MCCCV

MCCCVAnno diCristomcccv. IndizioneIII.Clemente Vpapa 1.AlbertoAustriaco re de' Romani 8.Per undici mesi stettero disputando in Perugia i cardinali, senza mai potersi accordare nell'elezione del novello pontefice. Erano essi divisi in due fazioni[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 80.]. Capo dell'una ilcardinal Matteo Rossodegli Orsini conFrancesco Gaetanonipote di papa Bonifazio VIII, guelfi amendue, che desideravano un papa italiano, amico della memoria d'esso Bonifazio. Capo dell'altra ilcardinale Napoleonedegli Orsini dal Monte colcardinale Niccolò da Prato, tutti e due parziali del re di Francia e de' Colonnesi, e però bramosi di un papa franzese, opposto alle massime di papa Bonifazio. Soffiavano dall'una parte i Colonnesi, segretamente venuti a Perugia; dall'altra faceano negoziatiCarlo II redi Napoli eFilippo ilBello redi Francia[Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.], e fu creduto ancora che il danaro franzese entrasse a perorare in questa congiuntura. Finalmente i Perugini, veggendo andar troppo in lungo questa mena, ristrinsero quei porporati, e cominciarono anche a tenerli corti di vivanda, acciocchè s'inducessero ad accordarsi. Ora L'astuto cardinal da Prato propose un dì al cardinal Francesco Gaetano un ripiego per terminar questa pendenza. E fu, che la fazion di Matteo Orsino nominasse tre oltramontani abili al papato, e che quella di Napoleone eleggesse uno dei tre, qual più le piaceva. Accettato il partito, i primi nominarono tre arcivescovi franzesi[S. Antonin., P. III, tit. 21.], creature di papa Bonifazio VIII, ponendo in capo di listaBertrando del Gotto, appellato Raimondo per errore dal Villani, arcivescovo di Bordeaux, tanto più perchè esso era poco amico del re Filippo, per gravi dissapori occorsi fra loro, immaginandosi che qualunque d'essi che fosse eletto, sarebbe nemico del re di Francia, e amico della memoria di papa Bonifazio. Allora lo scaltro cardinal da Prato per secreti messi con tutta diligenza spediti fece intendere al re Filippo di cattivarsi l'amicizia dell'arcivescovo di Bordeaux, perchè quello sarebbe il papa. A questo avviso, il re segretamente fu ad abboccarsi con esso arcivescovo, dicendogli essere in mano sua il farlo papa, e che il farebbe, purchè s'obbligasse ad accordargli sei grazie: cioè di riconciliar lui e tutti i suoi seguaci colla Chiesa, dando il perdono del misfatto commesso nella presura di papa Bonifazio; di abolire la memoria d'esso Bonifazio; di rendere il cappello aJacopoePietro dalla Colonna; di far cardinali alcuni che egli proporrebbe; e di accordargli le decime del clero di Francia per cinque anni. Riserbossi in petto la sesta, la quale, secondo le apparenze, fu di trasportare in Francia la Sede apostolica. L'arcivescovo, tutto ansante di vedersiin capo la tiara pontificia, stabilì tosto il mercato, giurò le promesse sopra il corpo del Signore, diede anche per ostaggi al re un suo fratello e due suoi nipoti, e però il re immediatamente rispedì il segreto messo al cardinale di Prato e agli altri di sua fazione, con ordine di prendere per papa Bertrando del Gotto; e infatti ne seguì l'elezione secondo il concerto. Ah mali arnesi della Chiesa di Dio! In mano d'essi avea la Provvidenza messo l'eleggere un sommo pontefice, non già per servire alle mondane cupidigie di loro e de' principi della terra, ma bensì per procurare il maggior bene del popolo cristiano: ecco il frutto dello scisma, della cabala e dell'ambizione, che li portò ad eleggere sì lontano un pastore da loro mal conosciuto; ed ecco come tradirono l'intenzion di Dio e le coscienze proprie con una elezione per sè stessa illecita e