MCCCLXXXI

MCCCLXXXIAnno diCristomccclxxxi. IndizioneIV.Urbano VIpapa 4.Venceslaore de' Romani 4.In quest'anno ancora seguitò la guerra fra i Veneziani e Genovesi per mare[Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital. Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Ital.]; eCarlo Zeno, valente generale de' primi, fatti quanti danni potè agli altri, conservò l'onor della patria colle sue navi in corso. Ma per la guerra di terra non fu già propizia la sorte ai Veneziani.Francesco da Carraracontinuava l'assedio o blocco di Trivigi, ed avendo occupate varie castella e paesi d'intorno, impediva ai Veneziani il recar soccorso a quell'afflitta città. Però il senato, che per le passate disgrazie si trovava esausto di denaro e scarso di combattenti, pensò ad abbandonar la terra, per attendere unicamente al mare, dove tuttavia erano assai forti i maggiori loroavversarii, cioè i Genovesi. Trivigi non si potea lungo tempo sostenere: ma piuttosto che lasciarlo cadere in mano del Carrarese, determinarono i Veneziani di donare ad altri quella città: tanto era l'odio che gli portavano, e sì forte il riguardo ch'egli maggiormente non s'ingrandisse. Spedirono dunquePantaleon BarboaLeopoldo duca d'Austria, offerendogli Trivigi, purchè egli prendesse a far guerra contra del Carrarese. Nel dì 2 di maggio diedero essi al duca il possesso di quella città: il che fu una stoccata al cuore diFrancesco da Carrara, il quale, dopo aver ridotto Trivigi alle estremità, si vide sul più bello tolto il boccone di bocca. Pertanto ordinò egli nel dì 6 di maggio che il suo campo, giacchè il duca era in viaggio, si levasse di sotto a quella città. Ma venendo Pantaleon Barbo suddetto colà con due carrette cariche di panno d'oro e d'argento, per regalare il duca d'Austria alla sua entrata in Trivigi, inciampato nelle truppe padovane, fu preso con tutto il suo equipaggio, e condotto a Padova sotto buona guardia. Era egli il maggior nemico che si avesse il Carrarese; e tuttochè graziosamente fosse rimesso in libertà, con promessa di non essergli contro, pure operò peggio di prima. Nel dì 7 del mese suddetto arrivò il duca Leopoldo con circa dieci mila cavalli nei contorni di Trivigi, e nel dì 9 fece la sua solenne entrata in essa città. Poco si fermò egli, e, lasciato quivi un copioso presidio, se ne tornò in Germania. Ed intanto il Carrarese seguitava a prendere le castella del Trivisano con istupor d'ognuno, e vi faceva inalberar le bandiere del re d'Ungheria, con dire di essere suo servitore. Di pace intanto si trattava alla gagliarda fra i Veneziani e la lega. Erasi interpostoAmedeo conte di Savoia, duca di Chablais, e marchese d'Italia, principe allora di sommo credito, per quetar tanti turbini; e per la fede che ebbero in lui tutti gl'interessati, fu egli appunto accettato come mediatore ecompromessario di sì gloriosa impresa. A questo fine concorsero a Torino le ambascerie delre d'Ungheria, de'Veneziani, de'Genovesi, delsignore di Padova, e delpatriarcato d'Aquileia, che, per la morte del patriarcaMarquardo, succeduta in quest'anno, si trovava allora mancante di pastore. Proferì il conte di Savoia il suo laudo nel dì 8 d'agosto in Torino[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], in cui decretò che il castello di Tenedo fosse rimesso in sua mano per due anni, dopo i quali lo dovesse spianare; che al Carrarese si restituissero alcuni luoghi, ed egli fosse disobbligato dai patti della pace dell'anno 1372, con altre condizioni ch'io tralascio. Da questa concordia restò esclusoBernabò Visconte. Non si può abbastanza esprimere l'universale allegria che questa pace produsse, massimamente nei popoli ch'erano mischiati nella guerra. E allora fu che il senato veneto mantenne la data parola a chi più degli altri si era segnalato in aiuto della patria, con avere specialmente alzate alla nobiltà veneta trenta famiglie popolari.Era già pervenuto a RomaCarlo dalla Pacecolla sua armata, siccome avvertimmo di sopra[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Ilpontefice Urbanonon solamente l'investì del regno di Napoli con sua bolla data nel dì primo di giugno, ma solennemente ancora di sua mano il coronò nel giorno seguente in tal congiuntura; e giacchè questo pontefice era tutto pieno di pensieri temporali, si