MCCCCXXXIIAnno diCristomccccxxxii. Indiz.X.Eugenio IVpapa 2.Sigismondore de' Romani 23.Erasi già cominciato in Basilea il concilio generale, ed ogni dì più andava crescendo il concorso de' Padri[Raynald., Annal. Eccles.]; ma poco stettepapa Eugenioa pentirsi di averlo permesso in luogo, dove non poteva egli quel che voleva, perchè que' Padri diedero per tempo a conoscere voglia di limitare l'autorità del papa, e di attribuirsi una specie di superiorità sopra di lui. Per questo il pontefice determinò di chiamare a Bologna quel concilio, e ne mandò l'ordine alcardinal Giulianolegato. Ma quei Padri, assistiti dal re dei Romani e da varii altri potentati, furono di sentimento diverso, e vollero continuar le loro sessioni in Basilea; dal che nacque dissensione fra essi e il papa. Di più non ne dico, rimettendo il lettore in questo proposito alla storia ecclesiastica e agli atti di quel concilio. Era calato, siccome già accennai, ilre Sigismondoper portarsi anche a Roma a prendere la corona imperiale; ma ritrovò anch'egli degli ostacoli a' suoi disegni. Il papa, oltre all'essere Veneziano, cioè di nazione allora nemica diFilippo Mariaduca di Milano, avea de' particolari motivi di sdegno contra di lui, perchè o credea o sapea di certo che nella guerra fattagli nell'anno precedente dai Colonnesi esso duca avea avuta mano. E veggendo ora Sigismondo sì attaccato ad esso duca di Milano, non sapea escludere i sospetti della di lui venuta a Roma. Incagliossi per questo il viaggio di Sigismondo[Blondus, lib. 5, Dec. 3. Sabellicus, Platina, et alii.], il quale da Milano passò a Piacenza, e quindi a Parma, con far delle lunghe posate in quelle città. Nè sussiste, come sipensò Benvenuto da San Giorgio, che egli portatosi nel Monferrato, vi soggiornasse gran tempo. Andossene dipoi a Lucca, menando seco ottocento cavalli ungheri e secento del duca di Milano. Il Poggio[Poggius, Hist., lib. 7, tom. 20 Rer. Ital.]gli dà due mila tra cavalieri e fanti di suo seguito. Una delle maggiori premure di questo buon principe era quella di quetare i rumori dell'Italia, e si era anche esibito con calde lettere a trattar la pace fra il duca di Milano e i collegati avversarii. Ma egli ritrovò molto sconcertate le cose in Toscana. Militavano allora contra de' Fiorentini le milizie del duca suddetto e dei Sanesi sotto il comando diAlberico contedi Lugo[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Italic. Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.], con cui eranoBernardino dalla Cardadegli Ubaldini,Lodovico Colonna,Antonio Petrucci,Ardizzon da Carraraed altri capitani, ma discordi fra loro.Michele Attendoloda Cotignola generale de' Fiorentini, eNiccolò da Tolentinolor capitano seppero ben profittare della lor disunione; imperocchè nel dì primo di giugno[Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 20.]venuti con loro alle mani, li sbaragliarono, e fecero prigionieri più di mille cavalli. Io non so come tutto al rovescio è raccontato questo fatto d'armi da Pietro Rosso nella Storia di Siena[Petrus Russ., Hist. Senens., tom. 20 Rer. Italic.]. Secondo lui, vincitori furono i Sanesi, e Niccolò da Tolentino vi fu fatto prigione. Comunque sia, nel giorno innanzi era giunto a Lucca Sigismondo, ed ebbe il dispiacere d'intendere che quasi sotto i suoi occhi passarono dopo quella vittoria i capitani de' Fiorentini a dare il guasto al territorio lucchese. Ancorchè essi Fiorentini colle parole mostrassero rispetto alla sacra di lui persona e dignità, pure coi fatti si scoprivano suoi nemici, perchè egli era tenuto per parziale del duca di Milano, e de' Sanesi e Lucchesi loro nemici. Andavano perciò meditando d'impedirgli il passo alla volta di Siena. Ma mentre vanconsultando, Sigismondo scortato dalle milizie sue, del duca e di Siena, si mise in viaggio, e felicemente arrivò nel dì 11 di luglio ad essa città di Siena, dove fu accolto con incredibil onore e magnificenza da quel popolo, che l'aspettava a braccia aperte. Fermossi Sigismondo tutto il resto dell'anno in quella città, perchè non s'accordavano le pive del papa, con aggravio e doglianze non poche del popolo sanese, a cui costava troppo la