MCCCLVIIAnno diCristomccclvii. IndizioneX.Innocenzo VIpapa 6.Carlo IVimperadore 3.Quantunque il cardinaleEgidio Albornozlegato del papa tante prodezze avesse fatto negli Stati della Chiesa, dove altro non gli restava da sottomettere, se non l'ostinatoFrancesco degli Ordelaffisignor di Forlì e Cesena[Matteo Villani, lib. 7, cap. 56.]; pure, per uno di quei colpi segreti che facilmente accadono nelle gran corti, fu egli richiamato dal papa ad Avignone, e mandato in sua vece al governo dell'armi con molta autoritàAndroino abbate di Clugnì, che s'intendeva più di dire il breviario che di trattar affari di guerra. Tenne il cardinale nel dì 27 d'aprile un gran parlamento in Fano, dove si licenziò, e raccomandò a tutti la fedeltà verso la santa Sede; ma, conoscendo ognuno di che errore e pericolo fosse il lasciar partire in sì fatte contingenze un uomo di tanto senno, tutti, ed anche lo stesso abbate di Clugnì, cotanto lo scongiurarono di differir almeno sino al settembre la sua andata, che si fermò. Teneva il cardinale un trattato coi cittadini di Cesena[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], e questo scoppiò nel dì 29 di esso mese d'aprile. Levò rumore il popolo, gridando:Viva la Chiesa; e, prese l'armi, con tal possanza combatterono contro ai provvisionati diFrancesco degli Ordelaffi, che gli astrinsero a ritirarsi nella Murata; che così si appellava quella fortezza. Non potè riparare all'improvviso colpo la valorosaCia, moglie d'esso Ordelaffo; fece bensì ella tagliar la testa a due suoi consiglieri sospetti del tradimento, e poi si accinse disperatamente alla difesa della Murata. Un gran sacco ed incendio di case fu il regalo che per tal mutazione toccò a quellamisera città. A questo avviso, il cardinale coi Malatesti e conRoberto degli Alidosida Imola corse a Cesena con tutte le sue forze, ascendenti tra fanti e cavalli a cento ottanta bandiere. Vinta fu la murata, e Cia si ritirò nella rocca[Vita di Cola di Rienzo, Antiquit. Ital.]. Col continuo cavare, fu messa sui pontelli la torre maestra che dava l'entrata in quella rocca; nè volendosi mai rendere la feroce donna all'aspetto del pericolo, nè alle esortazioni di Vanni degli Ubaldini suo padre, che corse apposta colà, attaccato il fuoco ai pontelli, fu fatta in fine cadere la torre, di modo che nel di 21 di giugno restò presa la rocca, e Cia ritenuta prigione coi figliuoli e nipoti. A tale conquista succedette quella di Bertinoro; e, ciò fatto, rivolse il legato le sue genti contro a Forlì. Ma convenne interrompere il corso della vittoria, perchè avendo Francesco degli Ordelaffi implorato soccorso daBernabò Visconte, questi, per non iscoprirsi nemico della Chiesa, segretamente indusse il conte Lando con danari (esca sola ricercata da lui) a condurre nel mese di giugno la gran compagnia verso la Romagna. Potrebbe nondimeno essere che senza istigazione di Bernabò, e alle istanze dell'Ordelaffi si movesse il conte. Vennero questi masnadieri nelle vicinanze di Forlì. Erano quattro mila cavalieri, mille e cinquecento balestrieri, oltre ad una smisurata folla di ribaldi e femmine che correvano alla carogna. La Cronica di Piacenza ha[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]che fu solamente una parte della gran compagnia, consistente in soli tre mila combattenti. Bandì il legato[Matteo Villani, lib. 7, cap. 84.]il perdon generale de' peccati a chi prendea la croce contra di costoro. Chi non potea o non volea procedere colle armi, e massimamente le donne, guadagnavano, ciò non ostante, il perdono con pagare; nè passava dì che il legato con questa buona mercatanzia non ricavasse mille e mille ducento fiorini d'oro. Benchè sitrovasse egli più forte di gente che la compagnia; pure, temendo di azzardare una battaglia, meglio amò di far tornare in Lombardia quegl'iniqui collo sborso di cinquanta mila fiorini. Pertanto sul fine d'agosto, dopo aver messo l'assedio alla città di Forlì, lasciato il governo dell'armata