MCCCLAnno diCristomcccl. IndizioneIII.Clemente VIpapa 9.Carlo IVre de' Romani 5.Gran celebrità diede all'anno presente il giubileo istituito in Roma da papaClemente VI[Raynaldus, Annal. Eccles.], il quale per le istanze de' popoli, e massimamente de' Romani, ridusse a cinquant'anni questa piissima funzione, adducendo tutti che troppo lungo era Io spazio di cento anni decretato da papaBonifazio VIII, perchè resterebbe da questo pio vantaggio esclusa almeno un'intera generazion di cristiani. L'avere il papa nell'anno precedente intimata a tutti i popoli cristiani la concessione di tanta indulgenza e perdono, fece muovere un'infinità di gente alla volta di Roma; e stimolo grande s'accrebbe alla lor divozione dal terribil ceffo della morte, che per cagion della pestilenza si era lasciato vedere per tutto, o quasi per tutte le Provincie cristiane ne' tre anni precedenti, e tuttavia durava in qualche paese. Maraviglia fu il vedere l'immensa quantità di gente che da tutte le parti della cristianità concorse a questo perdono. Piene continuamente erano le strade maestre dell'Italia di viandanti, come nelle fiere[Matteo Villani, lib. 1, cap. 56.]; e Matteo Villani calcolò che in Roma, durante la quaresima, si contasse (se pure è credibile) un milione e ducento mila pellegrini: di modo che troppo superiore fu il concorso di questa volta in paragone dell'altro dell'anno 1300. Tutta, per così dire, Roma era un'osteria, e la divozione altrui mirabilmente servì all'avidità de' Romani, che ricavarono tesori da tanta gente, guadagnando anche sfoggiatamente per la carezza degli alloggi e de' viveri, senza volere che i forestieri ne conducessero, per assorbir essi tutto il guadagno. E perciocchè questo loro ingordo contegno produsse talvolta mancanza di vettovaglia, ne nacquero tumulti, e ilcardinale AnnibaldodaCeccanolegato apostolico corse dei pericoli[Vita di Cola di Rienzo, Antiquit. Ital.]. Questi poi, prima che compiesse l'anno presente, attossicato con assai di sua famiglia, cessò di vivere. De' tanti tesori che colarono in questa congiuntura nelle chiese di Roma, l'una parte toccò alle chiese medesime, e l'altra al papa, il quale impiegò poi questo danaro in raunar milizie per far guerra in Romagna. Conte di quella provincia eraAstorgio di Duraforte; e trovando egli tutte le città occupate da' signori che nella storia ecclesiastica son chiamati tiranni, si mise in cuore di ricuperar tutto il paese. Per questo fine richiese d'aiuto i principi di Lombardia e i comuni di Toscana, accompagnando le richieste sue con premurose lettere del papa. L'arcivescovo di Milanogl'inviò cinquecento barbute.Mastino dalla Scala, iPepolisignori di Bologna edObizzo Estensesignor di Ferrara e Modena gliene mandarono a proporzione. Non si vollero incomodare per lui i Toscani. La prima impresa, che tentò questo ministro pontificio, fu contra di Faenza, signoreggiata allora daGiovanni de' Manfredi, che dianzi ne avea cacciate le genti del conte[Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Nel dì 16 di maggio imprese l'assedio del castello di Solaruolo. Il Manfredi, che avea preveduto il colpo, vi aveva introdotta una buona guarnigione, e questa fece gagliarda difesa sino al dì 6, oppure 8 di luglio, in cui succedette una strepitosa novità. TrattavaGiovanni de' Pepolid'aggiustamento fra il conte della Romagna e Giovanni Manfredi, per far rendere alla Chiesa Faenza. Mostrò il conte desiderio di abboccarsi col Pepoli prima di conchiudere il trattato; e il Pepoli, benchè contro il parere diJacoposuo fratello, che doveva essere più accorto di lui, andò a trovarlo nel campo di Solaruolo. Fu ricevuto con gran festa; ma andò questa a terminare in suo grave affanno, perchè fu fatto prigione con unsuo nipote figliuolo di Jacopo: ducento cavalieri da lui mandati in aiuto del conte furono anche essi presi, rubati di tutto e ritenuti prigioni. Il Manfredi eFrancesco degli Ordelaffisignore di Forlì, per resistere al conte Astorgio, aveano preso al lor soldo ilduca Guarniericondottiere di cinquecento barbute tedesche, il quale si era partito dal regno di Napoli, siccome dicemmo. Fece correr voce il conte ch'esso duca, per trattato di Giovanni de' Pepoli, era venuto a Faenza, e per questo