MCCCCLIXAnno diCristomcccclix. Indiz.VII.Pio IIpapa 2.Federigo IIIimperadore 8.Tale era l'ardore del ponteficePio IIper promuovere l'unione de' principi cristiani contro il nemico comune, che il rigore del verno nol potè impedire dalmettersi in viaggio nel dì 22 di gennaio[Gobellin., Platina, et Raynaldus, Annal. Eccles.]alla volta di Mantova, scelta per luogo del congresso, a cui erano stati preventivamente invitati. Vedesi descritto il suo viaggio dal Gobellino e dall'autore della Cronica di Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Fermossi a Perugia tre settimane, avendo quivi ricevuto onori immensi. Passò a Siena nel dì 24 di febbraio, accolto ivi ancora con somma magnificenza da' suoi concittadini, verso i quali volendo esercitare la sua gratitudine, eresse in arcivescovato la chiesa di Siena. Arrivò a Firenze nel dì 25 d'aprile con gran festa di quel popolo; nel qual tempo passò a miglior vitaAntonino arcivescovodi quella città, riguardevole letterato del presente secolo, che per la santità de' suoi costumi e delle singolari sue virtù meritò di essere registrato nel ruolo de' santi[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 23.]. Prima ancora del papa era giunto a FirenzeGaleazzo Maria Sforza, primogenito diFrancesco ducadi Milano, spedito con pomposo accompagnamento di nobiltà, guardie e famiglia, affin di baciare, a nome del padre, i piedi a sua Santità. Per onorar questo giovinetto principe non lasciarono indietro i Fiorentini alcun solazzo e spettacolo, anche di grande spesa: tanta era l'amicizia ed attaccamento che essi professavano al duca. Pervenne Pio II da Firenze a Bologna nel dì 9 di maggio, prevenuto colà dallo stesso giovane Sforza nel dì 6 d'esso mese. Fu ricevuto il papa con singolar pompa da quel popolo, e, presentategli le chiavi della città, le restituì agli anziani. Poscia nel dì 16 del mese suddetto, partito di là in barca, arrivò fuori di Ferrara al monistero di Sant'Antonio, dove prese riposo sino al dì 18, in cui fece la solenne sua entrata[Gobellinus, Comment., lib. 2. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]nella città, servito da innumerabil nobiltà, e massimamente dal signore, cioè daBorso d'Esteduca,il quale procurò, colla varietà e magnificenza delle feste e degli apparati, di superar ogni altra città per dove era passato il pontefice; giacchè dal lato di sua madre si gloriava d'essere suo parente. Colà pervenne ancora il prelodato principe Galeazzo Maria. Fu nel dì 24 di maggio la festa del Corpo del Signore, e volle lo stesso pontefice far la funzione della sacra processione. Forse non s'era mai veduta Ferrara sì luminosa per l'immensa quantità di nobili e di popoli accorsi per vedere o per onorare il vicario di Cristo. Partitosi poi nel dì seguente il papa, fu accompagnato con vaghi bucentori sino ai confini del Mantovano, daddove passò a Mantova. In quella dieta cominciò a far uso della sua eloquenza per muovere l'assemblea ad una poderosissima spedizione contra dei Turchi, sollecitando intanto i re e principi ad inviare colà i loro ambasciatori, che tardavano molto a venire.Non lieve remora a cotale impresa cominciò a provarsi per la guerra insorta fra ilre Ferdinandoe molti baroni del regno, i quali, quantunque, per ordine dipapa Pio, Ferdinando fosse stato coronato re di Napoli dal cardinaleLatino Orsinonel dì 11 di febbraio in Barletta[Istor. Napolet., tom 23 Rer. Ital.], pure avrebbono più volentieri veduto su quel tronoGiovanni ducadi Angiò, governatore allora di Genova a nome diCarlo VII redi Francia[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. Il primo a sfoderar la spada fuGian-Antonio Orsino, principe di Taranto, il più potente e ricco principe allora del regno, a cagion di tante terre ch'egli possedeva, e di cento mila ducati d'oro che soleva pagargli la camera regia pel mantenimento delle sue truppe. Ossia che il re Ferdinando fosse il primo a lasciar trasparire un mal animo verso la di lui grandezza, ed occupasse alcune castella di lui; che il poco fa mentovato Giovanni duca