scandalosa, recando, insieme colla rovina dell'Italia, una piaga sempre memorabile alla Sede di san Pietro. Stettero ben poco ad accorgersi del deplorabile lor fallo i cardinali[Bernard. Guid., in Vit. Clement. V. Ptolomaeus Lucensis, Hist. Eccles.]; perchè accettata che fu nel dì 23 di luglio l'elezione dall'arcivescovo (il qual prese il nome diClemente V), furono chiamati in Francia, e per quante ragioni sapessero addurre in contrario, bisognò ubbidire. Così passò in Francia la Sede apostolica, e vi restò poi per settanta anni, in cattività somigliante alla babilonica, perchè schiava delle voglie dei re franzesi, con provenirne infiniti disordini e mali alla Chiesa e all'Italia, dei quali si andrà in parte favellando negli anni seguenti. Venuto a Lione il novello papa, ivi nella domenica fra l'ottava di san Martino fu solennemente coronato, e servito daFilippo redi Francia, daCarlo di Valoise da altri principi, col concorso d'innumerabil popolo. Ma occorse una sciagura che fu presa per mal augurio. Nella processione, o cavalcata, per la gran calca della gente, si rovesciò un muro invicinanza del papa, per cui egli stesso cadde da cavallo, e andò per terra la corona pontificia, un cui carbonchio o rubino di valore di sei mila fiorini d'oro si perdè, ma fu poi ritrovato. Vi morirono alcuni baroni, e fra gli altri Giovanni duca di Bretagna. Gravemente ancora ne fu leso Carlo fratello del re, ma ne guarì. Per questo caso immense furono le dicerie della gente. Anche nel dì 25 del mese di novembre, nata rissa tra la famiglia del papa e de' cardinali, vi restò ucciso un di lui fratello[Westmon. flosc., Histor.]. Fece poi nel seguente dicembre papa Clemente una promozione di dieci cardinali, nove franzesi a petizione del re di Francia, ed uno inglese. Se questo piacesse ai cardinali italiani, Dio vel dica. Restituì inoltre il cappello cardinalizio a Jacopo e Pietro dalla Colonna.Nel mese d'aprile di quest'annoAzzo VIII marchesed'Este, signor di Ferrara, Modena e Reggio[Annal. Estenses, tom. 15 Rer. Ital.], condusse in moglieBeatricefigliuola diCarlo II redi Napoli. Gran solennità fu fatta in tale occasione. Ma queste nozze misero in gelosia i suoi vicini, temendo tutti che la sua alleanza con un principe sì potente mirasse a mettere il giogo ai popoli d'intorno. Furbescamente ancora si disseminò una voce, che il marchese volea dare in dote alla regal sua moglie le città di Modena e di Reggio: il che diede molta apprensione a chi le prestò fede[Ptolom. Lucensis, in Vita Clement. V.]. Ora accadde che nel dì 6 d'agosto le fazioni di Parma vennero all'armi, e gran tumulto ne succedette[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. La peggio toccò alle nobili famiglie de' Rossi e dei Lupi, che si salvarono colla fuga, e perciò furono bandite con tutti i loro seguaci. Per questo la parte guelfa di Parma s'infievolì non poco; e rientrati in quella città molti Ghibellini banditi in addietro, vi rinforzarono maggiormente la loro fazione. Da lì a non molto si scoprì il disegnod'alcuni nobili, di deporre dalla signoria di ParmaGiberto da Correggio, e fu detto che il marchese Azzo Estense tenesse mano al trattato. Vero o falso che ciò fosse, perchè Giberto sapeva ben fabbricar delle tele, certo è ch'egli segretamente si collegò coi Bolognesi, Veronesi e Mantovani, a' danni del marchese; e non solo ebbe dalla sua i fuorusciti di Reggio e di Modena, ma nelle stesse due città maneggiò delle congiure. Poscia nel mese d'ottobre, quando a tutt'altro pensava il marchese, Giberto co' Parmigiani venne alle porte di Reggio, e i Bolognesi con tutto il loro sforzo, dopo aver preso a tradimento il ponte di Sant'Ambrosio, giunsero alle