sì lunga visita di questo principe, trattando egli intanto di pace, ed ascoltando gli ambasciatori de' Fiorentini, ma senza cavarne alcun sugo. Altri avvenimenti di guerra spettanti a quest'anno in Toscana riferisce il Rossi sopra mentovato nella Storia di Siena, che non occorre rapportar nella mia.Quanto alla guerra di Lombardia, incredibile strepito fece in Italia ciò che in quest'anno accade alconte Francesco Carmagnolagenerale della veneta armata, il più accreditato capitano che si avesse allora l'Italia, ma famoso ancora per la sua superbia, onde era probabilmente proceduta anche la sua caduta dalla grazia del duca di Milano. Le ommissioni da lui commesse negli infausti avvenimenti dell'armi venete dell'anno precedente fecero nascere così gagliardi sospetti della sua lealtà nell'animo di chi reggeva quella repubblica, che nel dì 8 d'aprile[Sanuto, Istor. Venet., tom. 23 Rer. Ital.]fu risoluto nel loro consiglio di levargli non solamente il comando, ma, per maggior sicurezza, anche la vita. In questi tempi era in Venezia ordinariamente una specie di reato il perdere una battaglia, e gli sventurati capitani si doveano aspettare qualche gastigo. Mandato a chiamare il Carmagnola che venisse a Venezia col pretesto di voler udire il di lui parere intorno alla pace che se gli rappresentava vicina, andò egli francamente colà, onorato per tutto il cammino; ma vi trovò la prigione che l'aspettava. Fu messo ai tormenti, cioè a quella crudele e dubbiosavia di ricavar la verità dei delitti; e scrivono che egli in fine confessò il fallo della sua corrotta fede, senza che si dica se avessero sicure pruove in mano per convincerlo di questo reato. Può essere che le facessero. Il perchè collo sbadaglio in bocca condotto fra le colonne della piazza di San Marco, quivi lasciò egli miseramente la testa sopra un palco nel dì 5 di maggio[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Grandi furono le dicerie per questo, credendo molti che non sarebbe venuto a tal determinazione quel saggio senato senza buone ragioni; ed altri, che per soli sospetti e per paura di sua possanza si sbrigassero di questo eccellente capitano; e pretendendo altri che almeno meritasse di finir la sua vita in una prigione chi avea prestato sì rilevanti servigi a quella signoria. Di sua morte al certo pare che avesse occasione di rallegrarsi non poco il duca di Milano, per veder tolto a sè un sì pericoloso nemico, e a' Veneziani un capitano sì prode. Fu poscia eletto generale dell'esercitoGian-Francesco da Gonzagasignore di Mantova, il quale nell'anno presente collo sborso di dodici mila fiorini d'oro conseguì dal re de' Romani il titolo di marchese di Mantova. Giunto questo nuovo generale all'esercito della repubblica, vi trovò cavalli nove mila e secento, fanti otto mila, balestrieri ottocento, cernide sei mila, ed infiniti partigiani; ma niuna rilevante impresa fece egli in tutto quest'anno, fuorchè la presa di Soncino e d'alcune picciole terre. Nè dal canto del duca di Milano s'udì veruna bravura, eccettochè una vittoria riportata daNiccolò Piccininoin Valtellina, provincia spettante in addietro ad esso duca, ed occupata allora dall'armi venete. Vi eraGiorgio Cornaroprovveditore della repubblica con grosso corpo di gente. Colà portatosi il Piccinino attaccò la mischia, ma fu costretto a ritirarsi[Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Vi tornò con intelligenza de' Ghibellini, ed, assaliti i Veneti, li sconfisse con talfortuna, che pochi ne scamparono, e vi restarono presi lo stesso Cornaro provveditore,Taddeo marchesed'Este,Taliano Furiano, Cesare da Martinengoe molti altri condottieri d'armi. Il rumore di tal vittoria andò crescendo per via di sì fatta maniera, che l'autore della Cronica di Ferrara[Cronica di Ferrara, tom. 25 Rer. Ital.]ebbe a scrivere, aver in essa i Veneziani perduto tra morti e prigioni circa nove mila persone. Anche l'Ammirati[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20.]fa ascendere il danno loro a tre mila cavalli e quattro mila fanti. Fu anche guerra in Val Camonica, la quale, secondo il Sanuto, venne in potere de' Veneziani, scrivendo all'incontro l'autore degli