MCCCLIVAnno diCristomcccliv. IndizioneVII.Innocenzo VIpapa 3.Carlo IVre de' Romani 9.Diedesi con vigore in quest'anno ilcardinale Egidio Albornozlegato apostolico a ricuperar dalle mani de' tiranni le terre della Chiesa[Raynald., Annal. Eccles.]. Mirando Roma sempre in confusione, si avvisò di adoperare uno strumento alquanto strano per mettere al dovere le teste sempre inquiete e divise dei Romani, e per frenar la prepotenza de' grandi. Cioè avendo seco Niccolò di Lorenzo, ossiaCola da Rienzo, uomo benchè di cervello stravagante, pure ben provveduto di lingua e di vaste idee, il mandò colà, dopo averlo provato assai destro e fedele nelle azioni militari da esso cardinale intraprese. Essendo già stato ucciso il Baroncello, che era divenuto tiranno[Vita di Cola di Rienzo, lib. 2, cap. 17.], fu ricevuto Cola in Roma dal popolo con immenso onore. Chiamò egli tosto all'ubbidienza i baroni romani oppressori del popolo. Nulla ne vollero far i Colonnesi, anzi diedero principio a delle ostilità contro Roma. Allora Cola con bella armata andò all'assedio di Palestrina, terra di que' nobili. Altri che lui vi voleva a disfare quel forte nido; però tutto confuso se ne tornò a casa.Fra Moriale, quel gran masnadiere, di cui abbiam parlato di sopra, dopo avere messa in contribuzione la Marca e la Toscana, commesse innumerabili iniquità, e raunato gran tesoro, capitò a Roma, o per visitare due suoi fratelli, o perchè chiamato colà dal senatore, per valersene nei bisogni della guerra. Fu riferito a Cola di Rienzo, essere scappato di bocca a costui che voleva uccidere esso Cola. Il fece prendere e tormentare, e poi tagliargli la testa nel dì 29 d'agosto: pena degnade' suoi misfatti, e applaudita dagli Italiani, ma che tirò addosso a Cola una universale mormorazione de' Romani, perchè fu creduto un calunnioso pretesto per ispogliarlo delle ricchezze e prede fatte in tanti paesi. Una sola parte nondimeno ne ebbe; la maggiore toccò a Giovanni da Castello. L'aver poi Cola posta una gabella sopra il vino, che dispiacque forte, fatto troncare il capo a Pandolfuccio di Guido, uomo virtuoso ed amato da tutti, e varie sue capricciose pazzie che degeneravano in crudeltà, servirono a fargli perdere il concetto, e a guadagnarli l'odio della maggior parte del popolo. Pertanto nel dì 8 di settembre, levatosi a rumore esso popolo contra di lui, l'assediò in Campidoglio, ed attaccò fuoco al palazzo. Se ne fuggì egli travestito da facchino, ma riconosciuto, fu ucciso a forza di pugnalate dall'infuriata gente. Così in breve tempo ebbero fine due aborti della fortuna, che diedero molto da ragionar di sè in questi tempi, insegnando che non è mestier d'ognuno il fondare de' principati con fidarsi dell'incostanza de' popoli, e senza gran provvision di prudenza. Ora ilcardinale Albornozlegato del papa avea già fatto pubblicar le scomuniche pontificie contra chiunque occupava in Italia gli Stati della Chiesa romana; ma perchè queste armi senza le temporali alla pruova si truovano spuntate, mosse l'esercito suo contra di loro[Matteo Villani, lib. 4, cap. 10.]. Il primo assalito fuGiovanni da Vicoprefetto. Costui trattò tosto di pace, ma poco tardò a mancar di parola; e però il legato gli tolse Toscanella e l'assediò in Orvieto. Per paura di peggio, il prefetto andò a gittarsegli ai piedi, e gli consegnò quella città. Seppe far meglio i suoi affariGentile da Moglianosignore di Fermo, perchè, senza voler aspettare la forza, andò spontaneamente a trovare il cardinal legato a Foligno, e gli diede la tenuta di Fermo: atto così gradito da esso legato, che dichiarò Gentile gonfalonier della Chiesa romana.Strepitosa novità accadde in Verona.Can Grande dalla Scala, signore di quella città, era ito a Bolzano in compagnia diCan Signoresuo fratello, per abboccarsi colmarchese di Brandeburgosuo cognato[Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.].Fregnano dalla Scalasuo fratello bastardo colse questo tempo per effettuare il disegno di torgli la signoria: intorno a che già passava intelligenza fra lui e i Gonzaghi signori di Mantova. Nella notte del dì 17 di febbraio, ossia ch'egli fosse d'accordo conAzzo da Correggio, lasciato da Can Grande per governatore di