MXXXIX

MXXXIXAnno diCristoMXXXIX. IndizioneVII.Benedetto IXpapa 7.Arrigo IIIre di Germania e d'Italia 1.Fu questo l'ultimo anno della vita dell'imperador Corrado. Aveva egli fatto un viaggio nel regno della Borgogna, dove que' popoli accettarono per loro re l'unico di lui figliuoloArrigo. Trovandosi poi in Colonia, confermò ed accrebbe i privilegii adIngonevescovo di Modena, con cui il crea conte di Modena. Il diploma, già accennato dal Sigonio sotto il presente anno, e da me dato intero alla luce, ha le seguenti note[Antiquit. Ital., Dissertat. LXXI.]:Datum XVII kalendas aprilis, anno dominicae Incarnationis MXXXVIII, Indictione VII, anno autem domni Chuonradi regni XIIII, imperii XII. Actum Colonia. Ma io truovo qui degl'intoppi. Pare fallato l'anno, e che si deggia scrivereMXXXVIIII; e così l'intese il Sigonio. Ma v'ha anche dell'errore negli anni del regno; e quando si volesse questo diploma riferire all'anno precedente, Corrado allora dimorava in Italia, e non già in Colonia. Oltre di che, quando sussista la carta additata nell'anno precedente, era già succeduto Guiberto ad Ingone nel vescovato di Modena prima dell'anno presente 1039. Però che dee dire di questo diploma il saggio lettore? Ito poscia l'imperadore Corrado ad Utrecht nella Frisia[Wippo, in Vita Conradi Salici. Hermannus Contract., in Chron. Annales Hildesheim.], quivi celebrando la festa della Pentecoste, fu sorpreso da dolori, che nel lunedì seguente, cioè nel dì 4 di giugno, il condussero al fine de' suoi giorni. Era dianzi stato eletto e coronato re di Germania il suddettoArrigo IIIsuo figliuolo, soprannominato ilNEROa cagion della barba, e come suo successore fu immediatamente riconosciuto da tutti. Una curiosa novella cominciò ad avere spaccio nel secolo susseguente intorno allapersona d'esso re Arrigo. Gotifredo da Viterbo pare che fosse il primo a darle credito[Godefridus Viterbiensis, in Panth.]. Eccone, per ricreazion di chi legge, un transunto. Caduto in disgrazia di Corrado Augusto unLupoldo conte, si ritirò colla moglie a vivere incognito in una capanna in mezzo ad una selva. Questa favola, passata poi in Italia, fu applicata in altri termini ad alcune nobili case dagl'impostori genealogisti. Ora accadde che Corrado, smarrito nella caccia, giunse a quel tugurio una notte, e vi prese riposo. Nello stesso tempo partorì la moglie di Lupoldo un maschio, e Corrado, al sentirlo vagire, intese una voce dal cielo che gli disse:Corrado, questo fanciullo sarà tuo genero ed erede. Levatosi per tempo l'imperadore, ordinò a due suoi famigli di prendere quel bambino e d'ucciderlo. N'ebbero compassione, e il lasciarono vivo sopra di un albero. Passò di là un certo duca, che il prese ed allevò, e veggendolo crescere in bellezza e senno, l'adottò per figliuolo. Dopo alcuni anni guatando l'imperadore questo giovinetto, gli venne sospetto che fosse il medesimo di cui avea comandata la morte, forse perchè seppe come era stato trovato dal duca; e con apparenza di volerlo onorare, l'arrolò fra' suoi cortigiani. Un dì poscia scrisse all'imperadrice Gisla una lettera, in cui gli ordiva di farne immediatamente uccidere il portatore, e la diede al giovinetto Arrigo con ordine di presentarla in mano d'essa Augusta. Andò questi; ma addormentatosi per viaggio in una chiesa, il prete d'essa adocchiata quella lettera, gliela tolse di saccoccia ed aprì. Per compassione il buon prete ne scrisse un'altra con ordine all'imperadrice che, alla comparsa di quel giovane, immantinente gli desse in moglie la comune lor figliuola. Andò il giovane, senza nulla sapere dell'operato dal prete, e presentata la lettera, non tardò a divenir genero dell'imperadore. Bel suggetto per una tragedia, purgato che fosse da variiinverisimili, ma per conto della storia, avvenimento inventato di peso, essendo fuor di