Annali di Forlì[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]che vi furono presi e morti dalle genti del duca di Milano moltissimi de' nemici. Se crediamo al medesimo Sanuto,Gian-Giacomo marchesedi Monferrato, già spogliato de' suoi Stati dal duca, fu in quest'anno rimesso in sua grazia colla restituzione di quanto avea perduto. All'interposizione diSigismondo redei Romani venne attribuita questa concordia. Ma ciò non sussiste, ed è da vedere il Guichenon[Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.], che mostra tal restituzione effettuala solamente in vigor della pace, di cui parleremo all'anno seguente, e con varie difficoltà ancora in contrario nell'esecuzione della medesima.Ebbero non poche molestie nell'anno presente i Genovesi[Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]da una poderosa flotta di galee spedite da Venezia contra di loro, che andarono scorrendo per quelle riviere, e mettendo i luoghi men forti a sacco coll'assistenza dei Fregosi e d'altri fuorusciti di Genova. Talmente si difesero quei cittadini, che neppure riuscì ai nemici di prendere la assediata terra di Sestri di Levante, e diedero ancora delle busse ai fuorusciti che erano assai forti in terra. Nel dì 9 diottobre[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital. Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]venne a morteGaleotto Roberto Malatestasignore di Rimini, principe riguardevole per la sua piissima vita. E perchè in questi tempi ci volea poco a conseguir dai popoli il titolo di beato, gli fu esso accordato dai Forlivesi. AlMalatestasignore di Pesaro tolta fu nel dì 18 d'agosto quella città dalle genti della Chiesa: laonde i Malatesti si ritirarono a Fossombrone. Quanto al regno di Napoli, l'avea fin qui dispoticamente governatoSer-Gianni Caracciologran senescalco, tenendo come schiava laregina Giovanna[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. Non contento di averne ricevuto in dono Capoa e molte altre terre, s'invogliò ancora del principato di Salerno; e perchè la regina non condiscese a concederglielo, siccome uomo superbo, usò parole disoneste contra di lei. Coloro che l'odiavano, ed erano la maggior parte dei nobili napoletani, e massimamenteOttino de' CaraccioliRossi e la duchessa di Sessa, si servirono di questa congiuntura per atterrarlo; e tanto menarono, che la regina s'indusse a rilasciar l'ordine di farlo prigione. Ciò bastò ai congiurati per andare una notte a svegliarlo, e a trucidarlo a colpi di stocco, con rappresentar poi alla regina, la quale sommamente se ne afflisse, ciò essere succeduto perch'egli s'era messo in difesa. Furono poscia imprigionati Troiano suo figliuolo, e molti altri Caraccioli suoi attinenti, e saccheggiate le lor case. La Vita di Ser-Gianni scritta da Tristano Caracciolo fu da me pubblicata nella mia RaccoltaRer. Ital.Allora l'ambiziosa duchessa di Sessa cominciò a padroneggiar nella corte, nè permise che più venisse a Napoli ilre Lodovicod'Angiò tuttavia dimorante in Calabria, ma in basso stato, con tutto che egli si figurasse venuto per lui il buon tempo, e si fosse messo in punto per trasferirsi a Napoli[Hist. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.]. Era intanto approdatoa Messina nel dì 6 di giugno dell'anno presenteAlfonso red'Aragona con ventidue galee e con alcune navi grosse. Sul principio d'agosto, rinforzata che ebbe con altri legni e con gran concorso di Siciliani quella flotta, fece vela verso Malta, e andò poscia a piombare addosso all'isola delle Gerbe in Africa. Ossia ch'egli non trovasse i suoi conti coi Mori padroni dell'isola, oppure che all'avviso delle mutazioni accadute in Napoli si risvegliassero le speranze sue di riacquistar ivi il dominio perduto, e tanto più perchè segretamente era favorito dalla duchessa di Sessa: se ne tornò in Sicilia nel mese d'ottobre, e dispose i suoi affari per passare in regno di Napoli. Nel dì 20 di dicembre arrivò ad Ischia, e quivi si fermò, aspettando d'udire se alla prefata duchessa riusciva di farlo adottar di nuovo per figliuolo della regina. MaUrbano Cimino, che stava sempre all'orecchio d'essa regina, ed era tutto per Lodovico d'Angiò, ebbe maniera di sventar ogni mina della duchessa.
