MCCCCLXIII

MCCCCLXIIIAnno diCristomcccclxiii. Indiz.XI.Pio IIpapa 6.Federigo IIIimperadore 12.Erasi ridotto, dopo la rotta ricevuta a Troia, il ducaGiovanni d'Angiòin molte angustie per mancanza di danaro[Gobellin., Comment., lib. 11.], nèJacopo Piccinino, che faceva bensì la figura di suo capitano, ma era infatti padrone del medesimo duca, sapea come fornire al bisogno. Insorse lite fraRogerotto contedi Celano eCobellasua madre. Ricorse il primo al Piccinino, che non tardò a passare colle sue armi colà. Il frutto che ne riportò lo sconsigliato Rogerotto, fu che il Piccinino prese Celano, e tutto lo mise a sacco, con far ivi grosso bottino di vasi d'oro e d'argento e di pietre preziose, e di gran quantità di grani e di pecore, con che ristorò la armata sua. Poscia, durante il verno, assediò Sulmona, e se ne impadronì, con farsi pagare da que' cittadini cinque mila ducati d'oro. Era anche andato ilre Ferdinandoa mettere l'assedio ad un castello di Marino principe di Rossano e duca di Sessa. Venne a quella volta il Piccinino, e il re fu obbligato a ritirarsi a Capoa: tutte azioni che fecero risorgere in alto il credito del Piccinino, che dianzi s'era molto abbassato. Si ridusse egli dipoi coi Caldoreschi in Abbruzzo, dove andò a trovarlo colle milizieAlessandrosignor di Pesaro, fratello del duca di Milano, e in faccia di lui s'accampò. Trovavasi molto stretto il Piccinino, quando ecco nel dì 10 d'agosto[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]mandò a chiedere salvocondotto ad Alessandro per potersi abboccare con lui. L'abboccamento fu di pace o tregua, e, dopo molto dibattimento,si conchiuse ch'egli, abbandonato il duca d'Angiò, passerebbe al servigio delre Ferdinandocolla sua gente, riterrebbe Sulmona ed altre terre da lui occupate, e gli sarebbono per un anno pagati novanta mila ducati d'oro per la sua condotta, cioè trenta mila dal re, altrettanti dal papa ed altrettanti dal duca di Milano. Così cessò egli di far guerra a Ferdinando. Tardi uscito in campagna esso re Ferdinando colle sue genti, andò a far guerra all'ostinato duca di SessaMarino Marzano. Diede il guasto al suo paese, ed avendolo trovato i soldati pieno di vettovaglie e di roba, tutti empierono le borse. Prese varie sue castella e torri; diede anche una rotta alle genti di lui; ma non potè per allora fare di più. Dopo la pace e tregua stabilita col Piccinino, passarono le armi sforzesche addosso agli Aquilani. Aveano essi la peste in casa, e questa facea strage. Venuto a trovarli l'altro flagello della guerra, presero la risoluzione di trattar d'accordo; e però con buona capitolazione tornarono all'ubbidienza del re Ferdinando. Intanto Marino duca di Sessa, mirando in che bell'ascendente oramai fossero gli affari di Ferdinando, si sollecitò ad implorar perdono ed accordo. Il re, a cui premeva di guadagnar questo possente barone, e tanto più perchè il duca d'Angiò s'era annidato nelle di lui terre, gli fece buoni patti, se non che volle in ostaggio alcune fortezze di lui. E, per maggiormente adescarlo, promiseBeatricesua figliuola per moglie aGiambatista Marzanofigliuolo d'esso Marino. Fu dunque forzatoGiovanni ducad'Angiò ad allontanarsi da Sessa; nè dopo la perdita di tanti aderenti, avendo egli luogo migliore da assicurarvisi, passò a dimorar nell'isola d'Ischia, mettendosi con fidanza in mano diPietro Toriglia, famoso corsaro, che, quantunque Catalano, avea seguitato il di lui partito, ed occupava quell'isola. Riteneva l'Angioino pochi altri luoghi nel regno alla sua divozione; ma in questi tempi il governatoredel castello dell'Uovo vicino a Napoli, Catalano anche esso e traditore, diede quella fortezza al medesimo duca d'Angiò.La guerra, cheFederigo conted'Urbino facea aSigismondo Malatestasignor di Rimini, e suo antico nemico, al primo buon tempo si risvegliò più vigorosa che mai[Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 30, tom. 21 Rer. Ital. Gobellin., Comment., lib. 12. Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Andò egli a mettere il campo per terra intorno a Fano, e nello stesso tempoJacopo cardinal di Tianoper mare con uno stuolo di navi concorse alla stessa impresa. Alla difesa di quella città stava Roberto figliuolo d'esso Sigismondo, che per lo spazio di quattro mesi si sostenne valorosamente contro gli assalti, le mine e le cannonate dell'esercito nemico, nè volea udir parola di rendersi. Eransi talmente inoltrati sotto le mura gli aggressori, che già imminente si scorgea la loro entrata e il sacco della città. Allora i cittadini segretamente spedirono al campo a trattar d'accordo, ed, ottenutolo, aprirono le porte al conte d'Urbino, da cui ebbero buon trattamento. Alla caduta di questa città, succeduta nel dì 26 di settembre[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.], tenne dietro quella di Sinigaglia, di Gradara, della Pergola e d'altre terre, di maniera che fu ridotto Sigismondo al possesso della sola città di Rimini e d'alcuni pochi castelletti. Messo così in camicia e disperato, si rivolse al patrocinio della signoria di Venezia, che già in segreto l'andava aiutando. Erano i Veneziani padroni di Ravenna, ed anche nel mese di maggio aveano comperata daMalatesta de' Malatestila città di Cervia, acquisto d'importanza per le saline, dalle quali si ricava un utile non lieve; ma acquisto ch'era sommamente dispiaciuto al papa, perchè fatto senza licenza sua, e perchè troppo dannoso riusciva alla Chiesa l'andar le sue terre in mano d'una sì potente repubblica.Secondo il Sanuto[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.], la compera di Cervia accadde nel dì 4 di luglio dell'anno seguente: lo che, se vero fosse, non apparterrebbe ai tempi di Pio II. Comunque sia, convenne al papa di sofferir tutto sul riflesso del bisogno delle forze venete per la meditata guerra col Turco. Mandarono i Veneziani ad esso pontefice ambasciatori, pregandolo di perdonare a Sigismondo pentito de' suoi falli; ma seppe ben loro negarlo il papa, troppo mal soddisfatto di lui. Contuttociò, avendo lo stesso Sigismondo inviati alcuni de' suoi a supplicarlo di pace e di perdono colle maggiori umiliazioni, e con ampio mandato di accettar qualunque legge che la Santità sua gl'imponesse, Pio condiscese finalmente nel mese di ottobre a rimetterlo in sua grazia, ma con dure condizioni, cioè senza restituirgli un palmo di quanto gli avea tolto, e con permettere bensì ch'egli ritenesse la città di Rimini, ma con sole cinque miglia di contado, ed obbligazion di pagare annualmente il censo di mille ducati d'oro alla camera apostolica. Nel dì 4 di giugno, per attestato del Gobellino[Gobell., Comment., lib. 11.], a cui si dee maggior fede che all'autore degli Annali di Forlì[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], il quale scrive nel dì 24 di giugno, diede fine al suo vivereBiondo Flavioda Forlì, rinomato scrittore delle cose d'Italia, che lungo tempo avea faticato nella segreteria pontifizia. Mancò eziandio di vitaGian-Antonio Orsinoprincipe di Taranto in età assai avanzata, e fu detto di morte naturale, nel dì 15 di novembre[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]; ma non mancano storici che il dicono strangolato nel castello d'Altamura da due suoi servitori corrotti dal re Ferdinando. Non si può negare, Ferdinando