MCCCCXX

MCCCCXXAnno diCristomccccxx. IndizXIII.Martino Vpapa 4.Sigismondore de' Romani 11.Le azioni fatte in quest'anno dalpontefice Martinodanno assai a conoscere, che non era tanto difficile a mutar pensiero e sistema[Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 18. Campan., Vita Brachii., tom. 19 Rer. Ital. Cribellus, Vita Sfortiae, tom. eod.]. Odiava a morteBracciosignor di Perugia; pure, per maneggio de' Fiorentini, stretti amici di Braccio, s'indusse a riceverlo in grazia, e a lasciargli in vicariato le città di Perugia, Assisi, Jesi e Todi con altre non poche terre da lui occupate, purchèrestituisse al pontefice Narni, Terni, Orvieto ed Orta. Sul fine di febbraio comparve a Firenze lo stesso Braccio con accompagnamento magnifico, e fu accolto dal popolo fiorentino con tal plauso e pompa, come se fosse stato un re ed imperadore. Prostrato a' piedi del papa, non solamente riportò l'assoluzion delle censure e il vicariato suddetto, ma divenne ancora campion dello stesso pontefice per riacquistargli Bologna. Già dicemmo che esso papa avea con bei capitoli e privilegii accordata la libertà ai Bolognesi. Nell'anno precedente[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]era stata in quella città una sedizione e rissa fraAntonio de' Bentivoglie la sua fazione, eMatteo da Canedolocapo di un'altra fazione. Perchè toccò di soccombere all'ultima, fu questa cacciata di città e mandata a' confini, restando il Bentivoglio come padrone della città. Forse le preghiere di questi fuorusciti, e l'udire le divisioni che tuttavia duravano in Bologna, fecero nascer voglia e speranza al papa di sottomettere quella città. Braccio fu scelto per tale impresa. Spedì il pontefice innanzi un arcivescovo ed un abbate per suoi ambasciatori, che, nel dì 28 di febbraio entrati in Bologna, esposero con ornate parole il desiderio di sua santità d'aver egli il governo della città. La risposta poco favorevole fu portata a Firenze dagli ambasciatori bolognesi spediti colà. Però si venne all'interdetto, e poscia alla guerra contra di quel popolo. AncheLodovico degli Alidosisignor d'Imola mandò la disfida a Bologna. Scrive Matteo Griffoni[Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. 18 Rer. Italic. Cronica di Bologna, tom. eod.]che nel dì 5 di maggio venne in quella cittàGabrino Fondolo, olim dominus Cremonae, per generale delle armi d'essi Bolognesi. Ciò è da notare, siccome dirò più abbasso, perchè, secondo il Corio[Corio, Istoria di Milano.], Gabrino non era per anche stato spogliato di Cremona. Ci assicura ancheil Campano[Campanus, Vit. Brachii, tom. 19 Rer. Ital.]che il Fondolo venne al servigio de' Bolognesi. Ora nel dì 17 dello stesso maggio comparve esso Braccio colle sue milizie sul territorio di Bologna, avendo secoLodovico de' Miglioratisignore di Fermo, edAngelo dalla Pergola, capitani al soldo del papa. A poco a poco si andarono rendendo le castella de' Bolognesi; di modo che conoscendo quel popolo, benchè provveduto di molta soldatesca, dopo alcune piccole svantaggiose battaglie, l'impotenza a sostenersi, nel dì 15 di luglio vennero nel consiglio generale di quella città alla risoluzione di darsi liberamente al papa. Il che con patti onorevoli eseguito, vi entrò, e ne prese il possessoGabriello Condolmieri cardinaledi Siena, e poscia vi venne per legatoAlfonso cardinaledi Spagna.Abbiam veduto nel precedente annopapa Martinod'accordo collaregina Giovanna: si mutò scena nel presente. Contra di lei cominciò il papa a favorire gl'interessi diLodovico IIIduca d'Angiò e conte di Provenza, giovane ch'era poco prima succeduto aLodovico IIsuo padre defunto, che avea spediti i suoi ambasciatori a Firenze per prestare ubbidienza a papa Martino[Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.]