Verona, oppur, come vuole il Gazata[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], che Fregnano fattolo, a sè venire, gli minacciasse la morte, se non acconsentiva, amendue sparsero voce, esser giunte lettere che portavano la morte improvvisa di Can Grande, e mossero la guarnigione ad uscir di Verona, con farle credere cheBernabò Visconteveniva con gente a quella volta. Nella seguente mattina Fregnano conAlboino, suo fratello minore e legittimo, cavalcò per la città, e si fece proclamar signore. In aiuto suo giunse ancoraFeltrinoed altri da Gonzaga con assai nobiltà e milizia di Mantova. Nel dì 24 d'esso meseBernabò Visconte, chiamato in soccorso da Fregnano, oppur mosso da speranza di pescare in quel torbido, comparve con ottocento, ovvero con tre mila barbute e con altra soldatesca, e dimandò di entrare in Verona. I Gonzaghi, per timore ch'egli occupasse la città, indussero Fregnano a negargli l'entrata, cosicchè Bernabò, vedendosi deluso, tentò per forza di voler superare una porta; ma, conoscendo l'impossibilità dell'impresa, giudicò meglio di ritornarsene a Milano. Per questo fu da alcuni creduto che anche l'arcivescovo di Milano avesse tenuta mano a questo fatto. Volarono intanto gli avvisi di tal tradimento a Can Grande, che non perdo tempo a tornarsene indietro. Assicuratosi di Vicenza, con quelle truppeche avea e che potè raunare, arrivò la notte stessa a Verona, dappoichè se ne era partito Bernabò. Dal custode della porta di Campo Marzo fu lasciato entrare in città, e tosto fece intonare:Viva Cane, e muoiano i traditori. Fatto giorno, Cane passò il ponte, ed ebbe all'incontro Fregnano coi suoi, che fece lunga battaglia, ma in fine vi lasciò la vita insieme con Paolo Pico dalla Mirandola, eletto da lui per podestà di Verona, ed altri suoi partigiani. Sollevatosi tutto il popolo in favor di Cane, fu preso Feltrino da Gonzaga co' suoi consorti e soldati, e corse pericolo della vita; ma in fine si riscattò con trenta mila fiorini d'oro. Dopo sì felice avvenimento nello stesso mese giunse a Verona ilmarchese di Brandeburgocon assai gente per aiutar Cane, ma non vi fu più bisogno di lui.Per la troppo cresciuta potenza diGiovanni Viscontearcivescovo di Milano, e perchè l'ingordigia sua non era per far mai punto fermo, si collegarono insieme larepubblica di Venezia, ilmarchese Aldrovandinosignor di Ferrara e Modena[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], iGonzaghisignori di Mantova e Reggio, e iCarraresisignori di Padova. In essa entrò dipoi ancheCan Grande dalla Scalasignor di Verona e Vicenza. L'avere il Visconte occupata Bologna, e il far tuttodì passar le sue genti pel Reggiano e Modenese, teneva in un continuo allarma questi popoli. Men male perciò fu creduto dall'Estense e dai Gonzaghi il far testa ad una potenza che andava a divorar tutto. Ora i Gonzaghi furono i primi a cominciar la festa, impossessandosi di alcune navi milanesi, vegnenti da Venezia col carico di mercatanzie, ascendenti al valore di settanta mila fiorini d'oro. Spedì tosto l'arcivescovo il suo esercito a' danni del Reggiano e Modenese, con prendere le castella di Fiorano, Spezzano e Guiglia, e piantar due forti bastie, oppur una alpasso di Santo Ambrosio sul Panaro[Petrus Azarius, Chron., cap. 11, tom. 18 Rer. Ital.]. Erasi unita tutta sotto il comando del conte Lando Tedesco di Suevia la gran compagnia, che dianzi ubbidiva a fra Moriale, accresciuta dipoi a dismisura pel concorso di chiunque aspirava alle prede. Queste masnade furono prese al loro soldo dai collegati, e con esse formato un esercito di più di trenta mila armati, combatterono le suddette due bastie, e voltatisi poi verso Guastalla, e passato il Po, nel settembre si diedero a guastare il territorio di Cremona.In questo tempo una mortale infermità portò all'altra vitaGiovanni Viscontearcivescovo e signor di Milano, e mise fine alle sue grandiose secolaresche idee. Discordi sono gli scrittori nell'assegnare il giorno della sua morte. Nel dì 11 di settembre scrive il Gazata[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]; nel dì 4 di ottobre Matteo Villani[Matteo Villani, lib. 4, cap. 25.]; nel dì cinque di esso mese, giorno di domenica il Corio[Corio, Istoria di Milano.]