Erasi già cominciato in Basilea il concilio generale, ed ogni dì più andava crescendo il concorso de' Padri[Raynald., Annal. Eccles.]; ma poco stettepapa Eugenioa pentirsi di averlo permesso in luogo, dove non poteva egli quel che voleva, perchè que' Padri diedero per tempo a conoscere voglia di limitare l'autorità del papa, e di attribuirsi una specie di superiorità sopra di lui. Per questo il pontefice determinò di chiamare a Bologna quel concilio, e ne mandò l'ordine alcardinal Giulianolegato. Ma quei Padri, assistiti dal re dei Romani e da varii altri potentati, furono di sentimento diverso, e vollero continuar le loro sessioni in Basilea; dal che nacque dissensione fra essi e il papa. Di più non ne dico, rimettendo il lettore in questo proposito alla storia ecclesiastica e agli atti di quel concilio. Era calato, siccome già accennai, ilre Sigismondoper portarsi anche a Roma a prendere la corona imperiale; ma ritrovò anch'egli degli ostacoli a' suoi disegni. Il papa, oltre all'essere Veneziano, cioè di nazione allora nemica diFilippo Mariaduca di Milano, avea de' particolari motivi di sdegno contra di lui, perchè o credea o sapea di certo che nella guerra fattagli nell'anno precedente dai Colonnesi esso duca avea avuta mano. E veggendo ora Sigismondo sì attaccato ad esso duca di Milano, non sapea escludere i sospetti della di lui venuta a Roma. Incagliossi per questo il viaggio di Sigismondo[Blondus, lib. 5, Dec. 3. Sabellicus, Platina, et alii.], il quale da Milano passò a Piacenza, e quindi a Parma, con far delle lunghe posate in quelle città. Nè sussiste, come sipensò Benvenuto da San Giorgio, che egli portatosi nel Monferrato, vi soggiornasse gran tempo. Andossene dipoi a Lucca, menando seco ottocento cavalli ungheri e secento del duca di Milano. Il Poggio[Poggius, Hist., lib. 7, tom. 20 Rer. Ital.]gli dà due mila tra cavalieri e fanti di suo seguito. Una delle maggiori premure di questo buon principe era quella di quetare i rumori dell'Italia, e si era anche esibito con calde lettere a trattar la pace fra il duca di Milano e i collegati avversarii. Ma egli ritrovò molto sconcertate le cose in Toscana. Militavano allora contra de' Fiorentini le milizie del duca suddetto e dei Sanesi sotto il comando diAlberico contedi Lugo[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Italic. Neri Capponi, Comment., tom. 18 Rer. Ital.], con cui eranoBernardino dalla Cardadegli Ubaldini,Lodovico Colonna,Antonio Petrucci,Ardizzon da Carraraed altri capitani, ma discordi fra loro.Michele Attendoloda Cotignola generale de' Fiorentini, eNiccolò da Tolentinolor capitano seppero ben profittare della lor disunione; imperocchè nel dì primo di giugno[Ammirati, Istor. Fiorentina, lib. 20.]venuti con loro alle mani, li sbaragliarono, e fecero prigionieri più di mille cavalli. Io non so come tutto al rovescio è raccontato questo fatto d'armi da Pietro Rosso nella Storia di Siena[Petrus Russ., Hist. Senens., tom. 20 Rer. Italic.]. Secondo lui, vincitori furono i Sanesi, e Niccolò da Tolentino vi fu fatto prigione. Comunque sia, nel giorno innanzi era giunto a Lucca Sigismondo, ed ebbe il dispiacere d'intendere che quasi sotto i suoi occhi passarono dopo quella vittoria i capitani de' Fiorentini a dare il guasto al territorio lucchese. Ancorchè essi Fiorentini colle parole mostrassero rispetto alla sacra di lui persona e dignità, pure coi fatti si scoprivano suoi nemici, perchè egli era tenuto per parziale del duca di Milano, e de' Sanesi e Lucchesi loro nemici. Andavano perciò meditando d'impedirgli il passo alla volta di Siena. Ma mentre vanconsultando, Sigismondo scortato dalle milizie sue, del duca e di Siena, si mise in viaggio, e felicemente arrivò nel dì 11 di luglio ad essa città di Siena, dove fu accolto con incredibil onore e magnificenza da quel popolo, che l'aspettava a braccia aperte. Fermossi Sigismondo tutto il resto dell'anno in quella città, perchè non s'accordavano le pive del papa, con aggravio e doglianze non poche del popolo sanese, a cui costava troppo la sì lunga visita di questo principe, trattando egli intanto di pace, ed ascoltando gli ambasciatori de' Fiorentini, ma senza cavarne alcun sugo. Altri avvenimenti di guerra spettanti a quest'anno in Toscana riferisce il Rossi sopra mentovato nella Storia di Siena, che non occorre rapportar nella mia.