. La cagione, per cui il papa era disgustato colla regina, fu perchè tornatoSer-Gianni Caracciologran seniscalco a Napoli, pien di veleno contra diSforzagran contestabile, cominciò a nimicargli la regina, e la trattenne dall'inviar soccorsi di gente e di danaro a Sforza nella guerra che abbiam veduta poco fortunatamente da lui fatta aBraccionell'anno antecedente, ancorchè il papa ne facesse calde e frequenti premure. Chiamato a Firenze Sforza, il pontefice Martino gli comunicò in segreto il suo disegno contra della regina; fors'anche vi fu maggiormente acceso da Sforza per vendicarsi del Caracciolo. Venuta dunque la state, si mosse Sforza con quanta gente potèraccogliere; e, passato nel regno di Napoli[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], andò, nel dì 18 di giugno, ad unirsi col figliuoloFrancesco, e con Michele e Foschino suoi parenti, che lo aspettavano alla Cerra col resto de' suoi combattenti; ed, inalberate le bandiere diLodovico d'Angiò, si scoprì nemico della regina. Niun danno fece, finchè, avvicinato a Napoli, non le ebbe inviato per due trombetti il bastone e le insegne del contestabilato, e fatto esporre che o trattasse d'accordo coll'Angioino, oppure che si aspettasse la guerra. Manca il verisimile a ciò che scrive il vescovo Campano[Campanus, Vita Brachii, tom. 19 Rer. Ital.], cioè che Sforza entrasse in Napoli, e, fatta chiamare la regina ad una finestra di Castello Nuovo, le rinunziasse le insegne, e caricato di villanie da essa, l'obbligasse, con farle tirar contro alcune freccie, a ritirarsi. Accampossi col suo esercito Sforza presso a Napoli nel luogo del Formello, aspettando che giugnesse per mare la flotta di Lodovico d'Angiò, per operar seco di concerto. Intanto precorsa la fama di questo principe, il quale avea assunto il titolo di re di Sicilia, che così continuavano ad intitolarsi i re di Napoli, chiunque era della fazione angioina diede principio alle novità, e si ribellarono non poche terre del regno. Ma prima che venisse Sforza, e si trovassero in questa brutta apparenza di cose, e con timore di peggio, la regina ed il Caracciolo, siccome informati de' preparamenti dell'Angioino, aveano preso lo spediente d'inviar ambasciatori al papa per pregarlo d'interporsi in questa briga, e d'impedire gl'ingiusti insulti che si ammannivano contra di lei dal duca d'Angiò. Non avea peranche il papa alzata la visiera, mostrandosi neutrale in sì fatta turbolenza; ma l'ambasciatore, che fuAntonio Caraffa, soprannominato Malizia, uomo accortissimo, non tardò a scandagliar ben l'animo pontificio, e a scorgere che da quella parte non era da sperarealcun sussidio ai bisogni della regina; e in fatti era menato a spasso con sole belle parole. Ossia dunque che nascesse a lui in mente, come alcuni vogliono, un altro ripiego[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]; oppure che egli ne portasse seco da Napoli l'ordine e la plenipotenza: certo è, che, avendo fatta vista di tornarsene a Napoli, allorchè fu a Piombino, imbarcatosi in una galea, andò a trovare il giovanettoAlfonso re d'Aragona, Sardegna e Sicilia, per implorare l'aiuto suo in favore della regina.Qui è da sapere che il re Alfonso, in cui non so se maggior fosse l'elevatezza della mente o il desiderio della gloria, un gran valore e una mirabile attività, avea già pensato a segnalarsi per tempo coll'acquisto della Corsica. Perciò nel precedente anno con una flotta di trenta galee e quattordici navi passò nel suo regno di Sardegna[Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], e finalmente piombò sopra il porto di Bonifazio, luogo fortissimo e il più caro che si avessero i Genovesi. Stupendo, ostinato fu quell'assedio, di cui ci lasciò una descrizione Pietro Cirneo[Petrus Cyrnaeus, Histor. Corsic., tom. 24 Rer. Ital.], e durò ben nove mesi. Era già ridotto quel castello all'agonia, quandoTommaso da Campofregosodoge o governatore di Genova, armate sette navi sotto il comando di Batista suo fratello, le spinse in Corsica, per salvare un sito di tanta importanza. Fecero delle maraviglie i valorosi Genovesi, e dopo fiero combattimento riuscì loro, non ostante