MCCCLXXXV

MCCCLXXXVAnno diCristomccclxxxv. Indiz.VIII.Urbano VIpapa 8.Venceslaore de' Romani 8.Due strepitosi avvenimenti d'Italia apprestarono in quest'anno copiosa materia da discorrere all'Europa tutta. Appartiene il primo apapa Urbano. Ostinatamente continuava egli la sua residenza in Nocera al dispetto delre Carloe dei cardinali di suo seguito[Theod. de Niem, Hist. Gobelin. in Cosmod.], che adoperarono indarno esortazioni, preghiere e ragioni, perchè vi pativano essi, e vi pativa più la dignità della santa Sede per varii riguardi, ma specialmente per la rottura seguita col re Carlo. Un certo Bartolino da Piacenza, ardito legista, divolgò in questi tempi una scrittura di alquante quistioni, cercando, qualora il papa si trovasse troppo negligente o inutile al governo, o talmente operasse di suo capriccio, senza voler ascoltare il consiglio de' cardinali, che fosse in pericolo la Chiesa: se in tal caso potessero i cardinali dargli uno o più curatori, col parere de' quali egli fosse tenuto a spedir gli affari d'essa Chiesa. Sosteneva che sì, adducendone varie ragioni. Dalcardinale di Manupellodi casa Orsina fu segretamente avvisato il papa che sei cardinali (cinque solamente ne riferiscono Teodorico di Niem e l'autore de' Giornali Napoletani[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]), cioè gli arcivescovi di Taranto e di Corfù, e i cardinali di Genova, di Londra, di San Marco e di Santo Adriano, personaggi tutti de' più dotti e cospicui del sacro collegio, aveano veduta quella scrittura, e tener essi quella sentenza. Fu inoltre supposto al papa che essi avessero tramata una congiura per prenderlo nel dì 13 di gennaio, e di condannarlo poscia come eretico. Andò nelle furieUrbano VI, li fece caricar di catene, e cacciarli in dure prigioni nel dì 12 di esso mese; ed ordinò a Francesco Butillo suo nipote che gliesaminasse per ricavarne la verità. La maniera di ricavarla, giacchè si protestavano innocenti, fu quella de' tormenti. A forza d'essi il vescovo dell'Aquila, accusato per complice, disse tutto ciò che vollero i giudici. Si legge che gli stessi cardinali, crudelmente tormentati, confessarono la congiura; ma, siccome diremo appresso, ciò non sussiste; e quand'anche fosse succeduto, ognun sa che mirabil virtù abbiano i tormenti per far dire anche ciò che non è e non fu; e a buon conto i miseri sempre da lì innanzi costantemente sostennero d'essere innocenti. Inutili furono stati gli uffizii delre Carloe de' cardinali restati in Napoli in favore di quegl'infelici porporati, i quali dall'inesorabil pontefice furono poscia dichiarati privi della porpora e d'ogni dignità. E perciocchè ebbe egli sospetto, oppur seppe che tutte queste mene erano procedute con partecipazione e forte impulso del re Carlo, pubblicamente in Nocera scomunicò lui e laregina Margherita, privolli anche del regno; e, posto l'interdetto a Napoli, citò il re Carlo a dir le sue ragioni. Questi gagliardi passi servirono a maggiormente sconcertar gli animi. Carlo, udito anche il parere del clero, ordinò che non si osservasse l'interdetto, e perseguitò chi volea osservarlo, sino a farne annegare alcuni. Molto più poi irritato per la scomunica e sentenza suddetta, sul principio di febbraio spedì il gran contestabile, cioè ilconte Alberico di Barbiano, collo esercito all'assedio di Nocera. Narra l'autore degli Annali Napoletani che il pontefice assediato, tre o quattro volte il dì s'affacciava ad una finestra, e colla campanella e torcia accesa andava scomunicando l'esercito del re; e l'esercito non per questo si moveva di là. Durante questo assedio furono altre volte crudelmente martoriati i cardinali prigioni per farli confessare. Teodorico da Niem presente non potè reggere a quell'orrendo spettacolo. Niun d'essi, secondo lui, confessò. Furono rimessi nelle carcericoll'ossa slogate a patir fame e sete, e gli altri malori della prigionia. Nel dì 5 di luglio arrivò a Nocera con un corpo di valorosi combattentiRaimondello Orsino, e fatta aspra battaglia colle genti del re, quantunque ne restasse ferito al piede, pure entrò co' suoi nella città in aiuto del papa. Guarito che fu, ricevuti dieci mila fiorini d'oro, passò in Calabria, e mosse Tommaso Sanseverino ed un Lottario di Suevia a venir con tre mila cavalli a liberare il papa. L'impresa ebbe effetto, e nel dì 8 d'agosto il pontefice uscì del castello, menando seco i cardinali e il vescovo d'Aquila prigioni, e il suo tesoro; e da quegli armati per montagne e vie scoscese fu condotto verso Salerno sino al mare, ma non senza rischio d'essere