MCCCCLIIIAnno diCristomccccliii. Indiz.I.Niccolò Vpapa 7.Federigo IIIimperadore 2.TuttochèFrancesco Sforzafosse quel grande eroe che convien confessarlo, e già signoreggiasse tutto il ducato di Milano, pure si trovava in istato da non poter competere nè durarla lungo tempo colla superior potenza della repubblica veneta, sì perchè troppo indebolito a lui pervenne lo Stato di Milano, e sì perchè nel medesimo tempo gli conveniva sostener la guerra anche contraLodovicoduca di Savoia, e contra diGuglielmo di Monferrato. Anche i signori di Correggio dal canto loro faceano guerra agli Stati di Parma e di Mantova. Unitamente dunque tanto egli come i Fiorentini[Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 22. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital. Poggius, et alii.]si rivolsero aCarlo VII redi Francia, pregandolo d'aiuto, e fecero gli occorrenti maneggi per tirare in ItaliaRenato duca di Angiòe di Lorena, che tuttavia usava il titolo di re di Sicilia, facendogli credere che, sbrigati dalla guerra co' Veneziani, l'aiuterebbono colle loro armi a conquistare il regno, ed intanto annualmente gli pagherebbono cento venti mila fiorini d'oro. Accettò egli il partito, obbligandosi di calare in Italia con due mila e quattrocento cavalli. Mentre si trattava di questo affare, sul principio di gennaio[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital. Porcell., Comment., tom. 20 Rer. Ital.], vollero i Veneziani, non ostante il rigore del verno, fare una spedizione contro il marchese di Mantova, per torgli Castiglione delle Stiviere. E in effetto essendo deputato a questa impresaJacopo Piccinino, dopo varii assalti che costarono la vita a parecchie centinaia di persone, costrinsero quella terra a rendersi, salva la roba e le persone. Ma non fu a quel misero popolo mantenuta la fede. Andò a saccotutta la terra; gran bottino vi fu fatto, e niun riguardo fu avuto all'onore delle donne, con vituperio grave di chi permise tanta infedeltà e barbarie. Venuto il marzo, acquistarono essi Veneziani alcune castella; ma sotto Manerbe toccò aGentile da Lionessaloro generale una ferita, per cui nel dì 15 d'aprile cessò di vivere. Fu dato il bastone del comando di quella armata aJacopo Piccinino, personaggio che dopo Francesco Sforza era in questi tempi il più prode, attivo ed accorto condottieri d'armi. S'impadronirono le armi venete di alcune altre castella, con ricuperar anche Pontevico. Per l'uscita in campagna del duca di Milano, che tornò sul Bresciano, cessarono le lor conquiste. Intanto i Veneziani, per aderire alle brame diCarlo da Gonzaga, voglioso di ricuperar alcune sue castella toltegli dal marchese di Mantova suo fratello, gli diedero tre mila cavalli con cinquecento fanti. Dalla parte del Veronese entrò egli nel Mantovano, e faceva già dei progressi, quando nel dì 15 di giugno il marchese, assistito daTiberto Brandolino, il venne a trovare, e fu con lui alle mani. L'aspra e dura battaglia durò cinque ore, e finì colla sconfitta di Carlo e de' Veneziani, che vi lasciarono più di mille cavalli ed alcuni capi di squadre. Andò in questo mentre il duca di Milano all'assedio di Gedo ossia Gaido, e tanto vi stette sotto, che se ne impadronì. Diedero anche le sue genti sotto Castiglione una buona percossa a quattro mila nemici nel dì 15 d'agosto. Avea ne' medesimi tempi Ferdinando duca di Calabria, per ordine del re Alfonso suo padre, riaccesa la guerra in Toscana, ma con far pochi fatti[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22.]. I Fiorentini colle loro genti il teneano corto, e ripigliarono alcuni lor luoghi ancora. Perchè il duca di Milano abbisognava forte di danaro, avea mandato in loro aiuto il conte Alessandro suo fratello con due mila persone, e da loro avea ricavato ottanta mila fiorini d'oro.Ma eccoti la dolorosa nuova che Maometto II imperador de' Turchi, il quale nell'anno precedente avea messo l'assedio all'imperiale città di Costantinopoli, nel presente con un furioso assalto dato nel dì 29 di maggio[Naucler. Chalcondyla, Phrantz. Æneas Sylvius et alii.]se ne era impadronito, con tagliare a pezziCostantino Paleologoultimo imperadore dei Greci, e più di quaranta mila cristiani, con