la terribile resistenza de' Catalani, d'introdurre, sul principio di gennaio, un bastevol soccorso in Bonifazio, in guisa che fu costretto il re Alfonso a ritirarsi da quell'assedio. Non so dire s'egli fosse tuttavia in Corsica, oppure altrove, allorchè se gli presentò il Caraffa per impegnarlo al soccorso della regina, qualora il duca d'Angiòmovesse l'armi contra di lei. Fece sulle prime Alfonso lo schivo; ma pensando che il regno di Napoli sarebbe una bella giunta al suo regno di Sicilia e agli altri suoi Stati, per consiglio ancora de' suoi cortigiani si lasciò vincere, e diede mano al trattato. Passò qualche mese per digerirlo in lontananza, e per istabilir le condizioni, non essendosi dimenticato Alfonso di richiederle ben vantaggiose alla sua corona. Restò dunque convenuto che egli fosse adottato per figliuolo dallaregina Giovanna, affine di succedere dopo la di lei morte; e che intanto egli fosse dichiarato duca di Calabria, e per sicurtà de' patti mettesse presidio in Castello Nuovo e Castello dell'Uovo. Ora mentre queste cose si trattavano,Lodovico d'Angiò, fatte armare in Genova sei navi comandate da Batista da Campofregoso, unì con esse sette sue galee, e ben provveduto di viveri e di gente, nel dì 15 d'agosto, felicemente arrivò al porto di Napoli[Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.]; pagò circa quaranta mila fiorini d'oro alle truppe diSforza, al quale si diede, in questi tempi, la città d'Aversa, conquista di gran momento per la guerra. Maggiormente allora fu da lui e da Sforza stretta d'assedio Napoli, ed in essa furono anche una notte vicini ad entrare per tradimento; ma eccoti comparire al lido, nel dì 6 di settembre[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], dodici galee e tre galeotte delre Alfonso; dicono altri che egli si trasferì colà in persona. Per trovarsi inferiori i legni de' Genovesi, prima che egli giugnesse, se n'erano tornati a casa. Sforza col duca d'Angiò gran battaglia diede per impedire lo sbarco de' Catalani; ma in fine fu astretto a battere la ritirata e condursi ad Aversa. Sbarcato Alfonso, la regina il riconobbe per suo figliuolo adottivo, gli consegnò Castello Nuovo, il creò duca di Calabria. Così terminò l'anno presente nel regno di Napoli, ma con essersi molte terre e baroni levati dall'ubbidienza della regina.Quali imprese facesse in quest'annoFilippo Maria Visconteduca di Milano, non bisogna chiederlo al Corio. Egli poco ne seppe. Differisce questo scrittore all'anno 1422 la conquista di Cremona; ed essa succedette nel presente anno, ciò ricavandosi da Matteo Griffonio[Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.], e insieme da Andrea Biglia[Billius, in Histor., tom. 19 Rer. Ital.]e da Marino Sanuto[Sanuto, Ist. Venet., tom. 22 Rer. Ital.].Gabrino Fondolotiranno di quella città, veduta già perduta la maggior parte delle sue castella, e che poco capitale potea farsi del soccorso degli alleati, non si volle aspettare addosso, all'aprirsi della campagna, l'esercito del Carmagnola. Perciò nel gennaio di quest'anno prese accordo col duca di Milano, lasciandogli Cremona per trentacinque mila fiorini d'oro, e con patto di ritenere per sè Castiglione, e di poter godere di quanti beni egli possedea. Non gli mancavano dei tesori, e certo li vagheggiava con gran cupidità il duca; pur questi la fece per ora da galantuomo, e gli osservò la parola della franchigia a lui accordata, aspettando di fare il resto ad altro tempo. Andò poscia costui, siccome dicemmo, al servigio de' Bolognesi. Era in collera esso duca conPandolfo Malatestaper l'aiuto dato in addietro a Gabrino, pretendendo rotta ingiustamente da lui la tregua o pace stabilita da papa Martino. Infatti, essendo ricorso Pandolfo al papa per aiuto, non ne riportò se non de' rimproveri, per avere mancato ai patti. Nè i Fiorentini si vollero mischiare ne' fatti di lui. Vi restavano i Veneziani, creduti protettori del Malatesta. Ma, oltre al trovarsi