MCCCIIAnno diCristomcccii. IndizioneXV.Bonifazio VIIIpapa 9.AlbertoAustriaco re de' Romani 5.L'anno fu questo in cuipapa BonifazioeCarlo II redi Napoli si credettero di dar l'ultimo crollo alla Sicilia, sì per la potentissima flotta preparata contro quell'isola, come ancora perchè dovea avere il comando di sì bell'armataCarlo di Valois, principe già rinomato pel suo valore e per le vittorie di Fiandra. A questo effetto nel mese d'aprile esso Carlo, partitosi da Firenze, accompagnato da mille maledizioni, passò alla corte di Roma, e di là a Napoli, dove trovò preparato quell'armamento, ascendente, secondo il Villani[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 49.], a più di cento tra galee, uscieri e legni grossi, senza contare i sottili[Nicol. Special., lib. 6, cap. 7, tom. 10 Rer. Ital.]. Imbarcatosi conRoberto ducadi Calabria e Raimondo Berengario di lui fratello, andò a sbarcare in Sicilia, dove ebbe tosto a tradimento Termoli e pochi altri luoghi da nulla. Mise poi l'assedio alla terra di Sacca; e intantodon Federigo, non avendoforze da poter contrastare in campagna aperta, or qua or là scorrendo, andava pizzicando l'armata nimica, e impedendo ad essa il trasporto delle vettovaglie. E ben gli giovò l'usar questa spezie di guerra, perchè la mancanza dei viveri, a cui si aggiunse l'epidemia entrata nei cavalli, e molto più nei soldati, crebbe a segno, che Carlo di Valois, per cavarsi con onore da sì sfortunata impresa, cominciò a trattar di pace con assenso del duca di Calabria. Si abboccarono questi tre principi, e fu concordato che don Federigo prendesse in moglieLeonoraterzogenita del re Carlo II, con ritenere sua vita natural durante il regno di Sicilia, a condizione che dopo la sua morte esso regno decadesse al re Carlo e ai suoi discendenti; e che si restituissero i prigioni e tutti i luoghi di Sicilia tolti a don Federigo; il quale, in ricompensa, cedesse al re Carlo tutte le conquiste già fatte nella Calabria. Altre condizioni di tal accordo si possono vedere presso il Villani e nella Cronica di Niccolò Speciale. Con questa pace ebbe per ora fine la gran contesa della Sicilia, e si prestò un delizioso pascolo ai cacciatori delle novelle e ai varii giudizii degli oziosi politici. Chi volea male a Carlo di Valois, non mancò di chiamarlo traditore, quasichè, per essere nato da una Aragonese, potesse, ma non volesse, prendere la Sicilia, per compassione allo stretto suo parente don Federigo. E corse per Italia questo satirico motto[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 49.]:Che Carlo era venuto a Firenze per mettervi pace, e lasciolla in guerra; e andato in Sicilia per farvi guerra, ne era ritornato con una vergognosa pace. Furono messi in libertà i prigioni, fra' qualiFilippo principedi Taranto, fratello del re Roberto. Si mandò anche la capitolazione al pontefice, affinchè la confermasse; ma egli vi trovò delle difficoltà . Infine perchè cominciava a divampare la di lui rottura conFilippo il Bello redi Francia, per aver dalla sua don Federigo, vi acconsentì nell'annoseguente, obbligandolo a pagare ogni anno di censo alla Chiesa romana tremila oncie d'oro, ossia quindici mila fiorini d'oro, con altri patti. Ed esso Federigo, di consentimento poi del re Carlo, cominciò ad usare il titolo di re della Trinacria, e non già di Sicilia. Celebrò ancora don Federigo, sì gloriosamente uscito di questa guerra, le sue nozze colla suddetta Leonora figliuola del re Carlo II.In quanto alle liti già insorte fra papa Bonifazio e Filippo il Bello re di Francia, brevemente dirò esser elle nate dal volere il re fare il padron delle chiese, e prendere le rendite de' beni ecclesiastici dopo la morte de' prelati (del che si è disputato anche ai dì nostri), e dall'avere imprigionato il vescovo di Pamiers, e impedito ad altri vescovi di venire a Roma. Papa Bonifazio VIII, che era alto alla mano, e disgustato ancora, perchè il re facea carezze