MCCCCXXXVIIAnno diCristomccccxxxvii. Indiz.XV.Eugenio IVpapa 7.Sigismondoimperadore 5.S'andarono sempre più imbrogliando gli affari del papa col concilio di Basilea. Pretendeano que' Padri non solamentedi riformar la Chiesa, che ne abbisognava allora non poco, e i papi medesimi, ma voleano in tutto e per tutto farla da papi, anzi da più dei papi: cosa che Eugenio non volea sofferire. Andò sì innanzi il riscaldamento degli animi, che il concilio giunse a citare il papa a rispondere a varie accuse proposte contra di lui per cagion delle riserve dei benefizii, delle annate, del non ammettere le elezioni, di praticare apertamente, come essi diceano, la simonia, e sopra altri punti[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Dal che irritato Eugenio pubblicò una bolla, con cui dichiarò sciolto il concilio in Basilea, e determinò Ferrara pel luogo, dove si avea da tenere da lì innanzi il concilio, al quale ancora invitò i Greci. Intanto ilpatriarca Vitellesco, che nel precedente anno avea tolto Palestrina aLorenzo Colonna, nel dì 20 di marzo mandò colà guastatori che interamente la diroccarono e spianarono, sicchè rimase affatto disabitata e un mucchio di pietre. E di questo ancora, perchè creduto ordinato dal papa, fu fatto a lui un reato dai Padri del suddetto concilio. Tenea mano a questa discordiaAlfonso re d'Aragona. Non avendopapa Eugeniovoluto accordargli l'investitura del regno di Napoli, richiesta da lui parte colle preghiere e parte colle minaccie, siccome quegli che già favoriva il partito delre Renatod'Angiò: Alfonso si voltò apertamente contra d'esso Eugenio, e fece di grandi offerte al concilio per torre Roma al pontefice. Parea intanto che prosperassero gli affari d'esso Alfonso nel regno di Napoli[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], perchè i conti di Nola e di Caserta seguirono le di lui bandiere. Il perchè laregina Isabella, conosciuta vana per allora la speranza di veder liberato ilre Renatosuo marito dalla prigionia, ricorse per aiuto al papa; e questi ordinò al patriarca di passar colà con tutte le sue forze. Nel mese d'agosto entrò egli nel regno, e, dopo avere preso Capperano, s'impadronì di Venafro, diSanto Angelo, Rupecanina e Piedimonte, e poscia se ne andò a Napoli a visitar la regina, da cui ricevette grande onore e danaro per pagar le truppe. Partitosi di colà senza perdere tempo, ridusse all'ubbidienza della regina il conte di Caserta, e poi prese Montesarchio. Alle istanze del re Alfonso si mosse in questi tempiGian Antonio Orsinoprincipe di Taranto con un corpo di truppe, e il concerto era di prendere in mezzo il patriarca; ma questi, più astuto di loro, andò a trovare il principe a Monte Fuscolo, gli diede una rotta, e il fece prigione con assai altri baroni. L'onore e le carezze usate dal papa all'Orsino prestarono motivo a molti di credere che prima d'allora fossero d'accordo insieme[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Si staccò il principe infatti dal re Alfonso, e si unì col patriarca, il quale in premio della sua bravura meritò in quest'anno la porpora cardinalizia da papa Eugenio. Ma non andò molto, che nacquero disgusti fra esso patriarca e la regina; nè fra il principe di Taranto eJacopo Caldorasi rimise buona amicizia, di maniera che niun d'essi si fidava dell'altro; e fu anzi creduto che il patriarca e il Caldora apertamente fossero divenuti nemici. Ma avendo il re Alfonso assediata e quasi ridotta all'agonia la città d'Aversa, la regina scrisse lettere calde al patriarca e al Caldora, acciocchè la soccorressero. Allora fu che questi due personaggi comparvero anima e corpo insieme, e tutti e due nella vigilia di Natale mossero le lor armi alla volta d'Aversa. Tuttochè il re Alfonso da più di uno fosse avvertito che frettolosamente costoro marciavano contra di lui, nol sapea credere; e tanto indugiò, che quasi il sorpresero a tavola. Ebbe tempo da fuggire a Capua; ma andò in rotta tutta la sua gente; molti ne furono presi, ed interamente il bagaglio restò preda dei ben venuti e degli Aversani. Contuttociò