eglino impegnati in questi tempi nella guerra del Friuli, erano essi disgustati per la morte data dai Malatesti a Martino da Faenza lor capitano, come accennammo all'anno 1416. Laonde l'accorto duca seppe così ben fare, che gl'indusse nel febbraio dell'anno seguente ad una treguavicendevole per anni dieci, con promettere i Veneziani di non impacciarsi negli affari di Pandolfo. Altro dunque non vi fu cheCarlo Malatestasignor di Rimini, e fratello d'esso Pandolfo, che gl'inviò in quest'anno un poderoso aiuto di tre mila cavalli e di molta fanteria, sotto la condotta diLodovico Miglioratisignore di Fermo; cosicchè Pandolfo giunse a formare un'armata di circa otto mila combattenti. Già ilconte Francesco Carmagnolacolle milizie duchesche era in campagna sul territorio di Brescia, quando nel dì 8 di ottobre si azzuffarono gli eserciti nemici. Il valore e la fortuna del Carmagnola furono superiori, e vi restò con altri nobili di conto prigioniere lo stesso signor di Fermo, al quale poco appresso il duca non solamente restituì la libertà, ma vi aggiunse ancora di molti regali. Fu particolare inFilippo Maria Visconteuna tal magnanimità, e ne vedremo degli altri esempli. Questa vittoria e la tanto cresciuta potenza del duca fecero oramai conoscere almarchese Niccolòd'Este signor di Ferrara, Modena, Reggio e Parma che il duca, voglioso di ricuperar tutto ciò che aveano posseduto i suoi maggiori, e massimamente ilduca Gian-Galeazzosuo padre, per le due ultime città gli avrebbe mossa guerra[Diario Ferrarese, tom. 24 Rer. Ital.]. Per ischivarla mosse da saggio un trattato di accordo, per cui si convenne nel mese di novembre che il marchese, cedendo al duca per sette mila fiorini d'oro Parma, riterrebbe in suo dominio la città di Reggio; e fu eseguita questa convenzione. Durarono poi le ostilità del Carmagnola sul Bresciano, e restò maggiormente bloccata Brescia dalle armi del Visconte; ma niuna importante impresa ne seguì nell'anno presente.Intanto più che mai felicemente procedeva la guerra de' Veneziani in Dalmazia, in Friuli e nelle vicinanze[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Conquistarono essi Cataro, Traù, Spalatroed altri luoghi in Dalmazia; si rendè loro la città di Feltro, Spilimbergo, Valvasone ed altre terre in Friuli. Ma ciò che maggiore risalto diede all'armi loro fu l'acquisto della città d'Udine, dove il valoroso lor generale Filippo degli Arcelli fece la sua entrata nel dì 7 di giugno. Tralascio altri progressi dei Veneziani, che in così poco tempo ricuperarono quasi tutta la Dalmazia, e divennero per la prima volta padroni della bella provincia del Friuli. Allora il patriarca Lodovico, trovandosi per le sue sconsigliate bravure spogliato di quel nobile Stato, ricorse a papa Martino, il quale spedì a Venezia legati per sostenere gl'interessi del patriarcato. Ma quei legati non erano cannoni, e però non fecero breccia alcuna nello animo de' veneti vittoriosi, che si teneano ben cara un'estensione sì rilevante della loro signoria. Fin qui era dimorato in Firenze il romano pontefice, onorato e servito da tutti[Leonardus Aretinus, Hist., tom. 19 Rer. Ital.]. Accadde, che quando Braccio venne in quella città, alcuni suoi fautori attaccarono in diversi canti delle strade alcuni versi in lode di Braccio e disprezzo del papa. V'era fra le altre cose:PAPA MARTINO NON VALE UN QUATTRINO.E i ragazzi l'andavano cantando per le strade. Il papa, in vece di sprezzare, come fanno i principi di animo grande, questi latrati plebei, o di cercarne provvedimento proprio, talmente se ne indispettì, che fin d'allora determinò di mutare stanza; e per quanto gli fosse poi detto, non si potè tenere. Adunque nel dì 9 di settembre[Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.]si partì di Firenze con grande onore, e nel dì 20 fu in Siena. Di là passò a Viterbo, e giunse nel dì 28 a Roma, dove nel dì 30 fece magnificamente la sua entrata con plauso di tutto il popolo romano.