dubbio, secondo l'autorità di più scrittori contemporanei, cheArrigo IIInacque da Corrado e Gisla Augusti, ed ebbe due mogli l'unaCunichildemorta nell'anno precedente, e poscia nell'anno 1045Agnesefigliuola diGuglielmo ducadi Poitiers. Benchè poi non fosse costume di contare in Italia gli anni del regno italico, nè dell'imperio, se non dopo le coronazioni; pure mi prendo io la libertà di cominciar qui l'epoca del di lui regno in Italia, al vedere che una carta riferita dal Campi[Campi, Istor. di Piacenza tom. 1 Append.], e scritta inPiacenza, ha queste note:Anno ab Incarnatione Domini MXLIV, anno regni donni Henrici rex hic in Italia quinto, nono kalendas aprilis, Indictione XII, il che fa bastevolmente intendere che almeno i Pavesi ed altri popoli d'Italia, anche senza la coronazione italiana, non tardarono molto a ricevere esso Arrigo III per re. Un'altra carta piacentina nell'anno seguenteMXLVha l'anno sestodel regno d'Arrigo. Così nel Bollario casinense[Bullarium Casinense, Constit. LXXXIX.]e presso l'Ughelli[Ughellius, Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Bergam.]si truovano diplomi dati da esso re alle chiese d'Italia coll'epoca suddetta. Ho io parimente pubblicata[Antiquit. Italic., Dissert. LXXI.]una lettera di Adalgerio,cancellarius et missus gloriosissimi regis Henrici, cujus vice in regno sumus, a tutto il popolo di Cremona, con cui gli ordinava d'intervenire al placito diUbaldo vescovodi quella città. Contuttociò potrebbe essere che solamente all'anno susseguente si desse principio all'epoca del regno d'Italia, cioè dappoichèEriberto arcivescovodi Milano, siccome vedremo, andò a riacquistar la grazia del medesimo re Arrigo. Nè mancano documenti italiani di questi tempi, ne' quali niuna menzione è fatta del regno d'esso Arrigo.Avea l'Augusto Corrado portato con seco in Germania un implacabil odio contra d'esso Eriberto, nè altro potendo fare, avea incaricato i principi d'Italia, cioè i vescovi, marchesi e conti di far aspra guerra a Milano. In fatti alla primavera di quest'anno si raunarono armi ed armati da varie parti per eseguire la di lui volontà e vendetta; ma punto non si sgomentò Eriberto[Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 16.]. Preparò egli buona copia di munizione da bocca e da guerra; chiamò in città tutti i distrettuali dal grande fino al picciolo; ed allora fu ch'egli inventò ilcarroccio; tanto poscia usato e decantato ne' secoli susseguenti in Lombardia. Questo era un carro condotto da buoi con un'antenna alzata che aveva sulla cima un pomo dorato con due stendardi bianchi. Nel mezzo v'era l'immagine del Crocifisso. Uno stuolo de' più forti gli stava alla guardia, e conducendosi questo carro in mezzo all'esercito, colla sua vista accresceva coraggio ai combattenti. Di molte baruffe si fecero in tal congiuntura, ed era per seguirne peggio, quando all'improvviso giunta la nuova della morte di Corrado, tutto l'esercito nimico si levò e sbandò con tal confusione, che ad alcuni costò la vita. Eriberto ne dovette ben cantare ilTe Deum. Abbiamo da Ermanno Contratto[Hermannus Contractus, in Chronico.]e da Wippone[Wippo, in Vit. Conradi Salici.]che in questo anno nel dì 13 d'ottobre parimente mancò di vitaCorrado ducadi Franconia, di Carintia e d'Istria: con che venne eziandio a vacare la marca di Verona. Avrebbe forse potuto pretendere ad essaAdalberone, che prima di lui l'aveva goduta, e ne fu cacciato; ma anch'egli pagò il suo debito alla natura nell'anno presente. Se ad alcuno fosse ne' sei o sette anni seguenti conferita quella marca, non l'ho potuto finora scoprire. Erano nella più bella positura gli affari de' Greci in Sicilia, e pareva già vicino il fortunato giorno, in cui quell'isola nobilissima restasselibera dal giogo de' Saraceni. Ma la greca avidità e superbia tagliò il corso agli ulteriori