essendo divampata la nemicizia fra il principe di Taranto e il Caldora, e non potendo il patriarca ricevererinforzo nè dall'uno nè dall'altro, fu ridotto a mal partito, in guisa che, presa una picciola barca, in quella s'imbarcò e passò a Venezia, e di là poi a Ferrara, dove vedremo che si trasferì anche papa Eugenio. Quasi tutta la sua gente abbandonata prese soldo nell'armata di Jacopo Caldora, grande imbroglione, e di fede sempre incerta in quello sconvolgimento del regno.Nel verno dell'anno presente[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 21.]Niccolò Piccininos'era impadronito di Sarzana e d'altre terre della Lunigiana; ma uscito in campagna nell'aprile il conteFrancesco Sforzagenerale de' Fiorentini con cinque mila cavalli e tre mila fanti, poco stette a ricuperar que' luoghi. Mossero in quest'anno anche i Veneziani guerra al duca di Milano, e cominciarono a far delle istanze ai Fiorentini per avere al comando della loro armata il suddetto conte Francesco, giacchèGian-Francesco(e non giàLodovico, come vuole il Sanuto) marchese di Mantova lor generale, sdegnato perchè s'avvide d'essere in sospetto la sua fedeltà presso quel senato, proponeva di rinunziare il bastone. Ma anche ai Fiorentini premeva di ritenere in Toscana questo gran capitano per la voglia e speranza che nudrivano dell'acquisto di Lucca, città come abbandonata, per essere stato richiamato dal duca in Lombardia il Piccinino[Poggius, Histor., lib. 7, tom. 20 Rer. Ital.]. Cominciò per questo ad alterarsi la buona armonia fra essi Veneziani e Fiorentini. Presa non di meno che ebbe il conte Francesco la maggior parte delle castella del Lucchese[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.], e piantate alcune bastie intorno a Lucca, sen venne di qua dall'Apennino sul Reggiano colle sue truppe per accudire al servigio de' Veneziani; ma perchè essi nol poterono smuovere dal suo proponimento di non voler passare oltre Po, così portando i capitoli della sua condotta, disgustato di loro,perchè nol voleano pagare, se ne tornò in Toscana, dove passò il rimanente dell'anno. Poca felicità ebbero in quest'anno l'armi venete contra del duca di Milano.Niccolò Piccininoli travagliò assaissimo sul Bergamasco, dove prese alcune castella. E nel dì 20 di marzo diede una fiera spelazzata all'esercito loro presso il fiume Adda, dove, secondo gli Annali di Forlì[Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], circa tre mila soldati veneziani restarono o annegati o presi. Similmente nel dì 20 di settembre[Sanuto, Istor. Ven., tom. eod. Cron. di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]riuscì ad esso Piccinino di sconfiggere la loro armata con prendere molti uomini di taglia, e buona parte del bagaglio e delle artiglierie. Questi furono i motivi per li quali il senato veneto mise in dubbio la fede del marchese di Mantova. Ma non fu per ora accettata la rinunzia del marchese di Mantova; e perch'egli se ne andò a casa, fu eletto da' Veneziani per vicegenerale ilGattamelata. Mancò di vita nel dì 8 di dicembre dell'anno presente[Bonincontrus, Annal., tom. eod.]Sigismondo imperadore, lasciando dopo di sè una gloriosa memoria d'essere stato principe piissimo, prudentissimo, e di liberalità che s'accostava all'eccesso, massimamente verso de' poveri. Fu non di meno notata da Enea Silvio[Æneas Sylvius, Histor. Bohem. Krantzius, Thrithem., et alii.]la di lui incontinenza; del qual vizio macchiò sopra modo la propria fama ancheBarbaraAugusta di lui moglie. Lasciò erede de' suoi regni di Boemia ed UngheriaAlberto ducad'Austria genero suo. Se crediamo al Rinaldi[Raynaldus, Annal. Eccles.], ribellatosi in quest'anno apapa Eugenio Pirro abbatecasinense, castellano della fortezza di Spoleti, fu quivi assediato dagli Spoletini. In aiuto di lui chiamato nel mese di maggioFrancescofigliuolo diNiccolò Piccinino, costui, a tradimento entrato nella città, la mise a sacco, collamorte ancora di molti di que' cittadini. Ma il Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.]riferisce questo fatto all'anno seguente, e con più ragione.