Le azioni fatte in quest'anno dalpontefice Martinodanno assai a conoscere, che non era tanto difficile a mutar pensiero e sistema[Ammirat., Istoria di Firenze, lib. 18. Campan., Vita Brachii., tom. 19 Rer. Ital. Cribellus, Vita Sfortiae, tom. eod.]. Odiava a morteBracciosignor di Perugia; pure, per maneggio de' Fiorentini, stretti amici di Braccio, s'indusse a riceverlo in grazia, e a lasciargli in vicariato le città di Perugia, Assisi, Jesi e Todi con altre non poche terre da lui occupate, purchèrestituisse al pontefice Narni, Terni, Orvieto ed Orta. Sul fine di febbraio comparve a Firenze lo stesso Braccio con accompagnamento magnifico, e fu accolto dal popolo fiorentino con tal plauso e pompa, come se fosse stato un re ed imperadore. Prostrato a' piedi del papa, non solamente riportò l'assoluzion delle censure e il vicariato suddetto, ma divenne ancora campion dello stesso pontefice per riacquistargli Bologna. Già dicemmo che esso papa avea con bei capitoli e privilegii accordata la libertà ai Bolognesi. Nell'anno precedente[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]era stata in quella città una sedizione e rissa fraAntonio de' Bentivoglie la sua fazione, eMatteo da Canedolocapo di un'altra fazione. Perchè toccò di soccombere all'ultima, fu questa cacciata di città e mandata a' confini, restando il Bentivoglio come padrone della città. Forse le preghiere di questi fuorusciti, e l'udire le divisioni che tuttavia duravano in Bologna, fecero nascer voglia e speranza al papa di sottomettere quella città. Braccio fu scelto per tale impresa. Spedì il pontefice innanzi un arcivescovo ed un abbate per suoi ambasciatori, che, nel dì 28 di febbraio entrati in Bologna, esposero con ornate parole il desiderio di sua santità d'aver egli il governo della città. La risposta poco favorevole fu portata a Firenze dagli ambasciatori bolognesi spediti colà. Però si venne all'interdetto, e poscia alla guerra contra di quel popolo. AncheLodovico degli Alidosisignor d'Imola mandò la disfida a Bologna. Scrive Matteo Griffoni[Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. 18 Rer. Italic. Cronica di Bologna, tom. eod.]che nel dì 5 di maggio venne in quella cittàGabrino Fondolo, olim dominus Cremonae, per generale delle armi d'essi Bolognesi. Ciò è da notare, siccome dirò più abbasso, perchè, secondo il Corio[Corio, Istoria di Milano.], Gabrino non era per anche stato spogliato di Cremona. Ci assicura ancheil Campano[Campanus, Vit. Brachii, tom. 19 Rer. Ital.]che il Fondolo venne al servigio de' Bolognesi. Ora nel dì 17 dello stesso maggio comparve esso Braccio colle sue milizie sul territorio di Bologna, avendo secoLodovico de' Miglioratisignore di Fermo, edAngelo dalla Pergola, capitani al soldo del papa. A poco a poco si andarono rendendo le castella de' Bolognesi; di modo che conoscendo quel popolo, benchè provveduto di molta soldatesca, dopo alcune piccole svantaggiose battaglie, l'impotenza a sostenersi, nel dì 15 di luglio vennero nel consiglio generale di quella città alla risoluzione di darsi liberamente al papa. Il che con patti onorevoli eseguito, vi entrò, e ne prese il possessoGabriello Condolmieri cardinaledi Siena, e poscia vi venne per legatoAlfonso cardinaledi Spagna.