Quanto alla guerra di Lombardia, incredibile strepito fece in Italia ciò che in quest'anno accade alconte Francesco Carmagnolagenerale della veneta armata, il più accreditato capitano che si avesse allora l'Italia, ma famoso ancora per la sua superbia, onde era probabilmente proceduta anche la sua caduta dalla grazia del duca di Milano. Le ommissioni da lui commesse negli infausti avvenimenti dell'armi venete dell'anno precedente fecero nascere così gagliardi sospetti della sua lealtà nell'animo di chi reggeva quella repubblica, che nel dì 8 d'aprile[Sanuto, Istor. Venet., tom. 23 Rer. Ital.]fu risoluto nel loro consiglio di levargli non solamente il comando, ma, per maggior sicurezza, anche la vita. In questi tempi era in Venezia ordinariamente una specie di reato il perdere una battaglia, e gli sventurati capitani si doveano aspettare qualche gastigo. Mandato a chiamare il Carmagnola che venisse a Venezia col pretesto di voler udire il di lui parere intorno alla pace che se gli rappresentava vicina, andò egli francamente colà, onorato per tutto il cammino; ma vi trovò la prigione che l'aspettava. Fu messo ai tormenti, cioè a quella crudele e dubbiosavia di ricavar la verità dei delitti; e scrivono che egli in fine confessò il fallo della sua corrotta fede, senza che si dica se avessero sicure pruove in mano per convincerlo di questo reato. Può essere che le facessero. Il perchè collo sbadaglio in bocca condotto fra le colonne della piazza di San Marco, quivi lasciò egli miseramente la testa sopra un palco nel dì 5 di maggio[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]. Grandi furono le dicerie per questo, credendo molti che non sarebbe venuto a tal determinazione quel saggio senato senza buone ragioni; ed altri, che per soli sospetti e per paura di sua possanza si sbrigassero di questo eccellente capitano; e pretendendo altri che almeno meritasse di finir la sua vita in una prigione chi avea prestato sì rilevanti servigi a quella signoria. Di sua morte al certo pare che avesse occasione di rallegrarsi non poco il duca di Milano, per veder tolto a sè un sì pericoloso nemico, e a' Veneziani un capitano sì prode. Fu poscia eletto generale dell'esercitoGian-Francesco da Gonzagasignore di Mantova, il quale nell'anno presente collo sborso di dodici mila fiorini d'oro conseguì dal re de' Romani il titolo di marchese di Mantova. Giunto questo nuovo generale all'esercito della repubblica, vi trovò cavalli nove mila e secento, fanti otto mila, balestrieri ottocento, cernide sei mila, ed infiniti partigiani; ma niuna rilevante impresa fece egli in tutto quest'anno, fuorchè la presa di Soncino e d'alcune picciole terre. Nè dal canto del duca di Milano s'udì veruna bravura, eccettochè una vittoria riportata daNiccolò Piccininoin Valtellina, provincia spettante in addietro ad esso duca, ed occupata allora dall'armi venete. Vi eraGiorgio Cornaroprovveditore della repubblica con grosso corpo di gente. Colà portatosi il Piccinino attaccò la mischia, ma fu costretto a ritirarsi[Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Vi tornò con intelligenza de' Ghibellini, ed, assaliti i Veneti, li sconfisse con talfortuna, che pochi ne scamparono, e vi restarono presi lo stesso Cornaro provveditore,Taddeo marchesed'Este,Taliano Furiano, Cesare da Martinengoe molti altri condottieri d'armi. Il rumore di tal vittoria andò crescendo per via di sì fatta maniera, che l'autore della Cronica di Ferrara[Cronica di Ferrara, tom. 25 Rer. Ital.]ebbe a scrivere, aver in essa i Veneziani perduto tra morti e prigioni circa nove mila persone. Anche l'Ammirati[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 20.]fa ascendere il danno loro a tre mila cavalli e quattro mila fanti. Fu anche guerra in Val Camonica, la quale, secondo il Sanuto, venne in potere de' Veneziani, scrivendo all'incontro l'autore degli Annali di Forlì[Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]che