. Sto io con quest'ultimo, perchè il giorno quinto d'ottobre cadde in domenica; e Pietro Azario[Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.], benchè il faccia morto nel dì 4 d'ottobre, pure confessa che fu giorno di domenica. Lo stesso abbiamo dalla Cronica di Matteo Griffone[Matth. de Griffonibus, Chron., tom. 18 Rer. Italic.], dalla Bolognese[Chron. Bononiens., tom. eod.], dalla Piacentina[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]e da quella de' Cortusii[Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital.]; e però s'hanno da correggere l'altre storie, e massimamente gli Annali Milanesi[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], che il dicono morto nel dì ultimo d'ottobre. A lui senza opposizione succederono i tre suoi nipoti, nati dal fuStefanosuo fratello, cioèMatteo, BernabòeGaleazzo. Gli Stati furono divisi in tre parti. A Matteo toccaronoLodi, Piacenza, Parma, Bologna e Bobbio; a BernabòBergamo, Brescia, Cremonaed altre terre; a GaleazzoComo, Novara, Vercelli, Asti, Alba, Alessandria, Tortonae molte terre del Piemonte.MilanoeGenovarimasero indivise, e tutti e tre vi comandavano, camminando fra loro con molta concordia. Si figurò la lega di Lombardia di poter più agevolmente ottenere l'intento suo contro la possanza di Giovanni Visconte, quando era vivente, col chiamare in ItaliaCarlo IVre di Boemia e de' Romani; e mandò a questo fine ambasciatori; ma nel medesimo tempo anche il Visconte facea per mezzo de' suoi delle belle offerte, promettendogli la corona ferrea, subito che fosse calato in Italia. Perciò Carlo, trovando ben disposti gli animi degl'Italiani, ed ottenuta licenza dal papa, si mise in viaggio nell'ottobre di quest'anno con poco accompagnamento di gente d'armi[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.], e nel dì 3 di novembre col patriarca d'Aquileia suo fratello arrivò a Padova, con grande onore accolto daJacopinoeFrancesco da Carrarasignori di quella città. Fu ad incontrarlo prima del suo arrivo colàAldrovandino marchese d'Este, e da che fu partito da Padova, andòCan Grande dalla Scalaa fargli riverenza a Legnago. Riposossi in Mantova per qualche settimana il re Carlo per trattare, se era possibile, di concordia fra i collegati e i Visconti. Gli spedirono i fratelli Visconti una nobile ambasciata con suntuosi regali, promesse d'aiuti e della corona ferrea. Si fece valere l'attaccamento loro agl'interessi dell'imperio, e quanto avesse operatoMatteolor avolo contro i ribelli della corona, cioè contro i Guelfi, di modo che Carlo restò soddisfattissimo di loro, e si dispose a passare a Milano. Così rimasero delusi i collegati, che a loro spese aveano tirato in Italia questo debole principe; e niun profitto ne ricavarono, essendosi egli convenuto coi Visconti di non molestarli, purchè gli dessero la corona d'Italia, e una buona scorta fino a Roma per prendere l'altra dell'imperio.Non avea mancatoGiovanni Visconte, quando era vivente, d'inviare ambasciatori a Venezia, per mettere pace fra quella repubblica e quella di Genova. Uno degli ambasciatori fu il celebreFrancesco Petrarca, al quale nulla servì la sua eloquenza per condurre a buon fine questo negoziato.Andrea Dandolodoge e il suo consiglio, erano sì mal animati contra dei Genovesi, e malcontenti dell'arcivescovo per la signoria e protezion presa di quel popolo, che ricusarono ogni proposizion d'accomodamento. Colle lor forze e coll'aiuto dell'arcivescovo armarono essi Genovesi trentacinque galee[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Caresin. Chron. tom. 12 Rer. Ital.], e ne fu generale il prodePaganino Doria. Dopo essere state queste in corso contra dei Catalani, vennero in Levante in traccia de' Veneziani, abbruciarono Parenzo, e presero alcune ricchissime cocche veneziane. Trovarono poscia a Portolungo verso Modone, ossia nel porto della Sapienza, la maggior parte della flotta veneta, composta di trentacinque galee, sei grosse navi e venti altri legni minori sotto il comando diNiccolò Pisano. Nel dì 4 di novembre virilmente andò il general genovese ad assalir nel porto la nemica armata, e tal dovea essere in questi tempi in credito la bravura de' Genovesi