Abbiam veduto nel precedente annopapa Martinod'accordo collaregina Giovanna: si mutò scena nel presente. Contra di lei cominciò il papa a favorire gl'interessi diLodovico IIIduca d'Angiò e conte di Provenza, giovane ch'era poco prima succeduto aLodovico IIsuo padre defunto, che avea spediti i suoi ambasciatori a Firenze per prestare ubbidienza a papa Martino[Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.]. La cagione, per cui il papa era disgustato colla regina, fu perchè tornatoSer-Gianni Caracciologran seniscalco a Napoli, pien di veleno contra diSforzagran contestabile, cominciò a nimicargli la regina, e la trattenne dall'inviar soccorsi di gente e di danaro a Sforza nella guerra che abbiam veduta poco fortunatamente da lui fatta aBraccionell'anno antecedente, ancorchè il papa ne facesse calde e frequenti premure. Chiamato a Firenze Sforza, il pontefice Martino gli comunicò in segreto il suo disegno contra della regina; fors'anche vi fu maggiormente acceso da Sforza per vendicarsi del Caracciolo. Venuta dunque la state, si mosse Sforza con quanta gente potèraccogliere; e, passato nel regno di Napoli[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], andò, nel dì 18 di giugno, ad unirsi col figliuoloFrancesco, e con Michele e Foschino suoi parenti, che lo aspettavano alla Cerra col resto de' suoi combattenti; ed, inalberate le bandiere diLodovico d'Angiò, si scoprì nemico della regina. Niun danno fece, finchè, avvicinato a Napoli, non le ebbe inviato per due trombetti il bastone e le insegne del contestabilato, e fatto esporre che o trattasse d'accordo coll'Angioino, oppure che si aspettasse la guerra. Manca il verisimile a ciò che scrive il vescovo Campano[Campanus, Vita Brachii, tom. 19 Rer. Ital.], cioè che Sforza entrasse in Napoli, e, fatta chiamare la regina ad una finestra di Castello Nuovo, le rinunziasse le insegne, e caricato di villanie da essa, l'obbligasse, con farle tirar contro alcune freccie, a ritirarsi. Accampossi col suo esercito Sforza presso a Napoli nel luogo del Formello, aspettando che giugnesse per mare la flotta di Lodovico d'Angiò, per operar seco di concerto. Intanto precorsa la fama di questo principe, il quale avea assunto il titolo di re di Sicilia, che così continuavano ad intitolarsi i re di Napoli, chiunque era della fazione angioina diede principio alle novità, e si ribellarono non poche terre del regno. Ma prima che venisse Sforza, e si trovassero in questa brutta apparenza di cose, e con timore di peggio, la regina ed il Caracciolo, siccome informati de' preparamenti dell'Angioino, aveano preso lo spediente d'inviar ambasciatori al papa per pregarlo d'interporsi in questa briga, e d'impedire gl'ingiusti insulti che si ammannivano contra di lei dal duca d'Angiò. Non avea peranche il papa alzata la visiera, mostrandosi neutrale in sì fatta turbolenza; ma l'ambasciatore, che fuAntonio Caraffa, soprannominato Malizia, uomo accortissimo, non tardò a scandagliar ben l'animo pontificio, e a scorgere che da quella parte non era da sperarealcun sussidio ai bisogni della regina; e in fatti era menato a spasso con sole belle parole. Ossia dunque che nascesse a lui in mente, come alcuni vogliono, un altro ripiego[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]; oppure che egli ne portasse seco da Napoli l'ordine e la plenipotenza: certo è, che, avendo fatta vista di tornarsene a Napoli, allorchè fu a Piombino, imbarcatosi in una galea, andò a trovare il giovanettoAlfonso re d'Aragona, Sardegna e Sicilia, per implorare l'aiuto suo in favore della regina.

