MCCCCXXXIX

MCCCCXXXIXAnno diCristomccccxxxix. Indiz.II.Eugenio IVpapa 9.Alberto IIre de' Romani 2.Era entrata la peste anche nella città di Ferrara. Tra per questo disordine e pericolo, e perchè ilpontefice Eugenionon si trovava assai quieto in quella città, da cheNiccolò Piccininoavea presa Bologna, Imola e Ravenna[Raynald., Annal. Eccles. Labbe, Concilior., tom. 12.], determinò egli coi Padri di trasferire il concilio generale a Firenze. A questo cangiamento si accomodarono ancora l'imperadore eil patriarca de' Greci. E però nel dì 16 di gennaio[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]il papa imbarcato in una peota, servito dalmarchese Niccolòdi Este, sen venne a Modena co' cardinali, e per le montagne fu condotto sicuro sino a Firenze da esso marchese; giacchè niun d'essi si attentava di passare per Bologna, e suo distretto, perchè occupato dal Piccinino. L'imperadorGiovanni Paleologoe il patriarca greco cogli altri vescovi orientali sul fine del medesimo mese s'inviarono anch'essi a quella volta, avendo loro conceduto il passo per la valle di Lamone il signor di Faenza. Fu dunque continuato in Firenze il suddetto concilio con gloria immortale di papa Eugenio IV, perciocchè ivi seguì la tanto sospirata unione delle Chiese latina e greca, benchè col tempo non meno pegli spaventosi progressi de' Maomettani, che per la perfidia de' Greci, poco frutto ne risultasse alla Chiesa di Dio. Questa santa opera, che dovea calmare gli spiriti sediziosi dei pochi vescovi tuttavia raunati in Basilea, servì forse a maggiormente inasprirgli. E però la sfrenata loro ambizione si lasciò trasportare nel dì 25 di giugno a formare il decreto della deposizione di Eugenio papa legittimo, con orrore di tutti i buoni, e disapprovazione della maggior parte del cristianesimo. Ma non tardò ad entrare nella stessa città di Basilea la peste[Æneas Sylvius, de Gest. Concil. Basil.], che fece gran paura a quei prelati, ed alcuni ancora ne portò al tribunale di Dio; tuttavia gli altri, benchè pochi, animati dalcardinale d'Arles, stettero saldi, e nel dì 5 di novembre giunsero ad eleggere un antipapa. Questi fuAmedeo ducadi Savoia, che vedemmo dianzi ritirato in sua vecchiaia a Ripaglia nella diocesi di Ginevra, per far ivi vita eremitica, benchè non lasciasse sotto quell'abito di far anche da duca. Sotta la sua lunga barba non di meno e sotto quel rozzo abito alloggiava tuttavia l'antica voglia di comandare; e però,presentatagli l'elezione, si contorse bensì, e versò anche delle lagrime, ma in fine l'accettò. Prese il nome diFelice V, senza molto ponderare l'empietà di quell'atto, che non era mai scusabile nè presso Dio, nè presso gli uomini, avendo egli rinnovato nella Chiesa di Dio lo scisma, tanto detestato dalle leggi divine ed umane, e riprovato allora insino dal duca di Milano, quantunque genero d'esso Amedeo. Dacchè papa Eugenio con tutte le sue diligenze non avea potuto impedire questo scisma, informato che fu dell'esecrabile attentato de' prelati di Basilea, fulminò, ma solamente nell'anno seguente, contra d'essi la scomunica, e dichiarò eretico e scismatico lo stesso Amedeo; e per fortificare il suo partito, nel dì 18 di dicembre dell'anno presente fece in Firenze una promozione di diecisette cardinali di tutte le nazioni cattoliche.Nel dì 27 d'ottobre di quest'anno[Duhravius, Nauclerus. Cuspinian., Æneas Sylv., et alii.]fu da immatura morte rapito, e non senza sospetto di veleno,Alberto II ducad'Austria, re de' Romani, d'Ungheria e di Boemia, e principe lodatissimo da tutti gli storici. Lasciò gravida laregina Isabellasua moglie, che poi diede alla luce Ladislao, riconosciuto per loro re dai popoli dell'Ungheria[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. Continuò in questo anno ancora nel regno di Napoli la guerra fra i due nemici reAlfonso d'AragonaeRenato d'Angiò. Mantenevasi