profanar tutte le chiese, e commettere i più orridi eccessi che si usano in tali congiunture, e massimamente dai Barbari. Tutto con perpetua infamia del nome cristiano e de' principi del cristianesimo d'allora, solamente applicati a scannarsi l'un l'altro: del qual fatto parvero nella opinione del mondo spezialmente rei il re Alfonso e i Veneziani, che, più degli altri a portata di soccorrere i miseri Greci, amarono piuttosto di far guerra in Italia a chi desiderava la pace. Ed ebbero bene a pentirsene gli stessi Veneziani, perchè molti lor nobili e mercatanti rimasero involti in quella sì deplorabil rovina, e peggio dipoi loro avvenne. Ora trafisse il cuore d'ognuno, e principalmente di papaNiccolò V, questa al maggior segno funesta e lagrimevole nuova, sì per la perdita di così nobile e importante città, come ancora per le sue pessime conseguenze, le quali poco si stette a provarle; perchè i Turchi tolsero Pera a' Genovesi, e cominciarono a stendere le lor conquiste pel mare Egeo con danno gravissimo ed incredibil terrore degli altri popoli cristiani. Allora fu che il pontefice[Raynaldus, Annal. Eccles.]piucchè mai accese il suo zelo per ismorzare in Italia, Germania ed Ungheria l'incendio delle guerre; e spedì a Venezia, a Milano, a Genova e a Firenze, acciocchè ognuno inviasse ambasciatori a Roma per trattar della pace, minacciando la scomunica a chiunque ripugnasse ad opera di tanto bisogno per la cristianità. Allo stesso fine scrisse caldissime lettereagli altri re e principi cristiani, sollecitando tutti a prestar aiuti per ricuperar Costantinopoli (cosa per altro oramai disperata), o per impedire gl'imminenti progressi de' Maomettani.Spedirono bensì i principi d'Italia i lor ministri alla corte pontifizia; ma intanto si continuò a guerreggiare fra loro. S'era provato ilre Renatodi passar le Alpi con circa tre mila e cinquecento cavalli; gli si opposeLodovico ducadi Savoia[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 23, tom. 21 Rer. Ital.]. Costretto a passar egli per mare a Ventimiglia, e poscia ad Asti, tanto fece, cheLodovico delfinodi Francia prese l'armi in suo favore, ed obbligò il duca di Savoia, benchè suocero suo, a lasciar passare la di lui gente nel mese di settembre. Giunto il re Renato in Monferrato, la prima impresa che fece, fu quella di pacificareGuglielmo, fratello di quel marchese, colduca Francesco: nel qual tempoBartolomeo Coleonespedito dal duca occupò il borgo e la rocca di San Martino nel cuore del Monferrato. S'interpose dunque Renato, ed operò cheGiovanni marcheseeGuglielmosuo fratello compromettessero in lui tutte le differenze fra loro e Francesco duca di Milano. Il compromesso del dì 15 di settembre è rapportato da Benvenuto da San Giorgio[Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Così cessò in quelle parti la guerra, e lo Sforza richiamò di là quattro mila combattenti, che vennero a rinforzar la sua armata sul Bresciano. Giunse colà dipoi anche lo stesso Renato co' suoi; e ingagliardito colla giunta di tante brigate l'esercito sforzesco, nel dì 16 d'ottobre andò all'assedio di Pontevico[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.]. Per forza fu presa quella terra nel dì 19 dagl'Italiani, che le diedero tosto il sacco. V'entrarono susseguentemente anche le genti del re Renato, e vedendo già sparecchiatala tavola, cominciarono ad infierir contra di que' poveri abitanti, ammazzando uomini, donne e fanciulli. Erano i Franzesi d'allora gli stessi che quei d'oggidì per quel che riguarda l'amore dei piaceri, divertimenti e gozzoviglie; e però, giunte a Milano le squadre di Renato, dove trovarono delizie, non sapeano più partirsene. Ma diversi per altro conto da quei d'oggidì erano i Franzesi d'allora, perchè crudeli oltre modo e di maniere turchesche nel far la guerra, non volendo dar quartiere ai vinti che lo chiedevano, e commettendo altre simili barbarie: laddove gl'Italiani di questi tempi non solamente davano quartiere, ma, spogliati che aveano i prigionieri, siccome altrove ho detto, li lasciavano andar con Dio. Della cristiana moderazion de' Franzesi d'oggidì l'Italia e la Germania ha veduto frequenti gli esempli anche a' dì nostri. Ma così