porte di Modena, credendosi di mettere il piede in tutte e due queste città. I provvisionati del marchese valorosamente difesero Reggio. In Modena i nobili da Savignano levarono il rumore contra la guarnigione marchesana; ma questa prevalse, e si sostenne tanto, che, arrivato da Ferrara il marchese, i Bolognesi si ritirarono, e si quetò la burrasca colla prigionia di diciassette de' nobili suddetti. Fecero poi le genti del marchese delle scorrerie sul Parmigiano, tentando di far rimuovere i Correggeschi dall'assedio di Soragna, dove s'erano afforzati i Rossi e i Lupi fuorusciti di Parma; ma non poterono impedire che quella terra non si arrendesse sul fine dell'anno a patti di buona guerra. Nel gennaio di quest'annoGiovanni marchesedi Monferrato diede fine alla sua vita, e alla diritta nobilissima linea di que' principi, perchè morì senza figliuoli[Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Lasciò erede de' suoi StatiJolanta, ossiaViolantasua sorella, imperadrice di Costantinopoli, e i suoi figliuoli. OraManfredi marchesedi Saluzzo, il quale, per testimonianza di Guglielmo Ventura[Chron. Astense, cap. 15, tom. 11 Rer. Ital.], per linea traversale mascolina discendeva dal medesimo sangue de' marchesi di Monferrato, senza voler attendereil testamento di Giovanni, entrò coll'armi in possesso della maggior parte del Monferrato. Ma, secondo i documenti recati da Benvenuto da San Giorgio, sulle prime il marchese di Saluzzo prese solamente il titolo di governatore e difensore del marchesato del Monferrato, insieme col comune di Pavia e conFilippone contedi Langusco, signore di Pavia. E si vede che col loro consentimento i Monferrini spedirono ambasciatori a Costantinopoli, pregando l'imperadrice di venir ella in persona a prendere il possesso e governo degli Stati, oppure di mandar loro uno de' suoi figliuoli. Fu fatta poi correre voce, la qual giunse anche a Costantinopoli, cheMargherita di Savoia, rimasta vedova del marchese Giovanni, era gravida, il che ritardò le risoluzioni della corte greca: tutte invenzioni del suddetto marchese di Saluzzo, il quale aspirava alla padronanza del Monferrato. Ma, chiarita la falsità di questa gravidanza, il greco imperadoreAndronicoComnenoPaleologo eJolantasua moglie, chiamataIrenedai Greci, presero la risoluzione d'inviare in Italia ilprincipeTeodorolor secondogenito a prendere il possesso del Monferrato. A questo fine prepararono gli occorrenti navigli, e un nobile accompagnamento di sua persona. Era in questi tempi[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 82. Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.]la città di Pistoia un buon nido de' Bianchi, ossia de' Ghibellini di Toscana; e temendo i Fiorentini che crescesse la di lei potenza coll'aiuto de' Pisani, Aretini e Bolognesi, tutti allora di parte ghibellina, pregarono il re Carlo II di mandar loro per capitano uno de' principi suoi figliuoli. Spedì egliRoberto ducadi Calabria nel mese di aprile con trecento lancie e molta fanteria d'Aragonesi e Catalani, gente a lui somministrata daGiacomo red'Aragona suo genero. Ricevuto questo rinforzo, i Fiorentini nel dì 26 di maggio con tutte le lor forze andarono ad assediar Pistoia dall'un lato, e i Lucchesi dall'altro. Vistettero sotto più mesi; e benchè ilcardinal Napoleonee quello da Prato, siccome ghibellini, inducessero papa Clemente ad inviar colà ordini pressanti[Ferretus Vicentinus, Histor., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.], perchè lasciassero in pace Pistoia; pure i Fiorentini seguitarono a far i fatti loro; perlochè furono scomunicati i rettori della città e i capitani dell'oste, e fu messo l'interdetto a Firenze.