all'abbate di Clugnì, se ne tornò accompagnato daMalatestadi Rimini ad Avignone, glorioso, benchè maltrattato da quella corte. Nè si dee tacere che, conoscendo egli che la sorgente di tanti guai, a' quali era allora sottoposta buona parte dell'Italia, veniva dalla soverchia avidità e potenza dei due fratelli Visconti, stabilì lega offensiva e difensiva nel dì 28 di giugno conAldrovandinomarchese d'Este, vicario di Ferrara per la santa Sede, e di Modena per l'imperio, coiGonzaghisignori di Mantova e Reggio, conGiovanni Visconteda Oleggio signore di Bologna, conGiovanni marchesedi Monferrato vicario di Pavia, conSimone Boccanegradoge di Genova, e coiBeccheriada Pavia. Lo strumento fu da me dato alla luce[Piena Esposizione, Append., num. 14.]. Parve fatta quella lega contro alla compagnia del conte Lando, ma esso mirava più oltre.Due mila barbute e gran moltitudine di fanti inviò in quest'anno sul principio di giugnoBernabò Visconte, sotto il comando di Galasso Pio, nel territorio di Modena, dove fece di gran danno[Johann. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital.]. Venuto il luglio, s'inoltrò quest'armata fino a Piumazzo sul Bolognese[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], parendo che avesse qualche intelligenza (e fu anche vero) in Bologna. Nel dì 11 d'esso mese le milizie de' Gonzaghi, dell'Estense e dell'Oleggio, comandate daFeltrino Gonzaga, andarono virilmente ad assalire l'armata nemica, e le diedero una buona spelazzata, tanto che la costrinsero a ritirarsi per la via di Nonantola a Carpi, e poscia al loro paese. Fu ben costretto alla resa sul fine di gennaiodell'anno presente daGiovanni marchesedi Monferrato il castello di Novara, nè fu possibile ai Visconti con tutti i loro sforzi di dargli soccorso; ma perciocchè ilconte Lando, che tuttavia era in quelle parti colla sua gran compagnia, non si accordava conUgolino da Gonzagacapitano della lega, di più non migliorarono gl'interessi della stessa lega. Anzi verso il fine d'agosto peggiorarono[Matteo Villani, lib. 7, cap. 98.]; imperciocchè riuscì ai Visconti di torre per tradimento ai signori da Gonzaga il castello di Governolo: il che fu cagione, per cui i medesimi Visconti, volte a quella parte la possanza delle lor armi, assediarono Borgoforte, e se ne impadronirono. E così trovandosi sciolte le mani a maggiori imprese, passarono sul Serraglio di Mantova, e posero l'assedio alla stessa città di Mantova. Per questo i collegati, benchè tante volte traditi dal conte Lando, pure, necessitati da così strane vicende, tornarono a chiamarlo in Lombardia al loro soldo. Colà si portò egli nel mese di ottobre colle sue masnade, ed unitosi conUgolino Gonzagae coll'altra gente della lega, tutti entrarono nel distretto di Milano, saccheggiando e bruciando[Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 8, cap. 18. Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]. Lasciati in Castro, castello del Milanese, mille barbute (le barbute erano allora uomini d'armi con due cavalli) e cinquecento fanti, affinchè il nemico fosse distratto in quelle parti, s'inoltrò l'armata sul Bresciano.Giovanni Bizozero, capitan generale di Bernabò, si levò per questo di sotto a Mantova, e, andato loro incontro nel mese di dicembre al passo dell'Oglio, venne a battaglia. Ostinatamente fu combattuto; ma restò sconfitto l'esercito del Visconte, e fatto prigione lo stesso suo capitano con venti conestabili ed altra gente. Poco differente fortuna provò un'altra parte dell'armata d'essi Visconti, la quale, avendo assediato in Castro i soldati suddetti dellalega, si credeva d'ingoiarli; ma fu virilmente rispinta ed obbligata a ritirarsi. Seguito io qui l'ordine delle cose e dei tempi tenuto da Matteo Villani, autore molto accurato, e che scrivea gli avvenimenti d'allora, il cui racconto vien confermato dalla Cronica di Piacenza; perciocchè le storie di Pietro Azario e del Corio sembrano a me imbrogliar qui i tempi e le imprese.Nel maggio di quest'annoLuigi redi Napoli, dimorante in Messina, facendo credere a quel popolo di voler quivi tener la sua corte per sei anni, si avvisò di far l'assedio di Cattania[Matteo Villani, lib. 7, cap. 72.]