obbligò ancora esso Carlo di conferire il principato di Capoa aFrancesco Prignanonipote di lui, cioè la miglior parte del regno, conquistato ch'egli l'avesse. L'ardore con cui Urbano procedeva in questo affare, più che mai comparve; perciocchè allora fu specialmente[Theodoric. de Niem., Gobelinus, et alii.], che spogliò chiese ed altari per fornir di moneta questo suo favorito campione. Seco inoltre unì quante truppe potè, e colla sua benedizione l'inviòcontro laregina Giovanna. Avea questa riposte le sue speranze nel valore diOttone duca di Brunsvichsuo consorte, e nelle fallaci promesse de' baroni napoletani[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Ma era troppo divisa la cittadinanza di Napoli. Volevano alcuni la regina, altri papa Urbano, altri il re Carlo. Si oppose Ottone sulle frontiere all'esercito nemico; ma gli convenne ritirarsi[Bonincontrus Morigia, Annal., tom. 21 Rer. Italic.]. Inoltratosi il re Carlo fin sotto a Napoli, dove s'era afforzato il duca Ottone, fu creduto che si verrebbe a battaglia; ma trovaronsi traditori che nel dì 16 di luglio aprirono una porta della città al re Carlo. Entrato ch'egli fu, Ottone, dopo aver trucidato cinquecento de' nemici, si ridusse ad Aversa, e la regina in Castel Nuovo, dove restò assediata e in gravi angustie, perchè per balordaggine de' suoi ministri si trovò sfornita di vettovaglia. Fu dunque obbligata a capitolare, che se nel termine di alquanti giorni non veniva tal forza che la liberasse, ella si renderebbe al re Carlo, il quale nello stesso tempo mostrava delle buone intenzioni per lei. Perciò il duca Ottone nel dì 25 d'agosto, ultimo della capitolazione fatta, calato da castello Sant'Ermo, andò con sue genti a tentar la fortuna, ed attaccò un fiero combattimento coll'esercito del re Carlo. Ma essendo stato uccisoGiovanni marchese di Monferrato, che militava con lui (ed ebbe perciò successore nel dominio dei suoi statiTeodoro IIsuo minor fratello), e lo stesso duca Ottone nel calor della battaglia essendo restato gravemente ferito (non si sa se da' suoi o da' nemici) e poi fatto prigione, si mise in rotta e fuga tutto l'esercito suo. Questa vittoria decise del resto. Laregina Giovannarendè sè stessa e i castelli nel giorno seguente al re vincitore, e fu poi mandata prigioniera al castello di San Felice. La maggior parte delle terre a lui parimente prestò ubbidienza. Nel dì primo di settembrearrivò a Napoli il conte di Caserta con dieci galee di Provenza, credendo di soccorrere la regina; ma ritrovò cielo nuovo in quelle parti. All'incontro giunse a NapoliMargherita, moglie delre Carlo, conLadislaoeGiovannisuoi figliuoli nel dì 11 di novembre, e nel dì 25 fu coronata regina dal cardinale legato apostolico con gran festa ed allegrezza di quel popolo, che per suo costume ogni dì vorrebbe dei re nuovi.Accaddero in quest'anno le calamità della città di Arezzo[Gorelli, Chron., tom. 15 Rer. Ital.]. Avea ilre Carloinviato colà per suo vicarioGiovanni Caracciolo. I mali suoi portamenti, oppur la giustizia severa ch'egli esercitava[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], cagion furono che la fazion guelfa, avendo prese le armi, il costrinse a ritirarsi nella fortezza. Era il mese di novembre, e trovavasi allora nel territorio di Todi colla compagnia di San Giorgio il conteAlberico da Barbiano, cioè, come già dissi, il più valente condottier d'armi che s'avesse allora l'Italia. Era egli in questi tempi ai servigi del re Carlo, e forse principalmente per la di lui buona condotta e bravura erano procedute con tanta felicità le battaglie e la conquista del regno di Napoli. Fu il conte chiamato con premurose lettere dal Caracciolo; ed egli, andato colà, ed entrato nel castello, senza che gli Aretini avessero punto provveduto alle difese, nel dì 18 di novembre piombò co' suoi masnadieri nella città, e diede un orrido ed universal sacco alle case non meno dei Guelfi che de' Ghibellini, senza risparmiar le chiese, i monisteri e l'onor delle donne. Ser Gorelli poeta aretino d'allora vien descrivendo tutte le enormità di quella tragedia. Boniforte Villanuccio, mandato dipoi colà dal re Carlo, fece del resto, e finì di pelare l'infelice città. Rimase perciò essa affatto desolata, e gli abitatori suoi per la maggior parte si