in mare, oppur fosse altro accidente, che contra il solito sbigottiti i Veneziani, senza far molta difesa si diedero tutti per vinti. Furono condotti que' legni a Genova con più di cinque mila prigioni, fra' quali lo stesso general pisano, e poi bruciati. Per istrada fuggirono ben due mila de' prigioni fatti; e furono anche prese da altri legni veneziani due galee genovesi, che s'erano sbandate dallo stuolo. Abbiamo da Matteo Villani[Matteo Villani, lib. 4, cap. 32.]minutamente descritto questo avvenimento, sì funesto alla gloria e potenza de' Veneziani, e tale che in Venezia molto si temette che la vittoriosa armata volasse colà a fare del resto. Risparmiò Iddiol'avviso e il dolore di sì inusitata sconfitta adAndrea Dandolo, virtuosissimo doge di Venezia e scrittore della famosa Cronica Veneta, da me data alla luce; imperocchè nel dì 7 di settembre di questo anno[Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.]egli era passato a miglior vita, e in luogo suo nel dì 11 d'esso mese era stato surrogatoMarino ValieroossiaFaliero. Nè si dee tacere che trovavasi in questi tempi l'isola di Sicilia disfatta e ridotta a gran carestia per la disunione di que' baroni e popoli, stante la minorità delre don Luigifigliuolo delre don Pietro[Matteo Villani, lib. 4. cap. 3.], e le due prepotenti fazioni, l'una de' Catalani, e l'altra de' conti di Chiaramonte. Per maneggio diNiccolò Acciaiuoli, gran siniscalco di Napoli[Matth. Palmerius, in Vita Nicolai Acciajoli, tom. 13 Rer. Ital.], si accordò ilconte Simone di ChiaramonteconLuigi re di Napoli; e questi spedì immediatamente colà sei galee con poca gente d'armi, e molti legni carichi di grano e di vettovaglia; la qual oste bastò a fare che le città di Palermo, Trapani, Milazzo, Mazara, ed altre terre e castella al numero di cento dodici, alzassero le bandiere del re di Napoli. Questa era la congiuntura, in cui il re Luigi s'impadronisse di tutta la Sicilia; al che non era mai potuto arrivare in sua vita ilre Robertocon tanti sforzi e possenti spedizioni da lui fatte per ricuperare quel regno. Ma in troppa debolezza si trovava allora il regno di Napoli a cagion delle guerre passate e di tanti Reali che conveniva mantenere, fra' quali anche vi fuLuigi duca di Durazzo, il quale si ribellò, e bisognò domarlo coll'armi. Gran guadagno nondimeno fu quello del re Luigi in Sicilia nell'anno presente, e questo crebbe anche nel seguente. Pure la Sicilia giunse a mutar padrone; e in questo anno i Messinesi occuparono tre galee ed altri legni pieni di vettovaglie, che il re Luigi mandava per rinforzo a Palermo.In occasion della guerra insorta fra l'arcivescovo Visconte e i collegati, fu nel dì 10 di giugno alquanto di sollevazione in Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], perchè daGiovanni da Oleggiogovernatore era uscito ordine che due quartieri della città cavalcassero armati alla volta di Modena, e il popolo, mal soddisfatto del governo milanese, non si sentiva di sacrificar le vite in servigio di così pesante padrone. Giovanni da Oleggio, che era un mal arnese, cacciò per questo in prigione gran copia di cittadini nobili e plebei; molti ne fece giustiziare, altri tormentare; e durò assai giorni questa tragedia. Tolse ancora l'armi agli abitanti, di modo che di terrore e confusione era ripiena quella città. Arrivò poi nel dì 21 d'agosto sul contado di Bologna parte dell'esercito de' collegati, di cui era capitan generaleFrancesco da Carrara, uno de' due signori di Padova, e si unì colla gran compagnia delconte LandoTedesco. Saccheggiando e bruciando le ville di quei contorni, arrivarono fin presso alla città di Bologna. Secondo i Cortusii[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.], avrebbono potuto impadronirsene; ma il conte Lando, che, secondo il costume di quegl'iniqui masnadieri, mentre militava per l'una parte, sapea servire all'altra nemica, ne impedì l'acquisto, e dipoi ricusò di combattere le due bastie del passo di Sant'Ambrosio; e per questa cagione s'ebbe da lì innanzi gran sospetto della fede di costui; e Francesco da Carrara, temendone qualche tradimento, giudicò meglio di ritirarsi a Padova, e di lasciare il baston del comando in vece sua aFeltrino da Gonzaga.