. Con mille e cinquecento cavalieri ed assai fanteriaNiccolò degli AcciaiuoliFiorentino gran siniscalco formò quell'assedio. Ma da due galee catalane essendo state prese due del re Luigi, destinate a portar la vettovaglia al campo, talmente rimasero sbigottiti gli assedianti, prima sì baldanzosi, che si diedero ad una precipitosa fuga sul fine del suddetto mese, lasciando indietro tende e bagaglio. Furono inseguiti dalla guarnigion di Cattania, e maltrattati dai villani, con restar prigione il conte Camarlingo. Le storie di Napoli aggiungono che anche Niccolò Acciaiuoli fu preso, e riscattato col cambio di due sorelle delre di Sicilia Federigo, soprannominato il Semplice. Ma abbiamo da Matteo Villani, ch'egli per valore d'un buon destriere si salvò, con aver nondimeno perduto gran tesoro di gioielli e di arnesi. Questa disgrazia e la ribellione molto prima cominciata nel regno di Napoli daLuigi ducadi Durazzo, il quale s'era unito con Giovanni Pipino conte di Minerbino, furono cagione che il re Luigi se ne tornasse a Napoli, per attendere a quello che più gl'importava nelle congiunture presenti. Intanto continuava la guerra diLodovico red'Ungheria contra de' Veneziani nel Trevisano e in Dalmazia. Sostennero con vigore questo gran peso i Veneziani in questa parte, ed altrettanto andavano facendo inDalmazia[Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Marino Sanuto, Istor., tom. 22 Rer. Ital. Cortusiorum Hist., tom. 12 Rer. Italic.]. Ma nel settembre di quest'anno accadde che, per tradimento dell'abbate di San Grisogono, ossia di San Michele di Zara, una notte furono introdotte con iscale per le mura le milizie unghere: laonde quella riguardevol città fu presa, e non passò l'anno che anche il castello d'essa fu obbligato a rendersi: disavventure che in fine fecero prendere al senato veneto la risoluzion di chiedere pace, e di ottenerla, siccome diremo all'anno seguente. Ma intanto penetrato alle città di Traù e di Spalatro l'avviso che i Veneziani esibivano al re quelle due città, il popolo d'esse, per farsi merito con esso re, a lui si diedero prima del tempo, senza voler dipendere dall'altrui volontà. AncheSimone Boccanegradoge di Genova tanto s'industriò in questo anno, che ridusse all'ubbidienza sua Ventimiglia, Savona e Monaco: con che assai crebbe in riputazione il governo suo. Era in questi tempi frate Jacopo Bussolari dell'ordine de' Romitani di santo Agostino in gran credito in Pavia per la sua pietà ed astinenza, e più per le sue ferventi prediche[Petr. Azar., Chron., tom. 16 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 8, cap. 2.]. Perciò, divenuto arbitro del popolo, il menava a suo piacere. Non contento egli d'impiegare il suo talento negli affari spirituali, cominciò a mischiarsi nel governo temporale. Tenevasi forte con luiGiovanni marchesedi Monferrato, siccome quegli che aspirava al dominio di Pavia, città allora di gran potenza e ricchezze. Un dì (e fu creduto a suggestion del marchese) perorò così bene frate Jacopo contro i signori di Beccheria, signori da gran tempo di quella città, ma discordi fra loro e poco timorati di Dio, che indusse il popolo a scuotere il loro giogo, e a governarsi a comune.Castellino, FiorelloeMilano, i primi della suddetta famiglia, essendone fuggiti, intavolarono segretamenteun trattato coi signori di Milano, pensando col braccio loro di ritornare in Pavia. Scoperto il negoziato, furono cacciati della città gli altri da Beccheria, e presi da cento cittadini loro amici, dodici de' quali ebbero mozzato il capo. Quindi venuto a Pavia il marchese di Monferrato con mille e ducento cavalieri e quattro mila fanti, mosse il frate tutto quel popolo, ed egli alla testa loro marciò sul Milanese, da dove asportò una sterminata copia d'uve, di cui Pavia pativa troppa penuria.
