno occidit papam Clementem.Altrettanto ha Romoaldo salernitano[Romualdus Salern., tom. 7 Rer. Ital.]. Nè sussiste l'asserzione di Leone ostiense[Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 81.], che questo papa terminasse i suoi giorniultra montes. Fu ben portato a Bamberga il suo cadavero, mae romanis finibus, come ha ancora l'autore della Vita di santo Arrigo imperadore[Acta Sanctor. Bolland. ad diem 14 julii.]. Essendo stato finora ignoto il luogo dove questo pontefice terminasse i suoi giorni, ho io il piacere di poterlo rilevare. Alle mani del padre don Pietro Paolo Ginanni abbate benedettino, diligentissimo ricercatore delle antiche memorie di Ravenna sua patria, capitarono negli anni addietro due bolle originali. La prima è del suddetto papaClemente II, dataVIII calendas octobris, Indictione I, cioè nel dì 24 di settembre dell'anno presente, mentre egli si trovava gravemente infermo nel monistero di san Tommaso apostoload Aposellam, vicino a Pesaro. In essa dona egli a Pietro abbate di quel monistero la terra di san Pietro,pro salute animae suae. La seconda bolla è di papaNicolò II, data nel dì 16 d'aprile dell'anno 1060, in cuiper intercessionemdomni Petri Damiani hostiensis episcopi, confratris nostri, conferma al predetto abbate la terra di san Pietro,quam domnus papa Clemens, qui ibi obiit, obtulit praedicto monisterio. Resta perciò chiaro in qual parte d'Italia venisse a morte il soprallodato papa Clemente II. Ora il già depostoBenedetto IXpapa, udita ch'ebbe la morte di Clemente, col mezzo dei suoi parenti potentissimi in Roma, tanto s'adoperò, che per la terza volta tornò ad occupare la sedia di san Pietro, e la occupò per otto mesi e dieci giorni. Vedesi in quest'anno un placito tenuto in Broni, diocesi di Piacenza, daRinaldo messo del signor imperadore, al quale intervennero ancora Anselmo ed Azzo marchesi, l'ultimo dei quali, antenato de' marchesi d'Este, già da noi s'è veduto all'anno 1045conte di Milano. Questo documento si legge presso il Campi[Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.], ed è autentico. Ma non così un diploma rapportato dal medesimo storico, e attribuito adArrigo IIIre, come dato nell'anno presente. Non può sussistere quell'atto.