sbandarono chi qua chi là, accattando il pane per sostenersi in vita. Un'altra funestascena succedette in quest'anno in Verona[Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Signoreggiavano quivi i due fratelli bastardiBartolomeoedAntonio dalla Scala. La matta voglia di non aver compagni sul trono instigò il minore, cioè Antonio, a levar di vita il fratello. Non era a lui ignoto che Bartolomeo andava di notte con un solo compagno a solazzarsi con una sua amica: il che diede a lui campo di levarlo senza fatica e tumulto dal mondo. Nella mattina adunque del dì 13 di luglio fu ritrovato morto esso Bartolomeo con ventisei ferite nel corpo, e trentasei in quello del suo compagno, davanti alla porta d'un certo Antonio Veronese. Finse il malvagio fratello d'esserne estremamente conturbato, e fece martoriare e poi morire la donna ed alcuni suoi parenti innocenti, come se fossero stati autori dell'omicidio; ma ben conobbero i saggi, e più lo conobbeFrancesco da Carrara, da qual mano era venuto il colpo; e perchè ciò gli scappò di bocca, e fu riferito ad Antonio, questi non gliela perdonò mai più. Fin qui la Provenza s'era mantenuta sotto l'ubbidienza dei re di Napoli con altre terre del Piemonte[Giornal. Napol., tom. 15 Rer. Ital.].Clemente VIIantipapa, dacchè intese conquistato dalre Carloil regno di Napoli, ed imprigionata laregina Giovanna, investì d'esso regnoLodovico ducad'Angiò, zio del re di Francia, perchè già adottato da essa regina; e questi si mise anche in possesso della felice contrada della Provenza, benchè non senza molte opposizioni e contrasti d'alcuni di que' popoli.

In quest'anno ancora seguitò la guerra fra i Veneziani e Genovesi per mare[Gatari, Istor. Padov., tom. 17 Rer. Ital. Redusio, Chron., tom. 19 Rer. Ital.]; eCarlo Zeno, valente generale de' primi, fatti quanti danni potè agli altri, conservò l'onor della patria colle sue navi in corso. Ma per la guerra di terra non fu già propizia la sorte ai Veneziani.Francesco da Carraracontinuava l'assedio o blocco di Trivigi, ed avendo occupate varie castella e paesi d'intorno, impediva ai Veneziani il recar soccorso a quell'afflitta città. Però il senato, che per le passate disgrazie si trovava esausto di denaro e scarso di combattenti, pensò ad abbandonar la terra, per attendere unicamente al mare, dove tuttavia erano assai forti i maggiori loroavversarii, cioè i Genovesi. Trivigi non si potea lungo tempo sostenere: ma piuttosto che lasciarlo cadere in mano del Carrarese, determinarono i Veneziani di donare ad altri quella città: tanto era l'odio che gli portavano, e sì forte il riguardo ch'egli maggiormente non s'ingrandisse. Spedirono dunquePantaleon BarboaLeopoldo duca d'Austria, offerendogli Trivigi, purchè egli prendesse a far guerra contra del Carrarese. Nel dì 2 di maggio diedero essi al duca il possesso di quella città: il che fu una stoccata al cuore diFrancesco da Carrara, il quale, dopo aver ridotto Trivigi alle estremità, si vide sul più bello tolto il boccone di bocca. Pertanto ordinò egli nel dì 6 di maggio che il suo campo, giacchè il duca era in viaggio, si levasse di sotto a quella città. Ma venendo Pantaleon Barbo suddetto colà con due carrette cariche di panno d'oro e d'argento, per regalare il duca d'Austria alla sua entrata in Trivigi, inciampato nelle truppe padovane, fu preso con tutto il suo equipaggio, e condotto a Padova sotto buona guardia. Era egli il maggior nemico che si avesse il Carrarese; e tuttochè graziosamente fosse rimesso in libertà, con promessa di non essergli contro, pure operò peggio di prima. Nel dì 7 del mese suddetto arrivò il duca Leopoldo con circa dieci mila cavalli nei contorni di Trivigi, e nel dì 9 fece la sua solenne entrata in essa città. Poco si fermò egli, e, lasciato quivi un copioso presidio, se ne tornò in Germania. Ed intanto il Carrarese seguitava a prendere le castella del Trivisano con istupor d'ognuno, e vi faceva inalberar le bandiere del re d'Ungheria, con dire di essere suo servitore. Di pace intanto si trattava alla gagliarda fra i Veneziani e la lega. Erasi interpostoAmedeo conte di Savoia, duca di Chablais, e marchese d'Italia, principe allora di sommo credito, per quetar tanti turbini; e per la fede che ebbero in lui tutti gl'interessati, fu egli appunto accettato