egli avea fatto mettere le mani addosso al Pepoli. Se ciò sussistesse, nol so dire: ben so che questa prigionia fu universalmente tenuta per un gran tradimento, e che in que' tempi i ministri inviati dal papa in Italia furono per lo più in concetto d'uomini di poca lealtà e capaci di tutto, ma spezialmente attenti ad empiere le loro borse. Abbiamo dalla Cronica Estense che nel precedente giugno avea lo stesso conte della Romagna tenuto dei trattati segreti, con promessa di trenta mila fiorini d'oro ai traditori, per far uccidere Giovanni e Jacopo dei Pepoli; ma, scoperta la trama, ebbe fine colla morte di due nobili bolognesi. CondottoGiovanni de' Pepolinelle carceri d'Imola, gli fu proposto, se amava la libertà, di cedere Bologna all'armi del papa: al che si mostrò egli o fintamente o veramente disposto, e cominciò a scriverne a Jacopo suo fratello. Intanto il conte s'impadronì di Castello San Pietro; ma perciocchè le sue soldatesche, per ritardo di paghe, si ammutinarono, pretendendo settanta mila fiorini d'oro, il conte, non avendo altro ripiego, mise in lor mano Giovanni de' Pepoli per pegno, con tassare il di lui riscatto ottanta mila fiorini d'oro. Oltre a ciò, lasciò loro in guardia Castello San Pietro, ed accrebbe poi le ostilità contra Bologna. Fece alloraJacopo de' Pepolivenire ilduca Guarniericon sua gente per difesa della città, e ricorse ancora per aiuto aGiovanni Visconte arcivescovoe signor di Milano. Bella occasione di pescar neltorbido parve questa al Visconte, personaggio pieno d'ambizione e di vaste idee non meno del fu suo fratello Luchino. Anch'egli perciò mandò un corpo di cavalleria in rinforzo ai Pepoli. Gliene spedì eziandioUgolino Gonzaga, e vi andò in personaMalatestasignor di Rimini con assai gente: stomacati tutti del tradimento fatto dal ministro papale a Giovanni de' Pepoli. Per lo contrario,Mastino dalla Scala, ricordevole che i Pepoli erano stati in lega coi Gonzaghi contra di lui, inviò nuova gente in sussidio del conte della Romagna.Trovandosi intanto Giovanni de' Pepoli in ostaggio de' soldati pontificii, venne ad un accordo, promettendo loro venti mila fiorini d'oro di presente, e il resto per tutto il dì 6 di settembre; e se ciò non eseguiva, di tornar nelle loro forze, con dare intanto per ostaggi i suoi figliuoli. Ebbero esecuzione i patti, ed egli rimesso in libertà, giacchè gli andò a vuoto un trattato di sorprendere il conte della Romagna, nel dì 9 di settembre cavalcò a Milano per trattare con Giovanni Visconte de' suoi affari. Trovavansi questi in male stato, perchè forze non c'erano per resistere alla guerra mossa dal conte di Romagna, e mancava la pecunia per riscattare i figliuoli. Parte dunque per necessità, e parte per vendicarsi del medesimo conte, segretamente vendè la città di Bologna all'arcivescovo Visconte per ducento mila fiorini, secondo Matteo Villani[Matteo Villani, lib. 1. Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.]; laonde il Visconte spedì tosto a Bologna i due nipotiBernabòeGaleazzocon gran gente d'armi come ausiliarii de' Pepoli. Allorchè essi Pepoli si avvisarono d'essere assai forti per poter eseguire il contratto[Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]fecero eleggere signor di BolognaGiovanni Viscontenel dì 25 d'ottobre, ma con rabbia e dispetto de' migliori e del popolo tutto, che andava gridando per le strade:Noi non vogliamo essere venduti. Tuttavia bisognòprendere il giogo. Era ne' tempi addietro Bologna considerata, non come una città, ma come una provincia: tanto lungi si stendeva il suo distretto, e tanta era la copia degli scolari, i quali talvolta arrivarono al numero di tredici mila. L'acquisto fattone dall'arcivescovo di Milano fu un principio di grandi sciagure per essa città, sì perchè il popolo guelfo di fazione non sapea sofferire il giogo dei Ghibellini, e sì perchè di ciò s'ingelosirono forte i Fiorentini ed altri principi di Lombardia, conoscendo abbastanza la sfrenata avidità del Biscione: che così si cominciò a soprannominar la casa dei Visconti per cagione della vipera, ossia del serpente dell'armi sue gentilizie. Nei patti suddetti Jacopo de' Pepoli si riserbò la signoria di San Giovanni in Persiceto e di Sant'Agata, e Giovanni