a Stefano dalla Colonna rifugiato in Francia, gli scrisse lettere minacciose, per le quali si attribuiva autorità anche sul temporale dei re, e facoltà di deporli. Filippo il Bello, che in alterigia non la cedeva a chi che sia, nè guardava misura ne' suoi trasporti, si irritò forte contra di papa Bonifazio, e giunse tanto innanzi lo sfrenato impegno, che il papa, benchè non con espresse parole, lo scomunicò; e all'incontro esso re dichiarò pubblicamente di non più riconoscere Bonifazio per papa, ma bensì di tenerlo per un simoniaco ed eretico manifesto ed incorreggibile, appellando perciò al concilio generale. Carlo di Valois, che parea dianzi il Beniamino del papa, o perchè divenuto a lui sospetto tanto per questa diabolica lite, quanto per l'operato in Sicilia, oppure perchè facesse sperare di far cessare il temporal mosso dal re suo fratello: corse in Francia, ma fu dipoi in suo favore contra del pontefice. Se crediamo a Ferreto Vicentino[Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.], questo, principe nel suo passaggio per Roma fu sì aspramente rampognatodal papa, che poco mancò che non mettesse mano alla spada per ucciderlo. Venne in questa maniera il tempo che papa Bonifazio, per procacciar chi l'aiutasse contro la prepotenza del re di Francia, cominciò a mirar di buon occhioAlberto Austriacore de' Romani, e a trovar buona l'elezion sua, con intavolar seco amicizia e lega, siccome vedremo all'anno seguente.In questo succedette la stravagante caduta diMatteo Visconteda un alto in un miserabile stato[Gualv. Flamma, cap. 341. Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.]. Signoreggiava egli in Milano, Bergamo ed altri luoghi; non gli mancavano collegati ed amici, e massimamente erano per lui i Parmigiani edAzzo marchese d'Este, signor di Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo, ec., la cui sorella era divenuta sua nuora. Ma appunto questa alleanza gli tirò addosso l'invidia e malevolenza de' vicini, perchè s'andava dicendo che, unita insieme la potenza del Visconte con quella dello Estense, facile loro era il conquistar tutta la Lombardia. Sopra gli altri avea conceputo odio contra di luiAlberto Scotto[Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.], perchè, avendo esso marchese Azzo destinata a lui in moglie Beatrice sua sorella, Matteo se la procacciò per Galeazzo suo figliuolo. Perciò segretamente congiurarono alla di lui rovinaFilippo contedi Langusco signor di Pavia,Antonio da Fisiragasignor di Lodi, gli Avvocati di Vercelli, i Brusati di Novara, il marchese di Monferrato, gli Alessandrini, i fuorusciti di Bergamo, i Cremaschi, i Cremonesi, ed altri popoli della Lombardia. Manipolatore di questa lega era il suddetto Alberto Scotto, signore di Piacenza, cabalista di prima riga, che nello stesso tempo facea l'amico intrinseco di Matteo Visconte. Ebbero la loro zampa in questi trattati anche Mosca, Guido ed altri Torriani, che dal Friuli volarono a Lodi per fare la lor parte nella tragedia.Il peggio fu che la nobiltà di Milano, e lo stesso Pietro zio ed altri parenti del Visconte, occultamente rivoltatisi contra di lui entrarono in questa forte lega[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Ora nel mese di giugno si diede fuoco alla macchina. Alberto Scotto co' Piacentini, Torriani e gli altri collegati, uscito in campagna alla testa di un formidabile esercito, andò a postarsi nella terra di San Martino del contado di Lodi. Venne loro incontro Matteo Visconte con quelle forze che potè raunare; ma, mentre egli era al campo, scoppiò in Milano una sedizion popolare, per cui Galeazzo suo figliuolo, che coi Parmigiani v'era in guardia, ne fu scacciato fuori. InoltreCorrado Ruscasignor di Como, e genero d'esso Matteo, nell'aiuto del quale egli confidava non poco, si unì cogli altri a' suoi danni. Però, scorgendo egli la volubilità della fortuna, e l'impotenza di resistere a tanti nemici, andò nel