Qui è da sapere che il re Alfonso, in cui non so se maggior fosse l'elevatezza della mente o il desiderio della gloria, un gran valore e una mirabile attività, avea già pensato a segnalarsi per tempo coll'acquisto della Corsica. Perciò nel precedente anno con una flotta di trenta galee e quattordici navi passò nel suo regno di Sardegna[Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.], e finalmente piombò sopra il porto di Bonifazio, luogo fortissimo e il più caro che si avessero i Genovesi. Stupendo, ostinato fu quell'assedio, di cui ci lasciò una descrizione Pietro Cirneo[Petrus Cyrnaeus, Histor. Corsic., tom. 24 Rer. Ital.], e durò ben nove mesi. Era già ridotto quel castello all'agonia, quandoTommaso da Campofregosodoge o governatore di Genova, armate sette navi sotto il comando di Batista suo fratello, le spinse in Corsica, per salvare un sito di tanta importanza. Fecero delle maraviglie i valorosi Genovesi, e dopo fiero combattimento riuscì loro, non ostante la terribile resistenza de' Catalani, d'introdurre, sul principio di gennaio, un bastevol soccorso in Bonifazio, in guisa che fu costretto il re Alfonso a ritirarsi da quell'assedio. Non so dire s'egli fosse tuttavia in Corsica, oppure altrove, allorchè se gli presentò il Caraffa per impegnarlo al soccorso della regina, qualora il duca d'Angiòmovesse l'armi contra di lei. Fece sulle prime Alfonso lo schivo; ma pensando che il regno di Napoli sarebbe una bella giunta al suo regno di Sicilia e agli altri suoi Stati, per consiglio ancora de' suoi cortigiani si lasciò vincere, e diede mano al trattato. Passò qualche mese per digerirlo in lontananza, e per istabilir le condizioni, non essendosi dimenticato Alfonso di richiederle ben vantaggiose alla sua corona. Restò dunque convenuto che egli fosse adottato per figliuolo dallaregina Giovanna, affine di succedere dopo la di lei morte; e che intanto egli fosse dichiarato duca di Calabria, e per sicurtà de' patti mettesse presidio in Castello Nuovo e Castello dell'Uovo. Ora mentre queste cose si trattavano,Lodovico d'Angiò, fatte armare in Genova sei navi comandate da Batista da Campofregoso, unì con esse sette sue galee, e ben provveduto di viveri e di gente, nel dì 15 d'agosto, felicemente arrivò al porto di Napoli[Cribell., Vit. Sfortiae, tom. 19 Rer. Ital.]; pagò circa quaranta mila fiorini d'oro alle truppe diSforza, al quale si diede, in questi tempi, la città d'Aversa, conquista di gran momento per la guerra. Maggiormente allora fu da lui e da Sforza stretta d'assedio Napoli, ed in essa furono anche una notte vicini ad entrare per tradimento; ma eccoti comparire al lido, nel dì 6 di settembre[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], dodici galee e tre galeotte delre Alfonso; dicono altri che egli si trasferì colà in persona. Per trovarsi inferiori i legni de' Genovesi, prima che egli giugnesse, se n'erano tornati a casa. Sforza col duca d'Angiò gran battaglia diede per impedire lo sbarco de' Catalani; ma in fine fu astretto a battere la ritirata e condursi ad Aversa. Sbarcato Alfonso, la regina il riconobbe per suo figliuolo adottivo, gli consegnò Castello Nuovo, il creò duca di Calabria. Così terminò l'anno presente nel regno di Napoli, ma con essersi molte terre e baroni levati dall'ubbidienza della regina.

Quali imprese facesse in quest'annoFilippo Maria Visconteduca di Milano, non bisogna chiederlo al Corio. Egli poco ne seppe. Differisce questo scrittore all'anno 1422 la conquista di Cremona; ed essa succedette nel presente anno, ciò ricavandosi da Matteo Griffonio[Matth. de Griffon., Chron., tom. 18 Rer. Italic.], e insieme da Andrea Biglia[Billius, in Histor., tom. 19 Rer. Ital.]e da Marino Sanuto[Sanuto, Ist. Venet., tom. 22 Rer. Ital.].Gabrino Fondolotiranno di quella città, veduta già perduta la maggior parte delle sue castella, e che poco capitale potea farsi del soccorso degli alleati, non si volle aspettare addosso, all'aprirsi della campagna, l'esercito del Carmagnola. Perciò nel gennaio di quest'anno prese accordo col duca di Milano, lasciandogli Cremona per trentacinque mila fiorini d'oro, e con patto di ritenere per sè Castiglione, e di poter godere di quanti beni egli possedea. Non gli mancavano dei tesori, e certo li vagheggiava con gran cupidità il duca; pur questi la fece per ora da galantuomo, e gli osservò la parola della franchigia a lui accordata, aspettando di fare il resto ad altro tempo. Andò poscia costui, siccome