vi furono presi e morti dalle genti del duca di Milano moltissimi de' nemici. Se crediamo al medesimo Sanuto,Gian-Giacomo marchesedi Monferrato, già spogliato de' suoi Stati dal duca, fu in quest'anno rimesso in sua grazia colla restituzione di quanto avea perduto. All'interposizione diSigismondo redei Romani venne attribuita questa concordia. Ma ciò non sussiste, ed è da vedere il Guichenon[Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.], che mostra tal restituzione effettuala solamente in vigor della pace, di cui parleremo all'anno seguente, e con varie difficoltà ancora in contrario nell'esecuzione della medesima.
Ebbero non poche molestie nell'anno presente i Genovesi[Johann. Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]da una poderosa flotta di galee spedite da Venezia contra di loro, che andarono scorrendo per quelle riviere, e mettendo i luoghi men forti a sacco coll'assistenza dei Fregosi e d'altri fuorusciti di Genova. Talmente si difesero quei cittadini, che neppure riuscì ai nemici di prendere la assediata terra di Sestri di Levante, e diedero ancora delle busse ai fuorusciti che erano assai forti in terra. Nel dì 9 diottobre[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital. Annales Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.]venne a morteGaleotto Roberto Malatestasignore di Rimini, principe riguardevole per la sua piissima vita. E perchè in questi tempi ci volea poco a conseguir dai popoli il titolo di beato, gli fu esso accordato dai Forlivesi. AlMalatestasignore di Pesaro tolta fu nel dì 18 d'agosto quella città dalle genti della Chiesa: laonde i Malatesti si ritirarono a Fossombrone. Quanto al regno di Napoli, l'avea fin qui dispoticamente governatoSer-Gianni Caracciologran senescalco, tenendo come schiava laregina Giovanna[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. Non contento di averne ricevuto in dono Capoa e molte altre terre, s'invogliò ancora del principato di Salerno; e perchè la regina non condiscese a concederglielo, siccome uomo superbo, usò parole disoneste contra di lei. Coloro che l'odiavano, ed erano la maggior parte dei nobili napoletani, e massimamenteOttino de' CaraccioliRossi e la duchessa di Sessa, si servirono di questa congiuntura per atterrarlo; e tanto menarono, che la regina s'indusse a rilasciar l'ordine di farlo prigione. Ciò bastò ai congiurati per andare una notte a svegliarlo, e a trucidarlo a colpi di stocco, con rappresentar poi alla regina, la quale sommamente se ne afflisse, ciò essere succeduto perch'egli s'era messo in difesa. Furono poscia imprigionati Troiano suo figliuolo, e molti altri Caraccioli suoi attinenti, e saccheggiate le lor case. La Vita di Ser-Gianni scritta da Tristano Caracciolo fu da me pubblicata nella mia RaccoltaRer. Ital.Allora l'ambiziosa duchessa di Sessa cominciò a padroneggiar nella corte, nè permise che più venisse a Napoli ilre Lodovicod'Angiò tuttavia dimorante in Calabria, ma in basso stato, con tutto che egli si figurasse venuto per lui il buon tempo, e si fosse messo in punto per trasferirsi a Napoli[Hist. Sicula, tom. 24 Rer. Ital.]. Era intanto approdatoa Messina nel dì 6 di giugno dell'anno presenteAlfonso red'Aragona con ventidue galee e con alcune navi grosse. Sul principio d'agosto, rinforzata che ebbe con altri legni e con gran concorso di Siciliani quella flotta, fece vela verso Malta, e andò poscia a piombare addosso all'isola delle Gerbe in Africa. Ossia ch'egli non trovasse i suoi conti coi Mori padroni dell'isola, oppure che all'avviso delle mutazioni accadute in Napoli si risvegliassero le speranze sue di riacquistar ivi il dominio perduto, e tanto più perchè segretamente era favorito dalla duchessa di Sessa: se ne tornò in Sicilia nel mese d'ottobre, e dispose i suoi affari per passare in regno di Napoli. Nel dì 20 di dicembre arrivò ad Ischia, e quivi si fermò, aspettando d'udire se alla prefata duchessa riusciva di farlo adottar di nuovo per figliuolo della regina. MaUrbano Cimino, che stava sempre all'orecchio d'essa regina, ed era tutto per Lodovico d'Angiò, ebbe maniera di sventar ogni mina della duchessa.