progressi, e rovinò anche gli acquisti fatti per la cagione che son per narrare. Gran cosa avea promesso Giorgio Maniaco ai Longobardi e Normanni, suoi ausiliarii a quell'impresa. Quando si fu a partire il bottino, anche essi ne pretesero, come era il dovere, la lor parte. Nulla poterono ottenere. InviaronoArdoinonobile longobardo a Maniaco per farne nuova istanza; e questi, forse perchè parlò con troppo calore, altro non riportò che strapazzi e bastonate. Voleano i Longobardi e Normanni correre all'armi e farne vendetta; ma il saggio Ardoino, per attestato di Guaifredo Malaterra[Gaufrid. Malaterra, Hist., lib. 1.], li consigliò a dissimular lo sdegno; ed accortamente ricavata licenza di poter tornare in Calabria, imbarcatosi con tutti i suoi aderenti, felicemente si ridusse a Reggio di Calabria in terra ferma. Allora fu ch'essi, preso per lor capitano essoArdoino, si diedero a far vendetta dell'ingratitudine de' Greci, con devastar tutto quanto poterono delle terre possedute da essi Greci in quella provincia. Ma Guglielmo pugliese[Guillielmus Apulus, Hist. lib. 1.], Cedreno ed altri scrivono, che non da Maniaco in Sicilia, ma da Doceano, ossia Dulchiano, catapano de' Greci in Puglia, fu maltrattato esso Ardoino, il quale era allora suo luogotenente. Di qui ebbe principio la rovina del dominio greco in Italia. Riuscì ancora in quest'anno aGuaimario IVprincipe di Salerno e di Capoa[Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 65.]di sottomettere al suo dominio coll'aiuto dei Normanni il ducato diAmalfi. Lo stesso vien confermato dalla Cronichetta d'Amalfi[Antiq. Ital., tom. 1, pag. 211.], da cui impariamo, che essendo fuggiti a NapoliGiovannieSergiosuo figlio, duchi di quella città,Mansonefratello d'esso Giovanni occupò quel principato. Ma essendo da li a quattro anni ritornato esso Giovannida Napoli, dopo aver preso ed accecato il suddetto Mansone, tornò a comandar le feste; per poco tempo nondimeno, perchèGuaimarios'impadronì di quella allora molto ricca città. La tenne egli per cinque anni e sei mesi, dopo i quali Mansone, tuttochè cieco, ricuperò quel ducato, e regnò dipoi altri nove anni.

Fu questo l'ultimo anno della vita dell'imperador Corrado. Aveva egli fatto un viaggio nel regno della Borgogna, dove que' popoli accettarono per loro re l'unico di lui figliuoloArrigo. Trovandosi poi in Colonia, confermò ed accrebbe i privilegii adIngonevescovo di Modena, con cui il crea conte di Modena. Il diploma, già accennato dal Sigonio sotto il presente anno, e da me dato intero alla luce, ha le seguenti note[Antiquit. Ital., Dissertat. LXXI.]:Datum XVII kalendas aprilis, anno dominicae Incarnationis MXXXVIII, Indictione VII, anno autem domni Chuonradi regni XIIII, imperii XII. Actum Colonia. Ma io truovo qui degl'intoppi. Pare fallato l'anno, e che si deggia scrivereMXXXVIIII; e così l'intese il Sigonio. Ma v'ha anche dell'errore negli anni del regno; e quando si volesse questo diploma riferire all'anno precedente, Corrado allora dimorava in Italia, e non già in Colonia. Oltre di che, quando sussista la carta additata nell'anno precedente, era già succeduto Guiberto ad Ingone nel vescovato di Modena prima dell'anno presente 1039. Però che dee dire di questo diploma il saggio lettore? Ito poscia l'imperadore Corrado ad Utrecht nella Frisia[Wippo, in Vita Conradi Salici. Hermannus Contract., in Chron. Annales Hildesheim.], quivi celebrando la festa della Pentecoste, fu sorpreso da dolori, che nel lunedì seguente, cioè nel dì 4 di giugno, il condussero al fine de' suoi giorni. Era dianzi stato eletto e coronato re di Germania il suddettoArrigo IIIsuo figliuolo, soprannominato ilNEROa cagion della barba, e come suo successore fu immediatamente riconosciuto da tutti. Una curiosa novella cominciò ad avere spaccio nel secolo susseguente intorno allapersona d'esso re Arrigo. Gotifredo da Viterbo pare che fosse il primo a darle credito[Godefridus Viterbiensis, in Panth.]