MCCCCXXVIIIAnno diCristomccccxxviii. Indiz.VI.Martino Vpapa 12.Sigismondore de' Romani 19.Non so se nel principio di questo anno, come pare che il Simonetta abbia creduto[Simonetta, Vit. Francisci Sfort., lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.], oppure sul fine del precedente, fosse inviato il conteFrancesco SforzadaFilippo Maria ducadi Milano alla volta di Genova con alcune schiere d'uomini d'armi per li bisogni di quella città, infestata daTommaso da Campofregosoe dagli altri fuorusciti. Appena ebbe egli passato il giogo dell'Apennino, che si trovò in certi siti stretti assalito dai contadini di quel paese; fors'anche vi era con loro qualche gente d'essi fuorusciti. Fioccavano i verettoni in maniera, che molti de' suoi vi furono morti o feriti, ed egli costretto a retrocedere, finchè arrivato al castello di Ronco, ed, accolto da Eliana Spinola, potè salvarsi. Si servirono di questa sua disgrazia gli emuli alla corte del duca per iscreditarlo, e far nascere sospetti nella sua fede; sicchè, secondo alcuni, fu messo in castello. Almeno è certo[Corio, Istoria di Milano.]che fu come relegato a Mortara, dove quasi per due anni soggiornò con gravissimo patimento, perchè non correano le paghe, nè gli mancavano altri aggravii, senza ch'egli potesse mai persuadere al duca la sua innocenza. Dicono che se non era ilconte Guido Torello, da cui venne protetto sempre, due volte la vita corse pericolo. La sua pazienza vinse poi tutto, perchè fece conoscere non aver egli mai avuto animo di passare al servigio de' Veneziani o Fiorentini. Continuò la guerra anche nei primi mesi di quest'anno, con avere il vittoriosoconte Carmagnolaprese non poche castella nel Bergamasco, e portato il terrore sino a quella città. Intanto in Ferrara ilmarchese Niccolòunito col buoncardinale Albergativescovo di Bologna, si studiava a tutto potere di condurre alla pace le potenze guerreggianti. Erano alte le pretensioni del senato veneto, siccome quello che avea favorevole il vento; e mostrandosi inesorabile, esigeva che il duca cedesse, oltre alla già perduta città di Brescia, ancor quelle di Bergamo e Cremona. Sì caldamente e fortunatamente il cardinale e il marchese maneggiarono l'affare, che finalmente nel dì 18 d'aprile (l'Ammirati[Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.]dice nel dì 16) si conchiuse la pace. Il principale articolo d'essa fu la cessione della città di Bergamo col suodistretto, e di alcune terre e castella del Cremonese alla repubblica veneta. I Fiorentini, che tanto aveano speso in questa guerra, non guadagnarono un palmo di terra. Fu anche accordata la restituzione di tutti i beni tolti dal duca al Carmagnola, con altri articoli e patti, distesamente riferiti da Marino Sanuto nella sua Storia[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. E tale fu il guadagno che ricavò in questa seconda guerra lo sconsigliato duca di Milano. Egli ratificò ed eseguì puntualmente così fatto accordo, e ritornò per un poco la quiete in Lombardia.Ebbe in quest'annopapa Martino Vdelle inquietudini[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. eod.]. Nella notte precedente al dì 2 di agosto gl'instabili Bolognesi, che s'erano ingrossati forte in occasion della vicina guerra, sotto pretesto d'essere mal governati e molto aggravati dai ministri pontificii, si levarono a rumore, cioè la fazion diBatista da Canedolo, unita cogli Zambeccari, Pepoli, Griffoni, Guidotti ed altri. Prese l'armi anche la fazione diAntonio Bentivoglio, che allora dimorava in Roma, per opporsi all'altra in favore della Chiesa; ma rinculata lasciò il campo agli avversarii. Fu messo a sacco il palazzo del cardinale legato, il quale se ne andò poi con Dio; e la città tornò ad essere governata dagli anziani e confalonieri del popolo. Salvo castello San Pietro, castello Bolognese, Cento e la Pieve, tutte le altre terre e castella seguitarono o per amore o per forza l'esempio della città; eLuigi da San Severinovenne per capitano de' Bolognesi. A questo avvisoCarlo Malatestasignor di Rimini corse a sostenere castello San Pietro e castello Bolognese.Niccolò da Tolentinocapitano di genti d'armi, che in questi tempi, passando pel Bolognese, volle lasciar la briglia ai suoi per saccheggiare il paese, restò sconfitto a Medicina dai Bolognesi, con perdita di quattrocento cavallie di molti carriaggi, facendosi ascendere il danno suo a sessanta mila fiorini d'oro. Per cagione di tal novità papa Martino condusse al suo soldoLadislaofigliuolo diPaolo Guinigisignore di Lucca con settecento cavalli, i quali, giunti nel dì 15 di settembre sul Bolognese, si diedero immantinente al saccheggio