in promettere e mancar di parola, e in far pace per tradire, non ebbe pari; del che troppe pruove ne somministra la storia. Qualunque nondimeno fosse la morte diquesto principe, certo è che il re Ferdinando non solamente rimase libero da una pungente spina[Pontan., lib. 6. Gobellin., Comment., lib. 12. Cristof. da Soldo, Istor. di Brescia, tom. 21 Rer. It.](ben sapendo egli che fra esso principe e il duca d'Angiò, anche dopo la pace, passava buona intelligenza), ma eziandio avvantaggiò mirabilmente il suo Stato. Si trovò (seppure non si fabbricò) un testamento, per cui l'Orsino avea istituito erede dei suoi Stati, ch'erano assaissimi, il re Ferdinando. Però questi corse ad impossessarsi di Bari, d'Otranto, di Taranto e degli altri paesi, e massimamente d'Altamura e di altri luoghi forti, dove un gran tesoro di pecunia, di gioie e d'altri ricchi arredi, ammassati in tanti anni dal principe suddetto, grande avaro insieme e gran mercatante. Fama fu che ascendessero al valor d'un milione: mirabil rugiada,che servì al re per divenire ricco di povero ch'era, e per ristorar le sue truppe, le quali da gran tempo morivano di sete, e, in una parola, per ristabilire affatto il suo dominio. Colpo mortale fu questo, per lo contrario, a Giovanni duca di Angiò, e la depression totale del suo partito. In questi tempi ancora avea il re Ferdinando, andando unito conAlessandro Sforza[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 30, tom. 21 Rer. Ital.], fatti ritornare alla sua divozionePier Paolo Cantelmoduca di Sora e iSanseverineschi, e presa la ricca città di Manfredonia, che miseramente andò tutta a sacco. Scorse ancora nell'anno presente la peste per varie città d'Italia, mietendo le vite degli uomini, dei quali nella sola città di Ferrara perirono quattordici mila[Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.].FINE DEL VOLUME V.

Erasi ridotto, dopo la rotta ricevuta a Troia, il ducaGiovanni d'Angiòin molte angustie per mancanza di danaro[Gobellin., Comment., lib. 11.], nèJacopo Piccinino, che faceva bensì la figura di suo capitano, ma era infatti padrone del medesimo duca, sapea come fornire al bisogno. Insorse lite fraRogerotto contedi Celano eCobellasua madre. Ricorse il primo al Piccinino, che non tardò a passare colle sue armi colà. Il frutto che ne riportò lo sconsigliato Rogerotto, fu che il Piccinino prese Celano, e tutto lo mise a sacco, con far ivi grosso bottino di vasi d'oro e d'argento e di pietre preziose, e di gran quantità di grani e di pecore, con che ristorò la armata sua. Poscia, durante il verno, assediò Sulmona, e se ne impadronì, con farsi pagare da que' cittadini cinque mila ducati d'oro. Era anche andato ilre Ferdinandoa mettere l'assedio ad un castello di Marino principe di Rossano e duca di Sessa. Venne a quella volta il Piccinino, e il re fu obbligato a ritirarsi a Capoa: tutte azioni che fecero risorgere in alto il credito del Piccinino, che dianzi s'era molto abbassato. Si ridusse egli dipoi coi Caldoreschi in Abbruzzo, dove andò a trovarlo colle milizieAlessandrosignor di Pesaro, fratello del duca di Milano, e in faccia di lui s'accampò. Trovavasi molto stretto il Piccinino, quando ecco nel dì 10 d'agosto[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]mandò a chiedere salvocondotto ad Alessandro per potersi abboccare con lui. L'abboccamento fu di pace o tregua, e, dopo molto dibattimento,si conchiuse ch'egli, abbandonato il duca d'Angiò, passerebbe al servigio delre Ferdinandocolla sua gente, riterrebbe Sulmona ed altre terre da lui occupate, e gli sarebbono per un anno pagati novanta mila ducati d'oro per la sua condotta, cioè