MCCCCXXXV

MCCCCXXXVAnno diCristomccccxxxv. Indiz.XIII.Eugenio IVpapa 5.Sigismondoimperadore 3.Confermarono in quest'anno i Veneziani e Fiorentini la lega loro per dieci anni avvenire, per opporsi allora e dipoi agl'inquieti pensieri del duca di Milano[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Ma il manierosoNiccolò marchesed'Este e signor di Ferrara, eletto dalla provvidenza per dare ne' tempi addietro la pace all'Italia, questa volta ancora si sbracciò per ismorzar la nuova insorta guerra. Il credito della sua onoratezza in sì fatti maneggi animò il papa e tutte le altre potenze guerreggianti a compromettere in lui le lor differenze[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]: laonde nel dì 10 d'agosto furono segnati gli articoli della pace, vantaggiosi al papa, come si può vedere nella Storia del Biondo[Blondus, Dec. II, lib. 7.]; per li quali cessò la guerra di Romagna, Imola fu restituita al papa, e Bologna anch'essa si ridusse alla di lui ubbidienza. Tornò allora in essa cittàAntonio de' Bentivoglicapo di sua fazione con altri fuorusciti, e quantunque non ribello del papa, anzi in addietro sempre a lui aderente, pure nel dì 23 di dicembre, per ordine di Baldassare di Offida ministro pontificio essendo stato preso, gli fu iniquamente e senza misericordia tagliata la testa. Per questo fatto tirannico fu vicina a ribellarsi di nuovola città di Bologna. Gran festa nel gennaio del presente anno[Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]fu fatta in Ferrara per le nozze diLionello, figliuolo delmarchese Niccolòd'Este, conMargheritafigliuola diGian-Francesco da Gonzagamarchese di Mantova.Marsilio da Carrara, unico figliuolo legittimo diFrancesco IIgià signore di Padova[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], fin qui avea menata vita privata e quieta, guardandosi dall'insidie di chi potea desiderar la sua morte. L'andò a cercare egli stesso nel marzo di quest'anno coll'avere ordito in Padova un trattato con alcuni di que' cittadini, che gli doveano aprire una porta e far ribellare la città. Nell'andare colà, ossia che fosse tradito da un suo compadre, oppure che i villani del Vicentino il riconoscessero, fu preso, e pagò colla testa l'infelice esito de' suoi disegni: alla qual pena soggiacquero ancora non pochi de' congiurati padovani. Prima poi che seguisse la sopra mentovata pace[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.], il conteFrancesco Sforzagenerale della lega era venuto in Romagna colle sue genti con disegno di opporsi aNiccolò Piccininospedito colà dal duca di Milano. Per la di lui lontananza incoraggitoNiccolò Fortebraccionemico del papa, con una marcia sforzata arrivò addosso aLeone Sforza, lasciato dal conte Francesco suo fratello a Todi con mille cavalli e cinquecento fanti per guardia de' suoi Stati, e il fece prigione coi più del suo seguito. Dopo di che stese le conquiste e i saccheggi nel territorio di Camerino, minacciando anche il resto della Marca. Fu da ciò obbligato il conte Francesco a volare colà. SpeditoAlessandro Sforzasuo fratello conTaliano Furlanocontra d'esso Fortebraccio, che assediava allora Capo del Monte, su quel di Camerino attaccò la battaglia. Andò in rotta l'armata di Fortebraccio, ed egli stesso mortalmente ferito finì da lì a poco di vivere. Rallegrate le milizievincitrici del conte col ricchissimo bottino, furono appresso condotte ad Assisi, già occupato dal suddetto Fortebraccio. Si rendè al papa quella città, e Leone fratello del conte fu rimesso in libertà.Ma quello che più strepitoso riuscì nell'anno presente ci vien suggerito dalla Storia di Napoli[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Poco stette la regina di NapoliGiovanna II, inferma da qualche tempo, a tener dietro al defunto suo figliuolo adottivoLodovico d'Angiò. Mancò ella di vita nel febbraio, con lasciar eredeRenatoossiaRinieri d'Angiòfratello di Lodovico. Vi fu chi pretese ingiusto quel suo testamento. Dimorando allora in SiciliaAlfonso re d'Aragona, teneva sempre gli occhi aperti sopra i fatti del regno di Napoli, e già era nel suo partitoGian-Antonio degli Orsiniprincipe di Taranto col duca di Sessa e con altri baroni. Trovossi allora diviso il regno in varie fazioni.Papa Eugenio IV, pretendendolo devoluto alla santa Sede, non solamente spedì colà i monitorii, ma diede ordine aGiovanni Vitellescodi entrarvi coll'armi pontificie; nè gli mancava il suo partito. La città di Napoli con assai altre città e baroni teneva quello degli Angioini. E in terzo luogo, siccome ho detto, facendo il re Alfonso valere l'adozione già di lui fatta, benchè ritrattata dalla regina, ed assistito da molti di sua fazione, si