dì 13 di giugno, oppure nel dì seguente a mettersi in mano del fraudolento Alberto Scotto, capo della lega, che mostrò di voler essere mediatore di pace, e cedettegli il bastone della signoria di Milano, con che gli fosse conservato il godimento de' suoi beni: il che fu promesso. Ma si trovò egli ben tosto deluso; e condotto come prigione a Piacenza, non fu rilasciato, finchè non ebbe consegnato il forte castello di San Colombano, che fu immediatamente distrutto. Venne Matteo a Borgo San Donnino; poscia dopo varii tentativi inutili, per sostener la sfasciata sua fortuna, de' quali parleremo, andò a cercarsi un ritiro, dove ebbe quanto agio volle per ben ravvisare quanto grande sia l'incostanza e caducità delle cose umane.Galeazzosuo figliuolo fuggito a Bergamo, dove non potè sussistere, sen venne a Ferrara conBeatrice Estensesua moglie, che quivi gli partorì un figliuolo, a cui fu posto il nome del marchese Azzo suo zio, e che vedremo ai suoi tempi uno de' più gloriosi principi della casa Visconte,Entrarono in questo mentre i Torriani in Milano, e, ricuperati gli antichi lor beni, si diedero anche a far maneggi per ritornare in signoria coll'appoggio del popolo, e scacciarono dalla città Pietro Visconte con altri nobili, che dianzi furono contrarii anche a Matteo Visconte, perchè voleano repubblica e non signori. Alberto Scotto, gran faccendiere, nel mese di luglio tenne un parlamento in Piacenza, dove si trovarono i Milanesi coi Torriani, Pavesi, Bergamaschi, Lodigiani, Astigiani, Novaresi, Vercellesi, Cremaschi, Comaschi, Cremonesi, Alessandrini e Bolognesi. E fatta una lega, fu data autorità ad esso Alberto di ridurre per amore o per forza nelle lor città tutti i fuorusciti guelfi. Restò ancora conchiuso di obbligar Azzo marchese d'Este a mettere in libertà Modena e Reggio, e di tirar nella lega i Parmigiani, acciocchè questi dessero principio alla guerra contra d'esso marchese; e cominciarono a riedificare e fortificare il castello di Borgo San Donnino, e a far gran levata di gente. Cagion furono le disgrazie de' Visconti che anche in Bergamo si levò il popolo a rumore, ed aprì le porte ai fuorusciti, con iscacciarne poi chi favoriva i medesimi Visconti. Così venne quella città alla ubbidienza d'Alberto Scotto, ed altrettanto fece ancor quella di Tortona. Perchè si erano ridotti in Pistoia molti degli usciti di Firenze e di Lucca, e in quella città signoreggiava la parte Bianca, cioè la ghibellina[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 51. Ptolom. Lucens., Annal. brev.], i Fiorentini e Lucchesi con possente esercito si portarono allo assedio di quella città , guastando tutto il paese all'intorno. Tale nondimeno fu la difesa, che, conosciuto vano il lor disegno, stimarono meglio di ritirarsi, e di strignere il forte castello di Serravalle. Vi stettero sotto i Lucchesi gran tempo, tanto che nel dì 6 di settembre, per mancanza di vettovaglia, si arrenderono i Pistoiesi che vi erano dentro in numero di circa mille, e tutti furono condotti prigionia Lucca. Presero inoltre essi Lucchesi il castello di Larciano, e misero in rotta i Pistoiesi che venivano per dargli soccorso. In quest'anno a dì 22 di ottobreFederigoconte di Montefeltro,Uguccion della Faggiuolacogli Aretini, eBernardino da Polenta coi Ravegnani[Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]fecero oste sopra Cesena, assediarono quella città , saccheggiarono tutto il suo distretto; non vi fu castello che loro non si rendesse, a riserva di Riversano e Firmignano. Immenso fu il danno di quella città , e fu incolpato di tutto Mazzolino de' Mazzolini da Brescia lor podestà . Era in questi tempi governatore della RomagnaRinaldo vescovodi Vicenza. Mentre egli dimorava in Forlì, gli Ordelaffi, cioè i più potenti di quella città , un dì levarono rumore contra di lui, e il ferirono a morte. Ed ecco quante scene di furori e di pazzia si mirassero in questi tempi per buona parte d'Italia.