come mediatore ecompromessario di sì gloriosa impresa. A questo fine concorsero a Torino le ambascerie delre d'Ungheria, de'Veneziani, de'Genovesi, delsignore di Padova, e delpatriarcato d'Aquileia, che, per la morte del patriarcaMarquardo, succeduta in quest'anno, si trovava allora mancante di pastore. Proferì il conte di Savoia il suo laudo nel dì 8 d'agosto in Torino[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], in cui decretò che il castello di Tenedo fosse rimesso in sua mano per due anni, dopo i quali lo dovesse spianare; che al Carrarese si restituissero alcuni luoghi, ed egli fosse disobbligato dai patti della pace dell'anno 1372, con altre condizioni ch'io tralascio. Da questa concordia restò esclusoBernabò Visconte. Non si può abbastanza esprimere l'universale allegria che questa pace produsse, massimamente nei popoli ch'erano mischiati nella guerra. E allora fu che il senato veneto mantenne la data parola a chi più degli altri si era segnalato in aiuto della patria, con avere specialmente alzate alla nobiltà veneta trenta famiglie popolari.

Era già pervenuto a RomaCarlo dalla Pacecolla sua armata, siccome avvertimmo di sopra[Raynaldus, Annal. Eccles.]. Ilpontefice Urbanonon solamente l'investì del regno di Napoli con sua bolla data nel dì primo di giugno, ma solennemente ancora di sua mano il coronò nel giorno seguente in tal congiuntura; e giacchè questo pontefice era tutto pieno di pensieri temporali, si obbligò ancora esso Carlo di conferire il principato di Capoa aFrancesco Prignanonipote di lui, cioè la miglior parte del regno, conquistato ch'egli l'avesse. L'ardore con cui Urbano procedeva in questo affare, più che mai comparve; perciocchè allora fu specialmente[Theodoric. de Niem., Gobelinus, et alii.], che spogliò chiese ed altari per fornir di moneta questo suo favorito campione. Seco inoltre unì quante truppe potè, e colla sua benedizione l'inviòcontro laregina Giovanna. Avea questa riposte le sue speranze nel valore diOttone duca di Brunsvichsuo consorte, e nelle fallaci promesse de' baroni napoletani[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]. Ma era troppo divisa la cittadinanza di Napoli. Volevano alcuni la regina, altri papa Urbano, altri il re Carlo. Si oppose Ottone sulle frontiere all'esercito nemico; ma gli convenne ritirarsi[Bonincontrus Morigia, Annal., tom. 21 Rer. Italic.]. Inoltratosi il re Carlo fin sotto a Napoli, dove s'era afforzato il duca Ottone, fu creduto che si verrebbe a battaglia; ma trovaronsi traditori che nel dì 16 di luglio aprirono una porta della città al re Carlo. Entrato ch'egli fu, Ottone, dopo aver trucidato cinquecento de' nemici, si ridusse ad Aversa, e la regina in Castel Nuovo, dove restò assediata e in gravi angustie, perchè per balordaggine de' suoi ministri si trovò sfornita di vettovaglia. Fu dunque obbligata a capitolare, che se nel termine di alquanti giorni non veniva tal forza che la liberasse, ella si renderebbe al re Carlo, il quale nello stesso tempo mostrava delle buone intenzioni per lei. Perciò il duca Ottone nel dì 25 d'agosto, ultimo della capitolazione fatta, calato da castello Sant'Ermo, andò con sue genti a tentar la fortuna, ed attaccò un fiero combattimento coll'esercito del re Carlo. Ma essendo stato uccisoGiovanni marchese di Monferrato, che militava con lui (ed ebbe perciò successore nel dominio dei suoi statiTeodoro IIsuo minor fratello), e lo stesso duca Ottone nel calor della battaglia essendo restato gravemente ferito (non si sa se da' suoi o da' nemici) e poi fatto prigione, si mise in rotta e fuga tutto l'esercito suo. Questa vittoria decise del resto. Laregina Giovannarendè sè stessa e i castelli nel giorno seguente al re vincitore, e fu poi mandata prigioniera al castello di San Felice. La maggior parte delle terre a lui parimente prestò ubbidienza. Nel dì primo di settembrearrivò a Napoli il conte di Caserta con dieci galee di Provenza, credendo di soccorrere la regina; ma ritrovò cielo nuovo in quelle parti. All'incontro giunse a NapoliMargherita, moglie delre Carlo, conLadislaoeGiovannisuoi figliuoli nel dì 11 di novembre, e nel dì 25 fu coronata regina dal cardinale legato apostolico con gran festa ed allegrezza di quel popolo, che per suo costume ogni dì vorrebbe dei re nuovi.