trenta mila dal re, altrettanti dal papa ed altrettanti dal duca di Milano. Così cessò egli di far guerra a Ferdinando. Tardi uscito in campagna esso re Ferdinando colle sue genti, andò a far guerra all'ostinato duca di SessaMarino Marzano. Diede il guasto al suo paese, ed avendolo trovato i soldati pieno di vettovaglie e di roba, tutti empierono le borse. Prese varie sue castella e torri; diede anche una rotta alle genti di lui; ma non potè per allora fare di più. Dopo la pace e tregua stabilita col Piccinino, passarono le armi sforzesche addosso agli Aquilani. Aveano essi la peste in casa, e questa facea strage. Venuto a trovarli l'altro flagello della guerra, presero la risoluzione di trattar d'accordo; e però con buona capitolazione tornarono all'ubbidienza del re Ferdinando. Intanto Marino duca di Sessa, mirando in che bell'ascendente oramai fossero gli affari di Ferdinando, si sollecitò ad implorar perdono ed accordo. Il re, a cui premeva di guadagnar questo possente barone, e tanto più perchè il duca d'Angiò s'era annidato nelle di lui terre, gli fece buoni patti, se non che volle in ostaggio alcune fortezze di lui. E, per maggiormente adescarlo, promiseBeatricesua figliuola per moglie aGiambatista Marzanofigliuolo d'esso Marino. Fu dunque forzatoGiovanni ducad'Angiò ad allontanarsi da Sessa; nè dopo la perdita di tanti aderenti, avendo egli luogo migliore da assicurarvisi, passò a dimorar nell'isola d'Ischia, mettendosi con fidanza in mano diPietro Toriglia, famoso corsaro, che, quantunque Catalano, avea seguitato il di lui partito, ed occupava quell'isola. Riteneva l'Angioino pochi altri luoghi nel regno alla sua divozione; ma in questi tempi il governatoredel castello dell'Uovo vicino a Napoli, Catalano anche esso e traditore, diede quella fortezza al medesimo duca d'Angiò.

La guerra, cheFederigo conted'Urbino facea aSigismondo Malatestasignor di Rimini, e suo antico nemico, al primo buon tempo si risvegliò più vigorosa che mai[Simonetta, Vita Francisci Sfortiae, lib. 30, tom. 21 Rer. Ital. Gobellin., Comment., lib. 12. Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Andò egli a mettere il campo per terra intorno a Fano, e nello stesso tempoJacopo cardinal di Tianoper mare con uno stuolo di navi concorse alla stessa impresa. Alla difesa di quella città stava Roberto figliuolo d'esso Sigismondo, che per lo spazio di quattro mesi si sostenne valorosamente contro gli assalti, le mine e le cannonate dell'esercito nemico, nè volea udir parola di rendersi. Eransi talmente inoltrati sotto le mura gli aggressori, che già imminente si scorgea la loro entrata e il sacco della città. Allora i cittadini segretamente spedirono al campo a trattar d'accordo, ed, ottenutolo, aprirono le porte al conte d'Urbino, da cui ebbero buon trattamento. Alla caduta di questa città, succeduta nel dì 26 di settembre[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.], tenne dietro quella di Sinigaglia, di Gradara, della Pergola e d'altre terre, di maniera che fu ridotto Sigismondo al possesso della sola città di Rimini e d'alcuni pochi castelletti. Messo così in camicia e disperato, si rivolse al patrocinio della signoria di Venezia, che già in segreto l'andava aiutando. Erano i Veneziani padroni di Ravenna, ed anche nel mese di maggio aveano comperata daMalatesta de' Malatestila città di Cervia, acquisto d'importanza per le saline, dalle quali si ricava un utile non lieve; ma acquisto ch'era sommamente dispiaciuto al papa, perchè fatto senza licenza sua, e perchè troppo dannoso riusciva alla Chiesa l'andar le sue terre in mano d'una sì potente repubblica.Secondo il