MCCCLIX

MCCCLIXAnno diCristomccclix. IndizioneXII.Innocenzo VIpapa 8.Carlo IVimperadore 5.DacchèBernabò Visconteebbe sciolta la lega lombarda, che tanto gli avea dato da fare, benchè avesse fatta pace ancora conGiovanni da Oleggiosignor di Bologna, nè questi occasione alcuna gli avesse dato di romperla; pure si preparò in quest'anno per fargli guerra, tenendo perfermo che fosse giunto il giorno beato di ricuperar Bologna[Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital. Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Italic.]. Unita dunque una armata di quattro mila cavalli e di molta fanteria, di cui fece capitano ilmarchese Francesco Estensefuoruscito di Ferrara, nel dì 6 di dicembre questa arrivò nelle vicinanze di Modena. Avea l'Oleggio ben preveduto questo nembo, e a tal fine spediti i suoi soldati con parte del popolo di Bologna alla guardia del fiumicello Muzza, e fatto anche fortificar quelle ripe; ma appena giunse la voce dell'avvicinamento di un sì poderoso esercito nemico, che tutti diedero volta e si ritirarono a Bologna. Nel dì 8 del suddetto mese avendo l'armata milanese passato in due guadi il fiume Panaro, andò a mettere l'assedio a Crevalcuore, e per accordo entrò in quella terra nel dì 17. Poscia nella festa del santo Natale arrivò ne' contorni di Bologna; levò a quella città il canale dell'acqua del Reno, e per conseguente l'uso de' mulini, e fabbricò una bastia a Casalecchio. Allora fu che Giovanni da Oleggio cominciò a prevedere di non poter sostenere a lungo tante forze venutegli addosso, massimamente perchè neppure uno alzava un dito per lui.Prima che queste cose avvenissero[Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placent., tom. eod.],Galeazzo Visconte, aiutato daBernabòsuo fratello, spedì un poderoso esercito sotto il comando diLuchino dal Vermeall'assedio di Pavia. Moriva di voglia di quella sì riguardevol città; e seco erano i signori da Beccheria, i quali aveano già prese tutte le castella della Lomellina e del distretto pavese. Frate Jacopo Bussolari, di cui abbiam parlato altre volte, dell'ordine di santo Agostino, e non già degli Umiliati, come ha il Corio[Corio, Istor. di Milano.], non cessava colle sue prediche di animar quel popolo alla difesa, promettendo loro continuamente vittorie. E perciocchè era venuto meno il danaro,con persuadere alle donne l'abbandonare il lusso e le pompe, cavò loro di mano tutti gli anelli, e gioielli e vesti preziose, e da' cittadini tutti i vasi d'oro e d'argento, colla vendita dei quali fatta in Venezia ricavò assai pecunia per supplire a' bisogni della guerra. Ma questo a nulla giovò. Cominciò la città a penuriar di grano. Il buon frate ne cacciò tutti i poveri, gl'inabili e le donne di mala vita. Pure di dì in dì cresceva la carestia[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], e a questi malanni s'aggiunse una grave epidemia, che portò gran gente all'altro mondo. Secondochè scrisse il Corio, i Pavesi durante questo assedio fecero una sortita con tal bravura, che misero in isconfitta l'esercito del Visconte, uccidendone e prendendone assaissimi. Dal che nondimeno non punto sbigottito Galeazzo, in breve rifece l'armata, e più forte di prima tornò a strignere d'assedio Pavia. Nulla di ciò s'ha da Pietro Azario storico di questi tempi. Ma siamo assicurati da Matteo Villani[Matteo Villani, lib. 9, cap. 35.]e dagli Annali di Piacenza[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]cheGiovanni marchesedi Monferrato, vedendosi tolta la maniera di soccorrere quella città, non meno per terra che per acqua, prese al suo soldo la compagnia delconte Lando, e fattala venire per la riviera di Genova, andò con essa gente a postarsi verso Bassignana. Non poterono i Visconti impedire un dì lo sforzo di costoro, che non introducessero in Pavia un convoglio di vettovaglia; ed allora accadde, a mio credere, il conflitto poco fa accennato dal Corio. Ma nel mese di settembre peggiorò la febbre di Pavia, con aver Galeazzo Visconte tirata al suo soldo buona parte della suddetta compagnia del conte Lando, gente senza legge e fede, pronta a vendersi ogni dì a chi più le offeriva. Restò solamente al servigio del marchese di MonferratoAnichino di BongardoTedesco con circa due mila persone tra cavalieri e fanti. Perciò veggendo fra Jacopo Bussolari e i principalidi Pavia disperato ii lor caso, nel