mise in punto per ottener colla forza ciò che gli era contrastato dalle altre contrarie fazioni. Unita dunque una possente flotta, andò a sbarcare nel regno di Napoli, e a congiugnersi col duca di Sessa: nel qual tempoJacopo CaldoraeMichele Attendoloassediavano Capoa, occupata dalle genti del principe di Taranto. Gran peso avrebbe dato alle armi del re Alfonso l'acquisto di Gaeta città forte e mercantile: però la strinse d'assedio per mare e per terra, e cominciò a bersagliarla colle bombarde. Non sapendo i Gaetani, mal preparati alla difesa, a chi ricorrere, spedirono per aiuto a Genova. Nemici capitali dei Catalani erano dagran tempo i Genovesi; e questo motivo aggiunto alle esortazioni del duca di Milano loro signore, che si dichiarava malcontento del re Alfonso, bastò per muoverli[Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Dopo aver dunque spedite due galee in soccorso di quella città, fecero un armamento di tredici grosse navi sotto il comando diLuca Asereto, valente maestro di guerra nelle armate di mare, e quello inviarono nel dì 22 di luglio alla volta di Gaeta. Appena ebbe l'animoso re Alfonso inteso l'avvicinamento di questa flotta, che in persona salì sulla propria, e si dispose per incontrare i nemici. Era essa composta di quattordici grosse navi e di undici galee, sopra le quali lo stesso re con tutta la nobiltà sua e dei baroni regnicoli, e con circa undici mila combattenti andarono come ad un sicuro trionfo, stante la troppa loro superiorità di forze. Le grida e le ingiurie, colle quali assalirono l'armata genovese, diedero, nel dì cinque d'agosto verso l'Isola di Ponza il principio alla terribil battaglia che quasi dal nascere del sole durò sino al suo tramontare. In essa fecero di grandi prodezze le milizie del re Alfonso; ma non si può abbastanza descrivere la bravura de' Genovesi, a' quali venne fatto di pienamente sconfiggere la contraria armata[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital.], e di far prigione lo stesso reAlfonso, Giovanni re di NavarraedArrigo gran mastrodi San Jacopo suoi fratelli,Gian-Antonio Orsinoprincipe di Taranto,Jacopo Marzano ducadi Sessa,Angelo Gambatesa contedi Campobasso,Onorato Gaetano contedi Morcone, ed altri non pochi signori, de' quali tralascio il nome. Delle quattordici navi del re una sola si salvò, in cui era l'infantedon Pietrosuo fratello.Questa insigne vittoria di mare animòFrancesco SpinolaedOttolino Zoppo, che pel duca di Milano difendeano Gaeta, a tentare anch'essi la lor fortuna; ed usciticolle lor genti contra degli assedianti, vi diedero dentro, e li misero in rotta: con che restò interamente libera quella città. Ciò fatto, i vittoriosi Genovesi, bruciate le navi prese, e ritenuti i soli gran signori, fecero vela alla volta di Genova, senza volersi mettere ad altra impresa. Colà giunti, ed informatoFilippo Maria ducadi Milano di quel prospero avvenimento, volle che si conducessero a Milano tutti i prigioni. Ossia che i consigli delPiccininood altri motivi politici avessero forza nell'animo del duca; oppure che il re Alfonso, principe di mirabil senno ed eloquenza, sapesse ben valersi della sua lingua e delle sue proferte in tal congiuntura, certo è che il duca il trattò come amico, e magnificamente l'alloggiò; e, fatta lega con lui, da lì a poco tempo il rimise in libertà con tutti i suoi. Portata questa nuova a Genova, se ne alterò sì forte quel popolo tra per l'odio loro a' Catalani, e per vedere sì miseramente perduto il frutto della lor vittoria, giacchè senza alcun riscatto, senza alcun vantaggioso patto per loro fu rilasciato Alfonso con tanta baronia, che fin d'allora cominciò a macchinar la risoluzione di sottrarsi al dominio del duca, di cui peraltro erano malsoddisfatti, perchè loro non avea mantenuti i patti[Corio, Istoria di Milano.]. Pertanto, nel dì 12 di dicembre, prese le armi, e gridando:Viva la libertà, si sollevarono, ed ucciseroObizzinoossiaPacino da AlzateossiaAlciato, governator della città, e scossero affatto il giogo duchesco. Questo guadagno fece colla sua generosità il duca di Milano. Aveano intanto i Napoletani[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]spediti messi per chiamare a NapoliRenato d'Angiòconte di Provenza, a cui diedero il titolo di re. Ma accadde ch'egli era stato fatto prigione in una battaglia daFilippo ducadi Borgogna; nè potendo venire, spedì laregina Isabellasua moglie, erede del ducato di Lorena e principessa di gran saviezza, conLuigisuo secondogenito, chiamato principe di Piemonte. Venne essa; fu ricevutacon onore in Gaeta, e molto più in Napoli; ed avuta ubbidienza da molte altre città, spedìMicheletto Attendolocol