tuttavia in Napoli Castello Nuovo con guarnigione dell'Aragonese. Fu esso assediato per terra e per mare dalle genti di Renato, e non ostante lo sforzo fatto da Alfonso per soccorrerlo di gente e di vettovaglia, con aver anche messo il campo intorno alla stessa città di Napoli, quel castello nel dì di san Bortolomeo d'agosto capitolò la resa, e fu consegnato agli ambasciatori del re di Francia, i quali poi, maltrattati dal re Alfonso, lo diedero al re Renato. Dopo questa perdita Alfonso,impadronitosi di Salerno, ne investìRaimondo Orsinocugino del principe di Taranto, e creollo anche duca d'Amalfi. Ridusse del pari alla sua divozioneAmerico Sanseverinoconte di Caiazza, e tutti gli altri baroni di quella casa. Sul fine di settembre essendosi mossoJacopo Caldoraduca di Bari colle sue genti dall'Abbruzzo per andarsi ad unire col re Renato, corse ad opporsegli il re Alfonso, e il tenne un pezzo a bada, finchè esso Jacopo nel dì 18 di novembre, sorpreso da mortale accidente, finì i suoi giorni con fama d'essere stato prode capitano, ma colla macchia di poca fede e di molta avarizia.Antonio Caldorasuo figliuolo prese allora il comando di quell'armata, e fu confermato duca di Bari, siccomeRaimondosuo fratello creato gran camerlengo. Erano i Caldoreschi la maggiore speranza di Renato. In questi tempi il re Alfonso, che era padrone di tutta la Terra di Lavoro, e continuamente angustiava Napoli, mise anche l'assedio al castello d'Aversa: il che cagionò di grandi affanni al re suo avversario.Maggiormente fece strepito in questo anno la guerra di Lombardia[Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.]. AveaNiccolò Piccinino, siccome già accennai, nell'ottobre dell'anno precedente bloccata e stretta con alcune bastie la città di Brescia, con isperanza di vincerla nel verno colla fame. Poco più di due mila difensori v'erano dentro, perchè gran gente a cagion della peste n'era uscita. Contuttociò que' cittadini fedelissimi alla repubblica veneta, che odiavano il governo del duca di Milano, fecero delle maraviglie in difesa della lor patria. Più e più assalti diede loro il Piccinino, facendo anche incessantemente giocar le artiglierie contro le loro mura; ma gl'intrepidi Bresciani sostenevano tutto, provvedevano a tutto, e fino i preti e i frati menarono allora le mani. Son diffusamente descritti questi fatti da Cristoforo da Soldo e dal Platina. Ora in tali angustie iVeneziani, che nell'anno precedente si erano mostrati quasi sprezzatori della lega co' Fiorentini, e dell'aiuto del conteFrancesco Sforza, mutarono ben massima e linguaggio[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 21.]. Inviati a Firenze i loro ambasciatori, in tempo cheCosimo de Medici, uomo saggio, era gonfaloniere, nel dì 18 di febbraio riconfermarono la lega, alla quale s'aggiunsero ancora papaEugenioe iGenovesi. A niun d'essi tornava il conto che prevalessero l'armi del Visconte, concordemente poi cominciarono a sollecitare il conte Francesco, acciocchè portasse soccorso in Lombardia agli affari sconcertati de' Veneziani. In questo mentre, raccomandandosi forte i Bresciani a Venezia per ottenere aiuto, perchè aveano tre nemici addosso, cioè l'armi del duca, la pestilenza e la fame; ebbe ordine ilGattamelatadi passar colle sue truppe pel Trentino, e per Lodrone ed Arco, a quella volta. Andò; ma nel dì 12 di gennaio ebbe uno svantaggioso incontro colle soldatesche del Piccinino, che teneano i passi, e gli convenne retrocedere. Inoltratosi all'incontro in quelle parti Taliano Furlano con altre milizie duchesche[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.], ebbe anch'egli nel dì 22 d'esso mese una rotta daTaddeo marchesed'Este e daParisio contedi Lodrone. Irritato da questo fatto il Piccinino, marciò in persona a Lodrone; e, dopo averlo preso, tornò sul lago di Garda per vegliare ad