Sanuto[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.], la compera di Cervia accadde nel dì 4 di luglio dell'anno seguente: lo che, se vero fosse, non apparterrebbe ai tempi di Pio II. Comunque sia, convenne al papa di sofferir tutto sul riflesso del bisogno delle forze venete per la meditata guerra col Turco. Mandarono i Veneziani ad esso pontefice ambasciatori, pregandolo di perdonare a Sigismondo pentito de' suoi falli; ma seppe ben loro negarlo il papa, troppo mal soddisfatto di lui. Contuttociò, avendo lo stesso Sigismondo inviati alcuni de' suoi a supplicarlo di pace e di perdono colle maggiori umiliazioni, e con ampio mandato di accettar qualunque legge che la Santità sua gl'imponesse, Pio condiscese finalmente nel mese di ottobre a rimetterlo in sua grazia, ma con dure condizioni, cioè senza restituirgli un palmo di quanto gli avea tolto, e con permettere bensì ch'egli ritenesse la città di Rimini, ma con sole cinque miglia di contado, ed obbligazion di pagare annualmente il censo di mille ducati d'oro alla camera apostolica. Nel dì 4 di giugno, per attestato del Gobellino[Gobell., Comment., lib. 11.], a cui si dee maggior fede che all'autore degli Annali di Forlì[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], il quale scrive nel dì 24 di giugno, diede fine al suo vivereBiondo Flavioda Forlì, rinomato scrittore delle cose d'Italia, che lungo tempo avea faticato nella segreteria pontifizia. Mancò eziandio di vitaGian-Antonio Orsinoprincipe di Taranto in età assai avanzata, e fu detto di morte naturale, nel dì 15 di novembre[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]; ma non mancano storici che il dicono strangolato nel castello d'Altamura da due suoi servitori corrotti dal re Ferdinando. Non si può negare, Ferdinando in promettere e mancar di parola, e in far pace per tradire, non ebbe pari; del che troppe pruove ne somministra la storia. Qualunque nondimeno fosse la morte diquesto principe, certo è che il re Ferdinando non solamente rimase libero da una pungente spina[Pontan., lib. 6. Gobellin., Comment., lib. 12. Cristof. da Soldo, Istor. di Brescia, tom. 21 Rer. It.](ben sapendo egli che fra esso principe e il duca d'Angiò, anche dopo la pace, passava buona intelligenza), ma eziandio avvantaggiò mirabilmente il suo Stato. Si trovò (seppure non si fabbricò) un testamento, per cui l'Orsino avea istituito erede dei suoi Stati, ch'erano assaissimi, il re Ferdinando. Però questi corse ad impossessarsi di Bari, d'Otranto, di Taranto e degli altri paesi, e massimamente d'Altamura e di altri luoghi forti, dove un gran tesoro di pecunia, di gioie e d'altri ricchi arredi, ammassati in tanti anni dal principe suddetto, grande avaro insieme e gran mercatante. Fama fu che ascendessero al valor d'un milione: mirabil rugiada,che servì al re per divenire ricco di povero ch'era, e per ristorar le sue truppe, le quali da gran tempo morivano di sete, e, in una parola, per ristabilire affatto il suo dominio. Colpo mortale fu questo, per lo contrario, a Giovanni duca di Angiò, e la depression totale del suo partito. In questi tempi ancora avea il re Ferdinando, andando unito conAlessandro Sforza[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 30, tom. 21 Rer. Ital.], fatti ritornare alla sua divozionePier Paolo Cantelmoduca di Sora e iSanseverineschi, e presa la ricca città di Manfredonia, che miseramente andò tutta a sacco. Scorse ancora nell'anno presente la peste per varie città d'Italia, mietendo le vite degli uomini, dei quali nella sola città di Ferrara perirono quattordici mila[Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.].

FINE DEL VOLUME V.