figliuoloLuigiin Calabria, provincia che in breve fu ridotta alla divozione di lei. Madon Pietroinfante, avuto ordine dalre Alfonsosuo fratello, dopo la sua liberazione, di venirlo a prendere, passando con undici galee davanti a Gaeta nel dì di Natale, e saputo che per la peste vi era restata poca guarnigione, se ne impadronì; e fermatosi quivi, inviò i legni a levare il fratello. Nè si dee tacere[Petroni, Istoria, tom. 24 Rer. Ital.]che ilpatriarca Vitellesco, trovandosi nel dì 31 d'agosto a campo contra delprefettoa Vetralla, l'ebbe per tradimento in mano, e gli fece tosto mozzare il capo nella piazza di Soriano. Continuava intanto il concilio di Basilea, col consenso bensì del papa, ma non senza quotidiani disgusti del medesimo pontefice, che specialmente s'ebbe a male nell'anno presente che que' Padri avessero abolite le annate de' benefizii, pretendendo essi che puzzassero di simonia, e data con ciò una fiera stoccata all'erario pontificio, il popolo di Fabriano si sollevò in questo anno[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.]contro aTommaso Chiavellitiranno della lor città, e dopo fatto un orrido macello di lui e di tutta la sua famiglia, si diedero al conteFrancesco Sforza, che vi mise presidio.

Confermarono in quest'anno i Veneziani e Fiorentini la lega loro per dieci anni avvenire, per opporsi allora e dipoi agl'inquieti pensieri del duca di Milano[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Ma il manierosoNiccolò marchesed'Este e signor di Ferrara, eletto dalla provvidenza per dare ne' tempi addietro la pace all'Italia, questa volta ancora si sbracciò per ismorzar la nuova insorta guerra. Il credito della sua onoratezza in sì fatti maneggi animò il papa e tutte le altre potenze guerreggianti a compromettere in lui le lor differenze[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.]: laonde nel dì 10 d'agosto furono segnati gli articoli della pace, vantaggiosi al papa, come si può vedere nella Storia del Biondo[Blondus, Dec. II, lib. 7.]; per li quali cessò la guerra di Romagna, Imola fu restituita al papa, e Bologna anch'essa si ridusse alla di lui ubbidienza. Tornò allora in essa cittàAntonio de' Bentivoglicapo di sua fazione con altri fuorusciti, e quantunque non ribello del papa, anzi in addietro sempre a lui aderente, pure nel dì 23 di dicembre, per ordine di Baldassare di Offida ministro pontificio essendo stato preso, gli fu iniquamente e senza misericordia tagliata la testa. Per questo fatto tirannico fu vicina a ribellarsi di nuovola città di Bologna. Gran festa nel gennaio del presente anno[Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]fu fatta in Ferrara per le nozze diLionello, figliuolo delmarchese Niccolòd'Este, conMargheritafigliuola diGian-Francesco da Gonzagamarchese di Mantova.Marsilio da Carrara, unico figliuolo legittimo diFrancesco IIgià signore di Padova[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.], fin qui avea menata vita privata e quieta, guardandosi dall'insidie di chi potea desiderar la sua morte. L'andò a cercare egli stesso nel marzo di quest'anno coll'avere ordito in Padova un trattato con alcuni di que' cittadini, che gli doveano aprire una porta e far ribellare la città. Nell'andare colà, ossia che fosse tradito da un suo compadre, oppure che i villani del Vicentino il riconoscessero, fu preso, e pagò colla testa l'infelice esito de' suoi disegni: alla qual pena soggiacquero ancora non pochi de' congiurati padovani. Prima poi che seguisse la sopra mentovata pace[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.], il conteFrancesco Sforzagenerale della lega era venuto in Romagna colle sue genti con disegno di opporsi aNiccolò Piccininospedito colà dal duca di Milano. Per la di lui lontananza incoraggitoNiccolò Fortebraccionemico del papa, con una marcia sforzata arrivò addosso aLeone Sforza, lasciato dal conte Francesco suo fratello a Todi con mille cavalli e cinquecento fanti per guardia de' suoi Stati, e il fece prigione coi più del suo seguito. Dopo di che stese le conquiste e i saccheggi nel territorio di Camerino, minacciando anche il resto della Marca. Fu da ciò obbligato il conte Francesco a volare colà. SpeditoAlessandro Sforzasuo fratello conTaliano Furlanocontra d'esso Fortebraccio, che assediava allora Capo del Monte, su quel di Camerino attaccò la battaglia. Andò in rotta l'armata di Fortebraccio, ed egli stesso mortalmente ferito finì da lì a poco di vivere. Rallegrate le milizievincitrici del conte col ricchissimo bottino, furono appresso condotte ad Assisi, già occupato dal suddetto Fortebraccio. Si rendè al papa quella città, e Leone fratello del conte fu rimesso in libertà.