Diedesi con vigore in quest'anno ilcardinale Egidio Albornozlegato apostolico a ricuperar dalle mani de' tiranni le terre della Chiesa[Raynald., Annal. Eccles.]. Mirando Roma sempre in confusione, si avvisò di adoperare uno strumento alquanto strano per mettere al dovere le teste sempre inquiete e divise dei Romani, e per frenar la prepotenza de' grandi. Cioè avendo seco Niccolò di Lorenzo, ossiaCola da Rienzo, uomo benchè di cervello stravagante, pure ben provveduto di lingua e di vaste idee, il mandò colà, dopo averlo provato assai destro e fedele nelle azioni militari da esso cardinale intraprese. Essendo già stato ucciso il Baroncello, che era divenuto tiranno[Vita di Cola di Rienzo, lib. 2, cap. 17.], fu ricevuto Cola in Roma dal popolo con immenso onore. Chiamò egli tosto all'ubbidienza i baroni romani oppressori del popolo. Nulla ne vollero far i Colonnesi, anzi diedero principio a delle ostilità contro Roma. Allora Cola con bella armata andò all'assedio di Palestrina, terra di que' nobili. Altri che lui vi voleva a disfare quel forte nido; però tutto confuso se ne tornò a casa.Fra Moriale, quel gran masnadiere, di cui abbiam parlato di sopra, dopo avere messa in contribuzione la Marca e la Toscana, commesse innumerabili iniquità, e raunato gran tesoro, capitò a Roma, o per visitare due suoi fratelli, o perchè chiamato colà dal senatore, per valersene nei bisogni della guerra. Fu riferito a Cola di Rienzo, essere scappato di bocca a costui che voleva uccidere esso Cola. Il fece prendere e tormentare, e poi tagliargli la testa nel dì 29 d'agosto: pena degnade' suoi misfatti, e applaudita dagli Italiani, ma che tirò addosso a Cola una universale mormorazione de' Romani, perchè fu creduto un calunnioso pretesto per ispogliarlo delle ricchezze e prede fatte in tanti paesi. Una sola parte nondimeno ne ebbe; la maggiore toccò a Giovanni da Castello. L'aver poi Cola posta una gabella sopra il vino, che dispiacque forte, fatto troncare il capo a Pandolfuccio di Guido, uomo virtuoso ed amato da tutti, e varie sue capricciose pazzie che degeneravano in crudeltà, servirono a fargli perdere il concetto, e a guadagnarli l'odio della maggior parte del popolo. Pertanto nel dì 8 di settembre, levatosi a rumore esso popolo contra di lui, l'assediò in Campidoglio, ed attaccò fuoco al palazzo. Se ne fuggì egli travestito da facchino, ma riconosciuto, fu ucciso a forza di pugnalate dall'infuriata gente. Così in breve tempo ebbero fine due aborti della fortuna, che diedero molto da ragionar di sè in questi tempi, insegnando che non è mestier d'ognuno il fondare de' principati con fidarsi dell'incostanza de' popoli, e senza gran provvision di prudenza. Ora ilcardinale Albornozlegato del papa avea già fatto pubblicar le scomuniche pontificie contra chiunque occupava in Italia gli Stati della Chiesa romana; ma perchè queste armi senza le temporali alla pruova si truovano spuntate, mosse l'esercito suo contra di loro[Matteo Villani, lib. 4, cap. 10.]. Il primo assalito fuGiovanni da Vicoprefetto. Costui trattò tosto di pace, ma poco tardò a mancar di parola; e però il legato gli tolse Toscanella e l'assediò in Orvieto. Per paura di peggio, il prefetto andò a gittarsegli ai piedi, e gli consegnò quella città. Seppe far meglio i suoi affariGentile da Moglianosignore di Fermo, perchè, senza voler aspettare la forza, andò spontaneamente a trovare il cardinal legato a Foligno, e gli diede la tenuta di Fermo: atto così gradito da esso legato, che dichiarò Gentile gonfalonier della Chiesa romana.
Strepitosa novità accadde in Verona.Can Grande dalla Scala, signore di quella città, era ito a Bolzano in compagnia diCan Signoresuo fratello, per abboccarsi colmarchese di Brandeburgosuo cognato[Chron. Veronense, tom. 8 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.].Fregnano dalla Scalasuo fratello bastardo colse questo tempo per effettuare il disegno di torgli la signoria: intorno a che già passava intelligenza fra lui e i Gonzaghi signori di Mantova. Nella notte del dì 17 di febbraio, ossia ch'egli fosse d'accordo conAzzo da Correggio, lasciato da Can Grande per governatore di Verona, oppur, come vuole il