detenuto dagli stessi ausiliarii, i quali convenne placar coll'oro. Perchè il vescovo suddetto, malconcio per gli sofferti tormenti e pel cattivo cavallo, era lento nel viaggio, Urbano, sospettando malizioso il suo ritardo, riscaldossi così forte per la collera, che il fece uccidere, lasciandolo senza sepoltura nella via. Oh tempi, oh costumi! non si può far di meno di non esclamare. Erasi dianzi accordato il papa conAntoniotto Adornodoge di Genova per avere soccorso da lui, promettendogli d'andar a fissar la sua residenza in Genova stessa[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Essendo ciò sembrato un bel guadagno al doge, spedì egli dieci galere nel mare di Napoli, che furono pronte al bisogno d'Urbano. Salito esso pontefice in galea, dopo aver toccata Messina, felicemente arrivò in Genova nel dì 23 di settembre, e quivi prese alloggio in San Giovanni, e vi si fermò poi tutto il resto dell'anno. Nocera fu presa. Francesco Butillo nipote del papa restò prigioniere.L'altra avventura che in quest'anno fece gran rumore per tutta la cristianità, fu la caduta diBernabò Visconte. Era egli signore della metà di Milano, e dellecittà di Lodi, Bergamo, Crema, Cremona, Brescia, Parma e Reggio. Quattro figliuoli legittimi avea, oltre ai bastardi, tutti e quattro valorosi, ambiziosi, capaci ognuno di gran cose[Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.]. Ad essi avea già distribuite le sue città, cioè aLodovicoLodi e Cremona; aCarloParma, Borgo San Donnino e Crema; aRidolfoBergamo, Soncino e Chiara d'Adda; aMastinominor di tutti Brescia, la Riviera e Val-Camonica. Gli altri suoi figliuoli sono annoverati nella Cronica Veneta del Sanuto[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Godeva allora Bernabò, contra il suo solito, la pace, ma non la godeano già i suoi sudditi a cagion delle intollerabili estorsioni e gravezze loro imposte, e per l'insolenza e libidine dei suoi figliuoli. La sua bestial fierezza, i trasporti della sua collera e le violente sue esecuzioni sopra la vita de' sudditi, anche per cagioni leggere, e sopra tutto per la caccia, faceano tremar ognuno; laonde un sì aspro e crudo governo era ben contraccambiato coll'odio universale de' popoli. Della sua strabocchevol libidine altro non dirò, se non che vi fu un tempo in cui si contarono trentasei figliuoli suoi viventi tra legittimi e bastardi, e dieciotto femmine gravide di lui. Stava intantoGian-Galeazzo Visconte, conte di Virtù e suo nipote, in Pavia, della qual città, siccome ancora di Piacenza, Novara, Alessandria, Bobbio, Alba, Asti, Como, Casale di Santo Evasio, Valenza, Vigevano, e di varie altre terre in Piemonte, era padrone. Perchè dalla moglieCaterinaniuna prole maschile aveva egli ricavato fin qui, già faceano i lor conti sopra dei di lui Stati i figliuoli di Bernabò, anzi neppure si vedeva egli sicuro in vita: sì smoderata era l'ambizione di Bernabò, tuttochè suo zio e suocero, e quella de' suoi figliuoli. Fu anche detto che Bernabò avesse fatti de' tentativi contro la vita di lui, con istudiarsi di sedurre la figliuola, moglie d'esso Gian-Galeazzo,la qual rivelasse tutto al marito. Comunque sia, l'arte tenuta da Gian-Galeazzo per difendersi dalle sue insidie era quella di non arrischiarsi mai di capitar in essa città di Milano, ancorchè a lui spettasse il dominio della metà di quella città[Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.]. Sopportava anche in pace tutte le superchierie che gli facea di quando in quando Bernabò; nè usciva mai senza un copioso accompagnamento di guardie. Diedesi inoltre ad una maniera di vivere che è la più efficace per ingannare altrui, cioè ad una vita divota[Gatari, Istor. di Padov., tom. 17 Rer. Ital.], conversando sempre con religiosi, frequentando le chiese, facendo abbondanti limosine, e mostrandosi alieno da ogni disegno di maggiormente ingrandirsi. Per questo suo bigottismo Bernabò il tenea per uomo dappoco e da nulla.Si cavòGian-Galeazzola maschera in quest'anno. Fece egli prima sapere aBernabòdi voler passare alla visita della miracolosa immagine della Madonna di Varese per adempiere un suo voto, e che il pregava di scusarlo, se non entrava in Milano, quantunque sommamente desiderasse d'abbracciare il suo carissimo zio e suocero. Poscia partitosi da Pavia con grosso accompagnamento di gente, cioè delle sue guardie e di assaissimi altri guerniti d'armi di sotto (nella Cronica Estense[Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.]