un'armata di circa ottanta legni fra grandi e piccioli, che la repubblica veneta fece con immense spese portare per terra sino a Torbola sul lago suddetto. Tuttavia, perchè era troppo nemico dell'ozio, nel mese di marzo si spinse sul Veronese, passò in faccia ai nemici l'Adige, assediò e prese Legnago, Lonigo ed altre terre. In una parola non passò il mese di maggio che quasi tutto il territorio di Verona e Vicenza, sì il piano che il monte, si sottomise all'armi di lui e del marchese di Mantova, di cui doveano essere Verona e Vicenza, qualora se nefossero impossessati. Ritirossi intanto ilGattamelatanel serraglio di Padova, premendogli di non avventurare ad una giornata la salute della repubblica. Intanto fu rallentato l'assedio di Brescia con somma consolazione di que' cittadini, che non ne poteano più. Questo inoltrarsi cotanto del Piccinino era per opporsi al conteFrancesco Sforza, il quale, per le tante ragioni, preghiere e promesse a lui recate dagli ambasciatori di Venezia e Firenze, s'era messo in viaggio in soccorso dei Veneziani, giacchè scorgeva non potersi far capitale delle speranze a lui date dal duca.Dopo aver preso Forlimpopoli, il conte Francesco sen venne pel Ferrarese con sette mila cavalli e quattro mila fanti ben in punto, e sul principio di luglio giunse sul Padovano[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.]. Unitosi poi coll'esercito del Gattamelata, in pochi giorni ebbe tutto il Vicentino in sua balia. Avea fatto in questo mentre il Piccinino a Soave e ad altri luoghi scavare di grandi fosse e tagliate; laonde fu forzato il conte a tenersi per la montagna, se volle andare innanzi, e gli convenne ancora urtar più d'una volta nei nemici. S'andò ritirando il Piccinino, e passò anche di qua dall'Adige: con che diede campo al conte di ricuperar tutto il di là. Pertanto si ridusse la guerra sul lago di Garda, dove a Torbola era la flotta veneta, contra la quale anche il duca di Milano si premunì con un'altra fabbricata a Desenzano. Trovavasi la veneta a Maderno sul lago conTaddeo marchesed'Este e con altri capitani, e parte delle soldatesche era in terra[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Arrivò loro addosso nel dì 26 di settembreNiccolò Piccininotanto coi legni milanesi fabbricati sullo stesso lago di Garda, quanto colle soldatesche per terra, avendo seco ilmarchese di MantovaeTaliano Furlano; e tutta quellaflotta pose in rotta colla presa de' legni, e con far prigione Taddeo marchese, i provveditori veneti ed altre persone da taglia. Inestimabile fu il danno che ne riportarono i Veneziani. Ma senza punto sgomentarsi s'accinse tosto la potenza veneta a formare una nuova flotta, non perdonando a spesa veruna. Respirava bensì Brescia, perchè ne era levato l'assedio; ma sprovveduta di vettovaglie, ne facea continue istanze alla repubblica veneta. Prese dunque ilconte Francescola risoluzione d'incamminarsi colà per le montagne e per la valle di Lodrone. Con disegno d'impedirgli il passo, si postarono il Piccinino e il marchese di Mantova al castello di Ten; ma eccoti nel dì 9 di novembre si veggono assaliti in quei passi stretti dal conte, e sono astretti alla fuga. Vi restarono prigionieriCarlofigliuolo del marchese di Mantova,Cesare da Martinengo, ed altri condottieri con cento uomini d'armi, e molti fanti e cernide. Ebbe fatica lo stesso Piccinino a salvarsi, e sulle spalle d'uomini si fece portare (fu detto in un sacco) a riva di Lago. Ma non mai comparve l'arditezza di esso Piccinino, come questa volta. Dopo la rotta suddetta non si sapea dove egli fosse. Da lì a pochi giorni giugne avviso al conte Francesco, come egli col marchese di Mantova avea data la scalata a Verona; ed, entratovi, se n'era quasi interamente impadronito, non restando più in mano de' Veneziani se non il Castel Vecchio e quello di San Felice, ed una delle porte. Parve cosa da non credere un sì inaspettato colpo. Era il conte all'assedio del soprannominato castello di Ten, e, ricevuta questa così stravagante nuova, non tardò nel dì 17 del predetto mese di novembre a mettersi frettolosamente colla sua armata in viaggio alla volta di Verona. Nella notte precedente al dì 20 essendo passato per le vie scabrose della montagna, entrò egli nel castello di San Felice, contra di cui già s'erano alzate le batterie, e che poco potea durare, perchè sprovveduto di gentee di viveri[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.]