Gazata[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], che Fregnano fattolo, a sè venire, gli minacciasse la morte, se non acconsentiva, amendue sparsero voce, esser giunte lettere che portavano la morte improvvisa di Can Grande, e mossero la guarnigione ad uscir di Verona, con farle credere cheBernabò Visconteveniva con gente a quella volta. Nella seguente mattina Fregnano conAlboino, suo fratello minore e legittimo, cavalcò per la città, e si fece proclamar signore. In aiuto suo giunse ancoraFeltrinoed altri da Gonzaga con assai nobiltà e milizia di Mantova. Nel dì 24 d'esso meseBernabò Visconte, chiamato in soccorso da Fregnano, oppur mosso da speranza di pescare in quel torbido, comparve con ottocento, ovvero con tre mila barbute e con altra soldatesca, e dimandò di entrare in Verona. I Gonzaghi, per timore ch'egli occupasse la città, indussero Fregnano a negargli l'entrata, cosicchè Bernabò, vedendosi deluso, tentò per forza di voler superare una porta; ma, conoscendo l'impossibilità dell'impresa, giudicò meglio di ritornarsene a Milano. Per questo fu da alcuni creduto che anche l'arcivescovo di Milano avesse tenuta mano a questo fatto. Volarono intanto gli avvisi di tal tradimento a Can Grande, che non perdo tempo a tornarsene indietro. Assicuratosi di Vicenza, con quelle truppeche avea e che potè raunare, arrivò la notte stessa a Verona, dappoichè se ne era partito Bernabò. Dal custode della porta di Campo Marzo fu lasciato entrare in città, e tosto fece intonare:Viva Cane, e muoiano i traditori. Fatto giorno, Cane passò il ponte, ed ebbe all'incontro Fregnano coi suoi, che fece lunga battaglia, ma in fine vi lasciò la vita insieme con Paolo Pico dalla Mirandola, eletto da lui per podestà di Verona, ed altri suoi partigiani. Sollevatosi tutto il popolo in favor di Cane, fu preso Feltrino da Gonzaga co' suoi consorti e soldati, e corse pericolo della vita; ma in fine si riscattò con trenta mila fiorini d'oro. Dopo sì felice avvenimento nello stesso mese giunse a Verona ilmarchese di Brandeburgocon assai gente per aiutar Cane, ma non vi fu più bisogno di lui.
Per la troppo cresciuta potenza diGiovanni Viscontearcivescovo di Milano, e perchè l'ingordigia sua non era per far mai punto fermo, si collegarono insieme larepubblica di Venezia, ilmarchese Aldrovandinosignor di Ferrara e Modena[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital. Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.], iGonzaghisignori di Mantova e Reggio, e iCarraresisignori di Padova. In essa entrò dipoi ancheCan Grande dalla Scalasignor di Verona e Vicenza. L'avere il Visconte occupata Bologna, e il far tuttodì passar le sue genti pel Reggiano e Modenese, teneva in un continuo allarma questi popoli. Men male perciò fu creduto dall'Estense e dai Gonzaghi il far testa ad una potenza che andava a divorar tutto. Ora i Gonzaghi furono i primi a cominciar la festa, impossessandosi di alcune navi milanesi, vegnenti da Venezia col carico di mercatanzie, ascendenti al valore di settanta mila fiorini d'oro. Spedì tosto l'arcivescovo il suo esercito a' danni del Reggiano e Modenese, con prendere le castella di Fiorano, Spezzano e Guiglia, e piantar due forti bastie, oppur una alpasso di Santo Ambrosio sul Panaro[Petrus Azarius, Chron., cap. 11, tom. 18 Rer. Ital.]. Erasi unita tutta sotto il comando del conte Lando Tedesco di Suevia la gran compagnia, che dianzi ubbidiva a fra Moriale, accresciuta dipoi a dismisura pel concorso di chiunque aspirava alle prede. Queste masnade furono prese al loro soldo dai collegati, e con esse formato un esercito di più di trenta mila armati, combatterono le suddette due bastie, e voltatisi poi verso Guastalla, e passato il Po, nel settembre si diedero a guastare il territorio di Cremona.