Ma quello che più strepitoso riuscì nell'anno presente ci vien suggerito dalla Storia di Napoli[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Poco stette la regina di NapoliGiovanna II, inferma da qualche tempo, a tener dietro al defunto suo figliuolo adottivoLodovico d'Angiò. Mancò ella di vita nel febbraio, con lasciar eredeRenatoossiaRinieri d'Angiòfratello di Lodovico. Vi fu chi pretese ingiusto quel suo testamento. Dimorando allora in SiciliaAlfonso re d'Aragona, teneva sempre gli occhi aperti sopra i fatti del regno di Napoli, e già era nel suo partitoGian-Antonio degli Orsiniprincipe di Taranto col duca di Sessa e con altri baroni. Trovossi allora diviso il regno in varie fazioni.Papa Eugenio IV, pretendendolo devoluto alla santa Sede, non solamente spedì colà i monitorii, ma diede ordine aGiovanni Vitellescodi entrarvi coll'armi pontificie; nè gli mancava il suo partito. La città di Napoli con assai altre città e baroni teneva quello degli Angioini. E in terzo luogo, siccome ho detto, facendo il re Alfonso valere l'adozione già di lui fatta, benchè ritrattata dalla regina, ed assistito da molti di sua fazione, si mise in punto per ottener colla forza ciò che gli era contrastato dalle altre contrarie fazioni. Unita dunque una possente flotta, andò a sbarcare nel regno di Napoli, e a congiugnersi col duca di Sessa: nel qual tempoJacopo CaldoraeMichele Attendoloassediavano Capoa, occupata dalle genti del principe di Taranto. Gran peso avrebbe dato alle armi del re Alfonso l'acquisto di Gaeta città forte e mercantile: però la strinse d'assedio per mare e per terra, e cominciò a bersagliarla colle bombarde. Non sapendo i Gaetani, mal preparati alla difesa, a chi ricorrere, spedirono per aiuto a Genova. Nemici capitali dei Catalani erano dagran tempo i Genovesi; e questo motivo aggiunto alle esortazioni del duca di Milano loro signore, che si dichiarava malcontento del re Alfonso, bastò per muoverli[Johannes Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Dopo aver dunque spedite due galee in soccorso di quella città, fecero un armamento di tredici grosse navi sotto il comando diLuca Asereto, valente maestro di guerra nelle armate di mare, e quello inviarono nel dì 22 di luglio alla volta di Gaeta. Appena ebbe l'animoso re Alfonso inteso l'avvicinamento di questa flotta, che in persona salì sulla propria, e si dispose per incontrare i nemici. Era essa composta di quattordici grosse navi e di undici galee, sopra le quali lo stesso re con tutta la nobiltà sua e dei baroni regnicoli, e con circa undici mila combattenti andarono come ad un sicuro trionfo, stante la troppa loro superiorità di forze. Le grida e le ingiurie, colle quali assalirono l'armata genovese, diedero, nel dì cinque d'agosto verso l'Isola di Ponza il principio alla terribil battaglia che quasi dal nascere del sole durò sino al suo tramontare. In essa fecero di grandi prodezze le milizie del re Alfonso; ma non si può abbastanza descrivere la bravura de' Genovesi, a' quali venne fatto di pienamente sconfiggere la contraria armata[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital. Petroni, Istor., tom. 24 Rer. Ital.], e di far prigione lo stesso reAlfonso, Giovanni re di NavarraedArrigo gran mastrodi San Jacopo suoi fratelli,Gian-Antonio Orsinoprincipe di Taranto,Jacopo Marzano ducadi Sessa,Angelo Gambatesa contedi Campobasso,Onorato Gaetano contedi Morcone, ed altri non pochi signori, de' quali tralascio il nome. Delle quattordici navi del re una sola si salvò, in cui era l'infantedon Pietrosuo fratello.