del territorio. Ma, perchè era troppo poco al bisogno, il papa, con permissione dellaregina Giovanna, ottenne cheJacopo Caldora, uno dei più sperti capitani del regno di Napoli, venisse a quella danza con un grosso corpo di soldatesche. Però nel dicembre arrivò l'esercito pontificio ad accamparsi in vicinanza di Bologna, e, rotto il muro dalla parte del barbacane di San Giacomo, tentò anche l'entrata nella città; ma ne fu respinto. In questi tempi[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]venuta a Napoli la regina Giovanna, conducendo seco l'adottato suo figliuolo, cioè ilre Lodovicod'Angiò, perchèSer-Giannigran senescalco nol vedea volentieri in Napoli, tanto fece che il mandò in Calabria, dove ridusse quasi tutte quelle contrade all'ubbidienza della regina Giovanna. Oltre a ciò, esso senescalco, perchè temeva della potenza di Jacopo Caldora, cercò la maniera di obbligarselo, con dare per moglie adAntoniofigliuolo di lui una sua figliuola, siccome ancora nell'anno seguente una altra ne diede aGabriello Orsinofratello diGian-Antonio Orsinoprincipe di Taranto, cioè dell'altro signore più potente nel regno di Napoli: coi quali parentadi egli seguitò a sostenersi nella sua autorità, benchè odiato quasi da tutti. Fecero nel dì 9 di maggio dell'anno presente[Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]i Genovesi pace col re d'Aragona e Sicilia, per cura del duca di Milano loro signore, il quale mandò al governo di quella cittàBartolomeo Capraarcivescovo di Milano. Ma poco stette ad entrar colà ancora la peste, che infierì non poco nel basso popolo. Fu essa anche in Venezia.Nell'ottobre il duca di Milano celebrò le sue nozze conMaria di Savoia, ma nozze che nol doveano arricchire di prole alcuna.
Non so se nel principio di questo anno, come pare che il Simonetta abbia creduto[Simonetta, Vit. Francisci Sfort., lib. 2, tom. 21 Rer. Ital.], oppure sul fine del precedente, fosse inviato il conteFrancesco SforzadaFilippo Maria ducadi Milano alla volta di Genova con alcune schiere d'uomini d'armi per li bisogni di quella città, infestata daTommaso da Campofregosoe dagli altri fuorusciti. Appena ebbe egli passato il giogo dell'Apennino, che si trovò in certi siti stretti assalito dai contadini di quel paese; fors'anche vi era con loro qualche gente d'essi fuorusciti. Fioccavano i verettoni in maniera, che molti de' suoi vi furono morti o feriti, ed egli costretto a retrocedere, finchè arrivato al castello di Ronco, ed, accolto da Eliana Spinola, potè salvarsi. Si servirono di questa sua disgrazia gli emuli alla corte del duca per iscreditarlo, e far nascere sospetti nella sua fede; sicchè, secondo alcuni, fu messo in castello. Almeno è certo[Corio, Istoria di Milano.]che fu come relegato a Mortara, dove quasi per due anni soggiornò con gravissimo patimento, perchè non correano le paghe, nè gli mancavano altri aggravii, senza ch'egli potesse mai persuadere al duca la sua innocenza. Dicono che se non era ilconte Guido Torello, da cui venne protetto sempre, due volte la vita corse pericolo. La sua pazienza vinse poi tutto, perchè fece conoscere non aver egli mai avuto animo di passare al servigio de' Veneziani o Fiorentini. Continuò la guerra anche nei primi mesi di quest'anno, con avere il vittoriosoconte Carmagnolaprese non poche castella nel Bergamasco, e portato il terrore sino a quella città. Intanto in Ferrara ilmarchese Niccolòunito col buoncardinale Albergativescovo di Bologna, si studiava a tutto potere di condurre alla pace le potenze guerreggianti. Erano alte le pretensioni del senato veneto, siccome quello che avea favorevole il vento; e mostrandosi inesorabile, esigeva che il duca cedesse, oltre alla già perduta città di Brescia, ancor quelle di Bergamo e Cremona. Sì caldamente e fortunatamente il cardinale e il marchese maneggiarono l'affare, che finalmente nel dì 18 d'aprile (l'Ammirati[Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 18.]dice nel dì 16) si conchiuse la pace. Il principale articolo d'essa fu la cessione della città di Bergamo col suodistretto, e di alcune terre e castella del Cremonese alla repubblica veneta. I Fiorentini, che tanto aveano speso in questa guerra, non guadagnarono un palmo di terra. Fu anche accordata la restituzione di tutti i beni tolti dal duca al Carmagnola, con altri articoli e patti, distesamente riferiti da Marino Sanuto nella sua Storia[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. E tale fu il guadagno che ricavò in questa seconda guerra lo sconsigliato duca di Milano. Egli ratificò ed eseguì puntualmente così fatto accordo, e ritornò per un poco la quiete in Lombardia.