INDICEMCCLIXMCCLXMCCLXIMCCLXIIMCCLXIIIMCCLXIVMCCLXVMCCLXVIMCCLXVIIMCCLXVIIIMCCLXIXMCCLXXMCCLXXIMCCLXXIIMCCLXXIIIMCCLXXIVMCCLXXVMCCLXXVIMCCLXXVIIMCCLXXVIIIMCCLXXIXMCCLXXXMCCLXXXIMCCLXXXIIMCCLXXXIIIMCCLXXXIVMCCLXXXVMCCLXXXVIMCCLXXXVIIMCCLXXXVIIIMCCLXXXIXMCCXCMCCXCIMCCXCIIMCCXCIIIMCCXCIVMCCXCVMCCXCVIMCCXCVIIMCCXCVIIIMCCXCIXMCCCMCCCIMCCCIIMCCCIIIMCCCIVMCCCVMCCCVIMCCCVIIMCCCVIIIMCCCIXMCCCXMCCCXIMCCCXIIMCCCXIIIMCCCXIVMCCCXVMCCCXVIMCCCXVIIMCCCXVIIIMCCCXIXMCCCXXMCCCXXIMCCCXXIIMCCCXXIIIMCCCXXIVMCCCXXVMCCCXXVIMCCCXXVIIMCCCXXVIIIMCCCXXIXMCCCXXXMCCCXXXIMCCCXXXIIMCCCXXXIIIMCCCXXXIVMCCCXXXVMCCCXXXVIMCCCXXXVIIMCCCXXXVIIIMCCCXXXIXMCCCXLMCCCXLIMCCCXLIIMCCCXLIIIMCCCXLIVMCCCXLVMCCCXLVIMCCCXLVIIMCCCXLVIIIMCCCXLIXMCCCLMCCCLIMCCCLIIMCCCLIIIMCCCLIVMCCCLVMCCCLVIMCCCLVIIMCCCLVIIIMCCCLIXMCCCLXMCCCLXIMCCCLXIIMCCCLXIIIMCCCLXIVMCCCLXVMCCCLXVIMCCCLXVIIMCCCLXVIIIMCCCLXIXMCCCLXXMCCCLXXIMCCCLXXIIMCCCLXXIIIMCCCLXXIVMCCCLXXVMCCCLXXVIMCCCLXXVIIMCCCLXXVIIIMCCCLXXIXMCCCLXXXMCCCLXXXIMCCCLXXXIIMCCCLXXXIIIMCCCLXXXIVMCCCLXXXVMCCCLXXXVIMCCCLXXXVIIMCCCLXXXVIIIMCCCLXXXIXMCCCXCMCCCXCIMCCCXCIIMCCCXCIIIMCCCXCIVMCCCXCVMCCCXCVIMCCCXCVIIMCCCXCVIIIMCCCXCIXMCCCCMCCCCIMCCCCIIMCCCCIIIMCCCCIVMCCCCVMCCCCVIMCCCCVIIMCCCCVIIIMCCCCIXMCCCCXMCCCCXIMCCCCXIIMCCCCXIIIMCCCCXIVMCCCCXVMCCCCXVIMCCCCXVIIMCCCCXVIIIMCCCCXIXMCCCCXXMCCCCXXIMCCCCXXIIMCCCCXXIIIMCCCCXXIVMCCCCXXVMCCCCXXVIMCCCCXXVIIMCCCCXXVIIIMCCCCXXIXMCCCCXXXMCCCCXXXIMCCCCXXXIIMCCCCXXXIIIMCCCCXXXIVMCCCCXXXVMCCCCXXXVIMCCCCXXXVIIMCCCCXXXVIIIMCCCCXXXIXMCCCCXLMCCCCXLIMCCCCXLIIMCCCCXLIIIMCCCCXLIVMCCCCXLVMCCCCXLVIMCCCCXLVIIMCCCCXLVIIIMCCCCXLIXMCCCCLMCCCCLIMCCCCLIIMCCCCLIIIMCCCCLIVMCCCCLVMCCCCLVIMCCCCLVIIMCCCCLVIIIMCCCCLIXMCCCCLXMCCCCLXIMCCCCLXIIMCCCCLXIII