. Fatto dì, piombò il conte colle sue valorose squadre addosso agli assedianti, e, trovandoli in parte attenti a bottinare, gli sbaragliò. Tal fu la calca de' fuggitivi sul ponte dell'Adige, che questo si ruppe, laonde moltissimi si annegarono, e da due mila persone rimasero prigioniere. Con sì fatta velocità liberò il conte la città di Verona. Venne poscia il Piccinino sul Bresciano, dove diede gran sacco e danno, e maggiormente affamò quella città. Andò il conte Francesco all'assedio d'Arco, ma nol potè avere; e però, tornato sul Veronese, mise quivi a quartiere pel verno le sue affaticate schiere. Con tali prodezze terminò la campagna di quest'anno in Lombardia, avendo il conte Francesco lasciata a' Veneziani una perenne memoria del suo valore e della sua fedeltà. E di qui potè conoscereFilippo Maria ducadi Milano il bel frutto delle sregolate sue risoluzioni. S'egli avesse avuto dalla sua, e non già nemico, lo Sforza, correa manifesto pericolo la repubblica veneta di perdere tutta la terra ferma, giacchè al solo Sforza si potè attribuire l'averla conservata, e con tanto decoro. In quest'anno[S. Antonin., Par. III, tit. 22. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]ilpatriarca Vitellescocapitano del papa mise il campo a Foligno, ed entratovi per tradimento sul fine dell'anno, fece prigioneCorrado de' Trincisignore di quella città con due suoi figliuoli; e condottolo a Soriano, da quell'uomo crudele che era, gli fece mozzare il capo: con che la famiglia dei Trinci, che per più d'un secolo avea tenuta la signoria di Foligno, ne restò priva, e se n'andò dispersa. Nè si dee tacere che il duca di Milano, per tirare nel suo partitoGuidantonio de' Manfredisignore di Faenza[Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], gli donò, nell'aprile dell'anno presente, Imola, Bagnacavallo e la Massa de' Lombardi.

Era entrata la peste anche nella città di Ferrara. Tra per questo disordine e pericolo, e perchè ilpontefice Eugenionon si trovava assai quieto in quella città, da cheNiccolò Piccininoavea presa Bologna, Imola e Ravenna[Raynald., Annal. Eccles. Labbe, Concilior., tom. 12.], determinò egli coi Padri di trasferire il concilio generale a Firenze. A questo cangiamento si accomodarono ancora l'imperadore eil patriarca de' Greci. E però nel dì 16 di gennaio[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]il papa imbarcato in una peota, servito dalmarchese Niccolòdi Este, sen venne a Modena co' cardinali, e per le montagne fu condotto sicuro sino a Firenze da esso marchese; giacchè niun d'essi si attentava di passare per Bologna, e suo distretto, perchè occupato dal Piccinino. L'imperadorGiovanni Paleologoe il patriarca greco cogli altri vescovi orientali sul fine del medesimo mese s'inviarono anch'essi a quella volta, avendo loro conceduto il passo per la valle di Lamone il signor di Faenza. Fu dunque continuato in Firenze il suddetto concilio con gloria immortale di papa Eugenio IV, perciocchè ivi seguì la tanto sospirata unione delle Chiese latina e greca, benchè col tempo non meno pegli spaventosi progressi de' Maomettani, che per la perfidia de' Greci, poco frutto ne risultasse alla Chiesa di Dio. Questa santa opera, che dovea calmare gli spiriti sediziosi dei pochi vescovi tuttavia raunati in