quella di Crevalcuore e Nonantola: il che maggiormente accese l'odio de' Bolognesi contra dei Pepoli.Fu in quest'anno[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]cheGiovanni Visconte, per meglio stabilire la sua casa, procurò aBernabòsuo nipote in moglieReginafigliuola diMastino, e all'altro suo nipote GaleazzoBiancasorella diAmedeo VI contedi Savoia. Sul fine di settembre in Verona fu sposata Regina, e alla nobil funzione intervenneroObizzo marchesed'Este eJacopo da Carrarasignor di Padova, i quali, secondo l'uso di que' tempi, non dimenticarono di fare degli splendidi regali alla sposa. Celebraronsi poscia con pompa maggiore in Milano nel giorno medesimo le nozze di amendue, e quelle ancora diAmbrosiofigliuolo diLodrisio Visconte. Successivamente nel mese di novembreCan Grande dalla Scalafigliuolo di Mastino prese per moglieIsabellafigliuola del giàLodovico il Bavaro, e sorella delmarchese di Brandeburgo. Corte bandita e gran solennità fu fatta in Verona per questa occasioneNell'anno presente[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]Lodovico degli Ordelaffis'impadronì di Bertinoro, eFrancesco degli Ordelaffioccupò Meldola. Erano essi collegati coiManfredidi Faenza contro al conte di Romagna. Guerra in questi tempi bolliva tra il patriarca di AquileiaBeltrando, Guascone di patria, prelato di grandi virtù, e ilconte di Gorizia, con cui si erano uniti molti castellani del Friuli ribelli del patriarca[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]. Mentre con ducento uomini d'armi era esso patriarca in viaggio verso Udine, fu colto da' nemici; nè solamente andò sconfitta la sua gente, ma restò egli preso, e, trafitto da un colpo di spada, vi lasciò miseramente la vita. Ciò pervenuto all'orecchio del duca d'Austria, corse frettolosamente con poderosa copia di combattenti nel Friuli, e si mise in possesso d'Aquileia, d'Udine e degli altri luoghi, alla riserva di Sacile. Gran vendetta fu poi fatta di questo esecrando misfatto. Avea fin qui con assai prudenza governata la città di PadovaJacopo da Carrara, e s'era guadagnato l'amore del pubblico, ma non già di Guglielmo bastardo da Carrara, che per li suoi cattivi portamenti era sequestrato in Padova[Gatari, Histor. Padov., tom, 17 Rer. Ital. Cortus. Histor.]. Perchè costui non poteva ottener la licenza d'andarsene a suo piacimento, talmente s'inviperì, che nel dì 21 di dicembre, festa di san Tommaso, trovandosi con esso solo in una camera, sfoderato un coltello, gli tagliò il ventre, onde cadde morto a terra, Guglielmo dalle guardie fu messo in brani. Universale fu il pianto de' cittadini per questa perdita; e perciocchè non si trovava in città se nonMarsiliofanciullo, figliuolo di esso Jacopo, fatto un gran concorso al palazzo, fu creduto bene di metterlo a cavallo e di condurlo per la città, acciocchè si tenesse in quiete il popolo, finchè venisseroJacopinofratello eFrancescoprimogenito dell'ucciso signore, i quali venuti nel dì 22del suddetto mese, entrambi furono di comun concordia del popolo proclamati signori.Terminò in quest'anno sul principio di gennaio o di febbraio i suoi giorniGiovanni da Murtadoge di Genova, dopo aver con assai zelo e prudenza governata quella repubblica[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. In luogo suo fu elettoGiovanni di Valente. Ma in questo anno ebbe principio una nuova guerra fra i Genovesi e i Veneziani, nazioni emule da gran tempo per la mercatura che faceano in Levante. Erano i primi padroni di Gaffa nella Crimea[Marino Sanuto, Ist., tom. 22 Rer. Ital.], e pretendendo che i Veneziani non navigassero nel mar Nero, ossia Maggiore, presero alcuni loro legni, e ne ritennero la mercatanzia. Essendo riuscite vane le istanze fatte per via di ambasciatori, affinchè restituissero il maltolto, adunarono i Veneziani una flotta di trentacinque galee sotto il comando di Marco Ruzino. Con questa avendo colte nel di 29 di agosto quattordici galee di mercatanti genovesi ad Alcastri, cinque ne presero, e all'altre fu messo fuoco da' Genovesi medesimi; oppure, secondo lo Stella, dieci vennero alle loro mani, e quattro si salvarono a Scio. Più di mille prigioni furono condotti a Negroponte. Ecco dunque dichiarata la guerra fra queste due