è scritto, aver egli menato seco cinquecento lance), nella sera del dì 5 di maggio si fermò a Binasco[Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.], e nel dì seguente cavalcò nelle vicinanze di Milano. Bernabò gli mandò incontro due de' suoi figliuoliLodovicoeRidolfolungi due miglia, i quali furono ben accolti e trattenuti con assai carezze. Allorchè fu egli non molto distante dalla città, dove era allora lo spedale di Santo Ambrosio, uscì ancheBernabòper porta Vercellina, affine di fargli una visita con poche guardie, cavalcando una mula, tuttochè avvertito prima da un certo Medicinasuo cortigiano di non fidarsi, perchè egli avea poco prima osservato l'andamento, le vesti ed il contegno di quella gran truppa, che non pareva apparato da divozione. Ma era giunto il tempo che Dio voleva chiamare ai conti quell'uomo spietato, reo di tanti peccati. Si abbracciarono, si baciarono lo zio ed il nipote; e dopo sì bella festaGian-Galeazzo, voltatosi a Jacopo dal Verme e ad Antonio Porro, disse loro in tedescostinchier. Allora fu circondato Bernabò da tutti quegli armati; Jacopo gli tolse la bacchetta; Otto da Mandello gli tirò di mano e fuor della testa della mula la briglia, Guglielmo Bevilacqua gli tagliò il pendon della spada, gridando egli indarno al nipote che non fosse traditor del suo sangue. Furono anche presi e disarmati i suddetti due suoi figliuoli. Con questa preda Gian-Galeazzo entrò per la porta di fuori nel castello di porta Zobbia, che era suo. E di là poi, divolgato il caso, cavalcò per la città, udendo le gioiose acclamazioni del popolo, che gridava:Viva il conte, e muoiano le gabelle e le colte. Non vi fu chi alzasse un dito in favore di Bernabò; anzi l'accorto Gian-Galeazzo per ben attaccare esso popolo a' suoi interessi, gli permise di dare il sacco ai palagi del medesimo Bernabò e de' suoi figliuoli, dove erano raccolte di grandi ricchezze. Fu egli dichiarato signor generale di Milano, e la mattina seguente se gli arrendè il castello di San Nazaro, fabbricato da Bernabò, colla rocca di porta Romana. Quivi, secondo il Corio[Corio, Istoria di Milano.], vennero alle sue mani sei carra d'argento lavorato con altro prezioso mobile, e settecento mila fiorini d'oro in contante. Il Gazata, storico vivente allora, scrive[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]che nella sola torre si trovò un milione e settecento mila ducati o sia fiorini d'oro, oltre ai mobili preziosi d'oro e d'argento. In pochi giorni vennero in potere diGian-GaleazzoLodi, Bergamo, Crema, Soncino, Ghiarad'Adda, Cremona, Parma e Reggio, a riserva de' castelli d'esse città, che ressero per qualche giorno, ma in fine si diedero.Carlofigliuolo di Bernabò, allorchè seguì la prigionia del padre, udita tal nuova, corse a Cremona, poscia a Parma, e di là a Reggio. Dappertutto trovò i popoli in sedizione contra di lui per l'odiosa memoria di Bernabò; e però gli convenne ritirarsi a Mantova, con passare dipoi in Germania ad implorare aiuto dai duchi di Baviera e d'Austria suoi cognati. Il soloMastino, altro figliuolo di esso Bernabò, ma assai giovinetto, perchè di soli dieci anni[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.], corso a Brescia sua città con un buon nerbo di combattenti, sostenne per alquanti giorni l'assedio di quella cittadella aiutato daiGonzaghie daAntonio dalla Scala. Ma in fine capitolò la resa, con promettergli Gian-Galeazzo dodici mila fiorini d'oro l'anno sino a certo tempo, ma probabilmente con animo di nulla eseguire; che questo era il suo costume.Così in poco tempo quella volpe diGian-Galeazzo, dopo aver atterrato l'orso, giunse a formare una gran potenza in Lombardia, la qual cominciò a dar gelosia e timore a tutti i vicini. Ardita e pericolosa parve ai più sensati l'impresa da lui fatta; ma egli assai informato quanto si potesse promettere de' popoli, tutti disgustati per le bestialità, crudeltà ed estorsioni di Bernabò, si animò a tentarla, e gli venne fatta. E perchè un gran dire fu dappertutto, trattandosi di uno zio, egli pubblicò e mandò a tutti i principi un manifesto, in cui, coll'esporre in parte le iniquità di Bernabò e de' suoi figliuoli, cercò di giustificarsi come potè il meglio. Leggesi questo manifesto negli Annali Milanesi da me dati alla luce; ma non si può digerire ch'egli fingesse di essere stato assalito presso a Milano da Bernabò, e che per difesa il facesse prigione. Fu poi condotto Bernabò con Donnina sua amica nelle carceri del castellodi Trezzo, edificato da lui stesso, dove per più di sette mesi ebbe agio di riconoscere l'instabilità delle grandezze umane, e di chiamare ai conti la coscienza sua. Fugli