Basilea, servì forse a maggiormente inasprirgli. E però la sfrenata loro ambizione si lasciò trasportare nel dì 25 di giugno a formare il decreto della deposizione di Eugenio papa legittimo, con orrore di tutti i buoni, e disapprovazione della maggior parte del cristianesimo. Ma non tardò ad entrare nella stessa città di Basilea la peste[Æneas Sylvius, de Gest. Concil. Basil.], che fece gran paura a quei prelati, ed alcuni ancora ne portò al tribunale di Dio; tuttavia gli altri, benchè pochi, animati dalcardinale d'Arles, stettero saldi, e nel dì 5 di novembre giunsero ad eleggere un antipapa. Questi fuAmedeo ducadi Savoia, che vedemmo dianzi ritirato in sua vecchiaia a Ripaglia nella diocesi di Ginevra, per far ivi vita eremitica, benchè non lasciasse sotto quell'abito di far anche da duca. Sotta la sua lunga barba non di meno e sotto quel rozzo abito alloggiava tuttavia l'antica voglia di comandare; e però,presentatagli l'elezione, si contorse bensì, e versò anche delle lagrime, ma in fine l'accettò. Prese il nome diFelice V, senza molto ponderare l'empietà di quell'atto, che non era mai scusabile nè presso Dio, nè presso gli uomini, avendo egli rinnovato nella Chiesa di Dio lo scisma, tanto detestato dalle leggi divine ed umane, e riprovato allora insino dal duca di Milano, quantunque genero d'esso Amedeo. Dacchè papa Eugenio con tutte le sue diligenze non avea potuto impedire questo scisma, informato che fu dell'esecrabile attentato de' prelati di Basilea, fulminò, ma solamente nell'anno seguente, contra d'essi la scomunica, e dichiarò eretico e scismatico lo stesso Amedeo; e per fortificare il suo partito, nel dì 18 di dicembre dell'anno presente fece in Firenze una promozione di diecisette cardinali di tutte le nazioni cattoliche.

Nel dì 27 d'ottobre di quest'anno[Duhravius, Nauclerus. Cuspinian., Æneas Sylv., et alii.]fu da immatura morte rapito, e non senza sospetto di veleno,Alberto II ducad'Austria, re de' Romani, d'Ungheria e di Boemia, e principe lodatissimo da tutti gli storici. Lasciò gravida laregina Isabellasua moglie, che poi diede alla luce Ladislao, riconosciuto per loro re dai popoli dell'Ungheria[Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.]. Continuò in questo anno ancora nel regno di Napoli la guerra fra i due nemici reAlfonso d'AragonaeRenato d'Angiò. Mantenevasi tuttavia in Napoli Castello Nuovo con guarnigione dell'Aragonese. Fu esso assediato per terra e per mare dalle genti di Renato, e non ostante lo sforzo fatto da Alfonso per soccorrerlo di gente e di vettovaglia, con aver anche messo il campo intorno alla stessa città di Napoli, quel castello nel dì di san Bortolomeo d'agosto capitolò la resa, e fu consegnato agli ambasciatori del re di Francia, i quali poi, maltrattati dal re Alfonso, lo diedero al re Renato. Dopo questa perdita Alfonso,impadronitosi di Salerno, ne investìRaimondo Orsinocugino del principe di Taranto, e creollo anche duca d'Amalfi. Ridusse del pari alla sua divozioneAmerico Sanseverinoconte di Caiazza, e tutti gli altri baroni di quella casa. Sul fine di settembre essendosi mossoJacopo Caldoraduca di Bari colle sue genti dall'Abbruzzo per andarsi ad unire col re Renato, corse ad opporsegli il re Alfonso, e il tenne un pezzo a bada, finchè esso Jacopo nel dì 18 di novembre, sorpreso da mortale accidente, finì i suoi giorni con fama d'essere stato prode capitano, ma colla macchia di poca fede e di molta avarizia.Antonio Caldorasuo figliuolo prese allora il comando di quell'armata, e fu confermato duca di Bari, siccomeRaimondosuo fratello creato gran camerlengo. Erano i Caldoreschi la maggiore speranza di Renato. In questi tempi il re Alfonso, che era padrone di tutta la Terra di Lavoro, e continuamente angustiava Napoli, mise anche l'assedio al castello d'Aversa: il che cagionò di grandi affanni al re suo avversario.