L'anno fu questo in cuipapa BonifazioeCarlo II redi Napoli si credettero di dar l'ultimo crollo alla Sicilia, sì per la potentissima flotta preparata contro quell'isola, come ancora perchè dovea avere il comando di sì bell'armataCarlo di Valois, principe già rinomato pel suo valore e per le vittorie di Fiandra. A questo effetto nel mese d'aprile esso Carlo, partitosi da Firenze, accompagnato da mille maledizioni, passò alla corte di Roma, e di là a Napoli, dove trovò preparato quell'armamento, ascendente, secondo il Villani[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 49.], a più di cento tra galee, uscieri e legni grossi, senza contare i sottili[Nicol. Special., lib. 6, cap. 7, tom. 10 Rer. Ital.]. Imbarcatosi conRoberto ducadi Calabria e Raimondo Berengario di lui fratello, andò a sbarcare in Sicilia, dove ebbe tosto a tradimento Termoli e pochi altri luoghi da nulla. Mise poi l'assedio alla terra di Sacca; e intantodon Federigo, non avendoforze da poter contrastare in campagna aperta, or qua or là scorrendo, andava pizzicando l'armata nimica, e impedendo ad essa il trasporto delle vettovaglie. E ben gli giovò l'usar questa spezie di guerra, perchè la mancanza dei viveri, a cui si aggiunse l'epidemia entrata nei cavalli, e molto più nei soldati, crebbe a segno, che Carlo di Valois, per cavarsi con onore da sì sfortunata impresa, cominciò a trattar di pace con assenso del duca di Calabria. Si abboccarono questi tre principi, e fu concordato che don Federigo prendesse in moglieLeonoraterzogenita del re Carlo II, con ritenere sua vita natural durante il regno di Sicilia, a condizione che dopo la sua morte esso regno decadesse al re Carlo e ai suoi discendenti; e che si restituissero i prigioni e tutti i luoghi di Sicilia tolti a don Federigo; il quale, in ricompensa, cedesse al re Carlo tutte le conquiste già fatte nella Calabria. Altre condizioni di tal accordo si possono vedere presso il Villani e nella Cronica di Niccolò Speciale. Con questa pace ebbe per ora fine la gran contesa della Sicilia, e si prestò un delizioso pascolo ai cacciatori delle novelle e ai varii giudizii degli oziosi politici. Chi volea male a Carlo di Valois, non mancò di chiamarlo traditore, quasichè, per essere nato da una Aragonese, potesse, ma non volesse, prendere la Sicilia, per compassione allo stretto suo parente don Federigo. E corse per Italia questo satirico motto[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 49.]:Che Carlo era venuto a Firenze per mettervi pace, e lasciolla in guerra; e andato in Sicilia per farvi guerra, ne era ritornato con una vergognosa pace. Furono messi in libertà i prigioni, fra' qualiFilippo principedi Taranto, fratello del re Roberto. Si mandò anche la capitolazione al pontefice, affinchè la confermasse; ma egli vi trovò delle difficoltà . Infine perchè cominciava a divampare la di lui rottura conFilippo il Bello redi Francia, per aver dalla sua don Federigo, vi acconsentì nell'annoseguente, obbligandolo a pagare ogni anno di censo alla Chiesa romana tremila oncie d'oro, ossia quindici mila fiorini d'oro, con altri patti. Ed esso Federigo, di consentimento poi del re Carlo, cominciò ad usare il titolo di re della Trinacria, e non già di Sicilia. Celebrò ancora don Federigo, sì gloriosamente uscito di questa guerra, le sue nozze colla suddetta Leonora figliuola del re Carlo II.