orrida crudeltà usata dai Franzesi suddetti, la maggior parte Piccardi, sparse un tal terrore per le terre ubbidienti ai Veneziani[Sanuto, Istor. Ven., tom. 21 Rer. Ital.], che mandavano innanzi le chiavi senza voler aspettare l'arrivo dell'esercito sforzesco. Caravaggio, Triviglio e tutta la Geradadda, a riserva di Soncino e Romanengo, tornarono in potere dello Sforza. Così in poco tempo quasi tutta la pianura del Bresciano si sottomise alle di lui armi. Roado, Palazzuolo, Chiari, Pontoglio, Martinengo, Manerbe, ed assaissime altre terre e molta parte della pianura di Bergamo vennero alla divozion del duca di Milano. Posto poi l'assedio agli Orci Nuovi, nel dì 12 di novembre, lo sforzò egli nel dì 22 alla resa, e Soncino anch'esso tornò alle sue mani. A tanti progressi contribuì non poco l'essersi precipitosamente ritirata a Brescia l'armata veneta per trovarsi troppo inferiore di forze alla nemica. Così terminò la campagna dell'anno presente, e le soldatesche furono distribuite a' quartieri d'inverno. Avea il pontefice Niccolò mandato a' confini inBolognaStefano Porcaronobile romano per sospetti del suo umor torbido[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Manett., Vit. Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Tramò costui una congiura con alcuni Romani contro la vita e lo Stato dello stesso papa; e nella festa di santo Stefano dell'anno precedente si partì all'improvviso da Bologna senza licenza delcardinal Bessarionelegato di quella città. Con tutta fretta ne spedì il cardinale per un corriere l'avviso al papa, il quale, avendo tosto messe buone spie in campo[Infessura, Diar., tom. eod. Raynaldus, Annal. Eccl.], fece, nella vigilia dell'Epifania, prendere esso Porcaro in casa sua con alquanti de' suoi partigiani che già erano in armi. Formato il suo processo, fu, nel dì 9 di gennaio, impiccato per la gola. Soggiacquero alla medesima pena altri de' suoi congiurati, ed altri furono banditi. Intenzion di costoro era di ridurre Roma all'antica sua libertà. Ma per un papa che facea tanto di bene a Roma, fa tanto più orrore un così nero attentato.
TuttochèFrancesco Sforzafosse quel grande eroe che convien confessarlo, e già signoreggiasse tutto il ducato di Milano, pure si trovava in istato da non poter competere nè durarla lungo tempo colla superior potenza della repubblica veneta, sì perchè troppo indebolito a lui pervenne lo Stato di Milano, e sì perchè nel medesimo tempo gli conveniva sostener la guerra anche contraLodovicoduca di Savoia, e contra diGuglielmo di Monferrato. Anche i signori di Correggio dal canto loro faceano guerra agli Stati di Parma e di Mantova. Unitamente dunque tanto egli come i Fiorentini[Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 22. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 21, tom. 21 Rer. Ital. Poggius, et alii.]si rivolsero aCarlo VII redi Francia, pregandolo d'aiuto, e fecero gli occorrenti maneggi per tirare in ItaliaRenato duca di Angiòe di Lorena, che tuttavia usava il titolo di re di Sicilia, facendogli credere che, sbrigati dalla guerra co' Veneziani, l'aiuterebbono colle loro armi a conquistare il regno, ed intanto annualmente gli pagherebbono cento venti mila fiorini d'oro. Accettò egli il partito, obbligandosi di calare in Italia con due mila e quattrocento cavalli. Mentre si trattava di questo affare, sul principio di gennaio[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital. Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital. Porcell., Comment., tom. 20 Rer. Ital.], vollero i Veneziani, non ostante il rigore del verno, fare una spedizione contro il marchese di Mantova, per torgli Castiglione delle Stiviere. E in effetto essendo deputato a questa impresaJacopo Piccinino, dopo varii assalti che costarono la vita a parecchie centinaia di persone, costrinsero quella terra a rendersi, salva la roba e le persone. Ma non fu a quel misero popolo mantenuta la fede. Andò a saccotutta la terra; gran bottino vi fu fatto, e niun riguardo fu avuto all'onore delle donne, con vituperio grave di chi permise tanta infedeltà e barbarie. Venuto il marzo, acquistarono essi Veneziani alcune castella; ma sotto Manerbe toccò aGentile da