Ebbe in quest'annopapa Martino Vdelle inquietudini[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, Chron., tom. eod.]. Nella notte precedente al dì 2 di agosto gl'instabili Bolognesi, che s'erano ingrossati forte in occasion della vicina guerra, sotto pretesto d'essere mal governati e molto aggravati dai ministri pontificii, si levarono a rumore, cioè la fazion diBatista da Canedolo, unita cogli Zambeccari, Pepoli, Griffoni, Guidotti ed altri. Prese l'armi anche la fazione diAntonio Bentivoglio, che allora dimorava in Roma, per opporsi all'altra in favore della Chiesa; ma rinculata lasciò il campo agli avversarii. Fu messo a sacco il palazzo del cardinale legato, il quale se ne andò poi con Dio; e la città tornò ad essere governata dagli anziani e confalonieri del popolo. Salvo castello San Pietro, castello Bolognese, Cento e la Pieve, tutte le altre terre e castella seguitarono o per amore o per forza l'esempio della città; eLuigi da San Severinovenne per capitano de' Bolognesi. A questo avvisoCarlo Malatestasignor di Rimini corse a sostenere castello San Pietro e castello Bolognese.Niccolò da Tolentinocapitano di genti d'armi, che in questi tempi, passando pel Bolognese, volle lasciar la briglia ai suoi per saccheggiare il paese, restò sconfitto a Medicina dai Bolognesi, con perdita di quattrocento cavallie di molti carriaggi, facendosi ascendere il danno suo a sessanta mila fiorini d'oro. Per cagione di tal novità papa Martino condusse al suo soldoLadislaofigliuolo diPaolo Guinigisignore di Lucca con settecento cavalli, i quali, giunti nel dì 15 di settembre sul Bolognese, si diedero immantinente al saccheggio del territorio. Ma, perchè era troppo poco al bisogno, il papa, con permissione dellaregina Giovanna, ottenne cheJacopo Caldora, uno dei più sperti capitani del regno di Napoli, venisse a quella danza con un grosso corpo di soldatesche. Però nel dicembre arrivò l'esercito pontificio ad accamparsi in vicinanza di Bologna, e, rotto il muro dalla parte del barbacane di San Giacomo, tentò anche l'entrata nella città; ma ne fu respinto. In questi tempi[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]venuta a Napoli la regina Giovanna, conducendo seco l'adottato suo figliuolo, cioè ilre Lodovicod'Angiò, perchèSer-Giannigran senescalco nol vedea volentieri in Napoli, tanto fece che il mandò in Calabria, dove ridusse quasi tutte quelle contrade all'ubbidienza della regina Giovanna. Oltre a ciò, esso senescalco, perchè temeva della potenza di Jacopo Caldora, cercò la maniera di obbligarselo, con dare per moglie adAntoniofigliuolo di lui una sua figliuola, siccome ancora nell'anno seguente una altra ne diede aGabriello Orsinofratello diGian-Antonio Orsinoprincipe di Taranto, cioè dell'altro signore più potente nel regno di Napoli: coi quali parentadi egli seguitò a sostenersi nella sua autorità, benchè odiato quasi da tutti. Fecero nel dì 9 di maggio dell'anno presente[Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]i Genovesi pace col re d'Aragona e Sicilia, per cura del duca di Milano loro signore, il quale mandò al governo di quella cittàBartolomeo Capraarcivescovo di Milano. Ma poco stette ad entrar colà ancora la peste, che infierì non poco nel basso popolo. Fu essa anche in Venezia.Nell'ottobre il duca di Milano celebrò le sue nozze conMaria di Savoia, ma nozze che nol doveano arricchire di prole alcuna.