In questo tempo una mortale infermità portò all'altra vitaGiovanni Viscontearcivescovo e signor di Milano, e mise fine alle sue grandiose secolaresche idee. Discordi sono gli scrittori nell'assegnare il giorno della sua morte. Nel dì 11 di settembre scrive il Gazata[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]; nel dì 4 di ottobre Matteo Villani[Matteo Villani, lib. 4, cap. 25.]; nel dì cinque di esso mese, giorno di domenica il Corio[Corio, Istoria di Milano.]. Sto io con quest'ultimo, perchè il giorno quinto d'ottobre cadde in domenica; e Pietro Azario[Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital.], benchè il faccia morto nel dì 4 d'ottobre, pure confessa che fu giorno di domenica. Lo stesso abbiamo dalla Cronica di Matteo Griffone[Matth. de Griffonibus, Chron., tom. 18 Rer. Italic.], dalla Bolognese[Chron. Bononiens., tom. eod.], dalla Piacentina[Chron. Placent., tom. 16 Rer. Ital.]e da quella de' Cortusii[Cortusiorum Histor., tom. 12 Rer. Ital.]; e però s'hanno da correggere l'altre storie, e massimamente gli Annali Milanesi[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], che il dicono morto nel dì ultimo d'ottobre. A lui senza opposizione succederono i tre suoi nipoti, nati dal fuStefanosuo fratello, cioèMatteo, BernabòeGaleazzo. Gli Stati furono divisi in tre parti. A Matteo toccaronoLodi, Piacenza, Parma, Bologna e Bobbio; a BernabòBergamo, Brescia, Cremonaed altre terre; a GaleazzoComo, Novara, Vercelli, Asti, Alba, Alessandria, Tortonae molte terre del Piemonte.MilanoeGenovarimasero indivise, e tutti e tre vi comandavano, camminando fra loro con molta concordia. Si figurò la lega di Lombardia di poter più agevolmente ottenere l'intento suo contro la possanza di Giovanni Visconte, quando era vivente, col chiamare in ItaliaCarlo IVre di Boemia e de' Romani; e mandò a questo fine ambasciatori; ma nel medesimo tempo anche il Visconte facea per mezzo de' suoi delle belle offerte, promettendogli la corona ferrea, subito che fosse calato in Italia. Perciò Carlo, trovando ben disposti gli animi degl'Italiani, ed ottenuta licenza dal papa, si mise in viaggio nell'ottobre di quest'anno con poco accompagnamento di gente d'armi[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.], e nel dì 3 di novembre col patriarca d'Aquileia suo fratello arrivò a Padova, con grande onore accolto daJacopinoeFrancesco da Carrarasignori di quella città. Fu ad incontrarlo prima del suo arrivo colàAldrovandino marchese d'Este, e da che fu partito da Padova, andòCan Grande dalla Scalaa fargli riverenza a Legnago. Riposossi in Mantova per qualche settimana il re Carlo per trattare, se era possibile, di concordia fra i collegati e i Visconti. Gli spedirono i fratelli Visconti una nobile ambasciata con suntuosi regali, promesse d'aiuti e della corona ferrea. Si fece valere l'attaccamento loro agl'interessi dell'imperio, e quanto avesse operatoMatteolor avolo contro i ribelli della corona, cioè contro i Guelfi, di modo che Carlo restò soddisfattissimo di loro, e si dispose a passare a Milano. Così rimasero delusi i collegati, che a loro spese aveano tirato in Italia questo debole principe; e niun profitto ne ricavarono, essendosi egli convenuto coi Visconti di non molestarli, purchè gli dessero la corona d'Italia, e una buona scorta fino a Roma per prendere l'altra dell'imperio.
Non avea mancatoGiovanni Visconte, quando era vivente, d'inviare ambasciatori a Venezia, per mettere pace fra quella repubblica e quella di Genova. Uno degli ambasciatori fu il celebreFrancesco Petrarca, al quale nulla servì la sua eloquenza per condurre a buon fine questo negoziato.Andrea Dandolodoge e il suo consiglio, erano sì mal animati contra dei Genovesi, e malcontenti dell'arcivescovo per la signoria e protezion presa di quel popolo, che ricusarono ogni proposizion d'accomodamento. Colle lor forze e coll'aiuto dell'arcivescovo armarono essi Genovesi trentacinque galee[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital. Caresin. Chron. tom. 12 Rer. Ital.], e ne fu generale il prodePaganino Doria. Dopo essere state queste in corso contra dei Catalani, vennero in Levante in traccia de' Veneziani, abbruciarono Parenzo, e presero alcune ricchissime cocche veneziane. Trovarono poscia a Portolungo verso Modone, ossia nel porto della Sapienza, la maggior parte della flotta veneta, composta di trentacinque galee, sei grosse navi e venti altri legni minori sotto il comando diNiccolò Pisano. Nel dì 4 di novembre virilmente andò il general genovese ad assalir nel porto la nemica armata, e tal dovea essere in questi tempi in credito la bravura de' Genovesi in