Quantunque il cardinaleEgidio Albornozlegato del papa tante prodezze avesse fatto negli Stati della Chiesa, dove altro non gli restava da sottomettere, se non l'ostinatoFrancesco degli Ordelaffisignor di Forlì e Cesena[Matteo Villani, lib. 7, cap. 56.]; pure, per uno di quei colpi segreti che facilmente accadono nelle gran corti, fu egli richiamato dal papa ad Avignone, e mandato in sua vece al governo dell'armi con molta autoritàAndroino abbate di Clugnì, che s'intendeva più di dire il breviario che di trattar affari di guerra. Tenne il cardinale nel dì 27 d'aprile un gran parlamento in Fano, dove si licenziò, e raccomandò a tutti la fedeltà verso la santa Sede; ma, conoscendo ognuno di che errore e pericolo fosse il lasciar partire in sì fatte contingenze un uomo di tanto senno, tutti, ed anche lo stesso abbate di Clugnì, cotanto lo scongiurarono di differir almeno sino al settembre la sua andata, che si fermò. Teneva il cardinale un trattato coi cittadini di Cesena[Chron. Caesen., tom. 14 Rer. Ital.], e questo scoppiò nel dì 29 di esso mese d'aprile. Levò rumore il popolo, gridando:Viva la Chiesa; e, prese l'armi, con tal possanza combatterono contro ai provvisionati diFrancesco degli Ordelaffi, che gli astrinsero a ritirarsi nella Murata; che così si appellava quella fortezza. Non potè riparare all'improvviso colpo la valorosaCia, moglie d'esso Ordelaffo; fece bensì ella tagliar la testa a due suoi consiglieri sospetti del tradimento, e poi si accinse disperatamente alla difesa della Murata. Un gran sacco ed incendio di case fu il regalo che per tal mutazione toccò a quellamisera città. A questo avviso, il cardinale coi Malatesti e conRoberto degli Alidosida Imola corse a Cesena con tutte le sue forze, ascendenti tra fanti e cavalli a cento ottanta bandiere. Vinta fu la murata, e Cia si ritirò nella rocca[Vita di Cola di Rienzo, Antiquit. Ital.]. Col continuo cavare, fu messa sui pontelli la torre maestra che dava l'entrata in quella rocca; nè volendosi mai rendere la feroce donna all'aspetto del pericolo, nè alle esortazioni di Vanni degli Ubaldini suo padre, che corse apposta colà, attaccato il fuoco ai pontelli, fu fatta in fine cadere la torre, di modo che nel di 21 di giugno restò presa la rocca, e Cia ritenuta prigione coi figliuoli e nipoti. A tale conquista succedette quella di Bertinoro; e, ciò fatto, rivolse il legato le sue genti contro a Forlì. Ma convenne interrompere il corso della vittoria, perchè avendo Francesco degli Ordelaffi implorato soccorso daBernabò Visconte, questi, per non iscoprirsi nemico della Chiesa, segretamente indusse il conte Lando con danari (esca sola ricercata da lui) a condurre nel mese di giugno la gran compagnia verso la Romagna. Potrebbe nondimeno essere che senza istigazione di Bernabò, e alle istanze dell'Ordelaffi si movesse il conte. Vennero questi masnadieri nelle vicinanze di Forlì. Erano quattro mila cavalieri, mille e cinquecento balestrieri, oltre ad una smisurata folla di ribaldi e femmine che correvano alla carogna. La Cronica di Piacenza ha[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]che fu solamente una parte della gran compagnia, consistente in soli tre mila combattenti. Bandì il legato[Matteo Villani, lib. 7, cap. 84.]il perdon generale de' peccati a chi prendea la croce contra di costoro. Chi non potea o non volea procedere colle armi, e massimamente le donne, guadagnavano, ciò non ostante, il perdono con pagare; nè passava dì che il legato con questa buona mercatanzia non ricavasse mille e mille ducento fiorini d'oro. Benchè sitrovasse egli più forte di gente che la compagnia; pure, temendo di azzardare una battaglia, meglio amò di far tornare in Lombardia quegl'iniqui collo sborso di cinquanta mila fiorini. Pertanto sul fine d'agosto, dopo aver messo l'assedio alla città di Forlì, lasciato il governo dell'armata all'abbate di Clugnì, se ne tornò accompagnato