dicemmo, al servigio de' Bolognesi. Era in collera esso duca conPandolfo Malatestaper l'aiuto dato in addietro a Gabrino, pretendendo rotta ingiustamente da lui la tregua o pace stabilita da papa Martino. Infatti, essendo ricorso Pandolfo al papa per aiuto, non ne riportò se non de' rimproveri, per avere mancato ai patti. Nè i Fiorentini si vollero mischiare ne' fatti di lui. Vi restavano i Veneziani, creduti protettori del Malatesta. Ma, oltre al trovarsi eglino impegnati in questi tempi nella guerra del Friuli, erano essi disgustati per la morte data dai Malatesti a Martino da Faenza lor capitano, come accennammo all'anno 1416. Laonde l'accorto duca seppe così ben fare, che gl'indusse nel febbraio dell'anno seguente ad una treguavicendevole per anni dieci, con promettere i Veneziani di non impacciarsi negli affari di Pandolfo. Altro dunque non vi fu cheCarlo Malatestasignor di Rimini, e fratello d'esso Pandolfo, che gl'inviò in quest'anno un poderoso aiuto di tre mila cavalli e di molta fanteria, sotto la condotta diLodovico Miglioratisignore di Fermo; cosicchè Pandolfo giunse a formare un'armata di circa otto mila combattenti. Già ilconte Francesco Carmagnolacolle milizie duchesche era in campagna sul territorio di Brescia, quando nel dì 8 di ottobre si azzuffarono gli eserciti nemici. Il valore e la fortuna del Carmagnola furono superiori, e vi restò con altri nobili di conto prigioniere lo stesso signor di Fermo, al quale poco appresso il duca non solamente restituì la libertà, ma vi aggiunse ancora di molti regali. Fu particolare inFilippo Maria Visconteuna tal magnanimità, e ne vedremo degli altri esempli. Questa vittoria e la tanto cresciuta potenza del duca fecero oramai conoscere almarchese Niccolòd'Este signor di Ferrara, Modena, Reggio e Parma che il duca, voglioso di ricuperar tutto ciò che aveano posseduto i suoi maggiori, e massimamente ilduca Gian-Galeazzosuo padre, per le due ultime città gli avrebbe mossa guerra[Diario Ferrarese, tom. 24 Rer. Ital.]. Per ischivarla mosse da saggio un trattato di accordo, per cui si convenne nel mese di novembre che il marchese, cedendo al duca per sette mila fiorini d'oro Parma, riterrebbe in suo dominio la città di Reggio; e fu eseguita questa convenzione. Durarono poi le ostilità del Carmagnola sul Bresciano, e restò maggiormente bloccata Brescia dalle armi del Visconte; ma niuna importante impresa ne seguì nell'anno presente.

Intanto più che mai felicemente procedeva la guerra de' Veneziani in Dalmazia, in Friuli e nelle vicinanze[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Conquistarono essi Cataro, Traù, Spalatroed altri luoghi in Dalmazia; si rendè loro la città di Feltro, Spilimbergo, Valvasone ed altre terre in Friuli. Ma ciò che maggiore risalto diede all'armi loro fu l'acquisto della città d'Udine, dove il valoroso lor generale Filippo degli Arcelli fece la sua entrata nel dì 7 di giugno. Tralascio altri progressi dei Veneziani, che in così poco tempo ricuperarono quasi tutta la Dalmazia, e divennero per la prima volta padroni della bella provincia del Friuli. Allora il patriarca Lodovico, trovandosi per le sue sconsigliate bravure spogliato di quel nobile Stato, ricorse a papa Martino, il quale spedì a Venezia legati per sostenere gl'interessi del patriarcato. Ma quei legati non erano cannoni, e però non fecero breccia alcuna nello animo de' veneti vittoriosi, che si teneano ben cara un'estensione sì rilevante della loro signoria. Fin qui era dimorato in Firenze il romano pontefice, onorato e servito da tutti[Leonardus Aretinus, Hist., tom. 19 Rer. Ital.]. Accadde, che quando Braccio venne in quella città, alcuni suoi fautori attaccarono in diversi canti delle strade alcuni versi in lode di Braccio e disprezzo del papa. V'era fra le altre cose:

PAPA MARTINO NON VALE UN QUATTRINO.

E i ragazzi l'andavano cantando per le strade. Il papa, in vece di sprezzare, come fanno i principi di animo grande, questi latrati plebei, o di cercarne provvedimento proprio, talmente se ne indispettì, che fin d'allora determinò di mutare stanza; e per quanto gli fosse poi detto, non si potè tenere. Adunque nel dì 9 di settembre[Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.]si partì di Firenze con grande onore, e nel dì 20 fu in Siena. Di là passò a Viterbo, e giunse nel dì 28 a Roma, dove nel dì 30 fece magnificamente la sua entrata con plauso di tutto il popolo romano.


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