. Eccone, per ricreazion di chi legge, un transunto. Caduto in disgrazia di Corrado Augusto unLupoldo conte, si ritirò colla moglie a vivere incognito in una capanna in mezzo ad una selva. Questa favola, passata poi in Italia, fu applicata in altri termini ad alcune nobili case dagl'impostori genealogisti. Ora accadde che Corrado, smarrito nella caccia, giunse a quel tugurio una notte, e vi prese riposo. Nello stesso tempo partorì la moglie di Lupoldo un maschio, e Corrado, al sentirlo vagire, intese una voce dal cielo che gli disse:Corrado, questo fanciullo sarà tuo genero ed erede. Levatosi per tempo l'imperadore, ordinò a due suoi famigli di prendere quel bambino e d'ucciderlo. N'ebbero compassione, e il lasciarono vivo sopra di un albero. Passò di là un certo duca, che il prese ed allevò, e veggendolo crescere in bellezza e senno, l'adottò per figliuolo. Dopo alcuni anni guatando l'imperadore questo giovinetto, gli venne sospetto che fosse il medesimo di cui avea comandata la morte, forse perchè seppe come era stato trovato dal duca; e con apparenza di volerlo onorare, l'arrolò fra' suoi cortigiani. Un dì poscia scrisse all'imperadrice Gisla una lettera, in cui gli ordiva di farne immediatamente uccidere il portatore, e la diede al giovinetto Arrigo con ordine di presentarla in mano d'essa Augusta. Andò questi; ma addormentatosi per viaggio in una chiesa, il prete d'essa adocchiata quella lettera, gliela tolse di saccoccia ed aprì. Per compassione il buon prete ne scrisse un'altra con ordine all'imperadrice che, alla comparsa di quel giovane, immantinente gli desse in moglie la comune lor figliuola. Andò il giovane, senza nulla sapere dell'operato dal prete, e presentata la lettera, non tardò a divenir genero dell'imperadore. Bel suggetto per una tragedia, purgato che fosse da variiinverisimili, ma per conto della storia, avvenimento inventato di peso, essendo fuor di dubbio, secondo l'autorità di più scrittori contemporanei, cheArrigo IIInacque da Corrado e Gisla Augusti, ed ebbe due mogli l'unaCunichildemorta nell'anno precedente, e poscia nell'anno 1045Agnesefigliuola diGuglielmo ducadi Poitiers. Benchè poi non fosse costume di contare in Italia gli anni del regno italico, nè dell'imperio, se non dopo le coronazioni; pure mi prendo io la libertà di cominciar qui l'epoca del di lui regno in Italia, al vedere che una carta riferita dal Campi[Campi, Istor. di Piacenza tom. 1 Append.], e scritta inPiacenza, ha queste note:Anno ab Incarnatione Domini MXLIV, anno regni donni Henrici rex hic in Italia quinto, nono kalendas aprilis, Indictione XII, il che fa bastevolmente intendere che almeno i Pavesi ed altri popoli d'Italia, anche senza la coronazione italiana, non tardarono molto a ricevere esso Arrigo III per re. Un'altra carta piacentina nell'anno seguenteMXLVha l'anno sestodel regno d'Arrigo. Così nel Bollario casinense[Bullarium Casinense, Constit. LXXXIX.]e presso l'Ughelli[Ughellius, Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Bergam.]si truovano diplomi dati da esso re alle chiese d'Italia coll'epoca suddetta. Ho io parimente pubblicata[Antiquit. Italic., Dissert. LXXI.]una lettera di Adalgerio,cancellarius et missus gloriosissimi regis Henrici, cujus vice in regno sumus, a tutto il popolo di Cremona, con cui gli ordinava d'intervenire al placito diUbaldo vescovodi quella città. Contuttociò potrebbe essere che solamente all'anno susseguente si desse principio all'epoca del regno d'Italia, cioè dappoichèEriberto arcivescovodi Milano, siccome vedremo, andò a riacquistar la grazia del medesimo re Arrigo. Nè mancano documenti italiani di questi tempi, ne' quali niuna menzione è fatta del regno d'esso Arrigo.