In quanto alle liti già insorte fra papa Bonifazio e Filippo il Bello re di Francia, brevemente dirò esser elle nate dal volere il re fare il padron delle chiese, e prendere le rendite de' beni ecclesiastici dopo la morte de' prelati (del che si è disputato anche ai dì nostri), e dall'avere imprigionato il vescovo di Pamiers, e impedito ad altri vescovi di venire a Roma. Papa Bonifazio VIII, che era alto alla mano, e disgustato ancora, perchè il re facea carezze a Stefano dalla Colonna rifugiato in Francia, gli scrisse lettere minacciose, per le quali si attribuiva autorità anche sul temporale dei re, e facoltà di deporli. Filippo il Bello, che in alterigia non la cedeva a chi che sia, nè guardava misura ne' suoi trasporti, si irritò forte contra di papa Bonifazio, e giunse tanto innanzi lo sfrenato impegno, che il papa, benchè non con espresse parole, lo scomunicò; e all'incontro esso re dichiarò pubblicamente di non più riconoscere Bonifazio per papa, ma bensì di tenerlo per un simoniaco ed eretico manifesto ed incorreggibile, appellando perciò al concilio generale. Carlo di Valois, che parea dianzi il Beniamino del papa, o perchè divenuto a lui sospetto tanto per questa diabolica lite, quanto per l'operato in Sicilia, oppure perchè facesse sperare di far cessare il temporal mosso dal re suo fratello: corse in Francia, ma fu dipoi in suo favore contra del pontefice. Se crediamo a Ferreto Vicentino[Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 2, tom. 9 Rer. Ital.], questo, principe nel suo passaggio per Roma fu sì aspramente rampognatodal papa, che poco mancò che non mettesse mano alla spada per ucciderlo. Venne in questa maniera il tempo che papa Bonifazio, per procacciar chi l'aiutasse contro la prepotenza del re di Francia, cominciò a mirar di buon occhioAlberto Austriacore de' Romani, e a trovar buona l'elezion sua, con intavolar seco amicizia e lega, siccome vedremo all'anno seguente.
In questo succedette la stravagante caduta diMatteo Visconteda un alto in un miserabile stato[Gualv. Flamma, cap. 341. Annal. Mediol., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.]. Signoreggiava egli in Milano, Bergamo ed altri luoghi; non gli mancavano collegati ed amici, e massimamente erano per lui i Parmigiani edAzzo marchese d'Este, signor di Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo, ec., la cui sorella era divenuta sua nuora. Ma appunto questa alleanza gli tirò addosso l'invidia e malevolenza de' vicini, perchè s'andava dicendo che, unita insieme la potenza del Visconte con quella dello Estense, facile loro era il conquistar tutta la Lombardia. Sopra gli altri avea conceputo odio contra di luiAlberto Scotto[Ferretus Vicentinus, Hist., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.], perchè, avendo esso marchese Azzo destinata a lui in moglie Beatrice sua sorella, Matteo se la procacciò per Galeazzo suo figliuolo. Perciò segretamente congiurarono alla di lui rovinaFilippo contedi Langusco signor di Pavia,Antonio da Fisiragasignor di Lodi, gli Avvocati di Vercelli, i Brusati di Novara, il marchese di Monferrato, gli Alessandrini, i fuorusciti di Bergamo, i Cremaschi, i Cremonesi, ed altri popoli della Lombardia. Manipolatore di questa lega era il suddetto Alberto Scotto, signore di Piacenza, cabalista di prima riga, che nello stesso tempo facea l'amico intrinseco di Matteo Visconte. Ebbero la loro zampa in questi trattati anche Mosca, Guido ed altri Torriani, che dal Friuli volarono a Lodi per fare la lor parte nella tragedia.Il peggio fu che la nobiltà di Milano, e lo stesso Pietro zio ed altri parenti del Visconte, occultamente rivoltatisi contra di lui entrarono in questa forte lega[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Ora nel mese di giugno si diede fuoco alla macchina. Alberto Scotto co' Piacentini, Torriani e gli altri collegati, uscito in campagna alla testa di un formidabile esercito, andò a postarsi nella terra di San Martino del contado di Lodi. Venne loro incontro Matteo Visconte con quelle forze che potè raunare; ma, mentre egli era al campo, scoppiò in Milano una sedizion popolare, per cui Galeazzo suo figliuolo, che coi Parmigiani v'era in guardia, ne fu scacciato fuori. InoltreCorrado Ruscasignor di Como, e genero d'esso Matteo, nell'aiuto del quale egli confidava non poco, si unì cogli altri a' suoi danni. Però, scorgendo egli la volubilità della fortuna, e l'impotenza di resistere a tanti nemici, andò nel dì 13 di