Lionessaloro generale una ferita, per cui nel dì 15 d'aprile cessò di vivere. Fu dato il bastone del comando di quella armata aJacopo Piccinino, personaggio che dopo Francesco Sforza era in questi tempi il più prode, attivo ed accorto condottieri d'armi. S'impadronirono le armi venete di alcune altre castella, con ricuperar anche Pontevico. Per l'uscita in campagna del duca di Milano, che tornò sul Bresciano, cessarono le lor conquiste. Intanto i Veneziani, per aderire alle brame diCarlo da Gonzaga, voglioso di ricuperar alcune sue castella toltegli dal marchese di Mantova suo fratello, gli diedero tre mila cavalli con cinquecento fanti. Dalla parte del Veronese entrò egli nel Mantovano, e faceva già dei progressi, quando nel dì 15 di giugno il marchese, assistito daTiberto Brandolino, il venne a trovare, e fu con lui alle mani. L'aspra e dura battaglia durò cinque ore, e finì colla sconfitta di Carlo e de' Veneziani, che vi lasciarono più di mille cavalli ed alcuni capi di squadre. Andò in questo mentre il duca di Milano all'assedio di Gedo ossia Gaido, e tanto vi stette sotto, che se ne impadronì. Diedero anche le sue genti sotto Castiglione una buona percossa a quattro mila nemici nel dì 15 d'agosto. Avea ne' medesimi tempi Ferdinando duca di Calabria, per ordine del re Alfonso suo padre, riaccesa la guerra in Toscana, ma con far pochi fatti[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 22.]. I Fiorentini colle loro genti il teneano corto, e ripigliarono alcuni lor luoghi ancora. Perchè il duca di Milano abbisognava forte di danaro, avea mandato in loro aiuto il conte Alessandro suo fratello con due mila persone, e da loro avea ricavato ottanta mila fiorini d'oro.
Ma eccoti la dolorosa nuova che Maometto II imperador de' Turchi, il quale nell'anno precedente avea messo l'assedio all'imperiale città di Costantinopoli, nel presente con un furioso assalto dato nel dì 29 di maggio[Naucler. Chalcondyla, Phrantz. Æneas Sylvius et alii.]se ne era impadronito, con tagliare a pezziCostantino Paleologoultimo imperadore dei Greci, e più di quaranta mila cristiani, con profanar tutte le chiese, e commettere i più orridi eccessi che si usano in tali congiunture, e massimamente dai Barbari. Tutto con perpetua infamia del nome cristiano e de' principi del cristianesimo d'allora, solamente applicati a scannarsi l'un l'altro: del qual fatto parvero nella opinione del mondo spezialmente rei il re Alfonso e i Veneziani, che, più degli altri a portata di soccorrere i miseri Greci, amarono piuttosto di far guerra in Italia a chi desiderava la pace. Ed ebbero bene a pentirsene gli stessi Veneziani, perchè molti lor nobili e mercatanti rimasero involti in quella sì deplorabil rovina, e peggio dipoi loro avvenne. Ora trafisse il cuore d'ognuno, e principalmente di papaNiccolò V, questa al maggior segno funesta e lagrimevole nuova, sì per la perdita di così nobile e importante città, come ancora per le sue pessime conseguenze, le quali poco si stette a provarle; perchè i Turchi tolsero Pera a' Genovesi, e cominciarono a stendere le lor conquiste pel mare Egeo con danno gravissimo ed incredibil terrore degli altri popoli cristiani. Allora fu che il pontefice[Raynaldus, Annal. Eccles.]piucchè mai accese il suo zelo per ismorzare in Italia, Germania ed Ungheria l'incendio delle guerre; e spedì a Venezia, a Milano, a Genova e a Firenze, acciocchè ognuno inviasse ambasciatori a Roma per trattar della pace, minacciando la scomunica a chiunque ripugnasse ad opera di tanto bisogno per la cristianità. Allo stesso fine scrisse caldissime lettereagli altri re e principi cristiani, sollecitando tutti a prestar aiuti per ricuperar Costantinopoli (cosa per altro oramai disperata), o per impedire gl'imminenti progressi de' Maomettani.