nazioni, sì potenti allora in mare. Diede essa motivo dipoi a' Veneziani di collegarsi colre di Aragona, nemico anch'esso de' Genovesi; e di queste maledette divisioni e rivalità de' cristiani seppero ben profittare allora i Turchi con istendere la loro potenza nell'Asia. Benchè sembrassero gli affari del re d'Ungheria in assai buono stato dopo la rotta data ai Napoletani, pure cangiarono presto faccia per l'infedeltà ed ingordigia de' Tedeschi, comandati dalduca Guarnieri. Cominciarono essi a tumultuare in Aversa per cagion delle paghe che non correvano[Dominicus de Gravina, Chron., tom. 12 Rer. Ital.].Stefanovaivoda di Transilvania, generale dell'armata unghera, tentò di placarli col dar loro nelle mani i baroni napoletani prigioni, acciocchè col riscatto di essi si rimborsassero. Racconta il Gravina che que' crudi masnadieri, per indurre essi nobili a pagare cento mila fiorini d'oro, con varii tormenti li ridussero quasi a morte: laonde promisero di pagare quella somma, che Matteo Villani fa ascendere fino a ducento mila fiorini. Ma neppur questo bastando al compimento delle paghe da loro pretese, si scoprì una risoluzione da lor fatta di far prigione lo stesso vaivoda. Perlochè il vaivoda una notte con tutti i suoi Ungheri se ne andò alla volta di Manfredonia. Rimasti i Tedeschi padroni d'Aversa e d'altri luoghi, trattarono una tregua colre Luigie coi Napoletani, ricavandone cento mila fiorini d'oro. Cento altri mila furono loro promessi, se cedevano Aversa, Capoa ed altri luoghi ad esso re Luigi. Ma in fine costoro, non avendo più sussistenza di viveri, si ritirarono da Aversa, e la depositarono in mano del cardinal di Ceccano[Matteo Villani, lib. 1, cap. 87.]. Il duca Guarnieri con settecento cavalieri, siccome dicemmo, venne dipoi a Forlì e Bologna, dove prese soldo. Corrado Lupo con altri Tedeschi si acconciò di nuovo ai servigi del vaivoda. Avendo poscia il re Luigi ripigliato Aversa, e fortificatala, parevano risorti i di lui affari, quando eccotiLodovico red'Ungheria, che con gran gente, mosso dalle sue contrade, viene a sbarcare in Manfredonia. Unite insieme le sue forze in Baroli, si trovò che ascendevano a quasi quattordici mila Ungheri a cavallo ed otto mila Tedeschi parimente cavalieri, e a quattro mila fanti lombardi. Il Villani, forse con più fondamento, la fa minore di qualche migliaio. Conquistò Bari, Bitonto, Baroli, Canosa, Melfi, Matalona, Trani ed altre terre. I Salernitani gli aprirono le porte: in una parola venne alle di lui mani, fuorchè Aversa e Napoli, tutta la Terra di Lavoro. Lungo tempo si trattennedipoi il re d'Ungheria all'assedio di Aversa, nè, per quanti assalti desse alla terra con gran perdita di sua gente, potè vincerla. L'ebbe in fine per trattato da quei cittadini. Ma intanto papaClemente VInon intermetteva diligenza alcuna per mettere fine a questo fiero sconvolgimento del regno di Napoli, facendo proporre, per mezzo di due cardinali, tregua o pace. Il re d'Ungheria, che gran voglia avea di ritornarsene al suo paese, vi diede orecchio; molto più ilre Luigiela regina Giovannasua moglie, che erano giunti al verde, nè sapeano più come sostenersi. Fu dunque rimessa al pontefice la cognizion della differenza, con che intanto i due re e Giovanna uscissero del regno. Se si trovava colpevole la regina della morte delduca Andrea, dovea perdere il regno, e questo darsi al re unghero; se innocente, avea da tornarne in possesso, e pagare al re unghero per le spese della guerra trecento mila fiorini d'oro. Venne il re d'Ungheria per sua divozione a Roma, e poscia si ridusse ai suoi stati d'Ungheria. La sentenza della corte pontificia in fine fu favorevole allaregina Giovanna, come ogni saggio ben prevedeva; e il re di Ungheria per sua magnanimità neppur volle o pretese i trecento mila fiorini, che gli si doveano secondo i patti. In quest'annoBenedetto di Buonconte de' Monaldeschi, dopo avere ucciso due de' suoi consorti, si fece signore d'Orvieto.Giovanni de' Gabriellianch'egli prese la signoria di Gubbio; e perciocchè i Perugini andarono all'assedio di quella città, il tiranno chiamò in suo aiutoBernabò Visconte, che per l'arcivescovo suo zio vi mandò un rinforzo di cavalleria, e in questa guisa si difese.