d'Angiò figliuolo delre Renatomovesse l'Orsino a ribellione;oppure che esso Gian-Antonio ed altri baroni regnicoli mirassero di mal occhio Ferdinando, principe di mente e d'animo, e più di nascita, dissomigliante dalre Alfonsosuo padre: certo è che fra esso principe di Taranto e il re Ferdinando in quest'anno si diede qualche principio alla guerra distesamente narrata da Gioviano Pontano, celebre letterato napoletano di questi tempi, ma che da me vien sol toccata di passaggio. Cessò questa fra poco mercè di una convenzione, ma non cessò l'odio conceputo da Gian-Antonio contra del re. Era, siccome dissi, governatore di Genova pel re di Francia il suddetto Giovanni duca d'Angiò, e credendo egli venuto il tempo di tentare l'impresa di Napoli prima che Ferdinando si assodasse sul trono, e tanto più perchè teneva buona intelligenza con alcuni baroni del regno; cominciò a preparar gente e danaro[Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 26, tom. 21 Rer. Ital.]. Avvertitone Ferdinando daFrancesco ducadi Milano, contra d'esso Giovanni suscitòPietro da Campofregoso, già doge di Genova, che si trovava mal corrisposto, e perciò malcontento de' Franzesi, ai quali avea ceduta Genova. Questi per terra andò all'assedio di Genova accompagnato da quelle forze che potè raunar co' fuorusciti nel mese di febbraio. Ma dacchè si avvide andar ben d'accordo i cittadini coi Franzesi, si ritirò a Chiavari per aspettar tempo più propizio. E ilVillamarinoinviato nel mare dal re Ferdinando, accortosi anch'egli d'essersi armate dai Genovesi dieci galee per dargli addosso, se ne ritornò indietro. Verso il fine di agosto arrivarono a Genova dodici galee, mandate dalre Renatosignor di Provenza alduca Giovannisuo figliuolo, colle quali unitesi le dieci de' Genovesi e tre loro vascelli, fecero vela, e andarono a Porto Pisano. Allora fu che a Pietro da Campofregoso parve più propria la occasione di assaltar Genova, rimastaalquanto sfornita di gente[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]; e però nel dì 13 di settembre improvvisamente di notte s'accostò alla città, e, data la scalata alle mura, vi s'introdusse con alcune schiere de' suoi. Venuto il giorno, ancorchè si trovasse deluso dalla conceputa speranza che quei della sua fazione si sollevassero in aiuto suo, pur venne coraggiosamente alle mani co' Franzesi; ma vi lasciò la vita, e quei che erano entrati, furono o morti o presi; e al resto di sua gente, inseguita dai vincitori, toccò la stessa disavventura. Scrive Cristoforo da Soldo[Cristoforo da Soldo, Ist. Brescian., tom. 21 Rer. Italic.]che il duca di Milano avea mandato in aiuto del Fregoso settecento cavalli sotto il comando diTiberto Brandolino, e che anch'essi andarono via sconfitti. Il Simonetta seppe ben dissimular questo fatto. Sbrigato da questo nemico il duca Giovanni, volò a raggiugnere la sua flotta, con animo di trasferirsi in Calabria, dove tenea corrispondenza conAntonio Santigliamarchese di Cotrone, il quale gli avea fatto sperare lo acquisto di tutta la Calabria. MaFerdinando, scoperto l'affare, prevenne il colpo, con far prigione lo stesso marchese, ed essendo poi passato in Calabria a metter l'assedio a Catanzaro, ivi lasciò morti molti de' suoi senza potersene impadronire. Nel dì 5 d'ottobre arrivò colla sua armata navale il duca Giovanni a Napoli. Laregina Isabella, donna prudente, essendo il re in Calabria, mosse il popolo alla difesa, di maniera che Giovanni, non vedendo movimento alcuno, se non nemico, nella città, se ne andò a Castello-a-mare del Volturno, dove fu ben ricevuto daMarino Marzano, principe di Rossano e duca di Sessa, che alzò le bandiere d'Angiò. De' suoi fatti meglio parleremo all'anno seguente.Mentre questa briga era nel regno di Napoli, stando il ponteficePio IIin Mantova, arrivarono colà gli ambasciatori di varii principi e di molte teste coronate;e in persona vi comparveFrancesco Sforzaduca di Milano, menando seco un grandioso accompagnamento, e fu accolto con distinto amore ed onore dal pontefice e daLodovico marchesedi