Per undici mesi stettero disputando in Perugia i cardinali, senza mai potersi accordare nell'elezione del novello pontefice. Erano essi divisi in due fazioni[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 80.]. Capo dell'una ilcardinal Matteo Rossodegli Orsini conFrancesco Gaetanonipote di papa Bonifazio VIII, guelfi amendue, che desideravano un papa italiano, amico della memoria d'esso Bonifazio. Capo dell'altra ilcardinale Napoleonedegli Orsini dal Monte colcardinale Niccolò da Prato, tutti e due parziali del re di Francia e de' Colonnesi, e però bramosi di un papa franzese, opposto alle massime di papa Bonifazio. Soffiavano dall'una parte i Colonnesi, segretamente venuti a Perugia; dall'altra faceano negoziatiCarlo II redi Napoli eFilippo ilBello redi Francia[Ferretus Vicentinus, lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.], e fu creduto ancora che il danaro franzese entrasse a perorare in questa congiuntura. Finalmente i Perugini, veggendo andar troppo in lungo questa mena, ristrinsero quei porporati, e cominciarono anche a tenerli corti di vivanda, acciocchè s'inducessero ad accordarsi. Ora L'astuto cardinal da Prato propose un dì al cardinal Francesco Gaetano un ripiego per terminar questa pendenza. E fu, che la fazion di Matteo Orsino nominasse tre oltramontani abili al papato, e che quella di Napoleone eleggesse uno dei tre, qual più le piaceva. Accettato il partito, i primi nominarono tre arcivescovi franzesi[S. Antonin., P. III, tit. 21.], creature di papa Bonifazio VIII, ponendo in capo di listaBertrando del Gotto, appellato Raimondo per errore dal Villani, arcivescovo di Bordeaux, tanto più perchè esso era poco amico del re Filippo, per gravi dissapori occorsi fra loro, immaginandosi che qualunque d'essi che fosse eletto, sarebbe nemico del re di Francia, e amico della memoria di papa Bonifazio. Allora lo scaltro cardinal da Prato per secreti messi con tutta diligenza spediti fece intendere al re Filippo di cattivarsi l'amicizia dell'arcivescovo di Bordeaux, perchè quello sarebbe il papa. A questo avviso, il re segretamente fu ad abboccarsi con esso arcivescovo, dicendogli essere in mano sua il farlo papa, e che il farebbe, purchè s'obbligasse ad accordargli sei grazie: cioè di riconciliar lui e tutti i suoi seguaci colla Chiesa, dando il perdono del misfatto commesso nella presura di papa Bonifazio; di abolire la memoria d'esso Bonifazio; di rendere il cappello aJacopoePietro dalla Colonna; di far cardinali alcuni che egli proporrebbe; e di accordargli le decime del clero di Francia per cinque anni. Riserbossi in petto la sesta, la quale, secondo le apparenze, fu di trasportare in Francia la Sede apostolica. L'arcivescovo, tutto ansante di vedersiin capo la tiara pontificia, stabilì tosto il mercato, giurò le promesse sopra il corpo del Signore, diede anche per ostaggi al re un suo fratello e due suoi nipoti, e però il re immediatamente rispedì il segreto messo al cardinale di Prato e agli altri di sua fazione, con ordine di prendere per papa Bertrando del Gotto; e infatti ne seguì l'elezione secondo il concerto. Ah mali arnesi della Chiesa di Dio! In mano d'essi avea la Provvidenza messo l'eleggere un sommo pontefice, non già per servire alle mondane cupidigie di loro e de' principi della terra, ma bensì per procurare il maggior bene del popolo cristiano: ecco il frutto dello scisma, della cabala e dell'ambizione, che li portò ad eleggere sì lontano un pastore da loro mal conosciuto; ed ecco come tradirono l'intenzion di Dio e le coscienze proprie con una elezione per sè stessa illecita e scandalosa, recando, insieme colla rovina dell'Italia, una piaga