Gran celebrità diede all'anno presente il giubileo istituito in Roma da papaClemente VI[Raynaldus, Annal. Eccles.], il quale per le istanze de' popoli, e massimamente de' Romani, ridusse a cinquant'anni questa piissima funzione, adducendo tutti che troppo lungo era Io spazio di cento anni decretato da papaBonifazio VIII, perchè resterebbe da questo pio vantaggio esclusa almeno un'intera generazion di cristiani. L'avere il papa nell'anno precedente intimata a tutti i popoli cristiani la concessione di tanta indulgenza e perdono, fece muovere un'infinità di gente alla volta di Roma; e stimolo grande s'accrebbe alla lor divozione dal terribil ceffo della morte, che per cagion della pestilenza si era lasciato vedere per tutto, o quasi per tutte le Provincie cristiane ne' tre anni precedenti, e tuttavia durava in qualche paese. Maraviglia fu il vedere l'immensa quantità di gente che da tutte le parti della cristianità concorse a questo perdono. Piene continuamente erano le strade maestre dell'Italia di viandanti, come nelle fiere[Matteo Villani, lib. 1, cap. 56.]; e Matteo Villani calcolò che in Roma, durante la quaresima, si contasse (se pure è credibile) un milione e ducento mila pellegrini: di modo che troppo superiore fu il concorso di questa volta in paragone dell'altro dell'anno 1300. Tutta, per così dire, Roma era un'osteria, e la divozione altrui mirabilmente servì all'avidità de' Romani, che ricavarono tesori da tanta gente, guadagnando anche sfoggiatamente per la carezza degli alloggi e de' viveri, senza volere che i forestieri ne conducessero, per assorbir essi tutto il guadagno. E perciocchè questo loro ingordo contegno produsse talvolta mancanza di vettovaglia, ne nacquero tumulti, e ilcardinale AnnibaldodaCeccanolegato apostolico corse dei pericoli[Vita di Cola di Rienzo, Antiquit. Ital.]. Questi poi, prima che compiesse l'anno presente, attossicato con assai di sua famiglia, cessò di vivere. De' tanti tesori che colarono in questa congiuntura nelle chiese di Roma, l'una parte toccò alle chiese medesime, e l'altra al papa, il quale impiegò poi questo danaro in raunar milizie per far guerra in Romagna. Conte di quella provincia eraAstorgio di Duraforte; e trovando egli tutte le città occupate da' signori che nella storia ecclesiastica son chiamati tiranni, si mise in cuore di ricuperar tutto il paese. Per questo fine richiese d'aiuto i principi di Lombardia e i comuni di Toscana, accompagnando le richieste sue con premurose lettere del papa. L'arcivescovo di Milanogl'inviò cinquecento barbute.Mastino dalla Scala, iPepolisignori di Bologna edObizzo Estensesignor di Ferrara e Modena gliene mandarono a proporzione. Non si vollero incomodare per lui i Toscani. La prima impresa, che tentò questo ministro pontificio, fu contra di Faenza, signoreggiata allora daGiovanni de' Manfredi, che dianzi ne avea cacciate le genti del conte[Annal. Caesen., tom. 14 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Nel dì 16 di maggio imprese l'assedio del castello di Solaruolo. Il Manfredi, che avea preveduto il colpo, vi aveva introdotta una buona guarnigione, e questa fece gagliarda difesa sino al dì 6, oppure 8 di luglio, in cui succedette una strepitosa novità. TrattavaGiovanni de' Pepolid'aggiustamento fra il conte della Romagna e Giovanni Manfredi, per far rendere alla Chiesa Faenza. Mostrò il conte desiderio di abboccarsi col Pepoli prima di conchiudere il trattato; e il Pepoli, benchè contro il parere diJacoposuo fratello, che doveva essere più accorto di lui, andò a trovarlo nel campo di Solaruolo. Fu ricevuto con gran festa; ma andò questa a terminare in suo grave affanno, perchè fu fatto prigione con unsuo nipote figliuolo di Jacopo: ducento cavalieri da lui mandati in aiuto del conte furono anche essi presi, rubati di tutto e ritenuti prigioni. Il Manfredi eFrancesco degli Ordelaffisignore di Forlì, per resistere al conte Astorgio, aveano preso al lor soldo ilduca Guarniericondottiere di cinquecento barbute tedesche, il quale si era partito dal regno di Napoli, siccome dicemmo. Fece correr voce il conte ch'esso duca, per trattato di Giovanni de' Pepoli, era venuto a Faenza, e per questo egli avea fatto mettere le mani addosso al Pepoli. Se ciò