Mantova. Per lui recitò in quella pubblica assemblea un'orazioneFrancesco Filelfo, uno allora dei primi letterati d'Italia, che riscosse l'ammirazione d'ognuno, e fin dallo stesso papa, il quale nell'eloquenza latina non cedeva ad alcuno. In questi tempi tuttaviaFederigo conted'Urbino eJacopo Piccininoerano addosso aSigismondo Malatestasignore di Rimini colle male parole[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Cinquantasette castella gli aveano tolto, delle quali ne misero a saccomano ed abbruciarono trentasette. Lo avrebbono fors'anche ridotto agli ultimi sospiri; ma fu creduto che il Piccinino, guadagnato sottomano con regali, non gli volesse far quel male che potea. Sigismondo, trovandosi a mal partito, altro rifugio non ebbe che di ricorrere a Mantova per pregare il papa d'interporsi affine di ottenergli pace. Ossia che Pio, come vuole il Gobellino[Gobel., Comment., lib. 3.], arbitrasse egli; oppure, come ha la Cronica di Bologna, che fosse rimesso l'affare per ordine del pontefice al duca di Milano, suocero bensì di esso Malatesta, ma con ragione disgustato di lui: certo è che fu pronunciato il laudo, per cui restò obbligato Sigismondo a restituire al conte d'Urbino la Pergola ed altre terre a lui tolte, e a pagare in varie rate al re di Napoli quaranta mila ducati d'oro ch'egli avea truffato al re Alfonso, e di dare, per sicurezza di tal pace, al papa in deposito la città di Sinigaglia e il vicariato di Mondavio. Dura fu la legge, ma la necessità l'obbligò ad accomodarvisi. Così, ricuperate le sue castella, ebbe pace, ma pace comperata ben cara. MeritaPoggio dei BraccioliniFiorentino, segretario di quella repubblica, e letterato insigne di questi tempi, che si faccia menzione della sua morte, accaduta nell'anno presente a dì30 di ottobre[Vita Poggii, tom. 20 Rer. Ital.], con lasciar dopo di sè molte opere e gran nome. Mancò pure di vita in NapoliGianozzo Manetti, parimente Fiorentino, letterato non inferiore all'altro per la sua molta dottrina e cognizione delle lingue ebraica, greca e latina.
Tale era l'ardore del ponteficePio IIper promuovere l'unione de' principi cristiani contro il nemico comune, che il rigore del verno nol potè impedire dalmettersi in viaggio nel dì 22 di gennaio[Gobellin., Platina, et Raynaldus, Annal. Eccles.]alla volta di Mantova, scelta per luogo del congresso, a cui erano stati preventivamente invitati. Vedesi descritto il suo viaggio dal Gobellino e dall'autore della Cronica di Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Fermossi a Perugia tre settimane, avendo quivi ricevuto onori immensi. Passò a Siena nel dì 24 di febbraio, accolto ivi ancora con somma magnificenza da' suoi concittadini, verso i quali volendo esercitare la sua gratitudine, eresse in arcivescovato la chiesa di Siena. Arrivò a Firenze nel dì 25 d'aprile con gran festa di quel popolo; nel qual tempo passò a miglior vitaAntonino arcivescovodi quella città, riguardevole letterato del presente secolo, che per la santità de' suoi costumi e delle singolari sue virtù meritò di essere registrato nel ruolo de' santi[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 23.]. Prima ancora del papa era giunto a FirenzeGaleazzo Maria Sforza, primogenito diFrancesco ducadi Milano, spedito con pomposo accompagnamento di nobiltà, guardie e famiglia, affin di baciare, a nome del padre, i piedi a sua Santità. Per onorar questo giovinetto principe non lasciarono indietro i Fiorentini alcun solazzo e spettacolo, anche di grande spesa: tanta era l'amicizia ed attaccamento che essi professavano al duca. Pervenne Pio II da Firenze a Bologna nel dì 9 di maggio, prevenuto colà dallo stesso giovane Sforza nel dì 6 d'esso mese. Fu ricevuto il papa con singolar pompa da quel popolo, e, presentategli le chiavi della città, le restituì agli anziani. Poscia nel dì 16 del mese suddetto, partito di là in barca, arrivò fuori di Ferrara al monistero di Sant'Antonio, dove prese riposo sino al dì 18, in cui fece la solenne sua entrata[Gobellinus, Comment., lib. 2. Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]nella città, servito da innumerabil nobiltà, e massimamente dal signore, cioè daBorso d'Esteduca,il quale procurò, colla varietà e magnificenza delle feste e degli apparati, di superar ogni altra città per dove era passato il pontefice; giacchè dal lato di sua madre si gloriava d'essere suo parente. Colà pervenne ancora il prelodato principe Galeazzo Maria. Fu nel dì 24 di maggio la festa del Corpo del Signore, e volle lo stesso pontefice far la funzione della sacra processione. Forse non s'era mai veduta Ferrara sì luminosa per l'immensa quantità di nobili e di popoli accorsi per vedere o per onorare il vicario di Cristo. Partitosi poi nel dì seguente il papa, fu accompagnato con vaghi bucentori sino ai confini del Mantovano, daddove passò a Mantova. In quella dieta cominciò a far uso della sua eloquenza per muovere l'assemblea ad una poderosissima spedizione contra dei Turchi, sollecitando intanto i re e principi ad inviare colà i loro ambasciatori, che tardavano molto a venire.
Non lieve remora a cotale impresa cominciò a provarsi per la guerra insorta fra ilre Ferdinandoe molti baroni del regno, i quali, quantunque, per ordine dipapa Pio, Ferdinando fosse stato coronato re di Napoli dal cardinaleLatino Orsinonel dì 11 di febbraio in Barletta[Istor. Napolet., tom 23 Rer. Ital.], pure avrebbono più volentieri veduto su quel tronoGiovanni ducadi Angiò, governatore allora di Genova a nome diCarlo VII redi Francia[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. Il primo a sfoderar la spada fuGian-Antonio Orsino, principe di Taranto, il più potente e ricco principe allora del regno, a cagion di tante terre ch'egli possedeva, e di cento mila ducati d'oro che soleva pagargli la camera regia pel mantenimento delle sue truppe. Ossia che il re Ferdinando fosse il primo a lasciar trasparire un mal animo verso la di lui grandezza, ed occupasse alcune castella di lui; che il poco fa mentovato Giovanni duca d'Angiò figliuolo delre Renatomovesse l'Orsino a ribellione;oppure che esso Gian-Antonio ed altri baroni regnicoli mirassero di mal occhio Ferdinando, principe di mente e d'animo, e più di nascita, dissomigliante dalre Alfonsosuo padre: certo è che fra esso principe di Taranto e il re Ferdinando in quest'anno si diede qualche principio alla guerra distesamente narrata da Gioviano Pontano, celebre letterato napoletano di questi tempi, ma che da me vien sol toccata di passaggio. Cessò questa fra poco mercè di una convenzione, ma non cessò l'odio conceputo da Gian-Antonio contra del re. Era, siccome dissi, governatore di Genova pel re di Francia il suddetto Giovanni duca d'Angiò, e credendo egli venuto il tempo di tentare l'impresa di Napoli prima che Ferdinando si assodasse sul trono, e tanto più perchè teneva buona intelligenza con alcuni baroni del regno; cominciò a preparar gente e danaro[Giustiniani, Istor. di Genova, lib. 5. Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 26, tom. 21 Rer. Ital.]. Avvertitone Ferdinando daFrancesco ducadi Milano, contra d'esso Giovanni suscitòPietro da Campofregoso, già doge di Genova, che si trovava mal corrisposto, e perciò malcontento de' Franzesi, ai quali avea ceduta Genova. Questi per terra andò all'assedio di Genova accompagnato da quelle forze che potè raunar co' fuorusciti nel mese di febbraio. Ma dacchè si avvide andar ben d'accordo i cittadini coi Franzesi, si ritirò a Chiavari per aspettar tempo più propizio. E ilVillamarinoinviato nel mare dal re Ferdinando, accortosi anch'egli d'essersi armate dai Genovesi dieci galee per dargli addosso, se ne ritornò indietro. Verso il fine di agosto arrivarono a Genova dodici galee, mandate dalre Renatosignor di Provenza alduca Giovannisuo figliuolo, colle quali unitesi le dieci de' Genovesi e tre loro vascelli, fecero vela, e andarono a Porto Pisano. Allora fu che a Pietro da Campofregoso parve più propria la occasione di assaltar Genova, rimastaalquanto sfornita di gente[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]; e però nel dì 13 di settembre