daMalatestadi Rimini ad Avignone, glorioso, benchè maltrattato da quella corte. Nè si dee tacere che, conoscendo egli che la sorgente di tanti guai, a' quali era allora sottoposta buona parte dell'Italia, veniva dalla soverchia avidità e potenza dei due fratelli Visconti, stabilì lega offensiva e difensiva nel dì 28 di giugno conAldrovandinomarchese d'Este, vicario di Ferrara per la santa Sede, e di Modena per l'imperio, coiGonzaghisignori di Mantova e Reggio, conGiovanni Visconteda Oleggio signore di Bologna, conGiovanni marchesedi Monferrato vicario di Pavia, conSimone Boccanegradoge di Genova, e coiBeccheriada Pavia. Lo strumento fu da me dato alla luce[Piena Esposizione, Append., num. 14.]. Parve fatta quella lega contro alla compagnia del conte Lando, ma esso mirava più oltre.
Due mila barbute e gran moltitudine di fanti inviò in quest'anno sul principio di giugnoBernabò Visconte, sotto il comando di Galasso Pio, nel territorio di Modena, dove fece di gran danno[Johann. de Bazano, Chron., tom. 15 Rer. Ital.]. Venuto il luglio, s'inoltrò quest'armata fino a Piumazzo sul Bolognese[Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.], parendo che avesse qualche intelligenza (e fu anche vero) in Bologna. Nel dì 11 d'esso mese le milizie de' Gonzaghi, dell'Estense e dell'Oleggio, comandate daFeltrino Gonzaga, andarono virilmente ad assalire l'armata nemica, e le diedero una buona spelazzata, tanto che la costrinsero a ritirarsi per la via di Nonantola a Carpi, e poscia al loro paese. Fu ben costretto alla resa sul fine di gennaiodell'anno presente daGiovanni marchesedi Monferrato il castello di Novara, nè fu possibile ai Visconti con tutti i loro sforzi di dargli soccorso; ma perciocchè ilconte Lando, che tuttavia era in quelle parti colla sua gran compagnia, non si accordava conUgolino da Gonzagacapitano della lega, di più non migliorarono gl'interessi della stessa lega. Anzi verso il fine d'agosto peggiorarono[Matteo Villani, lib. 7, cap. 98.]; imperciocchè riuscì ai Visconti di torre per tradimento ai signori da Gonzaga il castello di Governolo: il che fu cagione, per cui i medesimi Visconti, volte a quella parte la possanza delle lor armi, assediarono Borgoforte, e se ne impadronirono. E così trovandosi sciolte le mani a maggiori imprese, passarono sul Serraglio di Mantova, e posero l'assedio alla stessa città di Mantova. Per questo i collegati, benchè tante volte traditi dal conte Lando, pure, necessitati da così strane vicende, tornarono a chiamarlo in Lombardia al loro soldo. Colà si portò egli nel mese di ottobre colle sue masnade, ed unitosi conUgolino Gonzagae coll'altra gente della lega, tutti entrarono nel distretto di Milano, saccheggiando e bruciando[Petrus Azarius, Chron., tom. 16 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 8, cap. 18. Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.]. Lasciati in Castro, castello del Milanese, mille barbute (le barbute erano allora uomini d'armi con due cavalli) e cinquecento fanti, affinchè il nemico fosse distratto in quelle parti, s'inoltrò l'armata sul Bresciano.Giovanni Bizozero, capitan generale di Bernabò, si levò per questo di sotto a Mantova, e, andato loro incontro nel mese di dicembre al passo dell'Oglio, venne a battaglia. Ostinatamente fu combattuto; ma restò sconfitto l'esercito del Visconte, e fatto prigione lo stesso suo capitano con venti conestabili ed altra gente. Poco differente fortuna provò un'altra parte dell'armata d'essi Visconti, la quale, avendo assediato in Castro i soldati suddetti dellalega, si credeva d'ingoiarli; ma fu virilmente rispinta ed obbligata a ritirarsi. Seguito io qui l'ordine delle cose e dei tempi tenuto da Matteo Villani, autore molto accurato, e che scrivea gli avvenimenti d'allora, il cui racconto vien confermato dalla Cronica di Piacenza; perciocchè le storie di Pietro Azario e del Corio sembrano a me imbrogliar qui i tempi e le imprese.