sussistesse, nol so dire: ben so che questa prigionia fu universalmente tenuta per un gran tradimento, e che in que' tempi i ministri inviati dal papa in Italia furono per lo più in concetto d'uomini di poca lealtà e capaci di tutto, ma spezialmente attenti ad empiere le loro borse. Abbiamo dalla Cronica Estense che nel precedente giugno avea lo stesso conte della Romagna tenuto dei trattati segreti, con promessa di trenta mila fiorini d'oro ai traditori, per far uccidere Giovanni e Jacopo dei Pepoli; ma, scoperta la trama, ebbe fine colla morte di due nobili bolognesi. CondottoGiovanni de' Pepolinelle carceri d'Imola, gli fu proposto, se amava la libertà, di cedere Bologna all'armi del papa: al che si mostrò egli o fintamente o veramente disposto, e cominciò a scriverne a Jacopo suo fratello. Intanto il conte s'impadronì di Castello San Pietro; ma perciocchè le sue soldatesche, per ritardo di paghe, si ammutinarono, pretendendo settanta mila fiorini d'oro, il conte, non avendo altro ripiego, mise in lor mano Giovanni de' Pepoli per pegno, con tassare il di lui riscatto ottanta mila fiorini d'oro. Oltre a ciò, lasciò loro in guardia Castello San Pietro, ed accrebbe poi le ostilità contra Bologna. Fece alloraJacopo de' Pepolivenire ilduca Guarniericon sua gente per difesa della città, e ricorse ancora per aiuto aGiovanni Visconte arcivescovoe signor di Milano. Bella occasione di pescar neltorbido parve questa al Visconte, personaggio pieno d'ambizione e di vaste idee non meno del fu suo fratello Luchino. Anch'egli perciò mandò un corpo di cavalleria in rinforzo ai Pepoli. Gliene spedì eziandioUgolino Gonzaga, e vi andò in personaMalatestasignor di Rimini con assai gente: stomacati tutti del tradimento fatto dal ministro papale a Giovanni de' Pepoli. Per lo contrario,Mastino dalla Scala, ricordevole che i Pepoli erano stati in lega coi Gonzaghi contra di lui, inviò nuova gente in sussidio del conte della Romagna.
Trovandosi intanto Giovanni de' Pepoli in ostaggio de' soldati pontificii, venne ad un accordo, promettendo loro venti mila fiorini d'oro di presente, e il resto per tutto il dì 6 di settembre; e se ciò non eseguiva, di tornar nelle loro forze, con dare intanto per ostaggi i suoi figliuoli. Ebbero esecuzione i patti, ed egli rimesso in libertà, giacchè gli andò a vuoto un trattato di sorprendere il conte della Romagna, nel dì 9 di settembre cavalcò a Milano per trattare con Giovanni Visconte de' suoi affari. Trovavansi questi in male stato, perchè forze non c'erano per resistere alla guerra mossa dal conte di Romagna, e mancava la pecunia per riscattare i figliuoli. Parte dunque per necessità, e parte per vendicarsi del medesimo conte, segretamente vendè la città di Bologna all'arcivescovo Visconte per ducento mila fiorini, secondo Matteo Villani[Matteo Villani, lib. 1. Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital.]; laonde il Visconte spedì tosto a Bologna i due nipotiBernabòeGaleazzocon gran gente d'armi come ausiliarii de' Pepoli. Allorchè essi Pepoli si avvisarono d'essere assai forti per poter eseguire il contratto[Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]fecero eleggere signor di BolognaGiovanni Viscontenel dì 25 d'ottobre, ma con rabbia e dispetto de' migliori e del popolo tutto, che andava gridando per le strade:Noi non vogliamo essere venduti. Tuttavia bisognòprendere il giogo. Era ne' tempi addietro Bologna considerata, non come una città, ma come una provincia: tanto lungi si stendeva il suo distretto, e tanta era la copia degli scolari, i quali talvolta arrivarono al numero di tredici mila. L'acquisto fattone dall'arcivescovo di Milano fu un principio di grandi sciagure per essa città, sì perchè il popolo guelfo di fazione non sapea sofferire il giogo dei Ghibellini, e sì perchè di ciò s'ingelosirono forte i Fiorentini ed altri principi di Lombardia, conoscendo abbastanza la sfrenata avidità del Biscione: che così si cominciò a soprannominar la casa dei Visconti per cagione della vipera, ossia del serpente dell'armi sue gentilizie. Nei patti suddetti Jacopo de' Pepoli si riserbò la signoria di San Giovanni in Persiceto e di Sant'Agata, e Giovanni quella di Crevalcuore e Nonantola: il che maggiormente accese l'odio de' Bolognesi contra dei Pepoli.