Accaddero in quest'anno le calamità della città di Arezzo[Gorelli, Chron., tom. 15 Rer. Ital.]. Avea ilre Carloinviato colà per suo vicarioGiovanni Caracciolo. I mali suoi portamenti, oppur la giustizia severa ch'egli esercitava[Bonincontrus, Annal., tom. 21 Rer. Ital.], cagion furono che la fazion guelfa, avendo prese le armi, il costrinse a ritirarsi nella fortezza. Era il mese di novembre, e trovavasi allora nel territorio di Todi colla compagnia di San Giorgio il conteAlberico da Barbiano, cioè, come già dissi, il più valente condottier d'armi che s'avesse allora l'Italia. Era egli in questi tempi ai servigi del re Carlo, e forse principalmente per la di lui buona condotta e bravura erano procedute con tanta felicità le battaglie e la conquista del regno di Napoli. Fu il conte chiamato con premurose lettere dal Caracciolo; ed egli, andato colà, ed entrato nel castello, senza che gli Aretini avessero punto provveduto alle difese, nel dì 18 di novembre piombò co' suoi masnadieri nella città, e diede un orrido ed universal sacco alle case non meno dei Guelfi che de' Ghibellini, senza risparmiar le chiese, i monisteri e l'onor delle donne. Ser Gorelli poeta aretino d'allora vien descrivendo tutte le enormità di quella tragedia. Boniforte Villanuccio, mandato dipoi colà dal re Carlo, fece del resto, e finì di pelare l'infelice città. Rimase perciò essa affatto desolata, e gli abitatori suoi per la maggior parte si sbandarono chi qua chi là, accattando il pane per sostenersi in vita. Un'altra funestascena succedette in quest'anno in Verona[Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]. Signoreggiavano quivi i due fratelli bastardiBartolomeoedAntonio dalla Scala. La matta voglia di non aver compagni sul trono instigò il minore, cioè Antonio, a levar di vita il fratello. Non era a lui ignoto che Bartolomeo andava di notte con un solo compagno a solazzarsi con una sua amica: il che diede a lui campo di levarlo senza fatica e tumulto dal mondo. Nella mattina adunque del dì 13 di luglio fu ritrovato morto esso Bartolomeo con ventisei ferite nel corpo, e trentasei in quello del suo compagno, davanti alla porta d'un certo Antonio Veronese. Finse il malvagio fratello d'esserne estremamente conturbato, e fece martoriare e poi morire la donna ed alcuni suoi parenti innocenti, come se fossero stati autori dell'omicidio; ma ben conobbero i saggi, e più lo conobbeFrancesco da Carrara, da qual mano era venuto il colpo; e perchè ciò gli scappò di bocca, e fu riferito ad Antonio, questi non gliela perdonò mai più. Fin qui la Provenza s'era mantenuta sotto l'ubbidienza dei re di Napoli con altre terre del Piemonte[Giornal. Napol., tom. 15 Rer. Ital.].Clemente VIIantipapa, dacchè intese conquistato dalre Carloil regno di Napoli, ed imprigionata laregina Giovanna, investì d'esso regnoLodovico ducad'Angiò, zio del re di Francia, perchè già adottato da essa regina; e questi si mise anche in possesso della felice contrada della Provenza, benchè non senza molte opposizioni e contrasti d'alcuni di que' popoli.


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