sempre memorabile alla Sede di san Pietro. Stettero ben poco ad accorgersi del deplorabile lor fallo i cardinali[Bernard. Guid., in Vit. Clement. V. Ptolomaeus Lucensis, Hist. Eccles.]; perchè accettata che fu nel dì 23 di luglio l'elezione dall'arcivescovo (il qual prese il nome diClemente V), furono chiamati in Francia, e per quante ragioni sapessero addurre in contrario, bisognò ubbidire. Così passò in Francia la Sede apostolica, e vi restò poi per settanta anni, in cattività somigliante alla babilonica, perchè schiava delle voglie dei re franzesi, con provenirne infiniti disordini e mali alla Chiesa e all'Italia, dei quali si andrà in parte favellando negli anni seguenti. Venuto a Lione il novello papa, ivi nella domenica fra l'ottava di san Martino fu solennemente coronato, e servito daFilippo redi Francia, daCarlo di Valoise da altri principi, col concorso d'innumerabil popolo. Ma occorse una sciagura che fu presa per mal augurio. Nella processione, o cavalcata, per la gran calca della gente, si rovesciò un muro invicinanza del papa, per cui egli stesso cadde da cavallo, e andò per terra la corona pontificia, un cui carbonchio o rubino di valore di sei mila fiorini d'oro si perdè, ma fu poi ritrovato. Vi morirono alcuni baroni, e fra gli altri Giovanni duca di Bretagna. Gravemente ancora ne fu leso Carlo fratello del re, ma ne guarì. Per questo caso immense furono le dicerie della gente. Anche nel dì 25 del mese di novembre, nata rissa tra la famiglia del papa e de' cardinali, vi restò ucciso un di lui fratello[Westmon. flosc., Histor.]. Fece poi nel seguente dicembre papa Clemente una promozione di dieci cardinali, nove franzesi a petizione del re di Francia, ed uno inglese. Se questo piacesse ai cardinali italiani, Dio vel dica. Restituì inoltre il cappello cardinalizio a Jacopo e Pietro dalla Colonna.

Nel mese d'aprile di quest'annoAzzo VIII marchesed'Este, signor di Ferrara, Modena e Reggio[Annal. Estenses, tom. 15 Rer. Ital.], condusse in moglieBeatricefigliuola diCarlo II redi Napoli. Gran solennità fu fatta in tale occasione. Ma queste nozze misero in gelosia i suoi vicini, temendo tutti che la sua alleanza con un principe sì potente mirasse a mettere il giogo ai popoli d'intorno. Furbescamente ancora si disseminò una voce, che il marchese volea dare in dote alla regal sua moglie le città di Modena e di Reggio: il che diede molta apprensione a chi le prestò fede[Ptolom. Lucensis, in Vita Clement. V.]. Ora accadde che nel dì 6 d'agosto le fazioni di Parma vennero all'armi, e gran tumulto ne succedette[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. La peggio toccò alle nobili famiglie de' Rossi e dei Lupi, che si salvarono colla fuga, e perciò furono bandite con tutti i loro seguaci. Per questo la parte guelfa di Parma s'infievolì non poco; e rientrati in quella città molti Ghibellini banditi in addietro, vi rinforzarono maggiormente la loro fazione. Da lì a non molto si scoprì il disegnod'alcuni nobili, di deporre dalla signoria di ParmaGiberto da Correggio, e fu detto che il marchese Azzo Estense tenesse mano al trattato. Vero o falso che ciò fosse, perchè Giberto sapeva ben fabbricar delle tele, certo è ch'egli segretamente si collegò coi Bolognesi, Veronesi e Mantovani, a' danni del marchese; e non solo ebbe dalla sua i fuorusciti di Reggio e di Modena, ma nelle stesse due città maneggiò delle congiure. Poscia nel mese d'ottobre, quando a tutt'altro pensava il marchese, Giberto co' Parmigiani venne alle porte di Reggio, e i Bolognesi con tutto il loro sforzo, dopo aver preso a tradimento il ponte di Sant'Ambrosio, giunsero alle porte di Modena, credendosi di mettere