poi dato il tossico, e nel dì 17 oppure 18 di dicembre, contrito de' suoi molti peccati, terminò i suoi giorni in età di sessantasei anni. Fece Gian-Galeazzo, per chiarir ben la sua morte, portare a Milano il di lui cadavero, dove gli furono fatte sì solenni esequie, come se fosse morto signore di Milano, se non che non avea lo scettro in mano. Gli fu poi data sepoltura in San Giovanni in Conca, dove tuttavia si mira la statua sua a cavallo. Potrebbe taluno maravigliarsi come di tanti principi, a' quali avea maritate Bernabò le sue figliuole, niuno alzasse mai un dito per aiutar lui o i suoi figliuoli. Ma così potente quasi in un momento divenne Gian-Galeazzo, che non osò alcuno d'affacciarsi; e poi a debil canna d'ordinario s'attiene chi si fida delle parentele. Per altro Galeazzo sapea l'arte di governar popoli. Consolò ogni città col diminuir le loro contribuzioni e gabelle, accordar que' privilegii che gli erano chiesti, levar gli abusi passati, e far ministrare buona giustizia ad ognuno. Il Gazata[Gazata, Chronic., tom. 18 Rer. Ital.], che fioriva in questi tempi, racconta aver egli ridotto l'aggravio di mille e ducento fiorini d'oro, che pagava il popolo di Reggio ogni mese, a soli quattrocento: conchiudendo ch'egli trasse dall'inferno le città già suddite di Bernabò, e le mise in paradiso. La tirannia, la crudeltà e il troppo salassare i popoli non furono mai il vero mezzo per continuare o propagare i dominii.Fu in quest'anno guerra nel Friuli. Aveapapa Urbanoconferito il patriarcato d'Aquileia in commenda aFilippo d'Alanzonedella real casa di Francia, cardinale vescovo di Sabina, e sua creatura[Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.]. S'ebbero a male quei d'Udine, perchè chiesa cotanto insigne e fornitadi sì nobil principato fosse ridotta alla condizion di tante badie, allora date in commenda, cioè in preda ai cacciatori di beni ecclesiastici, senza dar loro un vero patriarca. Però nol vollero accettar per signore, e pochi furono que' luoghi che a lui si sottomettessero. Si venne perciò all'armi. Ricorse il cardinale aFrancesco da Carrarasignor di Padova, siccome confinante per la tenuta di Trivigi, Ceneda, Belluno e Feltre; anzi fece a lui raccomandare dapapa Urbanola protezione de' suoi affari. Perchè la brama o avidità di accrescere i proprii Stati è una febbre innata in tutti i dominanti, ma in chi più, in chi meno gagliarda a misura delle forze; il Carrarese vi saltò dentro a piè pari. Non è se non probabile che egli meditasse di procacciarsi una parte almeno di que' dominii. Ma iVeneziani, a' quali stava sul cuore ogni movimento del Carrarese odiato, si misero segretamente a dar aiuti di gente e danaro al comune di Udine. Nè ciò bastando, mossero contra di Francesco da Carrara il signor di Verona e Vicenza, cioè il giovaneAntonio dalla Scala, pagandogli sotto mano ogni mese quindici mila fiorini d'oro. Invanitosi lo Scaligero per aver dalla sua la possente repubblica di Venezia, per quante preghiere e ragioni adoperassero gli ambasciatori padovani, non si volle mai rimuovere dal contratto impegno; e, fatta massa di gente, dimandò il passo per mandarla in Friuli in aiuto di Udine. Questo gli fu negato; e però cominciò a far delle scorrerie sul Padovano. Il Carrarese anch'egli per rendergli la pariglia, e a più doppii, fece cavalcar le sue genti con quelle del patriarca d'Aquileia sul Veronese e Vicentino, che ne riportarono inestimabil bottino. Mandò Antonio dalla Scala a dolersene col Carrarese, e gli fece con alterigia sapere di volerne vendetta, quand'anche dovesse perdere Verona e Vicenza; e che forse riuscirebbe ad un can giovine di prendere una volpe vecchia.Francesco da Carrararigettò sulle genti del patriarcaquell'insulto, e saggiamente si offerì di far pace, e di rifare i danni dati. Ma lo Scaligero, sempre più alzando la testa, persistè nel suo proposito, ed attese più che prima a fornirsi di soldati. Nell'anno presente[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]cessò di vivere in RiminiGaleotto Malatestasignore di quella città, rinomato per la sua prodezza e saviezza.PandolfoeCarlosuoi figliuoli unitamente succederono ne' suoi Stati. Furono ancora novità a' dì 13 di dicembre nella città di Forlì[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic. Annales Forolivienses, tom. 22 Rer. Ital.]. Quivi signoreggiavaSinibaldo degli Ordelaffi. Gli vollero risparmiar la fatica di comandare due suoi nipotiPinoeCecco degli Ordelaffi; e però il presero e cacciarono in prigione, assumendo essi l'intero dominio di quella città.