Maggiormente fece strepito in questo anno la guerra di Lombardia[Cristoforo da Soldo, Istoria Bresciana, tom. 21 Rer. Ital.]. AveaNiccolò Piccinino, siccome già accennai, nell'ottobre dell'anno precedente bloccata e stretta con alcune bastie la città di Brescia, con isperanza di vincerla nel verno colla fame. Poco più di due mila difensori v'erano dentro, perchè gran gente a cagion della peste n'era uscita. Contuttociò que' cittadini fedelissimi alla repubblica veneta, che odiavano il governo del duca di Milano, fecero delle maraviglie in difesa della lor patria. Più e più assalti diede loro il Piccinino, facendo anche incessantemente giocar le artiglierie contro le loro mura; ma gl'intrepidi Bresciani sostenevano tutto, provvedevano a tutto, e fino i preti e i frati menarono allora le mani. Son diffusamente descritti questi fatti da Cristoforo da Soldo e dal Platina. Ora in tali angustie iVeneziani, che nell'anno precedente si erano mostrati quasi sprezzatori della lega co' Fiorentini, e dell'aiuto del conteFrancesco Sforza, mutarono ben massima e linguaggio[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 21.]. Inviati a Firenze i loro ambasciatori, in tempo cheCosimo de Medici, uomo saggio, era gonfaloniere, nel dì 18 di febbraio riconfermarono la lega, alla quale s'aggiunsero ancora papaEugenioe iGenovesi. A niun d'essi tornava il conto che prevalessero l'armi del Visconte, concordemente poi cominciarono a sollecitare il conte Francesco, acciocchè portasse soccorso in Lombardia agli affari sconcertati de' Veneziani. In questo mentre, raccomandandosi forte i Bresciani a Venezia per ottenere aiuto, perchè aveano tre nemici addosso, cioè l'armi del duca, la pestilenza e la fame; ebbe ordine ilGattamelatadi passar colle sue truppe pel Trentino, e per Lodrone ed Arco, a quella volta. Andò; ma nel dì 12 di gennaio ebbe uno svantaggioso incontro colle soldatesche del Piccinino, che teneano i passi, e gli convenne retrocedere. Inoltratosi all'incontro in quelle parti Taliano Furlano con altre milizie duchesche[Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.], ebbe anch'egli nel dì 22 d'esso mese una rotta daTaddeo marchesed'Este e daParisio contedi Lodrone. Irritato da questo fatto il Piccinino, marciò in persona a Lodrone; e, dopo averlo preso, tornò sul lago di Garda per vegliare ad un'armata di circa ottanta legni fra grandi e piccioli, che la repubblica veneta fece con immense spese portare per terra sino a Torbola sul lago suddetto. Tuttavia, perchè era troppo nemico dell'ozio, nel mese di marzo si spinse sul Veronese, passò in faccia ai nemici l'Adige, assediò e prese Legnago, Lonigo ed altre terre. In una parola non passò il mese di maggio che quasi tutto il territorio di Verona e Vicenza, sì il piano che il monte, si sottomise all'armi di lui e del marchese di Mantova, di cui doveano essere Verona e Vicenza, qualora se nefossero impossessati. Ritirossi intanto ilGattamelatanel serraglio di Padova, premendogli di non avventurare ad una giornata la salute della repubblica. Intanto fu rallentato l'assedio di Brescia con somma consolazione di que' cittadini, che non ne poteano più. Questo inoltrarsi cotanto del Piccinino era per opporsi al conteFrancesco Sforza, il quale, per le tante ragioni, preghiere e promesse a lui recate dagli ambasciatori di Venezia e Firenze, s'era messo in viaggio in soccorso dei Veneziani, giacchè scorgeva non potersi far capitale delle speranze a lui date dal duca.