mese di novembre cominciarono a trattare con Galeazzo della resa della città, e a procurar dei vantaggiosi patti. Impetrarono tutto, e il Visconte anch'egli ottenne il possesso e dominio di Pavia. Gran confidenza mostrò il Visconte al Bussolari in quel trattato, ed anche dopo essere entrato padrone in Pavia; ma giacchè il superbo frate, nel procacciare agli altri una buona capitolazione, scioccamente avea dimenticato di chiedere alcuna sicurezza o vantaggio per la propria persona, da lì a pochi giorni fu preso, e condannato dal suo generale ad una perpetua prigionia nella città di Vercelli: gastigo a cui non si oppose il Visconte, o, per dir meglio, gastigo a lui procurato segretamente dal Visconte medesimo, e d'istruzione ad altri d'attendere al loro breviario, e di non mischiarsi ne' secolareschi affari, e molto meno in quei di guerra. Fece poi Galeazzo fabbricar un forte castello in Pavia per tenere in briglia quel popolo, che da tanto tempo manteneva una grave antipatia con Milano e co' signori di Milano. Grande accrescimento di potenza fu questo aGaleazzo Visconte.Fu ben presa, siccome dicemmo, al suo soldo daFrancesco degli Ordelaffila compagnia delconte Lando; ma parte perchè egli non potea mantenerla, e parte per li prudenti maneggi delcardinale Egidiolegato, questa si voltò verso il contado di Firenze, cercando da sfamarsi e da trovar buon bottino. Non si lasciarono far paura in questa occasione i Fiorentini, ed usciti in campagna con quanta gente d'armi poterono adunare anche delle loro amistà, mostrarono a que' masnadieri i denti in maniera, che a guisa di sconfitti si partirono dal loro distretto, passando dipoi a' servigi del marchese di Monferrato. Restato perciò in asse il bestiale signor di Forlì, e sempre più stretta la sua città, si ridusse in fine come disperato a quella risoluzione che mai non volle prendere in addietro, benchè con patti di molto vantaggio. InterpostosiadunqueGiovanni da Oleggio[Matteo Villani, lib. 9, cap. 36.], andò l'Ordelaffo a rendersi liberamente al cardinale legato, il quale nel dì 4 di luglio prese il possesso di quella città e di tutte le fortezze, con gran festa di que' cittadini che si videro liberati da un aspro giogo. All'Ordelaffo il prode cardinale diede l'assoluzione, e lasciò la signoria di Forlimpopoli e di Castrocaro. Così la Romagna restò in pace, e tutta all'ubbidienza della Chiesa romana. Terminò i suoi giorni in quest'anno, nel dì 10 oppure 13 di marzo[Rubeus, Hist. Ravenn., lib 9. Matteo Villani, lib. 9, cap 13.]Bernardino da Polentasignore, o piuttosto tiranno di Ravenna, uomo perduto nella lussuria, uomo crudele, che enormi aggravii avea imposto a quel popolo, di modo che in Ravenna non abitavano più se non dei contadini e de' poveri artigiani. Erede suo fuGuido da Polenta, suo figliuolo, proclamato signore da quei cittadini, tutto diverso dal padre, che, richiamato alla patria ogni fuggito e bandito, si diede a governar con placidezza ed amore il suo popolo, e dal cardinale legato riportò la conferma di quel dominio.Can Grandesignor di Verona, anche egli per la sua vita dissoluta e crudele[Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital., pag. 420.]s'era guadagnato l'odio del popolo suo. Maltrattava del pari i suoi due fratelli, cioèCan SignoreePaolo Alboino, e non men la moglie, benchè bella e savia donna, perchè perduto dietro a due meretrici. E perciocchè Can Signore udì un giorno certe minaccie che il fecero temere della vita, scelse il dì 14 di dicembre per vendicarsene. Trovato dunque per istrada in Verona Can Grande, che a cavallo se ne andava a diporto, avventandosi, con uno stocco il passò da parte a parte, e morto il lasciò. Se ne fuggì egli a Padova, benchè niuno in Verona si movesse contra di lui. Il perchè nel dì 17 d'esso mese tornato colà con gente datagli daFrancesco da Carrarasignore di Padova, dappoichèPaolo Alboinosuo fratello era stato eletto signore, non trovò difficoltà veruna a farsi proclamar suo collega nella signoria. Degna di memoria è la forse non mai veduta strabocchevol quantità ed altezza delle nevi cadute in quest'anno in Lombardia. In Modena, Bologna ed altre città fu alta due ed anche tre braccia, laonde rovinarono molte case; e scaricata dai tetti, arrivava sino alle gronde delle case, nè per contrada alcuna si potea passare, nè buoi o carra mettersi in viaggio.