Due strepitosi avvenimenti d'Italia apprestarono in quest'anno copiosa materia da discorrere all'Europa tutta. Appartiene il primo apapa Urbano. Ostinatamente continuava egli la sua residenza in Nocera al dispetto delre Carloe dei cardinali di suo seguito[Theod. de Niem, Hist. Gobelin. in Cosmod.], che adoperarono indarno esortazioni, preghiere e ragioni, perchè vi pativano essi, e vi pativa più la dignità della santa Sede per varii riguardi, ma specialmente per la rottura seguita col re Carlo. Un certo Bartolino da Piacenza, ardito legista, divolgò in questi tempi una scrittura di alquante quistioni, cercando, qualora il papa si trovasse troppo negligente o inutile al governo, o talmente operasse di suo capriccio, senza voler ascoltare il consiglio de' cardinali, che fosse in pericolo la Chiesa: se in tal caso potessero i cardinali dargli uno o più curatori, col parere de' quali egli fosse tenuto a spedir gli affari d'essa Chiesa. Sosteneva che sì, adducendone varie ragioni. Dalcardinale di Manupellodi casa Orsina fu segretamente avvisato il papa che sei cardinali (cinque solamente ne riferiscono Teodorico di Niem e l'autore de' Giornali Napoletani[Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.]), cioè gli arcivescovi di Taranto e di Corfù, e i cardinali di Genova, di Londra, di San Marco e di Santo Adriano, personaggi tutti de' più dotti e cospicui del sacro collegio, aveano veduta quella scrittura, e tener essi quella sentenza. Fu inoltre supposto al papa che essi avessero tramata una congiura per prenderlo nel dì 13 di gennaio, e di condannarlo poscia come eretico. Andò nelle furieUrbano VI, li fece caricar di catene, e cacciarli in dure prigioni nel dì 12 di esso mese; ed ordinò a Francesco Butillo suo nipote che gliesaminasse per ricavarne la verità. La maniera di ricavarla, giacchè si protestavano innocenti, fu quella de' tormenti. A forza d'essi il vescovo dell'Aquila, accusato per complice, disse tutto ciò che vollero i giudici. Si legge che gli stessi cardinali, crudelmente tormentati, confessarono la congiura; ma, siccome diremo appresso, ciò non sussiste; e quand'anche fosse succeduto, ognun sa che mirabil virtù abbiano i tormenti per far dire anche ciò che non è e non fu; e a buon conto i miseri sempre da lì innanzi costantemente sostennero d'essere innocenti. Inutili furono stati gli uffizii delre Carloe de' cardinali restati in Napoli in favore di quegl'infelici porporati, i quali dall'inesorabil pontefice furono poscia dichiarati privi della porpora e d'ogni dignità. E perciocchè ebbe egli sospetto, oppur seppe che tutte queste mene erano procedute con partecipazione e forte impulso del re Carlo, pubblicamente in Nocera scomunicò lui e laregina Margherita, privolli anche del regno; e, posto l'interdetto a Napoli, citò il re Carlo a dir le sue ragioni. Questi gagliardi passi servirono a maggiormente sconcertar gli animi. Carlo, udito anche il parere del clero, ordinò che non si osservasse l'interdetto, e perseguitò chi volea osservarlo, sino a farne annegare alcuni. Molto più poi irritato per la scomunica e sentenza suddetta, sul principio di febbraio spedì il gran contestabile, cioè ilconte Alberico di Barbiano, collo esercito all'assedio di Nocera. Narra l'autore degli Annali Napoletani che il pontefice assediato, tre o quattro volte il dì s'affacciava ad una finestra, e colla campanella e torcia accesa andava scomunicando l'esercito del re; e l'esercito non per questo si moveva di là. Durante questo assedio furono altre volte crudelmente martoriati i cardinali prigioni per farli confessare. Teodorico da Niem presente non potè reggere a quell'orrendo spettacolo. Niun d'essi, secondo lui, confessò. Furono rimessi nelle carcericoll'ossa slogate a patir fame e sete, e gli altri malori della prigionia. Nel dì 5 di luglio arrivò a Nocera con un corpo di valorosi combattentiRaimondello Orsino, e fatta aspra battaglia colle genti del re, quantunque ne restasse ferito al piede, pure entrò co' suoi nella città in aiuto del papa. Guarito che fu, ricevuti dieci mila fiorini d'oro, passò in Calabria, e mosse Tommaso Sanseverino ed un Lottario di Suevia a venir con tre mila cavalli a liberare il papa. L'impresa ebbe effetto, e nel dì 8 d'agosto il pontefice uscì del castello, menando seco i cardinali e il vescovo d'Aquila prigioni, e il suo tesoro; e da quegli armati per montagne e vie scoscese fu condotto verso Salerno sino al mare, ma non senza rischio d'essere detenuto dagli stessi ausiliarii, i quali convenne placar coll'oro. Perchè il vescovo suddetto, malconcio per gli sofferti tormenti e pel cattivo cavallo, era lento nel viaggio, Urbano, sospettando malizioso il suo ritardo, riscaldossi così forte per la collera, che il fece uccidere, lasciandolo senza sepoltura nella via. Oh tempi, oh costumi! non si può far di meno di non esclamare. Erasi dianzi accordato il papa conAntoniotto Adornodoge di Genova per avere soccorso da lui, promettendogli d'andar a fissar la sua residenza in Genova stessa[Georgius Stella, Annal. Genuens., tom. 17 Rer. Ital.]. Essendo ciò sembrato un bel guadagno al doge, spedì egli dieci galere nel mare di Napoli, che furono pronte al bisogno d'Urbano. Salito esso pontefice in galea, dopo aver toccata Messina, felicemente arrivò in Genova nel dì 23 di settembre, e quivi prese alloggio in San Giovanni, e vi si fermò poi tutto il resto dell'anno. Nocera fu presa. Francesco Butillo nipote del papa restò prigioniere.