Fu in quest'anno[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital. Chron. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.]cheGiovanni Visconte, per meglio stabilire la sua casa, procurò aBernabòsuo nipote in moglieReginafigliuola diMastino, e all'altro suo nipote GaleazzoBiancasorella diAmedeo VI contedi Savoia. Sul fine di settembre in Verona fu sposata Regina, e alla nobil funzione intervenneroObizzo marchesed'Este eJacopo da Carrarasignor di Padova, i quali, secondo l'uso di que' tempi, non dimenticarono di fare degli splendidi regali alla sposa. Celebraronsi poscia con pompa maggiore in Milano nel giorno medesimo le nozze di amendue, e quelle ancora diAmbrosiofigliuolo diLodrisio Visconte. Successivamente nel mese di novembreCan Grande dalla Scalafigliuolo di Mastino prese per moglieIsabellafigliuola del giàLodovico il Bavaro, e sorella delmarchese di Brandeburgo. Corte bandita e gran solennità fu fatta in Verona per questa occasioneNell'anno presente[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.]Lodovico degli Ordelaffis'impadronì di Bertinoro, eFrancesco degli Ordelaffioccupò Meldola. Erano essi collegati coiManfredidi Faenza contro al conte di Romagna. Guerra in questi tempi bolliva tra il patriarca di AquileiaBeltrando, Guascone di patria, prelato di grandi virtù, e ilconte di Gorizia, con cui si erano uniti molti castellani del Friuli ribelli del patriarca[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.]. Mentre con ducento uomini d'armi era esso patriarca in viaggio verso Udine, fu colto da' nemici; nè solamente andò sconfitta la sua gente, ma restò egli preso, e, trafitto da un colpo di spada, vi lasciò miseramente la vita. Ciò pervenuto all'orecchio del duca d'Austria, corse frettolosamente con poderosa copia di combattenti nel Friuli, e si mise in possesso d'Aquileia, d'Udine e degli altri luoghi, alla riserva di Sacile. Gran vendetta fu poi fatta di questo esecrando misfatto. Avea fin qui con assai prudenza governata la città di PadovaJacopo da Carrara, e s'era guadagnato l'amore del pubblico, ma non già di Guglielmo bastardo da Carrara, che per li suoi cattivi portamenti era sequestrato in Padova[Gatari, Histor. Padov., tom, 17 Rer. Ital. Cortus. Histor.]. Perchè costui non poteva ottener la licenza d'andarsene a suo piacimento, talmente s'inviperì, che nel dì 21 di dicembre, festa di san Tommaso, trovandosi con esso solo in una camera, sfoderato un coltello, gli tagliò il ventre, onde cadde morto a terra, Guglielmo dalle guardie fu messo in brani. Universale fu il pianto de' cittadini per questa perdita; e perciocchè non si trovava in città se nonMarsiliofanciullo, figliuolo di esso Jacopo, fatto un gran concorso al palazzo, fu creduto bene di metterlo a cavallo e di condurlo per la città, acciocchè si tenesse in quiete il popolo, finchè venisseroJacopinofratello eFrancescoprimogenito dell'ucciso signore, i quali venuti nel dì 22del suddetto mese, entrambi furono di comun concordia del popolo proclamati signori.
Terminò in quest'anno sul principio di gennaio o di febbraio i suoi giorniGiovanni da Murtadoge di Genova, dopo aver con assai zelo e prudenza governata quella repubblica[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. In luogo suo fu elettoGiovanni di Valente. Ma in questo anno ebbe principio una nuova guerra fra i Genovesi e i Veneziani, nazioni emule da gran tempo per la mercatura che faceano in Levante. Erano i primi padroni di Gaffa nella Crimea[Marino Sanuto, Ist., tom. 22 Rer. Ital.], e pretendendo che i Veneziani non navigassero nel mar Nero, ossia Maggiore, presero alcuni loro legni, e ne ritennero la mercatanzia. Essendo riuscite vane le istanze fatte per via di ambasciatori, affinchè restituissero il maltolto, adunarono i Veneziani una flotta di trentacinque galee sotto il comando di Marco Ruzino. Con questa avendo colte nel di 29 di agosto quattordici galee di mercatanti genovesi ad Alcastri, cinque ne presero, e all'altre fu messo fuoco da' Genovesi medesimi; oppure, secondo lo Stella, dieci vennero alle loro mani, e quattro si salvarono a Scio. Più di mille prigioni furono condotti a Negroponte. Ecco dunque dichiarata la guerra fra