DacchèBernabò Visconteebbe sciolta la lega lombarda, che tanto gli avea dato da fare, benchè avesse fatta pace ancora conGiovanni da Oleggiosignor di Bologna, nè questi occasione alcuna gli avesse dato di romperla; pure si preparò in quest'anno per fargli guerra, tenendo perfermo che fosse giunto il giorno beato di ricuperar Bologna[Johann. de Bazano, Chron. Mutin., tom. 15 Rer. Ital. Matth. de Griffonibus, Chron. Bonon., tom. 18 Rer. Italic.]. Unita dunque una armata di quattro mila cavalli e di molta fanteria, di cui fece capitano ilmarchese Francesco Estensefuoruscito di Ferrara, nel dì 6 di dicembre questa arrivò nelle vicinanze di Modena. Avea l'Oleggio ben preveduto questo nembo, e a tal fine spediti i suoi soldati con parte del popolo di Bologna alla guardia del fiumicello Muzza, e fatto anche fortificar quelle ripe; ma appena giunse la voce dell'avvicinamento di un sì poderoso esercito nemico, che tutti diedero volta e si ritirarono a Bologna. Nel dì 8 del suddetto mese avendo l'armata milanese passato in due guadi il fiume Panaro, andò a mettere l'assedio a Crevalcuore, e per accordo entrò in quella terra nel dì 17. Poscia nella festa del santo Natale arrivò ne' contorni di Bologna; levò a quella città il canale dell'acqua del Reno, e per conseguente l'uso de' mulini, e fabbricò una bastia a Casalecchio. Allora fu che Giovanni da Oleggio cominciò a prevedere di non poter sostenere a lungo tante forze venutegli addosso, massimamente perchè neppure uno alzava un dito per lui.

Prima che queste cose avvenissero[Petrus Azarius, Chron. Regiens., tom. 16 Rer. Ital. Chron. Placent., tom. eod.],Galeazzo Visconte, aiutato daBernabòsuo fratello, spedì un poderoso esercito sotto il comando diLuchino dal Vermeall'assedio di Pavia. Moriva di voglia di quella sì riguardevol città; e seco erano i signori da Beccheria, i quali aveano già prese tutte le castella della Lomellina e del distretto pavese. Frate Jacopo Bussolari, di cui abbiam parlato altre volte, dell'ordine di santo Agostino, e non già degli Umiliati, come ha il Corio[Corio, Istor. di Milano.], non cessava colle sue prediche di animar quel popolo alla difesa, promettendo loro continuamente vittorie. E perciocchè era venuto meno il danaro,con persuadere alle donne l'abbandonare il lusso e le pompe, cavò loro di mano tutti gli anelli, e gioielli e vesti preziose, e da' cittadini tutti i vasi d'oro e d'argento, colla vendita dei quali fatta in Venezia ricavò assai pecunia per supplire a' bisogni della guerra. Ma questo a nulla giovò. Cominciò la città a penuriar di grano. Il buon frate ne cacciò tutti i poveri, gl'inabili e le donne di mala vita. Pure di dì in dì cresceva la carestia[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.], e a questi malanni s'aggiunse una grave epidemia, che portò gran gente all'altro mondo. Secondochè scrisse il Corio, i Pavesi durante questo assedio fecero una sortita con tal bravura, che misero in isconfitta l'esercito del Visconte, uccidendone e prendendone assaissimi. Dal che nondimeno non punto sbigottito Galeazzo, in breve rifece l'armata, e più forte di prima tornò a strignere d'assedio Pavia. Nulla di ciò s'ha da Pietro Azario storico di questi tempi. Ma siamo assicurati da Matteo Villani[Matteo Villani, lib. 9, cap. 35.]e dagli Annali di Piacenza[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]cheGiovanni marchesedi Monferrato, vedendosi tolta la maniera di soccorrere quella città, non meno per terra che per acqua, prese al suo soldo la compagnia delconte Lando, e fattala venire per la riviera di Genova, andò con essa gente a postarsi verso Bassignana. Non poterono i Visconti impedire un dì lo sforzo di costoro, che non introducessero in Pavia un convoglio di vettovaglia; ed allora accadde, a mio credere, il conflitto poco fa accennato dal Corio. Ma nel mese di settembre peggiorò la febbre di Pavia, con aver Galeazzo Visconte tirata al suo soldo buona parte della suddetta compagnia del conte Lando, gente senza legge e fede, pronta a vendersi ogni dì a chi più le offeriva. Restò solamente al servigio del marchese di MonferratoAnichino di BongardoTedesco con circa due mila persone tra cavalieri e fanti. Perciò veggendo fra Jacopo Bussolari e i principalidi Pavia disperato ii lor caso, nel mese di novembre cominciarono a trattare con Galeazzo della resa della città, e a procurar dei vantaggiosi patti. Impetrarono tutto, e il Visconte anch'egli ottenne il possesso e dominio di Pavia. Gran confidenza mostrò il Visconte al Bussolari in quel trattato, ed anche dopo essere entrato padrone in Pavia; ma giacchè il superbo frate, nel procacciare agli altri una buona capitolazione, scioccamente avea dimenticato di chiedere alcuna sicurezza o vantaggio per la propria persona, da lì a pochi giorni fu preso, e condannato dal suo generale ad una perpetua prigionia nella città di Vercelli: gastigo a cui non si oppose il Visconte, o, per dir meglio, gastigo a lui procurato segretamente dal Visconte medesimo, e d'istruzione ad altri d'attendere al loro breviario, e di non mischiarsi ne' secolareschi affari, e molto meno in quei di guerra. Fece poi Galeazzo fabbricar un forte castello in Pavia per tenere in briglia quel popolo, che da tanto tempo manteneva una grave antipatia con Milano e co' signori di Milano. Grande accrescimento di potenza fu questo aGaleazzo Visconte.