L'altra avventura che in quest'anno fece gran rumore per tutta la cristianità, fu la caduta diBernabò Visconte. Era egli signore della metà di Milano, e dellecittà di Lodi, Bergamo, Crema, Cremona, Brescia, Parma e Reggio. Quattro figliuoli legittimi avea, oltre ai bastardi, tutti e quattro valorosi, ambiziosi, capaci ognuno di gran cose[Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.]. Ad essi avea già distribuite le sue città, cioè aLodovicoLodi e Cremona; aCarloParma, Borgo San Donnino e Crema; aRidolfoBergamo, Soncino e Chiara d'Adda; aMastinominor di tutti Brescia, la Riviera e Val-Camonica. Gli altri suoi figliuoli sono annoverati nella Cronica Veneta del Sanuto[Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Godeva allora Bernabò, contra il suo solito, la pace, ma non la godeano già i suoi sudditi a cagion delle intollerabili estorsioni e gravezze loro imposte, e per l'insolenza e libidine dei suoi figliuoli. La sua bestial fierezza, i trasporti della sua collera e le violente sue esecuzioni sopra la vita de' sudditi, anche per cagioni leggere, e sopra tutto per la caccia, faceano tremar ognuno; laonde un sì aspro e crudo governo era ben contraccambiato coll'odio universale de' popoli. Della sua strabocchevol libidine altro non dirò, se non che vi fu un tempo in cui si contarono trentasei figliuoli suoi viventi tra legittimi e bastardi, e dieciotto femmine gravide di lui. Stava intantoGian-Galeazzo Visconte, conte di Virtù e suo nipote, in Pavia, della qual città, siccome ancora di Piacenza, Novara, Alessandria, Bobbio, Alba, Asti, Como, Casale di Santo Evasio, Valenza, Vigevano, e di varie altre terre in Piemonte, era padrone. Perchè dalla moglieCaterinaniuna prole maschile aveva egli ricavato fin qui, già faceano i lor conti sopra dei di lui Stati i figliuoli di Bernabò, anzi neppure si vedeva egli sicuro in vita: sì smoderata era l'ambizione di Bernabò, tuttochè suo zio e suocero, e quella de' suoi figliuoli. Fu anche detto che Bernabò avesse fatti de' tentativi contro la vita di lui, con istudiarsi di sedurre la figliuola, moglie d'esso Gian-Galeazzo,la qual rivelasse tutto al marito. Comunque sia, l'arte tenuta da Gian-Galeazzo per difendersi dalle sue insidie era quella di non arrischiarsi mai di capitar in essa città di Milano, ancorchè a lui spettasse il dominio della metà di quella città[Redus., Chron., tom. 19 Rer. Ital.]. Sopportava anche in pace tutte le superchierie che gli facea di quando in quando Bernabò; nè usciva mai senza un copioso accompagnamento di guardie. Diedesi inoltre ad una maniera di vivere che è la più efficace per ingannare altrui, cioè ad una vita divota[Gatari, Istor. di Padov., tom. 17 Rer. Ital.], conversando sempre con religiosi, frequentando le chiese, facendo abbondanti limosine, e mostrandosi alieno da ogni disegno di maggiormente ingrandirsi. Per questo suo bigottismo Bernabò il tenea per uomo dappoco e da nulla.