giugno, oppure nel dì seguente a mettersi in mano del fraudolento Alberto Scotto, capo della lega, che mostrò di voler essere mediatore di pace, e cedettegli il bastone della signoria di Milano, con che gli fosse conservato il godimento de' suoi beni: il che fu promesso. Ma si trovò egli ben tosto deluso; e condotto come prigione a Piacenza, non fu rilasciato, finchè non ebbe consegnato il forte castello di San Colombano, che fu immediatamente distrutto. Venne Matteo a Borgo San Donnino; poscia dopo varii tentativi inutili, per sostener la sfasciata sua fortuna, de' quali parleremo, andò a cercarsi un ritiro, dove ebbe quanto agio volle per ben ravvisare quanto grande sia l'incostanza e caducità delle cose umane.Galeazzosuo figliuolo fuggito a Bergamo, dove non potè sussistere, sen venne a Ferrara conBeatrice Estensesua moglie, che quivi gli partorì un figliuolo, a cui fu posto il nome del marchese Azzo suo zio, e che vedremo ai suoi tempi uno de' più gloriosi principi della casa Visconte,Entrarono in questo mentre i Torriani in Milano, e, ricuperati gli antichi lor beni, si diedero anche a far maneggi per ritornare in signoria coll'appoggio del popolo, e scacciarono dalla città Pietro Visconte con altri nobili, che dianzi furono contrarii anche a Matteo Visconte, perchè voleano repubblica e non signori. Alberto Scotto, gran faccendiere, nel mese di luglio tenne un parlamento in Piacenza, dove si trovarono i Milanesi coi Torriani, Pavesi, Bergamaschi, Lodigiani, Astigiani, Novaresi, Vercellesi, Cremaschi, Comaschi, Cremonesi, Alessandrini e Bolognesi. E fatta una lega, fu data autorità ad esso Alberto di ridurre per amore o per forza nelle lor città tutti i fuorusciti guelfi. Restò ancora conchiuso di obbligar Azzo marchese d'Este a mettere in libertà Modena e Reggio, e di tirar nella lega i Parmigiani, acciocchè questi dessero principio alla guerra contra d'esso marchese; e cominciarono a riedificare e fortificare il castello di Borgo San Donnino, e a far gran levata di gente. Cagion furono le disgrazie de' Visconti che anche in Bergamo si levò il popolo a rumore, ed aprì le porte ai fuorusciti, con iscacciarne poi chi favoriva i medesimi Visconti. Così venne quella città alla ubbidienza d'Alberto Scotto, ed altrettanto fece ancor quella di Tortona. Perchè si erano ridotti in Pistoia molti degli usciti di Firenze e di Lucca, e in quella città signoreggiava la parte Bianca, cioè la ghibellina[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 51. Ptolom. Lucens., Annal. brev.], i Fiorentini e Lucchesi con possente esercito si portarono allo assedio di quella città , guastando tutto il paese all'intorno. Tale nondimeno fu la difesa, che, conosciuto vano il lor disegno, stimarono meglio di ritirarsi, e di strignere il forte castello di Serravalle. Vi stettero sotto i Lucchesi gran tempo, tanto che nel dì 6 di settembre, per mancanza di vettovaglia, si arrenderono i Pistoiesi che vi erano dentro in numero di circa mille, e tutti furono condotti prigionia Lucca. Presero inoltre essi Lucchesi il castello di Larciano, e misero in rotta i Pistoiesi che venivano per dargli soccorso. In quest'anno a dì 22 di ottobreFederigoconte di Montefeltro,Uguccion della Faggiuolacogli Aretini, eBernardino da Polenta coi Ravegnani[Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]fecero oste sopra Cesena, assediarono quella città , saccheggiarono tutto il suo distretto; non vi fu castello che loro non si rendesse, a riserva di Riversano e Firmignano. Immenso fu il danno di quella città , e fu incolpato di tutto Mazzolino de' Mazzolini da Brescia lor podestà . Era in questi tempi governatore della RomagnaRinaldo vescovodi Vicenza. Mentre egli dimorava in Forlì, gli Ordelaffi, cioè i più potenti di quella città , un dì levarono rumore contra di lui, e il ferirono a morte. Ed ecco quante scene di furori e di pazzia si mirassero in questi tempi per buona parte d'Italia.