Dopo aver preso Forlimpopoli, il conte Francesco sen venne pel Ferrarese con sette mila cavalli e quattro mila fanti ben in punto, e sul principio di luglio giunse sul Padovano[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.]. Unitosi poi coll'esercito del Gattamelata, in pochi giorni ebbe tutto il Vicentino in sua balia. Avea fatto in questo mentre il Piccinino a Soave e ad altri luoghi scavare di grandi fosse e tagliate; laonde fu forzato il conte a tenersi per la montagna, se volle andare innanzi, e gli convenne ancora urtar più d'una volta nei nemici. S'andò ritirando il Piccinino, e passò anche di qua dall'Adige: con che diede campo al conte di ricuperar tutto il di là. Pertanto si ridusse la guerra sul lago di Garda, dove a Torbola era la flotta veneta, contra la quale anche il duca di Milano si premunì con un'altra fabbricata a Desenzano. Trovavasi la veneta a Maderno sul lago conTaddeo marchesed'Este e con altri capitani, e parte delle soldatesche era in terra[Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital. Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.]. Arrivò loro addosso nel dì 26 di settembreNiccolò Piccininotanto coi legni milanesi fabbricati sullo stesso lago di Garda, quanto colle soldatesche per terra, avendo seco ilmarchese di MantovaeTaliano Furlano; e tutta quellaflotta pose in rotta colla presa de' legni, e con far prigione Taddeo marchese, i provveditori veneti ed altre persone da taglia. Inestimabile fu il danno che ne riportarono i Veneziani. Ma senza punto sgomentarsi s'accinse tosto la potenza veneta a formare una nuova flotta, non perdonando a spesa veruna. Respirava bensì Brescia, perchè ne era levato l'assedio; ma sprovveduta di vettovaglie, ne facea continue istanze alla repubblica veneta. Prese dunque ilconte Francescola risoluzione d'incamminarsi colà per le montagne e per la valle di Lodrone. Con disegno d'impedirgli il passo, si postarono il Piccinino e il marchese di Mantova al castello di Ten; ma eccoti nel dì 9 di novembre si veggono assaliti in quei passi stretti dal conte, e sono astretti alla fuga. Vi restarono prigionieriCarlofigliuolo del marchese di Mantova,Cesare da Martinengo, ed altri condottieri con cento uomini d'armi, e molti fanti e cernide. Ebbe fatica lo stesso Piccinino a salvarsi, e sulle spalle d'uomini si fece portare (fu detto in un sacco) a riva di Lago. Ma non mai comparve l'arditezza di esso Piccinino, come questa volta. Dopo la rotta suddetta non si sapea dove egli fosse. Da lì a pochi giorni giugne avviso al conte Francesco, come egli col marchese di Mantova avea data la scalata a Verona; ed, entratovi, se n'era quasi interamente impadronito, non restando più in mano de' Veneziani se non il Castel Vecchio e quello di San Felice, ed una delle porte. Parve cosa da non credere un sì inaspettato colpo. Era il conte all'assedio del soprannominato castello di Ten, e, ricevuta questa così stravagante nuova, non tardò nel dì 17 del predetto mese di novembre a mettersi frettolosamente colla sua armata in viaggio alla volta di Verona. Nella notte precedente al dì 20 essendo passato per le vie scabrose della montagna, entrò egli nel castello di San Felice, contra di cui già s'erano alzate le batterie, e che poco potea durare, perchè sprovveduto di gentee di viveri[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 5, tom. 21 Rer. Ital.]. Fatto dì, piombò il conte colle sue valorose squadre addosso agli assedianti, e, trovandoli in parte attenti a bottinare, gli sbaragliò. Tal fu la calca de' fuggitivi sul ponte dell'Adige, che questo si ruppe, laonde moltissimi si annegarono, e da due mila persone rimasero prigioniere. Con sì fatta velocità liberò il conte la città di Verona. Venne poscia il Piccinino sul Bresciano, dove diede gran sacco e danno, e maggiormente affamò quella città. Andò il conte Francesco all'assedio d'Arco, ma nol potè avere; e però, tornato sul Veronese, mise quivi a quartiere pel verno le sue affaticate schiere. Con tali prodezze terminò la campagna di quest'anno in Lombardia, avendo il conte Francesco lasciata a' Veneziani una perenne memoria del suo valore e della sua fedeltà. E di qui potè conoscereFilippo Maria ducadi Milano il bel frutto delle sregolate sue risoluzioni. S'egli avesse avuto dalla sua, e non già nemico, lo Sforza, correa manifesto pericolo la repubblica veneta di perdere tutta la terra ferma, giacchè al solo Sforza si potè attribuire l'averla conservata, e con tanto decoro. In quest'anno[S. Antonin., Par. III, tit. 22. Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]ilpatriarca Vitellescocapitano del papa mise il campo a Foligno, ed entratovi per tradimento sul fine dell'anno, fece prigioneCorrado de' Trincisignore di quella città con due suoi figliuoli; e condottolo a Soriano, da quell'uomo crudele che era, gli fece mozzare il capo: con che la famiglia dei Trinci, che per più d'un secolo avea tenuta la signoria di Foligno, ne restò priva, e se n'andò dispersa. Nè si dee tacere che il duca di Milano, per tirare nel suo partitoGuidantonio de' Manfredisignore di Faenza[Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], gli donò, nell'aprile dell'anno presente, Imola, Bagnacavallo e la Massa de' Lombardi.


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