Si cavòGian-Galeazzola maschera in quest'anno. Fece egli prima sapere aBernabòdi voler passare alla visita della miracolosa immagine della Madonna di Varese per adempiere un suo voto, e che il pregava di scusarlo, se non entrava in Milano, quantunque sommamente desiderasse d'abbracciare il suo carissimo zio e suocero. Poscia partitosi da Pavia con grosso accompagnamento di gente, cioè delle sue guardie e di assaissimi altri guerniti d'armi di sotto (nella Cronica Estense[Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.]è scritto, aver egli menato seco cinquecento lance), nella sera del dì 5 di maggio si fermò a Binasco[Gazata, Chron., tom. 18 Rer. Ital.], e nel dì seguente cavalcò nelle vicinanze di Milano. Bernabò gli mandò incontro due de' suoi figliuoliLodovicoeRidolfolungi due miglia, i quali furono ben accolti e trattenuti con assai carezze. Allorchè fu egli non molto distante dalla città, dove era allora lo spedale di Santo Ambrosio, uscì ancheBernabòper porta Vercellina, affine di fargli una visita con poche guardie, cavalcando una mula, tuttochè avvertito prima da un certo Medicinasuo cortigiano di non fidarsi, perchè egli avea poco prima osservato l'andamento, le vesti ed il contegno di quella gran truppa, che non pareva apparato da divozione. Ma era giunto il tempo che Dio voleva chiamare ai conti quell'uomo spietato, reo di tanti peccati. Si abbracciarono, si baciarono lo zio ed il nipote; e dopo sì bella festaGian-Galeazzo, voltatosi a Jacopo dal Verme e ad Antonio Porro, disse loro in tedescostinchier. Allora fu circondato Bernabò da tutti quegli armati; Jacopo gli tolse la bacchetta; Otto da Mandello gli tirò di mano e fuor della testa della mula la briglia, Guglielmo Bevilacqua gli tagliò il pendon della spada, gridando egli indarno al nipote che non fosse traditor del suo sangue. Furono anche presi e disarmati i suddetti due suoi figliuoli. Con questa preda Gian-Galeazzo entrò per la porta di fuori nel castello di porta Zobbia, che era suo. E di là poi, divolgato il caso, cavalcò per la città, udendo le gioiose acclamazioni del popolo, che gridava:Viva il conte, e muoiano le gabelle e le colte. Non vi fu chi alzasse un dito in favore di Bernabò; anzi l'accorto Gian-Galeazzo per ben attaccare esso popolo a' suoi interessi, gli permise di dare il sacco ai palagi del medesimo Bernabò e de' suoi figliuoli, dove erano raccolte di grandi ricchezze. Fu egli dichiarato signor generale di Milano, e la mattina seguente se gli arrendè il castello di San Nazaro, fabbricato da Bernabò, colla rocca di porta Romana. Quivi, secondo il Corio[Corio, Istoria di Milano.], vennero alle sue mani sei carra d'argento lavorato con altro prezioso mobile, e settecento mila fiorini d'oro in contante. Il Gazata, storico vivente allora, scrive[Gazata, Chron. Regiens., tom. 18 Rer. Ital.]che nella sola torre si trovò un milione e settecento mila ducati o sia fiorini d'oro, oltre ai mobili preziosi d'oro e d'argento. In pochi giorni vennero in potere diGian-GaleazzoLodi, Bergamo, Crema, Soncino, Ghiarad'Adda, Cremona, Parma e Reggio, a riserva de' castelli d'esse città, che ressero per qualche giorno, ma in fine si diedero.Carlofigliuolo di Bernabò, allorchè seguì la prigionia del padre, udita tal nuova, corse a Cremona, poscia a Parma, e di là a Reggio. Dappertutto trovò i popoli in sedizione contra di lui per l'odiosa memoria di Bernabò; e però gli convenne ritirarsi a Mantova, con passare dipoi in Germania ad implorare aiuto dai duchi di Baviera e d'Austria suoi cognati. Il soloMastino, altro figliuolo di esso Bernabò, ma assai giovinetto, perchè di soli dieci anni[Annales Mediolan., tom. 16 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.], corso a Brescia sua città con un buon nerbo di combattenti, sostenne per alquanti giorni l'assedio di quella cittadella aiutato daiGonzaghie daAntonio dalla Scala. Ma in fine capitolò la resa, con promettergli Gian-Galeazzo dodici mila fiorini d'oro l'anno sino a certo tempo, ma probabilmente con animo di nulla eseguire; che questo era il suo costume.