Avea l'Augusto Corrado portato con seco in Germania un implacabil odio contra d'esso Eriberto, nè altro potendo fare, avea incaricato i principi d'Italia, cioè i vescovi, marchesi e conti di far aspra guerra a Milano. In fatti alla primavera di quest'anno si raunarono armi ed armati da varie parti per eseguire la di lui volontà e vendetta; ma punto non si sgomentò Eriberto[Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 16.]. Preparò egli buona copia di munizione da bocca e da guerra; chiamò in città tutti i distrettuali dal grande fino al picciolo; ed allora fu ch'egli inventò ilcarroccio; tanto poscia usato e decantato ne' secoli susseguenti in Lombardia. Questo era un carro condotto da buoi con un'antenna alzata che aveva sulla cima un pomo dorato con due stendardi bianchi. Nel mezzo v'era l'immagine del Crocifisso. Uno stuolo de' più forti gli stava alla guardia, e conducendosi questo carro in mezzo all'esercito, colla sua vista accresceva coraggio ai combattenti. Di molte baruffe si fecero in tal congiuntura, ed era per seguirne peggio, quando all'improvviso giunta la nuova della morte di Corrado, tutto l'esercito nimico si levò e sbandò con tal confusione, che ad alcuni costò la vita. Eriberto ne dovette ben cantare ilTe Deum. Abbiamo da Ermanno Contratto[Hermannus Contractus, in Chronico.]e da Wippone[Wippo, in Vit. Conradi Salici.]che in questo anno nel dì 13 d'ottobre parimente mancò di vitaCorrado ducadi Franconia, di Carintia e d'Istria: con che venne eziandio a vacare la marca di Verona. Avrebbe forse potuto pretendere ad essaAdalberone, che prima di lui l'aveva goduta, e ne fu cacciato; ma anch'egli pagò il suo debito alla natura nell'anno presente. Se ad alcuno fosse ne' sei o sette anni seguenti conferita quella marca, non l'ho potuto finora scoprire. Erano nella più bella positura gli affari de' Greci in Sicilia, e pareva già vicino il fortunato giorno, in cui quell'isola nobilissima restasselibera dal giogo de' Saraceni. Ma la greca avidità e superbia tagliò il corso agli ulteriori progressi, e rovinò anche gli acquisti fatti per la cagione che son per narrare. Gran cosa avea promesso Giorgio Maniaco ai Longobardi e Normanni, suoi ausiliarii a quell'impresa. Quando si fu a partire il bottino, anche essi ne pretesero, come era il dovere, la lor parte. Nulla poterono ottenere. InviaronoArdoinonobile longobardo a Maniaco per farne nuova istanza; e questi, forse perchè parlò con troppo calore, altro non riportò che strapazzi e bastonate. Voleano i Longobardi e Normanni correre all'armi e farne vendetta; ma il saggio Ardoino, per attestato di Guaifredo Malaterra[Gaufrid. Malaterra, Hist., lib. 1.], li consigliò a dissimular lo sdegno; ed accortamente ricavata licenza di poter tornare in Calabria, imbarcatosi con tutti i suoi aderenti, felicemente si ridusse a Reggio di Calabria in terra ferma. Allora fu ch'essi, preso per lor capitano essoArdoino, si diedero a far vendetta dell'ingratitudine de' Greci, con devastar tutto quanto poterono delle terre possedute da essi Greci in quella provincia. Ma Guglielmo pugliese[Guillielmus Apulus, Hist. lib. 1.], Cedreno ed altri scrivono, che non da Maniaco in Sicilia, ma da Doceano, ossia Dulchiano, catapano de' Greci in Puglia, fu maltrattato esso Ardoino, il quale era allora suo luogotenente. Di qui ebbe principio la rovina del dominio greco in Italia. Riuscì ancora in quest'anno aGuaimario IVprincipe di Salerno e di Capoa[Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 65.]di sottomettere al suo dominio coll'aiuto dei Normanni il ducato diAmalfi. Lo stesso vien confermato dalla Cronichetta d'Amalfi[Antiq. Ital., tom. 1, pag. 211.], da cui impariamo, che essendo fuggiti a NapoliGiovannieSergiosuo figlio, duchi di quella città,Mansonefratello d'esso Giovanni occupò quel principato. Ma essendo da li a quattro anni ritornato esso Giovannida Napoli, dopo aver preso ed accecato il suddetto Mansone, tornò a comandar le feste; per poco tempo nondimeno, perchèGuaimarios'impadronì di quella allora molto ricca città. La tenne egli per cinque anni e sei mesi, dopo i quali Mansone, tuttochè cieco, ricuperò quel ducato, e regnò dipoi altri nove anni.


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