Spedirono bensì i principi d'Italia i lor ministri alla corte pontifizia; ma intanto si continuò a guerreggiare fra loro. S'era provato ilre Renatodi passar le Alpi con circa tre mila e cinquecento cavalli; gli si opposeLodovico ducadi Savoia[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 23, tom. 21 Rer. Ital.]. Costretto a passar egli per mare a Ventimiglia, e poscia ad Asti, tanto fece, cheLodovico delfinodi Francia prese l'armi in suo favore, ed obbligò il duca di Savoia, benchè suocero suo, a lasciar passare la di lui gente nel mese di settembre. Giunto il re Renato in Monferrato, la prima impresa che fece, fu quella di pacificareGuglielmo, fratello di quel marchese, colduca Francesco: nel qual tempoBartolomeo Coleonespedito dal duca occupò il borgo e la rocca di San Martino nel cuore del Monferrato. S'interpose dunque Renato, ed operò cheGiovanni marcheseeGuglielmosuo fratello compromettessero in lui tutte le differenze fra loro e Francesco duca di Milano. Il compromesso del dì 15 di settembre è rapportato da Benvenuto da San Giorgio[Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Così cessò in quelle parti la guerra, e lo Sforza richiamò di là quattro mila combattenti, che vennero a rinforzar la sua armata sul Bresciano. Giunse colà dipoi anche lo stesso Renato co' suoi; e ingagliardito colla giunta di tante brigate l'esercito sforzesco, nel dì 16 d'ottobre andò all'assedio di Pontevico[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.]. Per forza fu presa quella terra nel dì 19 dagl'Italiani, che le diedero tosto il sacco. V'entrarono susseguentemente anche le genti del re Renato, e vedendo già sparecchiatala tavola, cominciarono ad infierir contra di que' poveri abitanti, ammazzando uomini, donne e fanciulli. Erano i Franzesi d'allora gli stessi che quei d'oggidì per quel che riguarda l'amore dei piaceri, divertimenti e gozzoviglie; e però, giunte a Milano le squadre di Renato, dove trovarono delizie, non sapeano più partirsene. Ma diversi per altro conto da quei d'oggidì erano i Franzesi d'allora, perchè crudeli oltre modo e di maniere turchesche nel far la guerra, non volendo dar quartiere ai vinti che lo chiedevano, e commettendo altre simili barbarie: laddove gl'Italiani di questi tempi non solamente davano quartiere, ma, spogliati che aveano i prigionieri, siccome altrove ho detto, li lasciavano andar con Dio. Della cristiana moderazion de' Franzesi d'oggidì l'Italia e la Germania ha veduto frequenti gli esempli anche a' dì nostri. Ma così orrida crudeltà usata dai Franzesi suddetti, la maggior parte Piccardi, sparse un tal terrore per le terre ubbidienti ai Veneziani[Sanuto, Istor. Ven., tom. 21 Rer. Ital.], che mandavano innanzi le chiavi senza voler aspettare l'arrivo dell'esercito sforzesco. Caravaggio, Triviglio e tutta la Geradadda, a riserva di Soncino e Romanengo, tornarono in potere dello Sforza. Così in poco tempo quasi tutta la pianura del Bresciano si sottomise alle di lui armi. Roado, Palazzuolo, Chiari, Pontoglio, Martinengo, Manerbe, ed assaissime altre terre e molta parte della pianura di Bergamo vennero alla divozion del duca di Milano. Posto poi l'assedio agli Orci Nuovi, nel dì 12 di novembre, lo sforzò egli nel dì 22 alla resa, e Soncino anch'esso tornò alle sue mani. A tanti progressi contribuì non poco l'essersi precipitosamente ritirata a Brescia l'armata veneta per trovarsi troppo inferiore di forze alla nemica. Così terminò la campagna dell'anno presente, e le soldatesche furono distribuite a' quartieri d'inverno. Avea il pontefice Niccolò mandato a' confini inBolognaStefano Porcaronobile romano per sospetti del suo umor torbido[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Manett., Vit. Nicolai V, P. II, tom. 3 Rer. Ital.]. Tramò costui una congiura con alcuni Romani contro la vita e lo Stato dello stesso papa; e nella festa di santo Stefano dell'anno precedente si partì all'improvviso da Bologna senza licenza delcardinal Bessarionelegato di quella città. Con tutta fretta ne spedì il cardinale per un corriere l'avviso al papa, il quale, avendo tosto messe buone spie in campo[Infessura, Diar., tom. eod. Raynaldus, Annal. Eccl.], fece, nella vigilia dell'Epifania, prendere esso Porcaro in casa sua con alquanti de' suoi partigiani che già erano in armi. Formato il suo processo, fu, nel dì 9 di gennaio, impiccato per la gola. Soggiacquero alla medesima pena altri de' suoi congiurati, ed altri furono banditi. Intenzion di costoro era di ridurre Roma all'antica sua libertà. Ma per un papa che facea tanto di bene a Roma, fa tanto più orrore un così nero attentato.