Così in poco tempo quella volpe diGian-Galeazzo, dopo aver atterrato l'orso, giunse a formare una gran potenza in Lombardia, la qual cominciò a dar gelosia e timore a tutti i vicini. Ardita e pericolosa parve ai più sensati l'impresa da lui fatta; ma egli assai informato quanto si potesse promettere de' popoli, tutti disgustati per le bestialità, crudeltà ed estorsioni di Bernabò, si animò a tentarla, e gli venne fatta. E perchè un gran dire fu dappertutto, trattandosi di uno zio, egli pubblicò e mandò a tutti i principi un manifesto, in cui, coll'esporre in parte le iniquità di Bernabò e de' suoi figliuoli, cercò di giustificarsi come potè il meglio. Leggesi questo manifesto negli Annali Milanesi da me dati alla luce; ma non si può digerire ch'egli fingesse di essere stato assalito presso a Milano da Bernabò, e che per difesa il facesse prigione. Fu poi condotto Bernabò con Donnina sua amica nelle carceri del castellodi Trezzo, edificato da lui stesso, dove per più di sette mesi ebbe agio di riconoscere l'instabilità delle grandezze umane, e di chiamare ai conti la coscienza sua. Fugli poi dato il tossico, e nel dì 17 oppure 18 di dicembre, contrito de' suoi molti peccati, terminò i suoi giorni in età di sessantasei anni. Fece Gian-Galeazzo, per chiarir ben la sua morte, portare a Milano il di lui cadavero, dove gli furono fatte sì solenni esequie, come se fosse morto signore di Milano, se non che non avea lo scettro in mano. Gli fu poi data sepoltura in San Giovanni in Conca, dove tuttavia si mira la statua sua a cavallo. Potrebbe taluno maravigliarsi come di tanti principi, a' quali avea maritate Bernabò le sue figliuole, niuno alzasse mai un dito per aiutar lui o i suoi figliuoli. Ma così potente quasi in un momento divenne Gian-Galeazzo, che non osò alcuno d'affacciarsi; e poi a debil canna d'ordinario s'attiene chi si fida delle parentele. Per altro Galeazzo sapea l'arte di governar popoli. Consolò ogni città col diminuir le loro contribuzioni e gabelle, accordar que' privilegii che gli erano chiesti, levar gli abusi passati, e far ministrare buona giustizia ad ognuno. Il Gazata[Gazata, Chronic., tom. 18 Rer. Ital.], che fioriva in questi tempi, racconta aver egli ridotto l'aggravio di mille e ducento fiorini d'oro, che pagava il popolo di Reggio ogni mese, a soli quattrocento: conchiudendo ch'egli trasse dall'inferno le città già suddite di Bernabò, e le mise in paradiso. La tirannia, la crudeltà e il troppo salassare i popoli non furono mai il vero mezzo per continuare o propagare i dominii.

Fu in quest'anno guerra nel Friuli. Aveapapa Urbanoconferito il patriarcato d'Aquileia in commenda aFilippo d'Alanzonedella real casa di Francia, cardinale vescovo di Sabina, e sua creatura[Caresin., Chron., tom. 12 Rer. Ital. Gatari, Istor. di Padova, tom. 17 Rer. Ital.]. S'ebbero a male quei d'Udine, perchè chiesa cotanto insigne e fornitadi sì nobil principato fosse ridotta alla condizion di tante badie, allora date in commenda, cioè in preda ai cacciatori di beni ecclesiastici, senza dar loro un vero patriarca. Però nol vollero accettar per signore, e pochi furono que' luoghi che a lui si sottomettessero. Si venne perciò all'armi. Ricorse il cardinale aFrancesco da Carrarasignor di Padova, siccome confinante per la tenuta di Trivigi, Ceneda, Belluno e Feltre; anzi fece a lui raccomandare dapapa Urbanola protezione de' suoi affari. Perchè la brama o avidità di accrescere i proprii Stati è una febbre innata in tutti i dominanti, ma in chi più, in chi meno gagliarda a misura delle forze; il Carrarese vi saltò dentro a piè pari. Non è se non probabile che egli meditasse di procacciarsi una parte almeno di que' dominii. Ma iVeneziani, a' quali stava sul cuore ogni movimento del Carrarese odiato, si misero segretamente a dar aiuti di gente e danaro al comune di Udine. Nè ciò bastando, mossero contra di Francesco da Carrara il signor di Verona e Vicenza, cioè il giovaneAntonio dalla Scala, pagandogli sotto mano ogni mese quindici mila fiorini d'oro. Invanitosi lo Scaligero per aver dalla sua la possente repubblica di Venezia, per quante preghiere e ragioni adoperassero gli ambasciatori padovani, non si volle mai rimuovere dal contratto impegno; e, fatta massa di gente, dimandò il passo per mandarla in Friuli in aiuto di Udine. Questo gli fu negato; e però cominciò a far delle scorrerie sul Padovano. Il Carrarese anch'egli per rendergli la pariglia, e a più doppii, fece cavalcar le sue genti con quelle del patriarca d'Aquileia sul Veronese e Vicentino, che ne riportarono inestimabil bottino. Mandò Antonio dalla Scala a dolersene col Carrarese, e gli fece con alterigia sapere di volerne vendetta, quand'anche dovesse perdere Verona e Vicenza; e che forse riuscirebbe ad un can giovine di prendere una volpe vecchia.Francesco da Carrararigettò sulle genti del patriarcaquell'insulto, e saggiamente si offerì di far pace, e di rifare i danni dati. Ma lo Scaligero, sempre più alzando la testa, persistè nel suo proposito, ed attese più che prima a fornirsi di soldati. Nell'anno presente[Cronica di Rimini, tom. 15 Rer. Ital.]cessò di vivere in RiminiGaleotto Malatestasignore di quella città, rinomato per la sua prodezza e saviezza.PandolfoeCarlosuoi figliuoli unitamente succederono ne' suoi Stati. Furono ancora novità a' dì 13 di dicembre nella città di Forlì[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Italic. Annales Forolivienses, tom. 22 Rer. Ital.]. Quivi signoreggiavaSinibaldo degli Ordelaffi. Gli vollero risparmiar la fatica di comandare due suoi nipotiPinoeCecco degli Ordelaffi; e però il presero e cacciarono in prigione, assumendo essi l'intero dominio di quella città.


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