Questa insigne vittoria di mare animòFrancesco SpinolaedOttolino Zoppo, che pel duca di Milano difendeano Gaeta, a tentare anch'essi la lor fortuna; ed usciticolle lor genti contra degli assedianti, vi diedero dentro, e li misero in rotta: con che restò interamente libera quella città. Ciò fatto, i vittoriosi Genovesi, bruciate le navi prese, e ritenuti i soli gran signori, fecero vela alla volta di Genova, senza volersi mettere ad altra impresa. Colà giunti, ed informatoFilippo Maria ducadi Milano di quel prospero avvenimento, volle che si conducessero a Milano tutti i prigioni. Ossia che i consigli delPiccininood altri motivi politici avessero forza nell'animo del duca; oppure che il re Alfonso, principe di mirabil senno ed eloquenza, sapesse ben valersi della sua lingua e delle sue proferte in tal congiuntura, certo è che il duca il trattò come amico, e magnificamente l'alloggiò; e, fatta lega con lui, da lì a poco tempo il rimise in libertà con tutti i suoi. Portata questa nuova a Genova, se ne alterò sì forte quel popolo tra per l'odio loro a' Catalani, e per vedere sì miseramente perduto il frutto della lor vittoria, giacchè senza alcun riscatto, senza alcun vantaggioso patto per loro fu rilasciato Alfonso con tanta baronia, che fin d'allora cominciò a macchinar la risoluzione di sottrarsi al dominio del duca, di cui peraltro erano malsoddisfatti, perchè loro non avea mantenuti i patti[Corio, Istoria di Milano.]. Pertanto, nel dì 12 di dicembre, prese le armi, e gridando:Viva la libertà, si sollevarono, ed ucciseroObizzinoossiaPacino da AlzateossiaAlciato, governator della città, e scossero affatto il giogo duchesco. Questo guadagno fece colla sua generosità il duca di Milano. Aveano intanto i Napoletani[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]spediti messi per chiamare a NapoliRenato d'Angiòconte di Provenza, a cui diedero il titolo di re. Ma accadde ch'egli era stato fatto prigione in una battaglia daFilippo ducadi Borgogna; nè potendo venire, spedì laregina Isabellasua moglie, erede del ducato di Lorena e principessa di gran saviezza, conLuigisuo secondogenito, chiamato principe di Piemonte. Venne essa; fu ricevutacon onore in Gaeta, e molto più in Napoli; ed avuta ubbidienza da molte altre città, spedìMicheletto Attendolocol figliuoloLuigiin Calabria, provincia che in breve fu ridotta alla divozione di lei. Madon Pietroinfante, avuto ordine dalre Alfonsosuo fratello, dopo la sua liberazione, di venirlo a prendere, passando con undici galee davanti a Gaeta nel dì di Natale, e saputo che per la peste vi era restata poca guarnigione, se ne impadronì; e fermatosi quivi, inviò i legni a levare il fratello. Nè si dee tacere[Petroni, Istoria, tom. 24 Rer. Ital.]che ilpatriarca Vitellesco, trovandosi nel dì 31 d'agosto a campo contra delprefettoa Vetralla, l'ebbe per tradimento in mano, e gli fece tosto mozzare il capo nella piazza di Soriano. Continuava intanto il concilio di Basilea, col consenso bensì del papa, ma non senza quotidiani disgusti del medesimo pontefice, che specialmente s'ebbe a male nell'anno presente che que' Padri avessero abolite le annate de' benefizii, pretendendo essi che puzzassero di simonia, e data con ciò una fiera stoccata all'erario pontificio, il popolo di Fabriano si sollevò in questo anno[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 3, tom. 21 Rer. Ital.]contro aTommaso Chiavellitiranno della lor città, e dopo fatto un orrido macello di lui e di tutta la sua famiglia, si diedero al conteFrancesco Sforza, che vi mise presidio.


Back to IndexNext