MCCLIXMCCLXMCCLXIMCCLXIIMCCLXIIIMCCLXIVMCCLXVMCCLXVIMCCLXVIIMCCLXVIIIMCCLXIXMCCLXXMCCLXXIMCCLXXIIMCCLXXIIIMCCLXXIVMCCLXXVMCCLXXVIMCCLXXVIIMCCLXXVIIIMCCLXXIXMCCLXXXMCCLXXXIMCCLXXXIIMCCLXXXIIIMCCLXXXIVMCCLXXXVMCCLXXXVIMCCLXXXVIIMCCLXXXVIIIMCCLXXXIXMCCXCMCCXCIMCCXCIIMCCXCIIIMCCXCIVMCCXCVMCCXCVIMCCXCVIIMCCXCVIIIMCCXCIXMCCCMCCCIMCCCIIMCCCIIIMCCCIVMCCCVMCCCVIMCCCVIIMCCCVIIIMCCCIXMCCCXMCCCXIMCCCXIIMCCCXIIIMCCCXIVMCCCXVMCCCXVIMCCCXVIIMCCCXVIIIMCCCXIXMCCCXXMCCCXXIMCCCXXIIMCCCXXIIIMCCCXXIVMCCCXXVMCCCXXVIMCCCXXVIIMCCCXXVIIIMCCCXXIXMCCCXXXMCCCXXXIMCCCXXXIIMCCCXXXIIIMCCCXXXIVMCCCXXXVMCCCXXXVIMCCCXXXVIIMCCCXXXVIIIMCCCXXXIXMCCCXLMCCCXLIMCCCXLIIMCCCXLIIIMCCCXLIVMCCCXLVMCCCXLVIMCCCXLVIIMCCCXLVIIIMCCCXLIXMCCCLMCCCLIMCCCLIIMCCCLIIIMCCCLIVMCCCLVMCCCLVIMCCCLVIIMCCCLVIIIMCCCLIXMCCCLXMCCCLXIMCCCLXIIMCCCLXIIIMCCCLXIVMCCCLXVMCCCLXVIMCCCLXVIIMCCCLXVIIIMCCCLXIXMCCCLXXMCCCLXXIMCCCLXXIIMCCCLXXIIIMCCCLXXIVMCCCLXXVMCCCLXXVIMCCCLXXVIIMCCCLXXVIIIMCCCLXXIXMCCCLXXXMCCCLXXXIMCCCLXXXIIMCCCLXXXIIIMCCCLXXXIVMCCCLXXXVMCCCLXXXVIMCCCLXXXVIIMCCCLXXXVIIIMCCCLXXXIXMCCCXCMCCCXCIMCCCXCIIMCCCXCIIIMCCCXCIVMCCCXCVMCCCXCVIMCCCXCVIIMCCCXCVIIIMCCCXCIXMCCCCMCCCCIMCCCCIIMCCCCIIIMCCCCIVMCCCCVMCCCCVIMCCCCVIIMCCCCVIIIMCCCCIXMCCCCXMCCCCXIMCCCCXIIMCCCCXIIIMCCCCXIVMCCCCXVMCCCCXVIMCCCCXVIIMCCCCXVIIIMCCCCXIXMCCCCXXMCCCCXXIMCCCCXXIIMCCCCXXIIIMCCCCXXIVMCCCCXXVMCCCCXXVIMCCCCXXVIIMCCCCXXVIIIMCCCCXXIXMCCCCXXXMCCCCXXXIMCCCCXXXIIMCCCCXXXIIIMCCCCXXXIVMCCCCXXXVMCCCCXXXVIMCCCCXXXVIIMCCCCXXXVIIIMCCCCXXXIXMCCCCXLMCCCCXLIMCCCCXLIIMCCCCXLIIIMCCCCXLIVMCCCCXLVMCCCCXLVIMCCCCXLVIIMCCCCXLVIIIMCCCCXLIXMCCCCLMCCCCLIMCCCCLIIMCCCCLIIIMCCCCLIVMCCCCLVMCCCCLVIMCCCCLVIIMCCCCLVIIIMCCCCLIXMCCCCLXMCCCCLXIMCCCCLXIIMCCCCLXIII

Nota del TrascrittoreOrtografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.


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