S'andarono sempre più imbrogliando gli affari del papa col concilio di Basilea. Pretendeano que' Padri non solamentedi riformar la Chiesa, che ne abbisognava allora non poco, e i papi medesimi, ma voleano in tutto e per tutto farla da papi, anzi da più dei papi: cosa che Eugenio non volea sofferire. Andò sì innanzi il riscaldamento degli animi, che il concilio giunse a citare il papa a rispondere a varie accuse proposte contra di lui per cagion delle riserve dei benefizii, delle annate, del non ammettere le elezioni, di praticare apertamente, come essi diceano, la simonia, e sopra altri punti[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Dal che irritato Eugenio pubblicò una bolla, con cui dichiarò sciolto il concilio in Basilea, e determinò Ferrara pel luogo, dove si avea da tenere da lì innanzi il concilio, al quale ancora invitò i Greci. Intanto ilpatriarca Vitellesco, che nel precedente anno avea tolto Palestrina aLorenzo Colonna, nel dì 20 di marzo mandò colà guastatori che interamente la diroccarono e spianarono, sicchè rimase affatto disabitata e un mucchio di pietre. E di questo ancora, perchè creduto ordinato dal papa, fu fatto a lui un reato dai Padri del suddetto concilio. Tenea mano a questa discordiaAlfonso re d'Aragona. Non avendopapa Eugeniovoluto accordargli l'investitura del regno di Napoli, richiesta da lui parte colle preghiere e parte colle minaccie, siccome quegli che già favoriva il partito delre Renatod'Angiò: Alfonso si voltò apertamente contra d'esso Eugenio, e fece di grandi offerte al concilio per torre Roma al pontefice. Parea intanto che prosperassero gli affari d'esso Alfonso nel regno di Napoli[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.], perchè i conti di Nola e di Caserta seguirono le di lui bandiere. Il perchè laregina Isabella, conosciuta vana per allora la speranza di veder liberato ilre Renatosuo marito dalla prigionia, ricorse per aiuto al papa; e questi ordinò al patriarca di passar colà con tutte le sue forze. Nel mese d'agosto entrò egli nel regno, e, dopo avere preso Capperano, s'impadronì di Venafro, diSanto Angelo, Rupecanina e Piedimonte, e poscia se ne andò a Napoli a visitar la regina, da cui ricevette grande onore e danaro per pagar le truppe. Partitosi di colà senza perdere tempo, ridusse all'ubbidienza della regina il conte di Caserta, e poi prese Montesarchio. Alle istanze del re Alfonso si mosse in questi tempiGian Antonio Orsinoprincipe di Taranto con un corpo di truppe, e il concerto era di prendere in mezzo il patriarca; ma questi, più astuto di loro, andò a trovare il principe a Monte Fuscolo, gli diede una rotta, e il fece prigione con assai altri baroni. L'onore e le carezze usate dal papa all'Orsino prestarono motivo a molti di credere che prima d'allora fossero d'accordo insieme[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.]. Si staccò il principe infatti dal re Alfonso, e si unì col patriarca, il quale in premio della sua bravura meritò in quest'anno la porpora cardinalizia da papa Eugenio. Ma non andò molto, che nacquero disgusti fra esso patriarca e la regina; nè fra il principe di Taranto eJacopo Caldorasi rimise buona amicizia, di maniera che niun d'essi si fidava dell'altro; e fu anzi creduto che il patriarca e il Caldora apertamente fossero divenuti nemici. Ma avendo il re Alfonso assediata e quasi ridotta all'agonia la città d'Aversa, la regina scrisse lettere calde al patriarca e al Caldora, acciocchè la soccorressero. Allora fu che questi due personaggi comparvero anima e corpo insieme, e tutti e due nella vigilia di Natale mossero le lor armi alla volta d'Aversa. Tuttochè il re Alfonso da più di uno fosse avvertito che frettolosamente costoro marciavano contra di lui, nol sapea credere; e tanto indugiò, che quasi il sorpresero a tavola. Ebbe tempo da fuggire a Capua; ma andò in rotta tutta la sua gente; molti ne furono presi, ed interamente il bagaglio restò preda dei ben venuti e degli Aversani. Contuttociò essendo divampata la nemicizia fra il principe di Taranto e il Caldora, e non potendo il patriarca ricevererinforzo nè dall'uno nè dall'altro, fu ridotto a mal partito, in guisa che, presa una picciola barca, in quella s'imbarcò e passò a Venezia, e di là poi a Ferrara, dove vedremo che si trasferì anche papa Eugenio. Quasi tutta la sua gente abbandonata prese soldo nell'armata di Jacopo Caldora, grande imbroglione, e di fede sempre incerta in quello sconvolgimento del regno.