mare, oppur fosse altro accidente, che contra il solito sbigottiti i Veneziani, senza far molta difesa si diedero tutti per vinti. Furono condotti que' legni a Genova con più di cinque mila prigioni, fra' quali lo stesso general pisano, e poi bruciati. Per istrada fuggirono ben due mila de' prigioni fatti; e furono anche prese da altri legni veneziani due galee genovesi, che s'erano sbandate dallo stuolo. Abbiamo da Matteo Villani[Matteo Villani, lib. 4, cap. 32.]minutamente descritto questo avvenimento, sì funesto alla gloria e potenza de' Veneziani, e tale che in Venezia molto si temette che la vittoriosa armata volasse colà a fare del resto. Risparmiò Iddiol'avviso e il dolore di sì inusitata sconfitta adAndrea Dandolo, virtuosissimo doge di Venezia e scrittore della famosa Cronica Veneta, da me data alla luce; imperocchè nel dì 7 di settembre di questo anno[Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.]egli era passato a miglior vita, e in luogo suo nel dì 11 d'esso mese era stato surrogatoMarino ValieroossiaFaliero. Nè si dee tacere che trovavasi in questi tempi l'isola di Sicilia disfatta e ridotta a gran carestia per la disunione di que' baroni e popoli, stante la minorità delre don Luigifigliuolo delre don Pietro[Matteo Villani, lib. 4. cap. 3.], e le due prepotenti fazioni, l'una de' Catalani, e l'altra de' conti di Chiaramonte. Per maneggio diNiccolò Acciaiuoli, gran siniscalco di Napoli[Matth. Palmerius, in Vita Nicolai Acciajoli, tom. 13 Rer. Ital.], si accordò ilconte Simone di ChiaramonteconLuigi re di Napoli; e questi spedì immediatamente colà sei galee con poca gente d'armi, e molti legni carichi di grano e di vettovaglia; la qual oste bastò a fare che le città di Palermo, Trapani, Milazzo, Mazara, ed altre terre e castella al numero di cento dodici, alzassero le bandiere del re di Napoli. Questa era la congiuntura, in cui il re Luigi s'impadronisse di tutta la Sicilia; al che non era mai potuto arrivare in sua vita ilre Robertocon tanti sforzi e possenti spedizioni da lui fatte per ricuperare quel regno. Ma in troppa debolezza si trovava allora il regno di Napoli a cagion delle guerre passate e di tanti Reali che conveniva mantenere, fra' quali anche vi fuLuigi duca di Durazzo, il quale si ribellò, e bisognò domarlo coll'armi. Gran guadagno nondimeno fu quello del re Luigi in Sicilia nell'anno presente, e questo crebbe anche nel seguente. Pure la Sicilia giunse a mutar padrone; e in questo anno i Messinesi occuparono tre galee ed altri legni pieni di vettovaglie, che il re Luigi mandava per rinforzo a Palermo.
In occasion della guerra insorta fra l'arcivescovo Visconte e i collegati, fu nel dì 10 di giugno alquanto di sollevazione in Bologna[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], perchè daGiovanni da Oleggiogovernatore era uscito ordine che due quartieri della città cavalcassero armati alla volta di Modena, e il popolo, mal soddisfatto del governo milanese, non si sentiva di sacrificar le vite in servigio di così pesante padrone. Giovanni da Oleggio, che era un mal arnese, cacciò per questo in prigione gran copia di cittadini nobili e plebei; molti ne fece giustiziare, altri tormentare; e durò assai giorni questa tragedia. Tolse ancora l'armi agli abitanti, di modo che di terrore e confusione era ripiena quella città. Arrivò poi nel dì 21 d'agosto sul contado di Bologna parte dell'esercito de' collegati, di cui era capitan generaleFrancesco da Carrara, uno de' due signori di Padova, e si unì colla gran compagnia delconte LandoTedesco. Saccheggiando e bruciando le ville di quei contorni, arrivarono fin presso alla città di Bologna. Secondo i Cortusii[Cortus. Histor., tom. 12 Rer. Ital.], avrebbono potuto impadronirsene; ma il conte Lando, che, secondo il costume di quegl'iniqui masnadieri, mentre militava per l'una parte, sapea servire all'altra nemica, ne impedì l'acquisto, e dipoi ricusò di combattere le due bastie del passo di Sant'Ambrosio; e per questa cagione s'ebbe da lì innanzi gran sospetto della fede di costui; e Francesco da Carrara, temendone qualche tradimento, giudicò meglio di ritirarsi a Padova, e di lasciare il baston del comando in vece sua aFeltrino da Gonzaga.