Nel maggio di quest'annoLuigi redi Napoli, dimorante in Messina, facendo credere a quel popolo di voler quivi tener la sua corte per sei anni, si avvisò di far l'assedio di Cattania[Matteo Villani, lib. 7, cap. 72.]. Con mille e cinquecento cavalieri ed assai fanteriaNiccolò degli AcciaiuoliFiorentino gran siniscalco formò quell'assedio. Ma da due galee catalane essendo state prese due del re Luigi, destinate a portar la vettovaglia al campo, talmente rimasero sbigottiti gli assedianti, prima sì baldanzosi, che si diedero ad una precipitosa fuga sul fine del suddetto mese, lasciando indietro tende e bagaglio. Furono inseguiti dalla guarnigion di Cattania, e maltrattati dai villani, con restar prigione il conte Camarlingo. Le storie di Napoli aggiungono che anche Niccolò Acciaiuoli fu preso, e riscattato col cambio di due sorelle delre di Sicilia Federigo, soprannominato il Semplice. Ma abbiamo da Matteo Villani, ch'egli per valore d'un buon destriere si salvò, con aver nondimeno perduto gran tesoro di gioielli e di arnesi. Questa disgrazia e la ribellione molto prima cominciata nel regno di Napoli daLuigi ducadi Durazzo, il quale s'era unito con Giovanni Pipino conte di Minerbino, furono cagione che il re Luigi se ne tornasse a Napoli, per attendere a quello che più gl'importava nelle congiunture presenti. Intanto continuava la guerra diLodovico red'Ungheria contra de' Veneziani nel Trevisano e in Dalmazia. Sostennero con vigore questo gran peso i Veneziani in questa parte, ed altrettanto andavano facendo inDalmazia[Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Marino Sanuto, Istor., tom. 22 Rer. Ital. Cortusiorum Hist., tom. 12 Rer. Italic.]. Ma nel settembre di quest'anno accadde che, per tradimento dell'abbate di San Grisogono, ossia di San Michele di Zara, una notte furono introdotte con iscale per le mura le milizie unghere: laonde quella riguardevol città fu presa, e non passò l'anno che anche il castello d'essa fu obbligato a rendersi: disavventure che in fine fecero prendere al senato veneto la risoluzion di chiedere pace, e di ottenerla, siccome diremo all'anno seguente. Ma intanto penetrato alle città di Traù e di Spalatro l'avviso che i Veneziani esibivano al re quelle due città, il popolo d'esse, per farsi merito con esso re, a lui si diedero prima del tempo, senza voler dipendere dall'altrui volontà. AncheSimone Boccanegradoge di Genova tanto s'industriò in questo anno, che ridusse all'ubbidienza sua Ventimiglia, Savona e Monaco: con che assai crebbe in riputazione il governo suo. Era in questi tempi frate Jacopo Bussolari dell'ordine de' Romitani di santo Agostino in gran credito in Pavia per la sua pietà ed astinenza, e più per le sue ferventi prediche[Petr. Azar., Chron., tom. 16 Rer. Ital. Matteo Villani, lib. 8, cap. 2.]. Perciò, divenuto arbitro del popolo, il menava a suo piacere. Non contento egli d'impiegare il suo talento negli affari spirituali, cominciò a mischiarsi nel governo temporale. Tenevasi forte con luiGiovanni marchesedi Monferrato, siccome quegli che aspirava al dominio di Pavia, città allora di gran potenza e ricchezze. Un dì (e fu creduto a suggestion del marchese) perorò così bene frate Jacopo contro i signori di Beccheria, signori da gran tempo di quella città, ma discordi fra loro e poco timorati di Dio, che indusse il popolo a scuotere il loro giogo, e a governarsi a comune.Castellino, FiorelloeMilano, i primi della suddetta famiglia, essendone fuggiti, intavolarono segretamenteun trattato coi signori di Milano, pensando col braccio loro di ritornare in Pavia. Scoperto il negoziato, furono cacciati della città gli altri da Beccheria, e presi da cento cittadini loro amici, dodici de' quali ebbero mozzato il capo. Quindi venuto a Pavia il marchese di Monferrato con mille e ducento cavalieri e quattro mila fanti, mosse il frate tutto quel popolo, ed egli alla testa loro marciò sul Milanese, da dove asportò una sterminata copia d'uve, di cui Pavia pativa troppa penuria.