improvvisamente di notte s'accostò alla città, e, data la scalata alle mura, vi s'introdusse con alcune schiere de' suoi. Venuto il giorno, ancorchè si trovasse deluso dalla conceputa speranza che quei della sua fazione si sollevassero in aiuto suo, pur venne coraggiosamente alle mani co' Franzesi; ma vi lasciò la vita, e quei che erano entrati, furono o morti o presi; e al resto di sua gente, inseguita dai vincitori, toccò la stessa disavventura. Scrive Cristoforo da Soldo[Cristoforo da Soldo, Ist. Brescian., tom. 21 Rer. Italic.]che il duca di Milano avea mandato in aiuto del Fregoso settecento cavalli sotto il comando diTiberto Brandolino, e che anch'essi andarono via sconfitti. Il Simonetta seppe ben dissimular questo fatto. Sbrigato da questo nemico il duca Giovanni, volò a raggiugnere la sua flotta, con animo di trasferirsi in Calabria, dove tenea corrispondenza conAntonio Santigliamarchese di Cotrone, il quale gli avea fatto sperare lo acquisto di tutta la Calabria. MaFerdinando, scoperto l'affare, prevenne il colpo, con far prigione lo stesso marchese, ed essendo poi passato in Calabria a metter l'assedio a Catanzaro, ivi lasciò morti molti de' suoi senza potersene impadronire. Nel dì 5 d'ottobre arrivò colla sua armata navale il duca Giovanni a Napoli. Laregina Isabella, donna prudente, essendo il re in Calabria, mosse il popolo alla difesa, di maniera che Giovanni, non vedendo movimento alcuno, se non nemico, nella città, se ne andò a Castello-a-mare del Volturno, dove fu ben ricevuto daMarino Marzano, principe di Rossano e duca di Sessa, che alzò le bandiere d'Angiò. De' suoi fatti meglio parleremo all'anno seguente.
Mentre questa briga era nel regno di Napoli, stando il ponteficePio IIin Mantova, arrivarono colà gli ambasciatori di varii principi e di molte teste coronate;e in persona vi comparveFrancesco Sforzaduca di Milano, menando seco un grandioso accompagnamento, e fu accolto con distinto amore ed onore dal pontefice e daLodovico marchesedi Mantova. Per lui recitò in quella pubblica assemblea un'orazioneFrancesco Filelfo, uno allora dei primi letterati d'Italia, che riscosse l'ammirazione d'ognuno, e fin dallo stesso papa, il quale nell'eloquenza latina non cedeva ad alcuno. In questi tempi tuttaviaFederigo conted'Urbino eJacopo Piccininoerano addosso aSigismondo Malatestasignore di Rimini colle male parole[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Cinquantasette castella gli aveano tolto, delle quali ne misero a saccomano ed abbruciarono trentasette. Lo avrebbono fors'anche ridotto agli ultimi sospiri; ma fu creduto che il Piccinino, guadagnato sottomano con regali, non gli volesse far quel male che potea. Sigismondo, trovandosi a mal partito, altro rifugio non ebbe che di ricorrere a Mantova per pregare il papa d'interporsi affine di ottenergli pace. Ossia che Pio, come vuole il Gobellino[Gobel., Comment., lib. 3.], arbitrasse egli; oppure, come ha la Cronica di Bologna, che fosse rimesso l'affare per ordine del pontefice al duca di Milano, suocero bensì di esso Malatesta, ma con ragione disgustato di lui: certo è che fu pronunciato il laudo, per cui restò obbligato Sigismondo a restituire al conte d'Urbino la Pergola ed altre terre a lui tolte, e a pagare in varie rate al re di Napoli quaranta mila ducati d'oro ch'egli avea truffato al re Alfonso, e di dare, per sicurezza di tal pace, al papa in deposito la città di Sinigaglia e il vicariato di Mondavio. Dura fu la legge, ma la necessità l'obbligò ad accomodarvisi. Così, ricuperate le sue castella, ebbe pace, ma pace comperata ben cara. MeritaPoggio dei BraccioliniFiorentino, segretario di quella repubblica, e letterato insigne di questi tempi, che si faccia menzione della sua morte, accaduta nell'anno presente a dì30 di ottobre[Vita Poggii, tom. 20 Rer. Ital.], con lasciar dopo di sè molte opere e gran nome. Mancò pure di vita in NapoliGianozzo Manetti, parimente Fiorentino, letterato non inferiore all'altro per la sua molta dottrina e cognizione delle lingue ebraica, greca e latina.