Nel verno dell'anno presente[Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 21.]Niccolò Piccininos'era impadronito di Sarzana e d'altre terre della Lunigiana; ma uscito in campagna nell'aprile il conteFrancesco Sforzagenerale de' Fiorentini con cinque mila cavalli e tre mila fanti, poco stette a ricuperar que' luoghi. Mossero in quest'anno anche i Veneziani guerra al duca di Milano, e cominciarono a far delle istanze ai Fiorentini per avere al comando della loro armata il suddetto conte Francesco, giacchèGian-Francesco(e non giàLodovico, come vuole il Sanuto) marchese di Mantova lor generale, sdegnato perchè s'avvide d'essere in sospetto la sua fedeltà presso quel senato, proponeva di rinunziare il bastone. Ma anche ai Fiorentini premeva di ritenere in Toscana questo gran capitano per la voglia e speranza che nudrivano dell'acquisto di Lucca, città come abbandonata, per essere stato richiamato dal duca in Lombardia il Piccinino[Poggius, Histor., lib. 7, tom. 20 Rer. Ital.]. Cominciò per questo ad alterarsi la buona armonia fra essi Veneziani e Fiorentini. Presa non di meno che ebbe il conte Francesco la maggior parte delle castella del Lucchese[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.], e piantate alcune bastie intorno a Lucca, sen venne di qua dall'Apennino sul Reggiano colle sue truppe per accudire al servigio de' Veneziani; ma perchè essi nol poterono smuovere dal suo proponimento di non voler passare oltre Po, così portando i capitoli della sua condotta, disgustato di loro,perchè nol voleano pagare, se ne tornò in Toscana, dove passò il rimanente dell'anno. Poca felicità ebbero in quest'anno l'armi venete contra del duca di Milano.Niccolò Piccininoli travagliò assaissimo sul Bergamasco, dove prese alcune castella. E nel dì 20 di marzo diede una fiera spelazzata all'esercito loro presso il fiume Adda, dove, secondo gli Annali di Forlì[Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], circa tre mila soldati veneziani restarono o annegati o presi. Similmente nel dì 20 di settembre[Sanuto, Istor. Ven., tom. eod. Cron. di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]riuscì ad esso Piccinino di sconfiggere la loro armata con prendere molti uomini di taglia, e buona parte del bagaglio e delle artiglierie. Questi furono i motivi per li quali il senato veneto mise in dubbio la fede del marchese di Mantova. Ma non fu per ora accettata la rinunzia del marchese di Mantova; e perch'egli se ne andò a casa, fu eletto da' Veneziani per vicegenerale ilGattamelata. Mancò di vita nel dì 8 di dicembre dell'anno presente[Bonincontrus, Annal., tom. eod.]Sigismondo imperadore, lasciando dopo di sè una gloriosa memoria d'essere stato principe piissimo, prudentissimo, e di liberalità che s'accostava all'eccesso, massimamente verso de' poveri. Fu non di meno notata da Enea Silvio[Æneas Sylvius, Histor. Bohem. Krantzius, Thrithem., et alii.]la di lui incontinenza; del qual vizio macchiò sopra modo la propria fama ancheBarbaraAugusta di lui moglie. Lasciò erede de' suoi regni di Boemia ed UngheriaAlberto ducad'Austria genero suo. Se crediamo al Rinaldi[Raynaldus, Annal. Eccles.], ribellatosi in quest'anno apapa Eugenio Pirro abbatecasinense, castellano della fortezza di Spoleti, fu quivi assediato dagli Spoletini. In aiuto di lui chiamato nel mese di maggioFrancescofigliuolo diNiccolò Piccinino, costui, a tradimento entrato nella città, la mise a sacco, collamorte ancora di molti di que' cittadini. Ma il Simonetta[Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, tom. 21 Rer. Ital.]riferisce questo fatto all'anno seguente, e con più ragione.