il piede in tutte e due queste città. I provvisionati del marchese valorosamente difesero Reggio. In Modena i nobili da Savignano levarono il rumore contra la guarnigione marchesana; ma questa prevalse, e si sostenne tanto, che, arrivato da Ferrara il marchese, i Bolognesi si ritirarono, e si quetò la burrasca colla prigionia di diciassette de' nobili suddetti. Fecero poi le genti del marchese delle scorrerie sul Parmigiano, tentando di far rimuovere i Correggeschi dall'assedio di Soragna, dove s'erano afforzati i Rossi e i Lupi fuorusciti di Parma; ma non poterono impedire che quella terra non si arrendesse sul fine dell'anno a patti di buona guerra. Nel gennaio di quest'annoGiovanni marchesedi Monferrato diede fine alla sua vita, e alla diritta nobilissima linea di que' principi, perchè morì senza figliuoli[Benvenuto da S. Giorgio, Istor. del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Lasciò erede de' suoi StatiJolanta, ossiaViolantasua sorella, imperadrice di Costantinopoli, e i suoi figliuoli. OraManfredi marchesedi Saluzzo, il quale, per testimonianza di Guglielmo Ventura[Chron. Astense, cap. 15, tom. 11 Rer. Ital.], per linea traversale mascolina discendeva dal medesimo sangue de' marchesi di Monferrato, senza voler attendereil testamento di Giovanni, entrò coll'armi in possesso della maggior parte del Monferrato. Ma, secondo i documenti recati da Benvenuto da San Giorgio, sulle prime il marchese di Saluzzo prese solamente il titolo di governatore e difensore del marchesato del Monferrato, insieme col comune di Pavia e conFilippone contedi Langusco, signore di Pavia. E si vede che col loro consentimento i Monferrini spedirono ambasciatori a Costantinopoli, pregando l'imperadrice di venir ella in persona a prendere il possesso e governo degli Stati, oppure di mandar loro uno de' suoi figliuoli. Fu fatta poi correre voce, la qual giunse anche a Costantinopoli, cheMargherita di Savoia, rimasta vedova del marchese Giovanni, era gravida, il che ritardò le risoluzioni della corte greca: tutte invenzioni del suddetto marchese di Saluzzo, il quale aspirava alla padronanza del Monferrato. Ma, chiarita la falsità di questa gravidanza, il greco imperadoreAndronicoComnenoPaleologo eJolantasua moglie, chiamataIrenedai Greci, presero la risoluzione d'inviare in Italia ilprincipeTeodorolor secondogenito a prendere il possesso del Monferrato. A questo fine prepararono gli occorrenti navigli, e un nobile accompagnamento di sua persona. Era in questi tempi[Giovanni Villani, lib. 8, cap. 82. Istorie Pistolesi, tom. 11 Rer. Ital.]la città di Pistoia un buon nido de' Bianchi, ossia de' Ghibellini di Toscana; e temendo i Fiorentini che crescesse la di lei potenza coll'aiuto de' Pisani, Aretini e Bolognesi, tutti allora di parte ghibellina, pregarono il re Carlo II di mandar loro per capitano uno de' principi suoi figliuoli. Spedì egliRoberto ducadi Calabria nel mese di aprile con trecento lancie e molta fanteria d'Aragonesi e Catalani, gente a lui somministrata daGiacomo red'Aragona suo genero. Ricevuto questo rinforzo, i Fiorentini nel dì 26 di maggio con tutte le lor forze andarono ad assediar Pistoia dall'un lato, e i Lucchesi dall'altro. Vistettero sotto più mesi; e benchè ilcardinal Napoleonee quello da Prato, siccome ghibellini, inducessero papa Clemente ad inviar colà ordini pressanti[Ferretus Vicentinus, Histor., lib. 3, tom. 9 Rer. Ital.], perchè lasciassero in pace Pistoia; pure i Fiorentini seguitarono a far i fatti loro; perlochè furono scomunicati i rettori della città e i capitani dell'oste, e fu messo l'interdetto a Firenze.


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