queste due nazioni, sì potenti allora in mare. Diede essa motivo dipoi a' Veneziani di collegarsi colre di Aragona, nemico anch'esso de' Genovesi; e di queste maledette divisioni e rivalità de' cristiani seppero ben profittare allora i Turchi con istendere la loro potenza nell'Asia. Benchè sembrassero gli affari del re d'Ungheria in assai buono stato dopo la rotta data ai Napoletani, pure cangiarono presto faccia per l'infedeltà ed ingordigia de' Tedeschi, comandati dalduca Guarnieri. Cominciarono essi a tumultuare in Aversa per cagion delle paghe che non correvano[Dominicus de Gravina, Chron., tom. 12 Rer. Ital.].Stefanovaivoda di Transilvania, generale dell'armata unghera, tentò di placarli col dar loro nelle mani i baroni napoletani prigioni, acciocchè col riscatto di essi si rimborsassero. Racconta il Gravina che que' crudi masnadieri, per indurre essi nobili a pagare cento mila fiorini d'oro, con varii tormenti li ridussero quasi a morte: laonde promisero di pagare quella somma, che Matteo Villani fa ascendere fino a ducento mila fiorini. Ma neppur questo bastando al compimento delle paghe da loro pretese, si scoprì una risoluzione da lor fatta di far prigione lo stesso vaivoda. Perlochè il vaivoda una notte con tutti i suoi Ungheri se ne andò alla volta di Manfredonia. Rimasti i Tedeschi padroni d'Aversa e d'altri luoghi, trattarono una tregua colre Luigie coi Napoletani, ricavandone cento mila fiorini d'oro. Cento altri mila furono loro promessi, se cedevano Aversa, Capoa ed altri luoghi ad esso re Luigi. Ma in fine costoro, non avendo più sussistenza di viveri, si ritirarono da Aversa, e la depositarono in mano del cardinal di Ceccano[Matteo Villani, lib. 1, cap. 87.]. Il duca Guarnieri con settecento cavalieri, siccome dicemmo, venne dipoi a Forlì e Bologna, dove prese soldo. Corrado Lupo con altri Tedeschi si acconciò di nuovo ai servigi del vaivoda. Avendo poscia il re Luigi ripigliato Aversa, e fortificatala, parevano risorti i di lui affari, quando eccotiLodovico red'Ungheria, che con gran gente, mosso dalle sue contrade, viene a sbarcare in Manfredonia. Unite insieme le sue forze in Baroli, si trovò che ascendevano a quasi quattordici mila Ungheri a cavallo ed otto mila Tedeschi parimente cavalieri, e a quattro mila fanti lombardi. Il Villani, forse con più fondamento, la fa minore di qualche migliaio. Conquistò Bari, Bitonto, Baroli, Canosa, Melfi, Matalona, Trani ed altre terre. I Salernitani gli aprirono le porte: in una parola venne alle di lui mani, fuorchè Aversa e Napoli, tutta la Terra di Lavoro. Lungo tempo si trattennedipoi il re d'Ungheria all'assedio di Aversa, nè, per quanti assalti desse alla terra con gran perdita di sua gente, potè vincerla. L'ebbe in fine per trattato da quei cittadini. Ma intanto papaClemente VInon intermetteva diligenza alcuna per mettere fine a questo fiero sconvolgimento del regno di Napoli, facendo proporre, per mezzo di due cardinali, tregua o pace. Il re d'Ungheria, che gran voglia avea di ritornarsene al suo paese, vi diede orecchio; molto più ilre Luigiela regina Giovannasua moglie, che erano giunti al verde, nè sapeano più come sostenersi. Fu dunque rimessa al pontefice la cognizion della differenza, con che intanto i due re e Giovanna uscissero del regno. Se si trovava colpevole la regina della morte delduca Andrea, dovea perdere il regno, e questo darsi al re unghero; se innocente, avea da tornarne in possesso, e pagare al re unghero per le spese della guerra trecento mila fiorini d'oro. Venne il re d'Ungheria per sua divozione a Roma, e poscia si ridusse ai suoi stati d'Ungheria. La sentenza della corte pontificia in fine fu favorevole allaregina Giovanna, come ogni saggio ben prevedeva; e il re di Ungheria per sua magnanimità neppur volle o pretese i trecento mila fiorini, che gli si doveano secondo i patti. In quest'annoBenedetto di Buonconte de' Monaldeschi, dopo avere ucciso due de' suoi consorti, si fece signore d'Orvieto.Giovanni de' Gabriellianch'egli prese la signoria di Gubbio; e perciocchè i Perugini andarono all'assedio di quella città, il tiranno chiamò in suo aiutoBernabò Visconte, che per l'arcivescovo suo zio vi mandò un rinforzo di cavalleria, e in questa guisa si difese.