Fu ben presa, siccome dicemmo, al suo soldo daFrancesco degli Ordelaffila compagnia delconte Lando; ma parte perchè egli non potea mantenerla, e parte per li prudenti maneggi delcardinale Egidiolegato, questa si voltò verso il contado di Firenze, cercando da sfamarsi e da trovar buon bottino. Non si lasciarono far paura in questa occasione i Fiorentini, ed usciti in campagna con quanta gente d'armi poterono adunare anche delle loro amistà, mostrarono a que' masnadieri i denti in maniera, che a guisa di sconfitti si partirono dal loro distretto, passando dipoi a' servigi del marchese di Monferrato. Restato perciò in asse il bestiale signor di Forlì, e sempre più stretta la sua città, si ridusse in fine come disperato a quella risoluzione che mai non volle prendere in addietro, benchè con patti di molto vantaggio. InterpostosiadunqueGiovanni da Oleggio[Matteo Villani, lib. 9, cap. 36.], andò l'Ordelaffo a rendersi liberamente al cardinale legato, il quale nel dì 4 di luglio prese il possesso di quella città e di tutte le fortezze, con gran festa di que' cittadini che si videro liberati da un aspro giogo. All'Ordelaffo il prode cardinale diede l'assoluzione, e lasciò la signoria di Forlimpopoli e di Castrocaro. Così la Romagna restò in pace, e tutta all'ubbidienza della Chiesa romana. Terminò i suoi giorni in quest'anno, nel dì 10 oppure 13 di marzo[Rubeus, Hist. Ravenn., lib 9. Matteo Villani, lib. 9, cap 13.]Bernardino da Polentasignore, o piuttosto tiranno di Ravenna, uomo perduto nella lussuria, uomo crudele, che enormi aggravii avea imposto a quel popolo, di modo che in Ravenna non abitavano più se non dei contadini e de' poveri artigiani. Erede suo fuGuido da Polenta, suo figliuolo, proclamato signore da quei cittadini, tutto diverso dal padre, che, richiamato alla patria ogni fuggito e bandito, si diede a governar con placidezza ed amore il suo popolo, e dal cardinale legato riportò la conferma di quel dominio.Can Grandesignor di Verona, anche egli per la sua vita dissoluta e crudele[Chron. Veronens., tom. 8 Rer. Ital. Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital., pag. 420.]s'era guadagnato l'odio del popolo suo. Maltrattava del pari i suoi due fratelli, cioèCan SignoreePaolo Alboino, e non men la moglie, benchè bella e savia donna, perchè perduto dietro a due meretrici. E perciocchè Can Signore udì un giorno certe minaccie che il fecero temere della vita, scelse il dì 14 di dicembre per vendicarsene. Trovato dunque per istrada in Verona Can Grande, che a cavallo se ne andava a diporto, avventandosi, con uno stocco il passò da parte a parte, e morto il lasciò. Se ne fuggì egli a Padova, benchè niuno in Verona si movesse contra di lui. Il perchè nel dì 17 d'esso mese tornato colà con gente datagli daFrancesco da Carrarasignore di Padova, dappoichèPaolo Alboinosuo fratello era stato eletto signore, non trovò difficoltà veruna a farsi proclamar suo collega nella signoria. Degna di memoria è la forse non mai veduta strabocchevol quantità ed altezza delle nevi cadute in quest'anno in Lombardia. In Modena, Bologna ed altre città fu alta due ed anche tre braccia, laonde rovinarono molte case; e scaricata dai tetti, arrivava sino alle gronde delle case, nè per contrada alcuna si potea passare, nè buoi o carra mettersi in viaggio.


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